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giovedì 13 luglio 2017

Migranti e Islam: pilastri della preghiera per un incontro

Medina- Moschea del Profeta
... non si può voltare il capo altrove, lo sguardo, il pensiero. E uomini e donne e bambini in corteo continuano a sbarcare sui lidi, i nostri lidi, i bei lidi italiani. E tempo c'è stato in cui fummo noi, i nostri padri, a sbarcare sui loro lidi, a lasciare segni di guerra sì, ma con essi strade e ospedali e scuole e acquedotti e... scambi e... incontro. Checché ne abbia detto, ne dica, l'ufficialità della Storia d'una guerra persa con onore, comunque. Onore che ci ricorda il: 
"MANCO' LA FORTUNA NON IL VALORE" e ancora:" E' scritto come riporto: in stampato, maiuscolo, italiano. E' scritto ad Alamin, come gli egiziani chiamano El Alamein. E' inciso su una lapide lungo una via che porta ai sacrari. Prima di essi. E' omaggio, medaglia, onore ai ragazzi che furono..." (1)                                                                                                                                  
E i ragazzi erano italiani e indossavano una divisa purtroppo, ma lasciammo anche questo sui loro lidi, il ricordo del valore, e loro, quei popoli, incisero le parole dopo di noi, parole di un nobile incontro malgrado le brutture d'una guerra.


Ed è a quell'incontro e a questo di oggi, di ora, di mesi e mesi fattisi anni, a quest'incontro indesiderato, costretto, sofferto da entrambi le parti, quelle dei lidi e gli approdanti ad essi, è a quest'incontro che dobbiamo la conoscenza dell'elemento caratterizzante i più tra questi uomini e donne e bambini che giungono a noi, la conoscenza della loro preghiera, la qual cosa ci spinge a tracciare questa pagina, per una consapevole accoglienza nel contesto d'una costretta convivenza, accoglienza che possa porsi oltre le politiche, gli errori, le diatribe, gli abbandoni, le vigliaccherie, le macchinazioni, gli abusi. Oltre i costruiti estremismi d'un Islam ad uso e consumo d'occidente. Oltre le morti che tappezzano da tempo i fondali del Mare Nostrum: la preghiera rituale. Andiamo loro incontro sapendo che gli atteggiamenti del capo, delle braccia, delle mani ecc., che accompagnano la preghiera, quando li vediamo o li sappiamo immersi in essa, variano a seconda dei diversi riti e a seconda del genere, maschile o femminile, del fedele.
Sapendo che ogni preghiera inizia con il raccoglimento, takbir, seguito dalla recitazione della prima sura del Corano, al-fatihah, come vedremo, seguita dalla recitazione del Shahada. Sapendo che tra i vari movimenti che si compiono durante il rito, si ripete Allah Akbar, Dio è il più Grande.
Sapendo che si conclude come vedremo, con la salat 'ala'l nabi,  preghiera per il Profeta e con il saluto ai presenti e agli angeli custodi, salam
Sapendo che la salat o preghiera rituale, è obbligatoria per tutti i musulmani che hanno raggiunto la pubertà e sono sani di mente, mentre malati, vecchi e viaggiatori sono dispensati dall'obbligo.
Sapendo ancora che se recitata all'interno del luogo di culto, Masjid, poi Mesquita, poi Moschea, che sta per luogo della prostrazione, il fedele ha il dovere di volgersi verso la Mecca anche se da principio, Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muṭṭalib al-Hāshimī, in occidente Maometto, aveva indicato ai fedeli di volgersi verso la città santa di Gerusalemme cambiando poi direzione quando i giudei delusero la sua aspettativa, non riconoscendolo quale continuatore dei Profeti.
Sapendo che se il fedele si trova a dover osservare il rito al di fuori dalla Moschea, ha il dovere di delimitare il punto in cui si prostrerà mediante un corpo che lo isoli dallo spazio circostante, in genere un piccolo tappeto, ma può essere un muro, un albero ecc. al di qua del quale poserà la fronte durante la prostrazione.
Ed infine sapendo che, a seconda delle ore in cui, nella giornata, la preghiera rituale si recita, si compone di due, tre o quattro rak'al, che con questo termine si indica un complesso di movimenti accompagnati dalla recitazione di formule e di brani coranici fissati, si hanno così quattro rak'al a mezzogiorno, al pomeriggio e a notte fonda, tre al tramonto e due all'aurora. Ecco la preghiera.

