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sabato 5 giugno 2021

Afghanistan: il Grande Gioco di specchi



 ...ho incontrato il Grande Gioco afghano al tempo dell'infanzia tra le storie che mio padre amava raccontare. Storie di guerra dal sapore di fiaba. Lui studioso di Storia internazionale, lui testimone, in quanto militare dell'Arma, della battaglia finale di El-Alamein, sapeva raccontare con la compassione verso il nemico e la severità verso la malvagità delle azioni. C'era spesso un bambino nelle sue storie, un bambino solo al mondo, costretto, suo malgrado, ad attraversare pericolose avventure per giungere sempre alla fine ad un atto d'amore. Al bambino, che io chiamavo Kim Due per via del personaggio di Kipling, anch'esso parte dei racconti di mio padre, non di rado accadeva di trovarsi nel bel mezzo di una battaglia fatta non di soli fuochi, ma di intrighi, di spie. Ma Kim Due vinceva sempre, con la sua intelligenza e ancor più con la sua capacità di amare. E il male veniva sconfitto dal bene. Sempre. Così, sul suono della voce narrante s'aprivano le immagini e si facevano parte della mia fantasia, dei miei pensieri bambini. 
Sì, ho incontrato allora la strategia del Grande Gioco. E, si sa, i bambini pur proiettati nel futuro per via delle forze di crescita e del desiderio di scoprire la vita, vivono il presente, vi si immergono totalmente, ed io vivevo tutte quelle storie, nulla mi sfuggiva, come fossero intorno a me ed io fossi in esse, con quella potenza che si perde man mano che il mondo ci avvolge. Poi il tempo. Nel tempo la mia scelta degli studi superiori, la ricomparsa dei pensieri immagine vissuti nell'infanzia e la decisione. E fu l'India il soggetto, la sua storia, la sua filosofia, la sua lingua antica e moderna, la sua cultura tutta. E dagli studi riemerse il Grande Gioco afghano. Non a caso, Kipling sarebbe stato il primo autore inglese in relazione all'India che avrei segnato nel mio piano di studi.
Al tempo dei racconti d'infanzia, mio padre chiamava gli intrighi, bugie, e le spie, bugiardi. Avrei collegato e compreso poi il senso delle parole: bugia e bugiardi, nell'ambito della sua esperienza di guerra sul fronte africano a diretto contatto con le truppe e la strategia inglesi.
E tutto si sarebbe fatto semplice avendo allenato la mente, sin dalla tenera età, ad andare oltre l'apparenza. Il Grande Gioco, The Great Game, in lingua originale, si sarebbe svelato alle mie ricerche culturali, ai miei pensieri.
Il mio primo viaggio laggiù, avrebbe fornito verifica a quella strategia, non solo per via di ulteriori studi in loco, ma anche e non ultimi, per i racconti di gente semplice, spesso bottegai. Tra i mille oggetti che affollavano le loro botteghe, le armi d'antiquariato per lo più da fuoco: fucili, pistole, erano quelli più presenti, e loro, i bottegai, sorridendo alle tue domande, come a dire: sono cose tue, si esprimevano, con approssimativo accento inglese: is English, ma'am, e quando la tua voce con altrettanto sorriso pronunciava: I am Italian, dopo qualche attimo di perplessità, sorridevano con diverso calore e t'invitavano a sedere sulla soglia della bottega, accanto a loro, libertà che non ci si permetteva con una donna, ritenendola mancanza di rispetto, ma il rispetto in questo caso non era in ballo, quel che c'era era la contentezza che fossi italiana. E ti offrivano tè nero, non in tazza inglese pur sempre presente tra le anticaglie della bottega, ma in un piccolo bicchiere di vetro come loro uso. Sì, era bellissima Heràt allora. Tempo fa. Con le sue cupole azzurre verso il cielo, la sua antica storia, il suo antico nome di Alexandria Aria, antica come i manufatti di tappeti intrecciati a raccontare quell' incontro di scambio che fu con l'occidente e s'affacciava ora dalla Cittadella sulle strade deserte di sabbia bianca. 
Poi, ancora il tempo, tanto, e il 2001. Heràt avrebbe mutato volto, il nome "Italia", con esso, avrebbe indossato la mimetica e calpestato la via bianca di sabbia.
 
L'ha fatto George W. Bush nell'ottobre 2001, prima di J.Biden, quando tuonò al mondo: Andiamo a civilizzare i barbari, e presero a bombardare l'Afghanistan, ora Biden novello presidente d'oltre oceano, con altrettanta enfasi urla la retorica della: Missione compiuta, indicando il ritiro delle truppe dal Paese orientale. 
Ma il vaso è colmo e vuole straripare tutte le menzogne di quell'estremo occidente figlio d'Inghilterra che di barbarie se ne intende, non avendo mai elaborato la propria. 
Vanno via le truppe, Nato, Coalizione Internazionale. E cosa hanno fatto in vent'anni se non portare distruzione e morte? 
Il Grande Gioco afghano non si è mai fermato, mai è terminato, neppure ora. Ora più che mai.
L'Afghanistan è distrutto, questa la verità. Si è mentito su tutto, si è sempre deviata l'attenzione su quel che si voleva consolidare in sordina, perché esplodesse al momento opportuno a motivare la presenza straniera e l'azione bellica di "aiuto" al popolo afghano contro il "terrorismo". Al-Qaeda, Taliban, Daesh, non fa differenza. Anzi, la fa, i Taliban voluti, costruiti, ed armati dagli Stati Uniti nelle madrasse pakistane degli anni '90, non sono più quelli dell'inizio, ma mujaheddin, ovvero difensori della sovranità del Paese. Il come riguarda la tradizione dell'Afghanistan, la sua propria storia e la sua sovranità da riconquistare. Ma il Grande Gioco ha impedito ed impedisce la verità e sempre accusa i Taliban. Intanto lì sono state fomentate le diatribe fra etnie, bombe a grappolo sono state lanciate a migliaia, l'uranio impoverito si respira ovunque, persino nel Dasht-i-Margo, il grande deserto a sud-ovest. L'economia, già misera per via della decennale occupazione sovietica, è stata impoverita in maniera esponenziale, gli afghani nella loro miseria hanno visto campi di cereali venir requisiti e convertiti in campi di papavero da oppio, campi di papavero da oppio spontanei, sono stati sottoposti a coltura intensiva: E mentre i bei fiori viola si trasformavano in polvere bianca all'interno di costruzioni, da noi occidente adibite a raffinerie prima inesistenti nel Paese, gli afghani vedevano morire i propri figli o finire ridotti a larve umane sotto i ponti. O partire per non tornare. Le forze di Coalizione hanno bombardato l'Afghanistan in ogni luogo, dalle feste matrimoniali agli ospedali, dalle scuole ai villaggi, bombardati direttamente, ma per errore, come sempre si è detto, dalle suddette forze, o lasciati luoghi saltare in aria con gente inerme compresi i bambini, per mano di terroristi al soldo d'occidente e dei suoi complici d'oriente, usati all'uopo. Ma mai, proprio mai, è stato bombardato un solo campo di papavero, mai una sola raffineria è saltata in aria. Mai alcun errore si è verificato in tal senso. Mai in vent'anni. 
Quali barbari sono stati civilizzati e quale missione è stata compiuta Signori Presidenti di  quell'incivile terra d'estremo occidente? 
Il vaso è colmo, non può che straripare. E strariperà. Non importa quando. Il tempo della Storia è lungo.

Quattro giorni fa, 1 giugno 2021, a risposta del missione compiuta e ritiro, in conferenza stampa, rilasciata dal Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg, a seguito della riunione del Consiglio Nord Atlantico nella sessione in cui vari Ministri della Difesa, si sono concentrati sull'agenda Nato 2030, ecco la dichiarazione relativa all'Afghanistan:  
"... I ministri della Difesa si sono concentrati sui piani per rafforzare la nostra unità, compreso un impegno rafforzato per la difesa collettiva. Ciò significa un'attuazione rapida e completa del nostro adattamento militare. e continui miglioramenti alla nostra prontezza, alle nostre capacità e ai nostri investimenti nella difesa.
I ministri della difesa si sono rivolti all'Afghanistan. il ritiro delle nostre forze procede in modo ordinato e coordinato. E in ogni fase la sicurezza del nostro personale rimane fondamentale. Stiamo finendo la nostra missione militare, ma non stiamo finendo il nostro sostegno agli afghani. Così oggi i ministri della Difesa hanno discusso la via da seguire. Continueremo la nostra presenza diplomatica civile a Kabul. Fornire consulenza e sostegno allo sviluppo di capacità delle istituzioni di sicurezza afghane. Stiamo anche come possiamo fornire istruzione e addestramento militare al di fuori dell'Afghanistan, incentrato sulle forze per operazioni speciali. E stiamo lavorando su come finanziare la fornitura di servizi che consentano agli alleati e alla comunità internazionale, di rimanere a Kabul, compreso il supporto per l'aeroporto. I ministri hanno convenuto che questo sostegno continuo sia il modo migliore in cui tutti noi possiamo contribuire agli sforzi di pace in Afghanistan...".
Fato ha voluto a kilometri di distanza, coincidente al rilascio della dichiarazione di Stoltenberg, che chi scrive rilasciasse due interviste-dichiarazioni su quel martoriato Paese e che in esse, venisse evidenziato lo spirito di menzogna e di intrigo che ha accompagnato l'Afghanistan in questi venti anni. Ma non solo. 
Chi volesse ascoltarle troverà in calce i riferimenti.
Si potrebbe andare avanti, ma questa è solo la pagina di un blog, non di un libro. si rimanda quindi, come spesso accade, chi volesse approfondire il passato di quella terra così come il presente, ai libri di storia ed anche di quella particolare narrativa che potremmo chiamare "vita narrata" che chi scrive ha segnato, e continuerà a segnare, le cui indicazioni  sono reperibili sul web ad iniziare dalla home page, di occiriente
Sì, il vaso è colmo, straripa e strariperà. La dea Speranza non si arrende lungo l'infinito tempo della Storia.

