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domenica 17 settembre 2017

vaccini

bambino afghano
... fino ad ora mi sono volutamente tenuta fuori dalla questione vaccini, i motivi sono vari, non ultimo il personale convincimento che dietro tutto questo ci sia, da parte del Governo Italiano, che sappiamo illegittimo quindi non atto a promulgare Leggi tranne quella per  indire elezioni, anche una manovra a distogliere l'attenzione da altro, non ultima la propria illegittimità. Ma dietro al tenermi fuori c'è anche il personale rifiuto per le etichette ( No Vax etc.) per le manifestazioni di piazza, se pur legittime, per gli assembramenti in genere dove si è sempre in troppi a parlare e gli animi si scaldano senza ritegno. Diciamo che è questione di forma che può però incidere anche sulla sostanza depotenziandone l'integrità. Ma le richieste di opinione circa i vaccini che, quotidiane, da mesi mi giungono, hanno reso inevitabile un accenno, sfiorerò quindi il controverso argomento sulla base di un'esperienza sommatasi in oltre quarant'anni di studio e ricerca sull'essere umano, infanzia e adolescenza in primis. Studio volto all'osservazione, alla spiegazione dei perché di tutte le manifestazioni, le problematiche, le caratteristiche fisiche, psichiche ed oltre, dell'essere umano  nelle sue fasi evolutive, vale a dire infanzia, adolescenza e primissima giovinezza. Fasi che hanno costituito il nucleo fondante della mia ricerca in questo campo anche attraverso la medicina, facendo, con umiltà e consapevolezza della propria ignoranza, riferimento e tesoro della preparazione di medici, studiosi e ricercatori a loro volta, scevri da qualsivoglia devianza di tipo opportunistico, ligi al giuramento di Ippocrate, ad una grande e consolidata preparazione scientifica mai disgiunta dall'etica, dall'onestà, dai principi e dai valori base della propria missione nei confronti dell'umanità.  Ciò detto, affacciamoci per qualche riga nello specifico delle malattie esantematiche dell'infanzia, ovvero patologie che producono esantemi, volgarmente detti eruzioni cutanee, tra cui morbillo, varicella, rosolia, scarlattina, quarta malattia, quinta e sesta, nonché, senza esantema, la parotite e la pertosse. Tutte malattie, alcune virali altre batteriche, che, sappiamo, un tempo venivano chiamate "della crescita", e non a caso, perché sono manifestazioni dell'individuo, ogni singolo individuo, che oltre a purificare il corpo anche da gran parte delle eredità patologiche sia fisiche che caratteriali, accompagnano la crescita del livello di coscienza, e qui entriamo in un campo che, in parte, potrebbe riguardare la Psicologia Evolutiva se questa scienza riuscisse a fare un salto di qualità. Queste malattie dell'evoluzione, quando si presentano in pazienti non affetti da precedenti patologie, siano esse endemiche, croniche o transitorie, d'altro tipo, richiedono innanzi tutto rispetto del decorso in ogni sua fase, quindi accortezza, pazienza e degenza di una decina di giorni, dopo di che l'elemento patogeno è innocuo, il paziente non è più infetto, quindi trasmissione eccetera. Ma quale madre ora possiede la volontà e/o la possibilità di seguire questo iter per il proprio figlio? Credo si possano contare in breve tempo. E allora i Vaccini. Non solo i vaccini inutili quali quelli per le esantematiche, per l'influenza, per l'epatite B etc., e neppure inoculati singolarmente e in tempi diversi, ma  tutti i loro agenti patogeni, ché questo sono i vaccini, inoculati contemporaneamente in esseri umani anche neonati e comunque in età prescolare, quindi pochi mesi o anni di vita. Il fatto è che questi agenti patogeni non tengono conto dell'età, e i bambini in tenera età non hanno ancora sviluppato il sistema immunitario, quindi sono particolarmente indifesi, per cui c'è un'altissima possibilità di rischio anche, in alcuni casi, mortale, per non parlare dell'altissimo rischio neurologico con sviluppo posteriore anche tardo, spesso nel passaggio dalla pubertà all'adolescenza, come la sindrome di Kanner conosciuta come Autismo, in molti casi legata ad un disturbo di degenerazione temperamentale. Ma qui l'argomento si fa ancor più complesso e non è questa esigua pagina il suo luogo, lascio quindi spazio alla medicina, quella onesta, non quella di cui ci si serve nei corridoi governativi, bensì quella del dottor Franco Verzella che non conosco, ma che ho apprezzato in un video in cui ha sintetizzato in maniera ineccepibile le motivazioni scientifiche circa questa follia di obbligatorietà vaccinale che lede persino la libertà di scelta individuale, adducendo menzogne su contagi e similari. Prima però, per quell'internazionalità di cui non so fare a meno, voglio riportare le parole di un Capo di Stato che, con pensieri corretti e lungimiranti si è espresso sull'argomento senza mezzi termini: Vladimir Putin, eccole:
"Quando vedrete che i vostri figli sono a malapena umani, (che sono) psicologicamente alterati, quando vedrete che le loro cellule nervose non riescono a connettersi, sinapsi, ed i loro processi di sviluppo neurologico sono offuscati fino al punto da ridurli ad esseri sub-umani con grugniti ripetitivi e sguardi vuoti, cosa farete allora?"
Ora buona visione del video " Il Grande Inganno" del dottor Verzella, a seguire.
Marika Guerrini