Nel qyam o posizione eretta dell'inizio con le mani all'altezza delle orecchie si recita: Allah Akbar,  Dio è il più grande!; 
si recita poi la fatihah, o prima sura del Corano: Sia data lode a Dio Signore dei mondi.clementissimo, misericordiosissimo, re del giorno del giudizio finale, dirigici con il retto cammino, il cammino di quelli che tu hai colmato con i tuoi benefici, di quelli che sono senza corruzione e non nel numero dei traviati. Amin
 vi è poi il ruku' o inclinazione del busto con le palme sulle ginocchia, in cui si recita per tre volte: Gloria la mio Maestro il Grande! ;
si ritorna poi alla posizione eretta dicendo: Dio ascolta quelli che gli danno lode;  
a questo punto il sugiud o prostrazione fino al toccare il suolo con la fronte, in cui si recita Gloria la mio maestro l'Altissimo, per tre volte con prostrazione;
poi il busto si alza nel gialus, le mani vanno sui muscoli superiori delle gambe recitando: Dio è il più Grande per tre volte; 
infine il qu'ud o posizione accoccolata in cui si attesta l'unità di Dio e la missione di Maometto. Tutto termina con la richiesta di preghiera a Dio su tutti e chiedendo la Sua benedizione, mentre si volge la testa prima al di sopra della spalla destra poi della spalla sinistra all'indirizzo dei presenti e degli angeli custodi con: La pace su voi e la Misericordia di Dio!  
Si chiude qui anche questa pagina tracciata nell'assoluto rispetto di ogni preghiera. 
Marika Guerrini

nota 
(1) brano dello stesso autore tratto da "Rossoacero-conosco il canto del muezzim", ed. Città del Sole, 2013 

martedì 20 giugno 2017

Afghānistān: utilità ordito fumo


... "Del nostro venire e partire l'utilità dov'è?
      Delle trame della nostra vita l'ordito dov'è?
      Capi e piedi leggiadri il mondo brucia ma il fumo dov'è? 
                                                                                                   Omar Khayyam

Così, mentre Trump, invia un contingente di 4000 uomini in Afghānistān, in realtà mai abbandonato dai soldati americani malgrado retorica e apparenza, noi seguiamo il rimbastirsi della storia in quella terra che si vuole di guerra. Quella terra di antichi poeti mostrata al mondo, da anni ormai, genitrice di droga e d’ogni violenza armata. Oggi, come spesso, riprendiamo questo leit motiv, ancora una volta ne facciamo promemoria, costretti dalle notizie date dai media che continuano ad essere monche, per questo deviando ai più la conoscenza della realtà.
Su scala mondiale, ad ora, il 92% della droga viene dall’Afghānisn. Iniziata nel 2002, in zona sud-est sotto “controllo” della Gran Bretagna poi passato agli Usa, la produzione si è espansa a dismisura, tanto da, sempre sotto “controllo” Usa, negli ultimi due anni aumentare di un ulteriore 10% in ettari coltivati. L’oppio prodotto è in mano alle cellule terroriste armate, che non sono il Daesh, non avendo questo bisogno di introiti da oppio per armarsi, perché rifornito in via diretta da Arabia Saudita e Stati Uniti, ma altri gruppi armati di cui si è quasi perso il conto, tra essi i Taliban, che sappiamo però, essere cambiati nella struttura da un bel pezzo, essere ora partigiani in lotta per la libertà del Paese dallo straniero. Ma mettiamo tutti i gruppi nello stesso calderone come si vuole si creda, altrimenti in questa tela di ragno si resta intrappolati, e riprendiamo il percorso “oppiaceo”.
Dopo la produzione, le capsule del papavero viola vanno alle raffinerie, prima inesistenti nel Paese poi appositamente costruite sì da trasformare in loco l’oppio in eroina, ottenendo un costo inferiore per l’acquirente. Dalla raffineria allo smercio il passo è breve e la sostanza stupefacente va in ogni dove, compreso, e non da ultimo, il mercato americano e anglosassone. Tutto questo movimento viene svolto alla luce del sole, se mai si possa parlare di sole e di luce per designare una tenebra, e, con la presenza ed il permesso di circolazione “controllata”, si agisce direttamente sul popolo afghano ai cui giovani, per lo più minorenni, viene regalata dagli stessi soldati occupanti, in realtà compiendo un lento inesorabile genocidio, non solo in terra afghana, ma anche iraniana, sì perché la droga viene fatta circolare anche sul mercato iraniano confinante, dove si è raggiunto un alto grado di consumo tra gli adolescenti. Quindi droga  uguale arma di distruzione di massa e del futuro dei popoli.
Si giunge poi alla fase logica del percorso: con il ricavato i gruppi armati comprano armi propriamente dette. Lo fanno sia dai sauditi, che a loro volta comprano dagli Stati Uniti, sia, in linea diretta, dagli Usa, indiscussi maggior produttori di armamenti sul pianeta, motivo, quest’ultimo, per cui mai nessuno riuscirà a disarmare il popolo americano, a farlo uscire dalla Legge del Taglione e dalla follia omicida, oltre che suicida.
Quest’ultima fase porta all’uso delle armi sul territorio senza alcuna discriminazione, ma sempre con l’etichetta: terrorismo islamico. E poiché il terrorismo islamico va combattuto, e l’Afghānistān, è stato fatto fulcro di esso alimentato e mantenuto tale da sedici anni di guerra, e poiché l’esercito locale, addestrato e addestrato, falsamente, in questi stessi anni, non è in grado di sbrigarsela da solo, ecco che si rende necessario, ovviamente per il bene del Paese e per “liberarlo”  dal terrore, il “ritorno” del contingente di unità militari ad alto potenziale e numerico e di addestramento e di armamenti. 
Ma questo non basta, vi è un ulteriore risvolto, un risvolto non afghano, bensì americano, in base al quale,  così come si è citata la percentuale della produzione di oppio in aumento, si cita ora, la percentuale dei suicidi di veterani negli Usa. Questo vuol dire che sull’intera popolazione suicida americana, il 42% sono veterani che dopo due o tre missioni in terra afghana, stesso per l’Iraq, rientrano in patria e, nell’immediato o nell’arco di qualche mese, si tolgono la vita. Non solo, ma un’altrettanta alta percentuale di chi non compie questo atto estremo, smette comunque di vivere perché alienato da depressione o da “disturbo post traumatico” come viene definito in psichiatria. Ma anche qui non finisce la storia, perché questi alienati sono un ottimo “prodotto” da usare per attentati, vengono infatti da un addestramento militare e sono distrutti nella mente e nell’animo abbastanza da servire il nemico, sempre lo stesso: il terrorismo islamico. Quale miglior connubio per la follia suicida omicida.
Qui ci fermiamo.
E’ un nuovo Vietnam l’Afghānistān per gli Usa?
Abbiamo già posto questo interrogativo. Lo scriviamo da anni.
Di fatto gli Usa stanno perdendo in Afghānistān. Il dato.
L’utilità dov’è? L’ordito dov’è?. Il fumo dov’è?