Marika Guerrini

p.s. riferimenti interviste

1) Intervista presentazione libro "AmanUllah il Re riformista- Afghanistan 1919/1929"                                           https://youtu.be/3MtwVpZdMI0

2) grparlamento podcast - Geo Parlamento del 29/05/2021 -Afghanistan

http://www.grparlamento.rai.it/dl/portaleRadio/media/Contentitem-79a59b47-dfc0-4f4c-a304-c0394e2e3de1.html


martedì 20 aprile 2021

Afghanistan... una pagina di getto


... diciannove aprile ore undici, momento più, meno.
 Il telefono squilla, sul display un numero sconosciuto, rispondo, la voce si presenta, è un nome del giornalismo di testata nazionale. Con voce gradevole mi chiede se sia possibile ch'io rilasci un'intervista sull'attuale situazione afghana, il cambiamento in atto, il ritiro delle truppe Nato. Sorrido, lui non lo sa ma io sorrido. Dice che andrebbe registrata domani intorno alle 16,30 se per me va bene. Sento che ha dato per scontato il mio consenso. Sorrido ancora. Chiedo se sarà riportata integralmente. Assicura di sì. Mi aspettavo una richiesta di questo tipo, dico, aggiungo: va bene. Ringrazia. Ricambio. Ci salutiamo. A domani, dice. A domani, dico. 

Dopo il click resto alla scrivania, mi accoccolo sui cuscini della poltrona come in un grembo. La mente prende un tragitto a ritroso, prende a riportare le volte in cui ho speso parole per l'Afghanistan, decine e decine di volte, migliaia e migliaia di parole. E' strano come la mente, spesso immemore, riesca a sciorinare immagini e suoni quando è il cuore a parlare. 

Intanto i luoghi nella mente si avvicendano lungo la nostra penisola, da sud a nord, sono molti, con essi ritorna anche qualche suono di parola: conferenze, convegni, incontri pubblici, privati, ufficiali, non. Poi s'affacciano i libri: storia, narrativa, anche in lingua inglese, quelli tradotti, anche quello in via di traduzione in lingua turca. Tornano alla mente le immagini della mostra fotografica, che volli itinerante in Italia, con gli scatti di Barat Alì Batoor. E tornano decine e decine di articoli, credo superino le due centinaia, non so con esattezza, non li ho mai contati, la lista è lunga, troppo. Di una cosa sono certa, tutto, sempre tutto sull'Afghanistan. Nel corso di venti anni, mentre laggiù imperava dolore e distruzione, le parole, le mie, ma non solo, facevano di tutto  per raccontare, specificare, comunicare, correggere quando si poneva il caso, narrare immagini di quella terra afghana che ancora oggi alcuni giornalisti, forse sprovvisti di attenzione, specificano: "Afghanistan, Stato orientale...", come fosse sconosciuto. Parole nel tempo che in alcuni attimi stento persino a riconoscere come mie, parole pronunciate, scritte per far sì che l'occidente potesse incontrare quella terra millenaria e complessa nella sua articolata storia, dalle origini ad ora, nell'archeologia, nei suoi vari credo religiosi, le sue etnie, nella sua musica, nelle ricchezze del sottosuolo, in tutta la sua realtà difficile da comprendere in Occidente, proprio perché estremamente sfaccettata, e per questo facilmente travisabile, strumentalizzabile se non la si conosce fino in fondo, se ci si muove per sentito dire o per ciò che interessi vari selezionano sì che si mostri o si taccia. 

Raccontare a dispetto d'ogni cronaca anche per quel suo essere stata millenni or sono, con la Mesopotamia, proiezione verso il futuro della Civiltà, una delle radici. Cosa incredibile oggi per chi non abbia studiato tutta la complessità di quella terra a cui nel 1747 si diede confine e nome Afghanistan facendolo divenire Regno a sé. Sì, sono un'infinità le parole spese per l'Afghanistan in questi venti anni, volendo prescindere da precedenti studi e ricerche, partendo solo da quella domenica del 7 ottobre 2001. 

Ed ora mi si chiede di parlare in merito a quel che sta accadendo, che non sarebbe dovuto mai accadere, perché quel 7 ottobre del 2001, non avrebbe dovuto mai vedere  bombardamenti radere al suolo città e città di quella terra, per un inganno, una menzogna. Perché da una menzogna ben programmata ma non ben congeniata, non ben gestita in una fallace sorpresa, da quel Ground Zero, quel foro newyorkese dell'11 settembre del 2001 con il crollo per implosione delle Twin Towers, anzi, per la precisione, dal 9 settembre 2001, giorno dell'assassinio di Ahmad Shah Massoud, capo carismatico dell'Afghanistan, ucciso nell'attentato attuato, si disse, da giornalisti forse marocchini, da servizi segreti occidentali, anche si disse. Da quel momento, da quell'esplosione, sarebbe partita la distruzione dell'Afghanistan. Lungo venti anni di guerra, torture, soprusi, violenze d'ogni tipo, estremo impoverimento del paese, totale indebolimento della gioventù, dei bambini, quelli che alcune nostre Onlus dicevano di proteggere, finiti come cavie farmaceutiche occidentali, spesso, molto spesso, troppo, o nel circuito dell'eroina, offerta loro, gratuita, per farli finire sotto i ponti di Kabul. In base all'età. Così si annienta la possibilità di futuro.  Molti troppi, come i campi di papaveri d'oppio spontanei, fatti moltiplicare e moltiplicare perché la nostra richiesta fosse soddisfatta, perché fosse sempre più proficuo il traffico in occidente. 

Il futuro afghano sotto i ponti di Kabul per un inganno, una conclamata menzogna a cui ancora oggi ci si riferisce, si nomina come fosse verità la dichiarazione ufficiale, verità persino a dispetto di leggi ingegneristiche, a dispetto di scatti fotografici, di chiara denuncia del falso. Fatta da molti tecnici del settore.

Ed ora ancora si chiede di parlare! E lo si chiede riportando la dichiarazione del neopresidente americano e la sua menzione dell'11 di settembre quale data finale del ritiro delle truppe Nato. Si chiede di parlare ancora, lo si è fatto per venti anni, in molti, si è detto tutto quel che c'era da dire e molto di più. Non è valso a nulla. Ora di cosa si dovrebbe parlare del fallimento d'occidente? Del nuovo Vietnam americano? Per dignità mi fermo qui.

Sì, questo, e tanto altro, mi ha riportato la mente stamattina. Quando le immagini si sono chiuse, le voci zittite, ho lasciato il grembo della poltrona, preso il telefono, cercato il numero, ancora impresso, della precedente telefonata, schiacciato il pulsante verde, la voce ha risposto al primo squillo: Pronto, ho detto, sono Marika Guerrini, ho ripensato la proposta, La ringrazio, ma non rilascio alcuna intervista. Spiacente, ancora grazie. Buongiorno!

Ho parlato di getto, non ho lasciato neppure un attimo ad un'eventuale replica. Ho chiuso la comunicazione. Se dicessi che non mi sia dispiaciuto averlo fatto, mentirei, mi è dispiaciuto aver accettato e poi rifiutato, avrei dovuto rifiutare subito, alla richiesta, sarebbe stato più elegante, ma non è andata così, il pensiero è andato all'Afghanistan, subito, alla richiesta, la mente per qualche attimo era stata immemore dei fatti, delle menzogne, del non detto, delle mie stesse parole, di quelle veritiere degli altri. Per qualche istante ho avvertito l'impulso di voler parlare di quella terra, ancora e ancora. Poi la mente s'è fatta memore. A ritroso. Completa. E il desiderio di silenzio s'è fatto avanti. Forte, molto forte. Rispetto all'Afghanistan, alla sua verità, alle mie parole orali, scritte, in pagine e pagine e pagine. Rispetto alle parole altrui, di verità anch'esse. 