immagine: scatto di Barat Alì Batoor -collezione privata 
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domenica 27 agosto 2017

c'era una volta l'Afghanistan- seconda parte

Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan
... Omaggio a Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan.

Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan, sposa di Re Aman Ullah (Regno 1919-1929), pilastro della modernizzazione afghana del tempo, donna energica e coraggiosa, fu, ante litteram, ispiratrice, promotrice, divulgatrice e fautrice dell'emancipazione femminile in Afghanistan in quei dieci anni, così come del lascito futuro in tal senso. La prima scuola femminile "Masturat" fu istituita nel 1921, Sua Maestà la Regina Soraya ne fu madrina. Nel 1928 il numero di ragazze scolarizzate in Afghanistan era  di 800 unità, numero che potrebbe sembrare irrisorio secondo i nostri parametri e neppure, data l'esigua scolarizzazione al femminile che da poco aveva preso ad allargarsi in occidente, in Italia ad esempio. Tanto più le 800 unità ci si palesano come numero consistente nella terra afghana del tempo, esse stanno a significare, appunto, emancipazione femminile rispetto alle restrizioni della società tradizionale, stanno a significare emancipazione per l’intero Paese,  ponte lanciato verso il futuro, essendo le bambine e le giovani donne potenzialmente madri, quindi educatrici delle future generazioni. Questo il pensiero, il desiderio di S.M. la Regina Soraya. 
A Lei si deve quella che poi, negli anni a venire, sarebbe stata la "libertà" al femminile del e nel paese afghano. Ecco alcune Sue parole: "Voi donne afghane rappresentate il 50% della popolazione, ma contate pochissimo nel nostro Paese. Bisogna che vi istruiate, che prendiate penna e libri per imparare a leggere e a scrivere, così da poter partecipare pienamente allo sviluppo del nostro Paese tanto amato, sotto la direzione del nostro Emiro". In sala, presenti, vi erano circa 3000 donne ad ascoltarLa. Questo si deve a Lei, così come all'Emiro, poi Re, Aman Ullah, Sovrano e Suo sposo, si deve la prima ed ultima modernizzazione dell'Afghanistan, cosa di cui i successivi Re e governanti avrebbero usufruito, poiché altro non hanno fatto, ivi compresa la Costituzione. Tutto questo chi scrive ha incontrato e vissuto, fino a che l'Oscurantismo voluto, creato e armato dall'occidente e da collusi d'oriente, non ha riportato l'Afghanistan ad arretrare di centinaia di anni. 
Questa è la Storia, quella vera, quella con la S maiuscola, non quella che si blatera da anni fattisi troppi. E questa Storia, la vera Storia, tra qualche mese sarà a disposizione dei lettori interessati e non, spinti da simpatia o antipatia, spinti ad accogliere o denigrare. Sarà a disposizione con l'uscita di un libro sui dieci anni di Regno di Re Aman Ullah e della Regina Soraya, libro stilato da Loro figlio, Principe Ehsan d'Afghanistan (Kabul ottobre1926-Ginevra luglio 2017) e curato da chi scrive, ovvero da me con orgoglio.
A questo punto, di seguito, avendo precisato per merito di chi e quando si fosse concretizzata la possibilità di modernizzazione poi, ora, negata agli occhi del mondo, possiamo segnalare il link di un sito che ha pubblicato alcune foto sugli anni successivi al Regno dI Re Aman Ullah e della Regina Soraya, foto indicative di una verità e dimostrative di quanto l'impulso di questi due Sovrani avesse lasciato la sua impronta nel tempo, quanto e fino a che punto questa impronta sia stata poi calpestata, negata, cancellata per uso e consumo di profitti internazionali con il beneplacito di traditori nazionali venduti all'offerente. Il link:  http://www.curioctopus.it/read/5946/sapete-com-e-l-afghanistan-oggi-ma-quando-vedrete-come-era-50-anni-fa-non-ci-crederete