Marika Guerrini

immagine di Barat Alì Batoor (collezione privata)

p.s.
si segnala interessante l’intervista rilasciata lo scorso febbraio all’Institute for Global Studies da Claudio Bertolotti, analista strategico per l’ITSTIME ( Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies) nonché associato all’Istituto di Studi e Politica Internazionale, ISPI 

mercoledì 7 giugno 2017

Herāt ieri e oggi

Herāt- Moschea del Venerdì
... " Da taccuino 
Sto per lasciare l'Afghānistān E' il giorno della partenza. Nel primo pomeriggio salirò sulla corriera. Lascerò questa Terra alle mie spalle. Lentamente.... mi sento spaesata come non sapessi dove andare. Non avessi dimora da raggiungere. Tornerò a Mashād, in Iran. E' diverso.... Ancora trenta giorni poi l'aereo. Italia. Occidente. Tornare a casa è così strano. Ora. A casa, ma qual'è la mia? Devo ricordarmi di indossare l'orologio... 
...Sono stata alla piazza della Moschea. E' sempre così strabiliante vedere le sue cupole confondersi col cielo... E' così strano ora dover partire... Devo ricordarmi di salutare Hussein.... Mi saluterà con un inchino, un Salam Aleikum. So che sarà triste.
Dirò che tornerò. Inch Allah
No, l'oriente non è imperturbabile se sei in contatto con esso.
E' stato un attimo nella piazza della Moschea. In un attimo s'è alzata la polvere. E' venuta da una delle strade che fanno da raggiera. Nella polvere un cavallo. Sul cavallo un uomo avvolto in un chapan multicolore. E' entrato al galoppo nella piazza. Portava un fucile a tracolla. Siamo in estate. Fa caldo. Quaranta all'ombra. Me l'ha detto Hussein. Il mio amico Hussein. La lanterna di questi miei giorni.
Il cavaliere aveva un turbante azzurro. Come le cupole. Il cielo.
Ha fatto un giro della piazza. Al galoppo. Tra la polvere.
Per qualche istante mi si è fermato davanti. 
Aveva un volto serio. Bellissimo. Di quelli tagliati come piacciono a me.
Ero seduta in terra. Sui gradini d'una bottega chiusa. Come faccio spesso. Mi piace star così, respirare l'atmosfera. Sotto l'azzurro. 
Lo farò anche domani. Voglio farlo.
Poi ha impennato il cavallo. E' andato via. Da dov'era venuto.
Sono rimasta nella scia della sua polvere.
Mi crederanno quando lo racconterò nella terra in cui sono nata?
Stamattina ho salutato questa terra. Questa mia terra.
 Anzi mi ha salutata lei. 
Aveva sembianze di cavaliere. Come nelle fiabe. 
Chissà se mi crederanno.
Tornerò presto.
Mi mancherà.
Non mi volterò indietro quando sarò sulla corriera.
Guarderò solo la polvere del deserto. La bianca polvere.
Guarderò solo avanti. Verso il tramonto.
Mio Dio quanto mi mancherà!...   
                                                                             Herāt, estate afghana 1976 " (*)

Questa mattina un boato ha scosso la piazza della Moschea, ha scosso le sue cupole azzurre. I suoi minareti. Ad ora sono sette i morti, ignoto il numero dei feriti.
 Alcun cavaliere è giunto al galoppo. Ha sostato. Ha impennato il cavallo. E' andato via nella  bianca polvere. Ed io non ero seduta in terra. Sui gradini d'una bottega chiusa. Questa mattina v'era fumo nella piazza della moschea. Tanto fumo. Soltanto.
                                                                              Herāt, estate afghana 2017. 
Marika Guerrini