Sì, è andata così, stamattina.

Ed ora due brevi stralci in chiusura di quest'ulteriore pagina, questa di getto,

ecco il primo:

"... c'è un'antica leggenda, così tanto antica da far incontrare nel contenuto due mondi geograficamente lontani, se pur uniti nella storia che fu, il mondo dei nativi americani e delle genti che vivevano in terra poi afghana millenni or sono... dice così: soffierò nel cavo della canna per ricordare al passero della neve quello che è stato, e che forse sarà ancora, se Dio vorrà." (1)

ecco il secondo:

" ... c'è tanta polvere ora dove c'era una volta l'Afghanistan...     C'è tanta polvere ovunque. 

Torneranno a zampillare le fontane? I cavalli selvaggi torneranno al galoppo? Ancora risplenderà il verde degli smeraldi? Tornerà a fiorire il tappeto erboso del tulipano? Tornerà la primavera o non sarà solo sogno?

 Indiscussa certezza di Dio... Tornerà.".(2)

Marika Guerrini

immagine: scatto di Barat Alì Batoor- collezione privata

(1) Marika Guerrini- Afghanistan Passato e Presente- Storia- ed. Jouvence 2014

(2) Marika Guerrini- Massoud l'Afghano-il tulipano dell'Hindu Kush- ed. Venexia 2004


venerdì 19 marzo 2021

Dante Alighieri ".. fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza..." (Inferno canto XXVI- Ulisse)

  .. dinanzi all'oceano che si apre col suo mistero e la sua solitudine, dinanzi a quelle Colonne d'Ercole, limite estremo del conosciuto mondo, Ulisse parla ai compagni, ricorda i perigli attraversati e superati con coraggio, rileva il loro esser giunti da oriente ad incontrare un occidente ancora in parte ignoto, li sprona a portarsi oltre il limite, immergersi in quell'inconosciuto e misterioso mondo, lì dove Europa ed Africa si fronteggiano, quel passo obbligato che avrebbe preso nome di Gibilterra. Parlando ai compagni, parla in realtà agli uomini tutti, come se fosse lui giunto ad una tale altezza spirituale da permettersi una visione d'insieme. Ulisse è ora al di sopra della stessa vita, la domina dall'alto e a quel vertice vuole attrarre l'intera Umanità, consapevole di una coscienza morale che sola può condurre alla canoscenza di cui sopra, quell'amore per la sapienza che sola, lasciandosi incontrare, può portare l'uomo a se stesso, condurlo alla parte più alta e profonda di sé. Ed è a questo proposito che alfine dice: fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. 
In questo brevissimo accenno di discorso che lo stesso eroe definisce orazion picciola, Ulisse tocca i più alti valori e sentimenti umani richiamando al contempo la fugacità della vita. Fa intendere come e quanto questa sia vana se non si ponga quale dardo teso verso ideali conquiste. 
E' un volo quello che Ulisse chiede ad ogni uomo, verso cui lo sprona, un ideale volo che prende vita nel cuore degli uomini tutti. E il volo si palesa ancor più folle, ancor più ardito, perché gli uomini hanno sprezzato quei limiti che facevano da monito a tutti i mortali. Ora, gli uomini sono chiamati a non aver paura di oltrepassare quel limite che la società, ormai lungi da ogni rispetto per l'essere umano e la sacra libertà, ha posto e pone all'armonico scorrere della vita, ha posto e pone agli stessi umani sensi, al loro essere desti, al loro agire secondo se stessi, come se la stessa vita non fosse più tale, ma morte, in cui i sensi non sono più desti. 
Ecco perché in quel folle volo c'è l'orgoglio di tentare una così sublime follia che si ponga in opposto a chi vorrebbe fermare la vita che, sola, attraversata in libertà, può portare alla conoscenza. E noi, nel cammino dell'eroe, nei suoi uomini, in quegli uomini che aveva spronato con tale appassionato discorso, scorgiamo un così assoluto ardore nel cammino che a stento lo stesso Ulisse avrebbe potuto trattenere, se avesse voluto.
Ed ecco che il cammino figurato per mare a portarsi oltre le Colonne d'Ercole, immergersi nell'inconosciuto senza alcuna paura di lasciarsi alle spalle i limiti della società, persino delle leggi da essa volute e rese inique, per giungere attraverso coscienza alla virtù e alla conoscenza, si fa metafora di vita, oggi più che mai, a ricordare ancora una volta agli uomini tutti, le iniziali parole di Ulisse che ci si ripresentano: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. Ove in virtute sta la coscienza delle proprie ed altrui azioni senza di cui è impossibile giungere alla virtù, indi alla conoscenza, indi alla Libertà. E se accade che il raggiungimento di quest'ultima comporti la disobbedienza al nefando limite, a quelle Colonne d'Ercole poste dalla società ad impedire il cammino verso la conoscenza, ebbene, si attraversino, le si lascino alle spalle, sì che il tragitto dell'uomo possa riprendere a seguire il corso del sole, per quanto periglioso possa mostrarsi ed essere, possa continuare la navigazione da oriente all'ostacolante occidente secondo libertà, agognata meta nel percorso conoscitivo dell'Umanità.
Così, cari lettori, ancora una volta quel Sommo Poeta che la Storia e il destino d'una terra vollero italiano, ci viene in soccorso indicando, stavolta per voce di Ulisse, la via che conduce dalla costrizione del limite alla libertà, via che sola, scevra d'ogni paura, può condurre dalla tenebra alla luce.

Marika Guerrini

immagine Wikipedia 

mercoledì 24 febbraio 2021

Afghanistan terra di dolore e poeti




... quanto ampia sia, per l'animo umano, la capacità di immagazzinare dolore, si può svelare da un momento all'altro e allora può accadere di ignorare lo squillo del telefono, ignori il nome comparso sul display, ignori il cuore che suggerisce: rispondi, e non lo fai, ignori, sebbene lo squillo giunga da un paese che ami, così come il nome sul display, ma il paese ha il dolore radicato nella roccia, da tanto, da troppo, e tu non vuoi, non puoi. E' stato oggi, qualche ora fa, mentre mi accingevo
a segnare opinioni su questa sventurata Italia tradita da chi dovrebbe proteggerla, su quest'Italia falsamente liberata dall'ignoranza di governanti-lacchè per venire scaraventata tra le fauci di un inappuntabile drago. E' stato oggi, qualche ora fa, che il telefono ha squillato, che l'occhio ha riconosciuto il numero sul display, che la mente è tornata a Kabul. Non ho risposto. Poi ancora qualche istante e lo squillo si è riprodotto e un altro numero è apparso, altro numero ma stessa provenienza geografica. Ancora qualche istante e un terzo squillo, un terzo numero, stessa provenienza, ancora. Non ho risposto. Ho posato la penna, ho fatto silenzio in me come a temere che il respiro potesse azionare nuovamente lo squillo d'un qualsiasi telefono lontano, molto lontano. Le riflessioni sulle itale sventure se n'erano andate con tutto il loro interesse. Ho atteso ancora attimi, poi la mano si è mossa di moto proprio, il dito anche: ho digitato l'ultimo numero. La voce è giunta immediata. Ho ascoltato. Ho digitato poi il penultimo numero. Ho ascoltato. Infine ho digitato il primo. Voci diverse e simili, lontane raccontavano dolore e dolore e dolore. Non si fa l'abitudine al dolore, chi afferma il contrario è perché non sa viverlo fino in fondo. 

E' tanto che non scrive di noi, perché? Questo, tra le altre parole, ha detto la voce del primo squillo. Ho taciuto. Anche la voce ha taciuto ma in attesa. Poi con uno sforzo che ho vissuto sovrumano: Perché dopo anni di massacri, rivolte, stragi, distruzioni, anni di menzogne, di denunce, si diventa saturi, io sono andata oltre la saturazione, ho superato anche quella, non so più cosa dire, non so più che linguaggio usare, forse non so più cosa pensare, anche. E' quel che ho risposto all'attesa per poi pentirmi delle mie parole. All'altro capo, nell'etere: silenzio. E' a questo punto che gli ho raccontato una storia, una storia in versi che tempo addietro, molto tempo, lui, la voce, aveva raccontato a me, una storia scritta da Firdusi, il grande poeta, versi come una fiaba in cui a volte dolore e sofferenza servono a formare esseri speciali che possono far nascere la luce dalle tenebre, una storia poetica che ora racconto a voi. Ascoltate.

        " ... V'era un monte a nome Alburz, vicino al sole, remoto da umano consorzio. Ivi aveva il nido il Simurg, in luogo ignaro del genere umano. Su quel monte lo deposero e tornarono via. L'innocente figlio dell'eroe non poteva ancora distinguere il bianco dal nero. Il padre recise il legame d'amore gettandolo via spregiato, ma quando il padre lo gettò via spregiato, lo raccolse Iddio nutritore. In quel luogo giorno e notte se ne stava abbandonato quel piccolo senza riposo, ora si succhiava la punta delle dita, ora piangeva. Quando i piccoli del Simurg ebbero fame, l'uccello si levò alto al volo dal suo covo: ed ecco vide un lattante che gemeva e la terra intorno come un mare fluttuante. Sua culla era la  roccia, nutrice la terra, il corpo senza veste, il labbro senza latte. A lui dintorno nera terra squallida, alto sul piccolo batteva il sole... Il Simurg calò giù dalle nubi, protese l'artiglio, lo sollevò su da quelle rocce brucianti e lo portò via di volo fino ai vertici dell'Alburz. Così passò lungo tempo che il piccolo si trattenne segretamente in quel luogo. Egli divenne un uomo pari a un nobile cipresso, il petto come un monte d'argento, la vita come un giunco. La fama di lui si diffuse pel mondo. Il male e il bene non restarono mai celati... "                                                                                   

Marika Guerrini

mercoledì 3 febbraio 2021

L'Uomo e la Libertà



... Les dieux s'en vont, così Chateaubriand si espresse a proposito degli idoli caduti a Roma in seguito ad una strage di martiri. Così noi, scorrendo i giornali di oggi, come le cronache d'un ieri cumulativo di giorni, mesi, anni, ci scopriamo a pensare. E la storia rafforza il pensiero col suo sottolineare un graduale, costante, imbarbarimento dell'umanità. 
Quel mondo che oggi avrebbe, o dovrebbe avere proprio per motivi storici maturati in seno ad una rinascita d'occidente, i requisiti atti a definirsi "libero", quel mondo che da anni ritiene se stesso paladino contro tirannia, contro ogni forma di costrizione, rispettoso di una convivenza civile all'interno della società, quel mondo che sotto il vessillo della libertà dice di custodire la libertà di pensiero, di espressione, libertà da schiavitù politiche ed economiche, libertà per ogni individuo di sviluppare la propria personalità, di vivere alieno da paure per la propria vita e la propria sicurezza, quello stesso mondo abituato quindi da molto più di un secolo a considerarsi portatore, quando non elargitore, di principi universali in difesa di tutti i Diritti Umani, quello stesso mondo ha tradito e sta tradendo tutti i suoi principi. Tutti.
Principi, valori, si sono fatti orpelli, si sono fatti mere, effimere parole, in tali vesti hanno perso persino l'apparenza della maschera, la dignità per quanto falsa, di nascondersi dietro di essa.  Allora ecco dimostrato quanto dicevano gli antichi a proposito delle parole: ogni discussione è inutile ed ogni accordo è vano se prima non si è stabilita, su scala universale, una giusta concezione dell'Uomo. E poiché l'Uomo di cui sopra, non è l'uomo che si fa da sé in seno alla storia, come dettato da vecchie correnti post-hegeliane, tantomeno è il risultato di elementi materici d'aggregazione, tuttavia è quest'uomo che da tempo agisce, questo piccolo uomo s'è fatto, e continua a farsi, sconosciuto a se stesso. Ha dimenticato, e continua a farlo, di essere un'unità, ha dimenticato d'essere un Uomo-unità. Ha dimenticato e continua a dimenticare, che non può separare l'anima dal corpo, che i due agiscono di concerto, ha dimenticato il tempo in cui, per propria costituzione, sentiva le forze agenti nel moto dei pianeti sottendere alle proprie azioni. Allora, ad esempio, non sarebbe stato possibile per la scienza analizzare un metallo come l'oro senza rapportarlo all'azione del sole prima, dell'organo cardiaco poi, l'uomo comune percepiva se stesso microcosmo nel macrocosmo e questo elargiva conoscenza di per sé. Quel tempo è stato presente fino a circa la metà del XV secolo, poi ha iniziato a farsi passato, un passato sempre più remoto. In questo trascorrere l'uomo ha smesso di utilizzare le sue facoltà immaginativo-intuitive per percepire l'immortale che è in lui, benché l'immortale comunque esista. 
Da qui l'azione dell'intelletto ha preso a divenire intellettualismo, ha raffinato sempre più la parte "materica" di sé, così agendo, ha azionato un meccanismo che a sua volta ha fatto sì che il pensiero scientifico, un tempo riconosciuto nel suo moto primo, quale frutto di pura intuizione, quale moto di ricerca in cui le idee sempre contenevano di per sé un impulso morale consono all'Uomo-unità, negando a se stesso la scintilla, si sia affidato esclusivamente al calcolo materico-razionale circa tutto ciò che esiste, che sia evidente o infinitesimale dal punto di vista fisico. L'uomo portatore di tale pensiero, negandosi l'origine superiore dell'idea-intuizione che accoglieva plasmandolo il proprio pensiero, ha creato una gabbia e, rinchiudendovelo, vi si è rinchiuso. 
Imprigionato il puro principio del pensiero e inconsapevole di quest'azione fattasi stato effettivo, ha continuato ad ampliare la ricerca circa il pianeta e il fuori da esso, ad analizzare ogni campo dello scibile, senza accorgersi che il meccanismo precedentemente azionato aveva un pedaggio: la rinuncia all'Uomo-unità.  
Il campo della Genetica e della più giovane Epigenetica, sono i luoghi in cui, a saper osservare, questo pedaggio si evidenzia in larga misura e sono altresì i cavalli di battaglia del piccolo uomo contemporaneo che, con orgoglio, afferma d'essere in grado di creare la vita mentre in realtà dimentica un banale dettaglio che sin dall'infanzia avrebbe dovuto assimilare: la creazione è tale quando si fa dal nulla e con il nulla. Il piccolo uomo infatti non crea, agglomera, differenzia, feconda, modifica, struttura, pone in sequenza, procura moto ad una materia in realtà già esistente, agendo su di essa sempre comunque e ovunque, si muove in un circolo vizioso nel partire da essa per agire di poi su di essa, ancora sempre comunque e ovunque, per quanto infinitesimale possa essere o apparire l'esistenza della materia stessa. E questo lo fa per amore di se stesso, subordinando sempre e comunque tutto al suo utile, ai suoi fini, entro il suo limite che sempre e comunque è tale anche quando, e forse ancor più, ritiene d'agire per "amore" della società, e o dell'intero scibile umano. Così, agendo nella negazione dell'impulso primario del pensiero e della primaria sostanza dell'anima, entrambi in-creabili, l'uomo figlio dello spirito scientifico, nella sua prigionia, privo di conoscenza di sé quanto dell' Immortale in sé, contempla soltanto e sempre la materia morta, anche quando sembra vivente per via di moto autonomo solo in apparenza, vive quindi in una oscura perenne menzogna da cui si sprigiona la paura. Così, svuotato, ha creato una sorta di dualismo in cui, da un lato alberga l'uomo svuotato, dall'altro lo stesso uomo che, spinto da impulso prenatale e immortale comunque esistente in lui malgrado se stesso, vaga smarrito nell'oscurità alla ricerca di una luce, quindi di una verità, quindi di una reale libertà di poter Essere divenendo libero.
il piccolo uomo genera e si muove nella menzogna e nella paura da essa generata, negando a se stesso la conoscenza, negando a se stesso la libertà di Essere divenendo libero. 
Les dieux s'en vont? No, è l'uomo che, immemore di sé, li tiene lontani.      

 Marika Guerrini

immagine: Erfurt (Turingia), Chiesa dei Domenicani-1340/1445- Portale-  fonte Wikipedia

venerdì 25 dicembre 2020

Naadir e la luce dell'immortalità - fiaba


Lorenzo di Credi-
Adorazione dei pastori- 1510

... più voci in questi giorni hanno chiesto una mia pagina su quest'insolito Natale. Una pagina di critica, di denuncia, ma non la traccerò, farò solo un cenno, una sottolineatura ad un unico elemento della contingenza, elemento che troneggia nella piazza romana di San Pietro, un'installazione oscillante tra dissacrazione e blasfemia, a cui hanno dato nome di Presepe. Ed è stata proprio la vista di quell'opera, ben lungi da potersi dire d'arte, a suscitare in me il desiderio di dare in visione la fiaba che ora narrerò. Fiaba a cavallo tra tenebra e luce ispiratami, tempo fa, da frammenti di antiche storie e leggende nate in grembo ad una terra madre d'Afghanistan, Iran ed India del nord. "Naadir e la luce dell'immortalità" questo il nome della fiaba  che narrerò nella speranza di poter far sorgere, in chi la leggerà, un barlume di quella sacralità, senza limiti o confini di sorta, che si pone oltre ogni credo, perché sorge dalle profondità dell'animo umano. Sacralità che urge.  
La fiaba, data la lunghezza, è stata divisa in tre parti.  Ascoltate.