(*) brano dello stesso autore da "Massoud l'Afghano il tulipano dell'Hindu Kush", Venexia 2005



         

mercoledì 31 maggio 2017

Kabul attentato- taliban: Non siamo stati noi


...Non siamo stati noi, parole del portavoce dei Taliban rilasciate anche ad Al Jazeera. Dichiarazione a distanziarsi dall'attentato di stamattina a Kabul, piazza Zanbaq, centro città, zona diplomatica: 90 morti, circa 400 feriti ad ora.  Dichiarazione a smentire quel che da anni, quindici, la prima volta era la primavera del 2002, si va raccontando sotto il nome "Offensiva di primavera" seguita dalla storiella delle nevi che si sciolgono, delle strade che si sgombrano dai ghiacci, dei gruppi fondamentalisti armati che si liberano dalle "catene". Era al-Qaeda, ora in disuso, erano i taliban, sempre attuali, è il Daesh, e Daesh è. Ma quel che conta ancor più è che l' "Offensiva di primavera" coincida con il mese sacro del'Islam iniziato lo scorso venerdì, Ramadan, parola di cui anche i più ignoranti in occidente hanno imparato l'esistenza. Quel che conta è che il Ramadan, il suo contenuto religioso, cozzi con gli attacchi, volendo credere che siano di natura affermante un certo credo, perché mai ortodossi musulmani macchierebbero il Ramadan, per di più in un paese sunnita come loro, perché qui non si parla di paese sciita come Iran etc., quindi alcuna diatriba interna alla religione musulmana, qui si parla di Paese non solo musulmano ma per di più sunnita.  
Comunque è evidente che tutte le nostre parole siano inutili, è evidente che tutte le parole siano inutili, visto che si ripetono da anni e che non hanno cambiato, cambiano  o cambieranno quel che tutti sanno, a meno che con siano affetti da ebetismo acuto.
Nel caso dell'Afghānistān la sintesi, scritta riscritta e ripetuta anch'essa, è: il Paese va tenuto nel caos della guerra, la sua distruzione, la morte, la malattia, la povertà della sua gente non interessa minimamente l'occidente, avvezzo ormai ad immagini di afghana distruzione e morte, occidente che neppure sospetta cosa potesse essere quel Paese prima di tutto questo. Le forze di coalizione con i vari quartier generali dei vari Isas, Nato o quel che sia, sono lì non per combattere tutto questo, terrorismo incluso, ma accertarsi che tutto questo continui. I gruppi armati sono armati da Sauditi e Stati Uniti mentre Israele plaude. Armati, organizzati, controllati, guidati. Tutto il resto è messa in scena.
Andate a rileggere:

Marika Guerrini



venerdì 26 maggio 2017

una pagina russa non mia

... è una pagina diversa questa, una pagina non mia, una pagina di luce  al femminile, pagina su di un archetipo. Pagina tracciata da Daniele Dal Bosco, avvezzo a tracciare pagine interessanti quanto luminose. Me l'ha segnalata e nello scorrere le parole si è ampliato il moto del diaframma, armonizzato, la pagina si è fatta respiro. Ed è lo squarcio d'un respiro che vi propongo, null'altro.


"Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia - di Daniele Dal Bosco- 

Nel linguaggio comune odierno si usa sovente l’espressione Madre Russia, preceduta ed incoronata, talvolta, dagli aggettivi Grande o Santa. Quest’accostamento tra l’area russa e l’archetipo femminile materno pare avere origini medievali. La prevalente attività agricola e l’estensione della terra russa portarono spesso all’associazione con l’aspetto materno, della fecondità, non dissimilmente da quanto accade con l’espressione Madre Terra. Non solo la terra in sé, ma anche aspetti specifici di natura ricevevano epiteti materni, si pensi in particolare al diminutivo materno rivolto a fiumi quali Don Matushka(Матушка), Dniepr Matushka e soprattutto quel Volga Matushka spesso citato nella letteratura e nel folklore russo.Va ricordata, a tal proposito, anche l’unica dèa che Vladimir il Grande adorava nel suo santuario di Kiev, la dèa Mokosh (Мокошь), dèa della terra ed associata a Mat Zemlya, forse la dèa della terra più adorata nel mondo slavo, quantomeno fino al Medioevo. Connessi all’archetipo materno sono anche due simboli tra i più rappresentativi della Russia: le icone mariane e la matrioshka (матрёшка).Tra le icone rappresentative della Madonna, rammentiamo in primis la celebre Theotokos di Vladimir, conosciuta anche come Madonna della tenerezza o Madonna di Vladimir, risalente al XII secolo e considerata la protettrice della Russia. Ma pensiamo anche alla Madonna Odigitria, due splendidi esempi della quale sono la Madonna di Smolensk e la Madonna Iverskaja ma anche, in una sua variante, la Madonna di Kazan. O ancora, le varie icone mariane che rappresentano la protezione della Vergine.
La matrioshka è invece un’invenzione recente: venne ideata verso la fine dell’Ottocento all’interno del circolo culturale di Abramcevo di Savva Mamontov, un importante imprenditore e mecenate dell’epoca, divenendo maggiormente conosciuta dal pubblico internazionale in seguito alla premiazione durante l’Esposizione universale di Parigi del 1900. Una leggenda interessante fa risalire la matrioshka alla dea Jumala degli Urali, dèa solare della quale i vichinghi andarono in cerca, senza successo, e della quale pensavano che fosse interamente d’oro. Nelle culture ugro-finniche, il Sole aveva una connotazione tipicamente femminile, una “donna vestita di Sole” (Ap.12,1), ma talvolta Jumala veniva anche inteso come il dio del cielo.
Il suolo stesso, nella tradizione contadina, erababa (баба), al femminile. La Matushka Rus’, il suolo della Madre Russia, sposata al Batiushka Tsar’, lo Zar come aspetto padre. Un altro simbolo materno presente nel folklore russo è, ad esempio,Baba Jaga (Баба-яга): una strega talvolta associata ad un aspetto materno, una sorta di divinità primordiale cattiva ma talvolta anche benigna, per la psicologa junghiana Clarissa Pinkola-Estés una sorta di archetipo universale della madre selvaggia, ctonia. Anche lo storico e filosofo Berdyaev sosteneva che la «categoria fondamentale in Russia è la maternità». Lo storico russo G. P. Fedotov, nella sua La mente religiosa russa affermava: «Ad ogni passo, studiando la religione popolare russa, si incontra il costante desiderio di un grande potere divino femminile…è forse troppo ipotizzare, sulla base di questa propensione religiosa, la presenza di elementi sparsi del culto della Grande Dea che un tempo regnò sulle immense pianure russe?»
Ma l’archetipo femminile, contrapposto a quello maschile, venne associato anche alla città di Mosca. Gogol’, nelle sue Note pietroburghesi (1836) definì Mosca «una vecchia massaia che cuoce le frittelle nel forno, guardando da lontano e ascolta senza alzarsi dalla poltrona quel che le si racconta sulle cose del mondo», al contrario Pietroburgo veniva rappresentato al maschile come «un giovanotto svelto che non sta mai in casa e, sempre ben vestito, pavoneggiandosi di fronte all’Europa, se la fa con quelli d’oltre mare»