                                      PRIMA PARTE

" Tutto ebbe origine in un'epoca ormai lontana, in riva ad un fiume che scorreva nei pressi di un villaggio non molto distante dalle pendici dell'Hindu Kush, le cui cime sono propaggine delle vette più alte del mondo. Lì, un giorno, Azhar il lavandaio, come veniva chiamato per via del suo mestiere, notò galleggiare una cesta di vimini. Incuriosito l'uomo raggiunse a bracciate la cesta, la trascinò a riva e, quale non fu la sua meraviglia nel vedere che la cesta accoglieva, sotto un manto di broccato, il sonno di uno splendido bambino di certo nato da pochi giorni.
Fin qui nulla di nuovo, ce ne sono tante di storie che iniziano così, a cominciare da Mosa, per noi Mosè, e tutte narrano di un tesoro che accompagna il bimbo, proprio come in questa storia, a differenza che, nella cesta di questa storia oltre ad un numero alto ed imprecisato di purissimi smeraldi, rubini e una manciata di monete d'oro, vi fosse anche una tavoletta di argilla recante l'iscrizione: - Questo bambino si chiama Jaafar. Chiunque lo trovi ne abbia cura ed avrà in premio la felicità" così diceva.
Quando Azhar, che a mala pena sapeva leggere, riuscì a decifrare l'iscrizione, si pose mille domande. Certo tutte quelle monete e quelle pietre preziose avrebbero potuto cambiare la sua vita e quella di sua moglie, ma Azhar non era ambizioso e desiderava un figlio da così lungo tempo che più che dal tesoro fu preso dalla felicità di divenire padre. Quest'avvenimento fu per lui un dono giunto dal cielo. Così, presa la cesta con il bambino si avviò verso casa, lì raccontò a sua moglie l'accaduto e, di comune accordo, decisero di tenere il bambino, avrebbero cresciuto il piccolo Jaafar come fosse loro figlio.
Il tempo trascorse, Jaafar a cui, in età di comprensione, era stata raccontata la verità sul suo ritrovamento, amato e rispettato crebbe in bontà e saggezza, finché un giorno espresse il desiderio di conoscere le proprie origini. Certo i suoi genitori, ché tali si sentivano Azhar e sua moglie, non furono risparmiati dal dispiacere, ma lo amavano così tanto che nascosero le lacrime e, con la loro benedizione, lo videro partire. 
In quel periodo il Paese era entrato in guerra con un regno confinante, il regno dei Rumi, Jaafar raggiunse l'esercito e si arruolò. Con sé, di tutte le ricchezze che aveva e che Azhar e sua moglie avevano per lui custodito, non portò nulla, solo la tavoletta con l'iscrizione e un medaglione di oro e smalto che portava incisi dei segni indecifrabili e che mise al collo. 
Destino volle che, cosa mai prima accaduta, Sua Maestà la Regina, volesse rendersi conto di persona circa l'andamento della guerra. E, destino volle che si recasse proprio lì, al fronte, lì dove era Jaafar. E sempre destino volle che, ispezionando le truppe, scorgesse il medaglione al collo di quel giovane soldato. La felicità della Regina fu immensa nel riconoscere in quel giovane soldato il proprio figlio. Lì per lì non disse nulla, lo fece chiamare in disparte e, se qualche dubbio avesse mai attraversati il proprio cuore, si sarebbe dissolto al racconto del giovane.
Da quel momento in poi la vita di Jaafar si trasformò. Tutto fu reso noto e Jaafar fu proclamato re in successione a suo padre ormai vecchio ed infermo, mentre Azhar e sua moglie furono chiamati a corte e lì, accanto a colui che avevano amato come figlio, trascorsero sereni gli ultimi anni della loro vita. 
Jaafar fu sin dall'inizio un re saggio, coraggioso e molto amato che riuscì a conquistare anche il nemico popolo dei Rumi. Le due dinastie infatti si legarono in un patto di pace con lo sposalizio di Jaafar e la figlia del Re dei Rumi, la principessa Leyla.
Dall'unione di Jaafar e  Leyla, nacque un figlio a cui fu dato nome Naadir.
Qui ha inizio la nostra storia.
Il giovane principe Naadir crebbe negli agi di corte dedicandosi agli studi e agli svaghi, come soleva al tempo. Amava più d'ogni altra cosa la caccia e fu proprio durante una battuta che Naadir si smarrì in un bosco. Vagò e vagò finché giunse ad una misera capanna in cui viveva un acquaiolo. Era costui un uomo molto povero, ma con un grande cuore, così, alla vista del giovane, notato il suo disagio: -Mio signore, ti vedo stanco e provato, io non ho altro da offrirti che acqua di fonte, ma entra e riposati, che tu sia il benvenuto nella mia umile dimora- e, così dicendo s'era fatto da parte per dare passaggio allo straniero.
Al tempo infatti re, principi e imperatori erano sconosciuti alla maggior parte dei sudditi e l'acquaiolo non aveva riconosciuto il principe Naadir di cui conosceva solo il nome, tanto meno avrebbe potuto immaginare che un giovane d'alto lignaggio, si celasse dietro abiti strappati e infangati che assomigliavano ad una strana divisa, per lui era solo uno straniero bisognoso di riposo.
All'invito, Naadir, senza svelare la propria identità: -Ho una gran sete, rispose, una ciotola d'acqua mi sarà gradita.-
L'acqua era così fresca e pura che Naadir volle sapere da dove provenisse: -Da una fonte nel bosco, disse l'acquaiolo e continuò, se vuoi ti ci accompagno-, ma Naadir aveva fretta di riprendere il cammino, così il suo ospite lo accompagnò per qualche passo fuori dall'uscio poi: - Che il Signore del cielo e della terra sia con te straniero e ti accompagni nel tuo cammino- così dicendo rientrò nella capanna.
Non era molto da che Naadir aveva ripreso la via quando, mentre le ombre della sera cominciavano a scendere, sfortuna, o fortuna, volle che il giovane principe si perdesse di nuovo nel fitto bosco. Dopo alcune ore di cammino in un buio che pareva impenetrabile, Naadir scorse una grande casa dall'aspetto confortevole, bussò. Una voce sgarbata dall'interno rispose: - Chi è, io non apro a nessuno!- 
-Sono un viandante, ho perso la strada di casa e ti chiedo per pietà un pezzo di pane per sfamarmi-. La porta si socchiuse e un vecchio dalla barba ispida ed incolta fece capolino dicendo:- Io non regalo niente ai vagabondi, se dessi un pezzo di pane a tutti quelli che bussano alla mia porta, finirei in miseria, vattene!-
- Signore, replicò Naadir, da quel che vedo della tua casa, tu hai grandi ricchezze, perché ti rifiuti di aiutare un pover'uomo?
-Le mie ricchezze non le divido con nessuno, vattene!-
Ma Naadir che di certo non era uno sciocco, decise di saperne di più:- E come le hai accumulate?, chiese
-Coloro che non hanno saputo tenere da conto i loro beni ed hanno bisogno di danaro, ricorrono a me ed io mi faccio pagare per questo ed ora vattene!- così rispose il vecchio e, sghignazzando, richiuse sbattendo la porta.
Il giovane principe riprese il cammino, vagò e vagò per ore prima di giungere, stanchissimo, a ritrovare la via del ritorno che lo condusse alla reggia. Ma prima di pensare al riposo chiamò le guardie ed ordinò loro: - Andate a casa dell'usuraio che vive in una radura nel bosco, spogliatelo di tutte le sue ricchezze e portatele all'acquaiolo. Voglio punire la grettezza del primo e premiare la generosità del secondo!-
Il popolo, venuto a conoscenza dell'avventura occorsa al giovane principe, lodò a lungo la sua saggezza ed il suo senso di giustizia, così, quando giunse il tempo della successione di Naadir al trono di Jaafar che, ormai vecchio e malato si era spento, il popolo volle acclamare il giovane principe Imperatore, e sì, perché nel frattempo il Regno era diventato Impero. 
Giunse così il giorno dell'incoronazione. Il tripudio del popolo era generale, v'era però un uomo, tra la folla acclamante, un uomo che si dannava logorato dalla rabbia e dall'invidia. Era costui un potente mago che, fattosi avanti tra la folla, con voce possente, rivoltosi ad Naadir: - Come potrai, Principe, disse, dimostrare al tuo popolo d'essere degno, per coraggio e saggezza, il Signore assoluto dell'Impero?- e Naadir: - Se volete delle prove io sono pronto!- rispose. 
Il mago allora chiamò a raccolta il popolo, sicuro di esercitare paura su di esso, ben sapendo quanto temesse la sua magia che poteva colpire chiunque in qualunque luogo, quindi ordinò di scavare una profonda fossa e farvi entrare due leoni di montagna affamati, poi con passo sicuro si avvicinò al principe e con un gesto fulmineo, gli tolse la corona dal capo gettandola nella fossa, dopo di che: - Principe, riprenditi la corona- disse con scherno.
- La prova di coraggio la darò scendendo nella fossa, quella di saggezza la darò subito dopo!- rispose Naadir e scese nella fossa mentre la folla tratteneva il fiato e pregava per l'incolumità del futuro Imperatore, senza però trovare il coraggio di ribellarsi. Giunto che fu Naadir a pochi passi dai leoni, alzò il capo: - Gettate nella fossa quel traditore!- disse indicando il mago poi si chinò a raccogliere la corona mentre i leoni erano lì immobili e grida acclamanti del suo popolo vibravano nell'aria giungendo sin sulle cime delle vette innevate. 