La storia stessa della Russia riporta numerose figure femminili di primo piano. Negli ultimi secoli, pensiamo al ruolo di Sofia Alekseevna Romanova, che funse da reggente tra il 1682 ed il 1689 dei due fratelli minori Pietro I (il futuro Pietro il Grande) ed Ivan V; Caterina I, moglie dello stesso Pietro il Grande e co-regnante con il marito (1724-1725) ed alla morte di quest’ultimo Imperatrice di tutte le Russie (1725-1727). E ancora, Anna Ivanovna Romanova, figlia di Ivan V ed Imperatrice di tutte le Russie dal 1730 al 1740, anno della sua morte; Elisabetta, figlia di Pietro il Grande e di Caterina I, che divenne Imperatrice di tutte le Russie dal 1741 fino alla sua morte nel 1762; e soprattutto il lungo regno di Caterina II, Imperatrice di tutte le Russie dal 1762 al 1796 e sotto il cui regno l’Impero russo conseguì un notevole sviluppo culturale ed economico. Fu l’ultimo caso di regnante donna dell’Impero, dato che il figlio Paolo I promulgò la legge di primogenitura maschile, consentendo una regnante donna solo nel caso di assenza di uomini.
Ma le figure femminili più importanti della storia russa furono forse due donne che ebbero un ruolo determinante nella conversione della Russia al cristianesimo, per quanto il riconoscimento di tale importanza fu postumo: Olga di Kiev ed Anna Porfirogenita.
Secondo la Cronaca di Nestore (1116 circa), Olga fu la moglie del principe Igor, figlio di Rurik, capostipite della Rus’ di Kiev. Più saggia di tutti gli altri uomini, divenne cristiana nel 957 presso Costantinopoli. Secondo lo storico S. M. Solov’ev, padre del più famoso filosofo e mistico Vladimir Sergeevič, «in quanto donna, Olga era più portata per gli affari domestici, le questioni interne. Similmente, in quanto donna, era particolarmente incline al Cristianesimo». Olga governò la Rus’ di Kiev anche mentre il figlio Sviatoslav era impegnato in battaglia in terre lontane. Olga si diresse a Costantinopoli con un’ambasciata di quasi duecento notabili, ufficiali, mercanti e militari, metà dei quali erano mercanti. Scendendo lungo le rive del fiume Dniepr e costeggiando il Mar Nero raggiunsero la grande capitale bizantina.
Simbolicamente, Olga si presentò davanti all’imperatore Costantino VII con un seguito di donne nelle prime file, con gli uomini che seguivano nelle retrovie. Costantino comprese l’importanza di quest’innovazione e rispose a sua volta facendo accogliere Olga dalla consorte Elena Lecapena e dal suo seguito di donne. La sua spedizione a Costantinopoli non solo fu un successo diplomatico, ma le permise di venire battezzata direttamente presso la sede patriarcale di Costantinopoli dal patriarca Polieucte, con padrino l’Imperatore Costantino medesimo, assumendo il nome di Elena e divenendo la prima sovrana cristiana della Rus’ di Kiev. Ella tuttavia non impose mai sui suoi sudditi la religione cristiana: ciò avvenne solo trent’anni dopo con il nipote Vladimir I ed il celebre battesimo della Rus’ nel fiume Dniepr (988).
Ma un’altra donna ebbe un ruolo determinante nella conversione al cristianesimo della Russia: Anna Porfirogenita, principessa bizantina e figlia dell’Imperatore Romano II e dell’Imperatrice Teofano. Unica principessa della dinastia dei Macedoni ad aver sposato uno straniero, divenne moglie di Vladimir I di Kiev nell’ambito di un accordo militare stipulato da quest’ultimo con l’Imperatore Basilio II, fratello di Anna. Divenuta moglie di Vladimir I nel 988, nello stesso anno riuscì non solo a convertire Vladimir al cristianesimo, ma altresì a spronare il medesimo a far convertire l’intero popolo della Rus’, il quale tuttavia già in parte era divenuto cristiano in precedenza. Gli idoli pagani, quali il dio Perun (Перун), vennero distrutti.
Anna svolse il ruolo di consigliera di Vladimir, gestendo essa stessa un certo numero di terre della Rus’. Varie fonti sono concordi nel ritenere che fu grazie a lei che vennero ufficialmente costruite a Kiev le prime Chiese cristiane. Ella non fu quindi una semplice “merce di scambio” tra Vladimir e Basilio II, ma risultò in realtà fondamentale nel mantenere i rapporti tra Bisanzio e Kiev, inviando anche guerrieri russi a Costantinopoli per la difesa personale del fratello Costantino VIII.
Lo storico russo Nikolaj Karamzin sostenne che «Anna fu uno strumento della benevolenza divina che condusse la Russia fuori dal buio dell’idolatria». Anna non solo aiutò la Russia a cristianizzarsi ma, attraverso il suo matrimonio, le porse anche la prima vera rivendicazione alla discendenza imperiale.
Ecco questa la bella pagina di Dal Bosco pubblicata dal "Centro Studi La Runa", chi volesse può accedervi attraverso il link a seguire.  

Olga di Kiev è venerata come santa tanto dalla chiesa cattolica che dalle chiese ortodosse, diversamente da Anna Porfirogenita. Tuttavia due figli di Anna e Vladimir, i principi Boris e Gleb, furono i primi grandi martiri, poi santificati, della Rus’ cristiana". 
Si spera che l'immersione nella luce di quel Medioevo, a torto ritenuto "buio", che pullulava di inviolati archetipi, possa aver generato nel lettore il respiro di cui sopra. Respiro che s'apre tra gli affanni di questi nostri giorni.

Marika Guerrini

martedì 9 maggio 2017

cosa farebbe oggi Lawrence d'Arabia?

Augustus John, Colonel T.H.Lawrence, 1919
... Condottiero, diplomatico, agente segreto, combattente, guastatore, politico. Spericolato e coraggioso, leale e subdolo, amante dell’archeologia, ma anche umanista, orientalista, conoscitore della cultura araba: lingua, costume, religione.  Al servizio della grande rivolta araba ma innanzi tutto della supremazia inglese. Dall’animo combattuto in questo, un po’ o forse molto. Chissà.
Rincontrato dopo averlo incontrato da bambina come tutti noi o quasi, sullo schermo, per poi ritrovarlo da adolescente tra le pagine da lui segnate, quelle de I Sette pilastri della saggezza, sì, è di lui che si sta trattando, di Thomas Edward Lawrence, ma anche di John H. Ross, ma anche di T.E. Shaw, e potremmo continuare ma ci fermiamo sul suo nome da leggenda: Lawrence d’Arabia.
Leggendario perché qualcuno di nome Thomas Lowell, al tempo, 1919, corrispondente americano, lo aveva seguito in Medio Oriente con un fotografo. Da lì le immagini dell’uomo leggenda nel deserto, tra i beduini, a dorso di cammello, a bordo di una Rolls Royce da guerra, a cavallo di una moto e così via.  E Thomas Lowell, ne aveva fatto una star, nel breve arco di  pochi mesi, tra documentari e fotografie, una star internazionale.
Vita di viaggi quella di Lawrence, da sempre, ancor prima della laurea, fu allora che si innamorò del Medio Oriente, o così credette. Poi, al rientro, gli studi di archeologia di quelle terre, anche di essi si innamorò e tornò in quei lidi. Era il 1910. Per il British Museum andò in missione di scavo in Siria. Poi la guerra, la Grande Guerra, e l’Egitto. E la sua vita si affastellò di dispacci, articoli, relazioni, rapporti, messe a nudo dell’Intelligence britannica, la rete informativa di cui era divenuto colonnello. Poi una presa di posizione a favore degli Arabi per un tradimento degli inglesi, quindi rinnegato il ruolo ufficiale, rifiutati onori, onorificenze e la propria identità. E aveva iniziato da zero. Nel Raf s’era fatto aviere semplice e meccanico di aerei e infermiere e… una, due, tre volte, più volte, nascondendosi al mondo per mostrarsi sotto spoglie dalle diverse identità.
E la conquista di Aqaba e la vittoria di Tafileth e il trionfale ingresso a Damasco e ancora e ancora, io l’ho rincontrato poco fa, a Miran Shah, sulla frontiera indo-afghana di allora, pakistana-afghana di ora, l’ho rincontrato che in quella terra era la primavera del 1928, l’ho rincontrato tra le pagine di un libro di storia che sto scrivendo, curando, un libro che tra alcuni mesi sarà edito, si potrà leggere.
L’ho rincontrato in quei lidi in veste di aviatore, forse, di infermiere, forse, di spia, certo. L’averlo rincontrato nella mia penna, sotto una montagna di finzioni e mezze verità, al tempo pubblicizzate, amplificate a creare leggenda, fra numerosi travestimenti di quest’infelice eroe desideroso e timoroso della celebrità, quest’eroe non eroe, vittima della sua duplicità, questo Lawrence che si mostrava e nascondeva, l’averlo rincontrato a vagare aggirandosi in Afghanistan mentre, tra un complotto e l’altro contro Re Aman'Ullah,  traduceva l’Odissea di Omero, ha fatto nascere in me una domanda: Cosa avrebbe fatto il leggendario Lawrence in questi nostri tempi, cosa avrebbe fatto laggiù, cosa farebbe ora? 
La risposta che mi sono data non è chiara neppure a me stessa, ma tiene conto dei postcolonial studies, come vengono chiamati quegli studi strategici che hanno fatto, fanno, scuola, che non a caso si chiamano Progetto Lawrence, di cui usufruisce l’Us Special Operation Command per addestrare i Seal, i Ranger, i Delta Force e tutte le forze speciali di stanza in Afghanistan e non solo. Studi di strategie tratti, molti, dal suo Encyclopædia Britannica. E allora guerriglia: attentati, imboscate, interventi mirati, micce accese a fomentare contrasti interetnici, distribuzioni di armi, e ancora e ancora. Troppo anche per lui. Sì, troppo anche per lui dato il tragico destino della sua fine detta: incidente, di cui ho sempre sospettato fosse un suicidio. Ma questa è idea personale anche se non sono sola in essa. Ed è questo che lascia in sospeso la domanda fatta a me stessa, il: troppo anche per lui. La sua assurda, probabile sete di giustizia e di assoluto, capovolta ogni volta, smentita ogni volta, portata avanti tra intrighi e menzogne, la stessa che lo aveva portato a rigettare la propria identità, che lo aveva fatto sentire reietto, indegno, all’ultimo gradino della scala, ad espiare, ma che, dopo la negazione di sé, lo porta a Miran Shah, dove l’ho ritrovato con addosso abiti da Mullah, a volte, la lunga Jhubba di seta, altre, con intorno al capo i setaccio o gli imama di vari colori. Dove l’ho ritrovato a camminare tra la gente di quella terra, a farsela amica, a distribuire soldi ed armi tra le tribù, a mentire ancora e ancora, complottare ancora e ancora, contro Re Aman’Ullah a favore sempre e comunque delle dinamiche britanniche di cui non può fare a meno, come una malattia che prende corpo dalle sue stesse ceneri. Come una droga che conosci e sai e non vorresti e assumi. Cosa farebbe ora Lawrence d’Arabia in Afghanistan? Non lo so, forse esattamente quel che altri stanno facendo, fanno o  forse no, per via della differenza di cultura, di stile.
Sue parole da Miran Shah: “ Intorno a noi sono basse colline di porcellana nuda… la quiete è così intensa che mi strofino le orecchie chiedendomi se sto diventando sordo…”. 
Una sua riflessione posteriore: “Tutti gli uomini sono abituati a sognare, ma non tutti allo stesso modo. Quelli che sognano di notte, nei ripostigli polverosi della mente, scoprono, al risveglio, la vacuità di quelle immagini; ma quelli che sono abituati a sognare di giorno sono soggetti pericolosi, perché può accadere che recitino il loro sogno ad occhi aperti, per attuarlo. Fu quanto io feci.”
Marika Guerrini