                                                           ***
                                                                                                         
                                                 SECONDA PARTE       


Negli anni a seguire, sotto la guida di Naadir, l'Impero raggiunse splendori inimmaginabili. S'ingrandì verso Oriente giungendo sino ai confini d'Occidente. In ogni dove vi fu cultura e benessere. Furono invitati i più grandi studiosi e sapienti del mondo e fu proprio a loro che un giorno l'Imperatore indirizzò un quesito: - Quando un monarca ha raggiunto il massimo della potenza, quando ha realizzato il possibile e l'impossibile per assicurare la felicità ai propri sudditi, quale altra meta gli resta da raggiungere?- 
Si alzò un giovane sapiente: - La pace dello spirito- disse.
 - C'è qualcosa di ben più grande- ribatté un vecchio mago egiziano- 
- Cosa- ribadì Naadir. 
- L'immortalità- rispose il mago. 
Il monarca scosse il capo: - l'immortalità è impossibile da raggiungere-.
-Niente è impossibile, mio Signore, per chi abbia volontà sufficiente- disse il mago.
-E allora dimmi mago, dove potrei trovare l'immortalità?- chiese Naadir.
E il mago: - Sulle coste di un mare interno, a nord dell'Impero, si trova il paese delle tenebre. Lì c'è la fonte della vita, chi beve l'acqua di quella fonte diventa immortale. Per raggiungerla occorrono immenso coraggio e immensa astuzia.-
-Io sono coraggioso, tu sei astuto, mago, quindi verrai con me nel paese delle tenebre-.
i due partirono all'alba del giorno seguente, con un piccolo numero di armati. Viaggiarono per giorni e giorni finché giunsero in una vasta pianura che confinava con un deserto salato. In lontananza, verso nord, si intravedevano i picchi dell'Hindu Kush, un po' oltre, si intuiva più che vedersi, la vetta del Devachan avvolta dalle nubi.
Erano ai confini dell'Impero e il mago: - Tra quattro giorni giungeremo sulle rive di un mare freddo, lì vive un popolo che parla una lingua magica, da quella gente, se agiremo con saggezza, avremo le indicazioni utili a raggiungere il nostro scopo, ma guai a rivelare il vero scopo del viaggio, guai a dire che vogliamo giungere alla fonte dell'immortalità, verremmo sterminati!-
-Seguirò tutti i tuoi consigli, mago- rispose Naadir.
A quel punto il mago indicò un grande masso che si trovava poco distante e disse all'imperatore di percuoterlo con la spada. Naadir obbedì e, dopo qualche attimo: - Spada di Re, che vuoi da me?- il masso chiese.
Sorpreso Naadir interrogò con lo sguardo il mago che così sussurrò: - Chiedigli la via per raggiungere il mare delle tenebre- Naadir chiese e il masso: - Dirigiti verso la luce della stella rossa, cammina in quella direzione finché non scomparirà. Poi volgi le spalle al sorgere del sole e prosegui. A notte, quando apparirà la luna, ti troverai in riva al mare delle tenebre, in un paese chiamato Tankbrah. Lì vivono gli uomini dagli occhi di smeraldo, ma attento Re, non chiedere loro di rivelarti il desiderio che vuoi realizzare, fa che siano loro a svelartelo, spontaneamente. Ora chiama la tua scorta e mettetevi in cammino, la stella rossa sta per sorgere!-
Nel cielo limpido e luminoso tipico delle notti d'oriente e dei suoi deserti, una splendida stella scarlatta s'alzava, Naadir ed il suo seguito si misero in cammino . Camminarono a lungo seguendo i consigli del masso, finché il mago: - Maestà, stiamo per giungere a Tankbrah, raccomanda ai tuoi uomini di restare in assoluto silenzio, di non parlare per alcun motivo.-
Malgrado il suo coraggio il giovane Imperatore si sentiva invaso da una strana sensazione, non sapeva darle nome, ma si fece forza e ancora una volta obbedì. Da quel momento in poi avrebbero potuto esprimersi solo a gesti.
Quando la luna fu alta nel cielo si udì un cupo suono, proveniva dal frangersi del mare sulla scogliera. Non si vedeva nulla, persino il chiarore della luna non illuminava quella strana terra, il chiarore restava sospeso a mezz'aria, misteriosamente. Erano giunti.
Non scorgendo alcunché Naadir si stava chiedendo come avrebbero potuto proseguire, quando migliaia di piccole luci simili a lucciole che volano sui campi nelle notti d'estate, apparvero in lontananza danzando nell'ombra mentre lentamente si avvicinavano.
- Stanno arrivando gli uomini dagli occhi di smeraldo, si vedono le loro pupille- sussurrò il mago.
Naadir seguiva la scena in silenzio quando un leggero chiarore si diffuse tutt'intorno, gli uomini dagli occhi di smeraldo si stavano avvicinando, era vero. Pian piano Nadir ed il suo seguito presero a distinguere vaghi contorni di figure umane alte e selle, dal colorito nero come la notte, così come i loro abiti.
- Che strano paese è mai questo in cui la notte avvolge uomini e cose!- esclamò Naadir.
In risposta alle sue parole si alzò una voce profonda: - Straniero, per quale motivo ti sei spinto fino a noi?- 
- Cerco l'oblio- rispose Naadir.
- Bene, qui lo troverai. Seguici!- 
Presero ad avanzare sulla costa, a lungo, mentre il mare faceva udire il suo frangersi sugli scogli. poi dopo molto cammino giunsero in un luogo in cui si intuiva, più che vedere, l'esistenza di case e palazzi, mentre Naadir, oppresso dall'oscurità, aguzzava la vista vivendo un forte disagio per via di quelle verdi lucenti pupille che si muovevano intorno a lui ed al suo seguito.
 Poi il giovane Imperatore cominciò a chiedersi se non avesse osato troppo, perché non si fosse accontentato degli onori e delle ricchezze che possedeva. Ed ancor più perché avesse desiderato l'immortalità. Ma nulla fece trapelare, restò indifferente per dignità e regalità. Poi pensò che voleva saperne di più e rivoltosi a colui che gli camminava accanto: - E' una grande fortuna vivere in un luogo dove non si possono vedere le brutture del mondo!- disse.
- Le cose belle bisogna saperle scorgere- fu la risposta.
- Giusto, ma bisognerebbe avere occhi meravigliosi come i vostri, capaci di attraversare le tenebre, vincerle.-
- E' questo che desideri, straniero?-
-Sì, è questo che desidero.-
-E sia!- ribatté la voce.
 In quello stesso istante, come se mille soli si fossero accesi contemporaneamente, agli occhi di Naadir si mostrò un paesaggio straordinario: immensi palazzi, case, strade, giardini fioriti d'ogni fiore d'ogni stagione, immense bellezze ma, tutto incredibilmente nero! irrimediabilmente nero. Nero d'ogni sfumatura, d'ogni genere: cupo, brillante, opaco, ma sempre e comunque nero!
A tale vista Naadir cadde in ginocchio esclamando: -Sia lode a Dio per questo dono meraviglioso! I miei occhi possono vedere quel che mai creatura umana abbia mai visto-, poi si voltò verso la figura che lo accompagnava, che sorridendo ora lo guardava. il suo aspetto era solenne, maestoso. - Sono Yazdegard, e tu, uomo della luce, chi sei?- 
- Sono qualcuno che vuol dimenticare ciò che è stato fino a questo momento- rispose Naadir. 
- Bene, che tu sia il benvenuto nel mio regno- rispose Yazdegard.
E fu così che il sovrano delle tenebre accolse un altro re senza sapere chi fosse.
Naadir non lo sapeva, ma lentamente il "meraviglioso" buio che gli stava intorno, stava entrando in lui.
                                  
                                                              ***

                                                      TERZA PARTE

Notti seguirono e precedettero notti, senza interruzione e, mentre Yazdegard faceva da guida a Naadir alla scoperta di quel suo Regno meraviglioso e terrifico, il mago egiziano e gli uomini del seguito erano fermi nel luogo in cui erano giunti al momento del benvenuto, lì, immersi nelle tenebre, dormivano.
In una di quelle eterni notti Yazdegard e Naadir, giunsero in un luogo in cui il silenzio era così assoluto da permettere di udire il flebile suono del respiro. Naadir a quest'ulteriore manifestazione di quel mondo chiese come mai il silenzio fosse così assoluto: - Qui si devono udire solo i pensieri- fu la risposta di Yazdegard e continuò: - Vedi laggiù quella sorgente d'acqua nera che sgorga senza il minimo fruscio?... è la fonte della vita.-
A quelle parole Naadir a stento riuscì a soffocare un grido di trionfo, poi soffocò anche il pensiero di esso, altrimenti si sarebbe svelato e, si sarebbe perduto, pur non sapendo fino a che punto. Così, con voce indifferente e senza pensieri, chiese: - La fonte della vita? Cos'è?-
- Devi sapere che chi beve la sua acqua diventa immortale- spiegò Yazdegard.
- Io penso che vivere eternamente sia un ben triste destino- finse, o credette di fingere, Naadir e continuò: - Chi mai potrebbe desiderare una cosa simile, a me interessa solo l'oblio!-
- Ti sbagli, chi beve a quella fonte è padrone di tutto, anche dell'oblio- replicò Yazdegard.
  Naadir rimase impassibile ed anche i suoi pensieri continuarono a tacere nella mente, lui non pensava più, credeva di volere questa cosa, ma non era così, se pur l'intelligenza non l'avesse abbandonato. Da questa indifferenza Yazdegard fu molto colpito, tanto che, cosa insolita per lui. - Bevi, disse, prova a bere, non ti interessa scoprire cosa significhi essere immortali, poter ottenere tutto quel che è sottile, nascosto agli uomini, anche l'oblio? Non è forse per questo che sei venuto fin qui?-
- Sì, è per questo, per l'oblio- poi unendo le mani a mo' di coppa si chinò e bevve l'acqua della fonte. L'acqua era gelida avrebbe dovuto rinfrescare, eppure attraversava la gola scendendo come fosse fuoco. Bevve ancora e ancora poi si rialzò e, inchinatosi al Signore delle tenebre: - Ti ringrazio per ciò che mi hai concesso, se riuscirò ad ottenere l'oblio te ne sarò eternamente grato- così si espresse.
-Ora sei immortale come me, straniero, sappi farne uso - disse Yazdegard.
Nell'impressionante silenzio del luogo si incamminarono verso la capitale del Regno. I loro passi risuonavano cupi, ma Naadir non udiva che se stesso.
Trascorsero notti e notti da quel momento, un lungo tempo in cui Naadir dimenticò ogni pensiero, ogni affanno, ogni responsabilità. Si trovava bene lì, ne era convinto, stava bene in quel paese in cui tutto scorreva, tutto si faceva da sé. Dimenticò tutto anche i suoi uomini, la loro fedeltà, il loro amore e fu per caso, o forse per destino che in una di quelle notti fatte di buia tenebra, si trovò a passare loro accanto. Fu allora che li vide. Li vide dormire tutti, anche il mago e fu allora che come un barlume, un leggero ricordo, un'ombra sottile, s'affacciò in lui . Naadir seguì il barlume, si avvicinò loro, provò a svegliarli, provò e riprovò, finche non vi riuscì. E fu allora, al racconto che seguì il risveglio, allora Naadir, riprese se pur vago, il ricordo della propria vita, allora decise di partire benché tutto gli apparisse come sogno. 
Raccomandati i suoi uomini alle cure del mago, Naadir si recò da Yazdegard, comunicò la decisione poi con lui, tornato dai suoi uomini, s'incamminò. Yazdegard  li accompagnò ai confini del mondo delle tenebre, lì dove inizia a fondersi con quello della luce. Luogo in cui non era mai né notte né giorno, né crepuscolo né aurora. Un mondo di mezzo. 
- Addio straniero e che l'immortale sorte ti sia propizia- lo salutò Yazdegard scomparendo.

Quando furono soli e man mano che la luce si faceva sempre più chiara, tutto il seguito esplose in grida di gioia, tutti  si fecero intorno al loro sovrano urlando: ce l'hai fatta grande Naadir! Ma Naadir non riusciva a gioire, guardava i suoi uomini, essi sembravano non vedere, camminavano, gioivano come fossero automi, come fossero bambini ciechi che mai hanno visto il mondo e camminano per inerzia: i suoi uomini non vedevano! 
Prese a cavalcare innanzi a loro come se loro non ci fossero, come fosse solo. Li sentiva avanzare sì, ma a tentoni e la cosa più terribile era che essi non sapessero d'esser ciechi. Lui invece sapeva, ora sapeva, con i suoi occhi di smeraldo vedeva cose che altri uomini non vedevano, che nessun uomo era mai riuscito a vedere: attraverso le pietre e l'acqua, attraverso la sabbia e poi lontano, oltre il deserto e i monti, oltre il cuore di tutte le cose, giù, giù, fino al cuore del mondo. Senza più veli, senza mistero... senza pietà. Una sensazione meravigliosa e terribile.
Preso da questa condizione si voltò, vide i suoi uomini, in loro vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere: il loro sacrificio per la sua immortalità.
Disperato Naadir tornò indietro, non sapeva cosa fare, come aiutarli, non poteva far nulla, solo vedere, vedere, vedere. Li guidò e guidò lungo la via del ritorno a casa. Loro cadevano e lui li rialzava. Loro piangevano e lui li consolava. Giunse così, con loro in quello stato, al masso, lo stesso masso dell'inizio, il masso che aveva percosso con la spada. Lo fece di nuovo, lo percosse e percosse finché il masso: -Spada di Re che vuoi da me?- chiese. - Voglio che i miei uomini riacquistino la vista- disse. 
-Questo non è possibile, ora tu sei immortale, non è questo che volevi?- disse il masso e continuò:- Non c'è più nulla che tu possa ottenere più di quello che hai già ottenuto.-
Naadir non seppe cosa rispondere, poi con il cuore gonfio di dolore e tristezza: - Non posso accettare una simile cosa, dimmi cosa posso fare ed io lo farò-
- Anche se si tratta di rinunciare all'immortalità-
Naadir di nuovo non sapeva cosa rispondere, ancora dolore, ancora un'infinita tristezza e una domanda a se stesso: come fare a rinunciare ad un dono che lo rendeva simile agli dei, per cui aveva tanto rischiato, sperato, vissuto, poi il cuore parlò in lui e diede la risposta: - Sì, anche se si tratta di rinunciare all'immortalità-
Fu un istante, la figura di Naadir fu avvolta da una luce violentissima, tanto violenta da far male, nuovamente udì un infinito silenzio, il proprio respiro, poi lo sguardo volse alle cose del mondo, giù, giù, fino alla profondità. Le vide, tutte, vide tutte le cose del mondo in un solo sguardo. Esse si mostrarono ancora una volta ai suoi occhi di smeraldo, poi, di colpo tutto cessò. Gli occhi ripresero il colore di un tempo. Il cuore riprese a pulsare come un tempo.
In quello stesso istante dai suoi uomini si levarono grida di giubilo, s'erano accorti della loro cecità durata un tempo sin troppo lungo, ma ora vedevano, ora vedevano.
Al tripudio di quelle voci qualcosa accadde nel cuore di Naadir e una voce  da esso si levò sopra ogni altra: - Sei rinato grande Naadir, alla tua stessa vita e a quelle che verranno. Le genti future parleranno di te. La sacralità del tuo sacrificio per amore sarà da loro riconosciuto,  saranno loro a darti la vera immortalità- 
Naadir sentì, come giunto dalle nuvole, il calore di un'immensa luce illuminargli il cuore, come d'un astro inviato da potenze celesti quale divino manifestarsi di spazi cosmici,  manifestarsi a portare  luce, a portare pace rassicurante l'anima umana che fosse colma di buona volontà".  
Sulla luce-pace di Naadir chiude la fiaba di quest'insolito Natale.  