immagine : Augustus John, Colonel T.H.Lawrence, 1919

venerdì 14 aprile 2017

"madre" nefanda in caduta libera sull'Afghanistan

una delle valli nella
provincia di Nangarhar
... madre: che dà la vita. Principio, impulso, grembo, cuna. Madre, dal sanscrito matr  da cui, restando in ambito, le indoeuropee: il latino mater, il persiano o farsi o dari, mâdar da scriversi ادر. 
 Madre che diventa maan, appena oltre il confine di quella terra su cui, nefanda, una madre si è abbattuta, che è mother nella lingua di chi ha azionato la caduta. Madre il cui primo suono consonantico in pronuncia, coincide col suono della parola morte. Ed è in questa forma, secondo il suono M di questa versione, che la provincia di Nangarhar ieri ha incontrato la parola "madre". Che le sue spoglie fossero quelle di una madre di tutte le bombe, questo non ha importanza, passa in secondo piano, come in secondo piano passa la verità di quest'ulteriore atto di violenza, ulteriore crimine perpetrato da un'ormai certa umana follia contro la stessa umanità. Non è vero che l'attacco con la MOAB, Massive Ordnance Air Blast, ribattezzata appunto mother of all bombs, dal peso di oltre 10 tonnellate, con una potenza distruttiva di centinaia di metri entro il suo raggio d'azione, sia stato mirato, non è vero che abbia colpito solo un sistema di grotte e tunnel nelle viscere delle montagne, ritenuti base operativa dei miliziani del Daesh o Isis,  non è vero che la zona "remota" non fosse abitata da civili inermi. Non, è, vero! In quell'area vi sono, ma dobbiamo dire vi erano, decine di piccoli villaggi abitati le cui case sono ora ridotte in briciole, i cui abitanti, quelli superstiti, non sanno dove andare né comprendono perché, perché così. Accanto a questo va detto che tutta la provincia di Nangarhar, zona orientale afghana, in un tempo storico parte dell'India e dei suoi imperi, compreso il distretto di Achin, luogo dell'attacco, è, ma anche qui dobbiamo dire era, una delle poche province rimaste in Afghanistan, fonte di economia, piccola ma funzionante, basata sul settore agricolo e zootecnico. La provincia esporta, molti tipi di frutta e verdura ai paesi vicini ed è prolifera anche la coltivazione dello zafferano. Vi sono piccole industrie casearie, allevamenti di pollame e così via. Le valli, protette dai monti, sono verdeggianti e ben irrigate anche con sistemi moderni, il che rende l'area ancor più fertile. E cosa fanno i fautori della pace? Distruggono. Distruggono anche uno dei pochi luoghi rimasti fuori dalle loro grinfie e poco inquinato per via della presenza di foreste lungo le catene montuose. E distruggono per colpire il "nemico" in nome della pace. 
Ma non è una novità questa bomba, l'abbiamo detto e ridetto nelle nostre pagine, che siano sul web o stampate sui libri, in Afghanistan, la Nato, e chi sotto il suo comando, ovvero la Coalizione, ha già usato questo tipo di bombe, ora è cambiata la potenza, a questo livello non si era mai giunti sul pianeta, la novità è nel suo essere "madre". Ma anche l'uso proviene sempre dallo stesso ambito, quello dei portatori di pace. Sono sempre loro ad agire e mentire. Fanno sempre tutto, come per le atomiche su Hiroshima, Nagasaki e... Certo, la MOAB, in termini tecnici GBU-43, non è a carica atomica, ma non fa una grande differenza perché anche armi nucleari sono state usate in quel paese e questa "madre", come potenza è una piccola atomica senza radiazioni, questa "madre" fa parte della famiglia delle BLU-82 Daisy Cutter, usate per disboscare i campi in Vietnam e far deflagrare i campi minati in Iraq dopo il 2003. Usata ora, però, sotto gli attuali scenari di guerra, la MOAB può assumere anche altri significati, non ultimo, quello di avvertimento agli impianti sotterranei di Pyongyang così come avvertimento agli impianti nucleari, sotterranei o nei fianchi delle montagne, di Tehran, così come a vari paesi limitrofi ed ex sovietici, e si potrebbe continuare. Certo è che si presenta sempre a stelle e strisce questo genere di primato, e lo sarà finché qualcuno, o qualcosa, non fermerà, ammainando e sotterrando la bandiera dell'umana inciviltà. Altro che false flag, è a stelle e strisce la falsa flag che ritiene di sventolare su Civiltà e Democrazia, mentre sventola su ipocrisia e menzogna. 
"Un'altra missione di successo", la prima essendo i 59 missili lanciati sull'aeroporto siriano motivati dalla menzogna dei gas usati da al-Assad in realtà a favore dei ribelli e del terrorismo dal Daesh ad al-Nusra, e ancora: "sono molto orgoglioso dei nostri militari" e ancora: " totale autorizzazione" ovvero carta bianca ai militari, s'intende. Parole di Trump. Così, il presidente degli Stati Uniti, mentre in un lapsus indicativo della propria assenza di consapevolezza, confonde Iraq con Siria nell'annunciare l'attacco missilistico di sei giorni fa, ci dimostra come e fino a che punto sia rientrato sotto l'ala dello zio Sam, o forse vi sia sempre stato. Motivo: evitare defenestrazione? Altro? Chissà!
Ci sarà una Resurrezione da tutti questi venti di guerra? Si spera.
Marika Guerrini
immagine- Wadsam