Marika Guerrini


lunedì 2 novembre 2020

IL MAL FRANCESE

Nizza Basilique de Notre-Dame
...il dubbio sull'opportunità di trattare un argomento mille volte trattato, aveva rallentato la mano in atto di segnare parole circa la forzata, nonché miserevole connivenza Francia-Islam. Questa volta si sarebbe argomentato su alcuni recenti episodi più o meno gravi occorsi in Francia e altrove,  quello luttuoso
 di Nizza di qualche giorno fa (strage nella chiesa di Notre-Dame), a cui aveva fatto seguito quello di Avignone (un uomo armato di coltello aveva cercato di attaccare degli agenti di polizia), e quello arabo saudita di Gedda (una guardia del Consolato francese accoltellata), tutti in coda all'episodio di Parigi che aveva visto Samuel Paty, docente di scuola media, decapitato per mano di un diciottenne ceceno di religione islamica. A scatenare l'ira assassina del giovane ceceno, una lezione di Samuel Paty in cui il docente aveva illustrato ai suoi allievi,  poco più che bambini, il concetto di liberté e chissà forse anche egalité e fraternité, mostrando loro le ben conosciute vignette satiriche su Maometto, vignette nate in Danimarca poi pubblicate, con esito più che tragico, dal giornale Charlie Hebdo nel gennaio 2015 e di recente dallo stesso giornale ripubblicate. Il fine dell'insegnamento di Paty era senza dubbio sottolineare l'importanza della libertà di stampa e d'espressione in genere. Ineccepibile fine se non fosse che il docente sottolineando l'idea di libertà, non solo stava calpestando l'altrui, ma anche ridicolizzando ciò che per tutto un intero mondo è un credo religioso, comportamento quindi non solo contraddittorio in sé, ma irriverente e blasfemo. In sintesi un insegnamento ad inneggiare e proteggere la propria libertà, calpestando l'altrui, insegnamento privo d'ogni rispetto per l'essere umano. Per cui, pur rispettando la tragica fine di Samuel Paty e provandone compassione, non si può tacere sul fatto che Samuel Paty, purtroppo non è il solo, circa l'etica dell'in-signare aveva capito ben poco o forse nulla, mentre l'azione di questo nulla non era di certo educativa o formativa al fine di comunicare il vero concetto di liberté, caposaldo, non unico, di quella che, privata di altri valori altrettanto importanti, si ritiene essere la Democrazia. Quest'agognata forma di governo che, a millenni di distanza, fa ancora rivoltare Platone nella tomba ormai disfatta.
Sostavo quindi nella noia del dubbio, propendendo più per il silenzio che per la trattazione degli argomenti, quando il telefono ha squillato e il display ha segnalato il nome Peshawar. Per chi non sapesse, la città pakistana di Peshawar, culla di importanti siti archeologici d'Arte Gandharica, e qui ci sarebbe molto da dire se si fosse in altro contesto, è posta a pochi kilometri dal confine afghano. Ma tralasciamo la bellezza e torniamo alla telefonata di quattro giorni fa. 
Alla  mia risposta, una voce amica, dopo un brevissimo saluto, mi comunicava l'avvenuto attentato esplosivo alla madrassa della città, la scuola coranica che ospita allievi di età compresa tra l'infanzia e la giovinezza. La voce diceva che al momento dell'esplosione era in corso una lezione sul Corano e che gli studenti presenti erano un centinaio. Diceva anche che le vittime al momento accertate erano otto tra i 20 e i 30 anni, e i feriti una ottantina tra cui molti in gravi condizioni, anche bambini. Diceva che al momento, l'attentato non era stato rivendicato, che si vociferava fossero stati i Taliban, diceva che questo era impossibile dato il momento sul Sacro Corano della lezione in atto. Ascoltavo senza proferire parola e la voce andava sulla descrizione ed io, era come fossi lì. Poi, dopo la descrizione, un breve scambio di notizie su alcuni studi archeologici di comune interesse ed i saluti
A quel punto il già dubbioso scrivere sugli accadimenti occidentali, benché Gedda sia in Arabia Saudita ma è solo questione geografica, si è del tutto annullato. Parigi, Nizza, Avignone, Gedda e chi prima nel tempo e nello spazio, ma comunque in questa parte dell'emisfero in quanto ad interessi, tutto ha riconfermato il mio già dichiarato pensiero del 2015: Je ne suis pas Charlie! Jamais!
Poi ho lasciato il tavolo. Sono scesa in strada. Ho camminato nel verde. 
Ad ogni passo quel che più bruciava era l'impotenza, sentirmi responsabile, per via di nascita, ed impotente dinanzi alla diffusa, nauseabonda ipocrisia che vige tra la mia gente, mia anche per quel che riguarda la Francia, avendone origine di famiglia. Ipocrisia oggi ancor più di ieri e forse, ahimè, meno di domani, parafrasando un'espressione cinematografica a respirare un attimo d'illusorietà d'un mondo che fu di celluloide. Ebbene, con quanta e quale nonchalance, questi francesi in capo e tutti noi in coda con le parole dell'avvocato italiano Giuseppe Conte rivolte ai francesi: "Nous Sommes Unis!", ci accaniamo nell'accusa e nel giudizio di giovani senza più patria, alla cui perdita abbiamo contribuito, quando non provocato? Si potrebbe obiettare: che c'entra la nostra nonchalance, la nostra ipocrisia con l'attentato esplosivo a Peshawar, che c'entra, con gli accaduti francesi di cui siamo vittime? C'entra, eccome se c'entra. 
Siamo noi che incitiamo al comportamento violento, è talmente evidente! lo facciamo elargendo a quei paesi la nostra perdita di valori, di morale, la nostra avidità, il nostro becero, camuffato colonialismo e schiavismo i cui fini sono sempre tutt'altro che nobili, e semmai al contempo critichiamo il nostro stesso passato "affetto" da desiderio ed attuazione di colonialismo e schiavismo, e quest'accenno non è politica, ma onestà storica. C'entra certo che c'entra. Noi camuffiamo tutto questo, lo celiamo sotto la patina della fratellanza o sotto l'erroneo vessillo della Democrazia da esportare, che in realtà non mettiamo in atto, tanto meno possediamo. E allora le Ong, e allora armate missioni di pace, deposizione ed assassinio di capi di Stato dopo averli accusati dell'inesistente, aiuti sanitari attraverso cui sperimentiamo su popoli inermi farmaci d'ogni tipo. Certo che c'entra. E allora sfruttamento di immigrati a fini non solo illeciti, ma immorali ed assassini quali prostituzione e commercio di organi per lo più di bambini o giù di lì, abbiamo popolato lo splendido Mediterraneo con i loro corpi. E si potrebbe continuare ancora e ancora, ma fa male e il rispetto per le vittime impone il basta così. Eccome se c'entra. Facciamo questo ed altro tutto adducendo sempre gli stessi motivi con le stesse parole: salvare i diritti umani, salvare dalla dittatura, portare libertà, progresso, democrazia. 
I nostri fini opportunistici sono sempre celati dalla patina della fratellanza con cui invadiamo mondi a noi in massima parte sconosciuti per cultura e costume. C'entra quando ai fini di cui sopra, corrompiamo con pochi spiccioli i governanti di quei paesi, alimentando in loco guerre fratricide che facciamo passare per rivolte popolari. C'entra quando li defraudiamo delle loro risorse naturali compromettendo, quando non azzerando, la loro economia spesso già debole o compromessa, indi li costringiamo ad espatriare per vivere. C'entra, quando addestriamo in campi specifici uomini al soldo che siano d'oriente o d'occidente e per estrema povertà o estrema indotta ortodossia vengono "arruolati"  perché si immolino in nome di Dio al grido " Allah-u-Akbar" e facciano così il nostro sporco gioco. Poi li accusiamo e quasi sempre assassiniamo, ma, si badi bene: per legittima difesa. C'entra. 
C'è un vescovo in Francia, certo André Marceau, un vescovo di buona volontà: "La disumanità non può chiamare ad altra disumanità, alla chiusura, alla violenza, all'esclusione, alla segregazione" e poi, interrogandosi: "E' vero, non abbiamo risposte" e ancora: " I nostri commenti non siano in linea con quelli compiuti da quell'uomo.." poi a proposito di Nizza e memore dell'attacco del 2016: " Città presa di mira da uomini deviati da un Dio deformato.." così si esprime invitando a sentimenti di pena e di perdono. Ed è così per quel che riguarda l'invito al perdono, ma, Sua Eccellenza il Vescovo, con tutto il rispetto, rifletta un po' di più, si immedesimi cristianamente in quegli uomini deviati, rifletta un po' più sul Vangelo, rifletta sull'azione blasfema e francese compiuta da un docente a Parigi, non era forse deformato o assente in cuor suo il Dio dei cristiani? Se assurda distinzione si voglia fare in Dio stesso e Unico.
C'entra!  Eccome se c'entra!
Marika Guerrini

p.s.
alcune pagine correlate - per chi fosse interessato-

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