Marika Guerrini
immagine da archivio privato di Casa Reale d'Afghanistan- si ringrazia per la Gentile concessione


c'era una volta l'Afghanistan - prima parte

cielo afghano
... mi hanno raccontato di una terra, un'antica terra molto più vicina a noi di quanto noi si possa immaginare supporre sapere. Una terra sconosciuta che non si vuol conoscere, terra delle origini che nei millenni tutto ha visto fiorire. Mi hanno raccontato di uomini in transito su di essa da occidente ad oriente da oriente ad occidente. Nel tempo. Mi hanno raccontato di una terra che lasciava all'eternità delle sue nevi sorelle dell'Himalaya, la facoltà di contemplare ruscelli incamminati a dissetare  valli sì che mandorli potessero fiorire  e gialli zafferano e tulipani. Incamminati ad ingrossare fiumi sì che potessero lambire deserti. Mi hanno raccontato di quanto, nelle sue notti, qualunque fosse la stagione, le stelle fossero così vicine da poterle toccare ancor più che con la fantasia delle fiabe. 
Mi hanno raccontato che in quella terra, allora e per molto molto tempo, tutto era scorso e trascorso come fosse sogno. E come in un sogno la sua via  s'era fatta culla di pensieri e d'arte.  E come in un sogno aveva visto Regni e Imperi e  polvere in un alternarsi di vicende nascoste tra le pieghe delle sue montagne o tra i granelli di sabbia dei suoi deserti. Mi hanno raccontato che a quel sogno l'uomo aveva attinto per scrivere pagine e pagine della propria storia, quella conosciuta al mondo del visibile e quella conosciuta al mondo dell'invisibile. Soltanto.
Mi hanno raccontato che nel tempo, quella terra, non una sola volta s'era trovata a difendere se stessa e le sue genti diverse e simili, poste lì a formare un grande mosaico umano, come fosse rappresentanza nell'economia dell'umanità. Mi hanno raccontato come, sempre nel tempo, se posta in ginocchio per via di menzogna o tradimento, quella terra avesse ripreso la sua postura verticale, come verticale, da sempre, era stato il coraggio dei suoi uomini. Lo stesso coraggio che, sin dalle origini fino a tempi recenti, li aveva resi pronti a sconfiggere armate d'ogni tipo, qualunque idioma l'invasore pronunciasse. 
Mi hanno poi detto come un giorno una follia criminale e burattino, abbia impugnato il vessillo della menzogna, che al bagliore di quella tenebra abbia invaso il cielo di quella terra con macchine volanti cariche di armi esplosive. Cariche di viltà. Mi hanno detto come tutto abbia preso avvio da quel settembre del primo anno del secolo XXI. Mi hanno detto che da allora i ruscelli di quella terra si sono arrossati, che così hanno fatto i fiumi, così i deserti. Mi hanno detto che i fiori hanno ora un unico colore: viola. Che la follia criminale, accusando altri, mentendo, ha invaso di viola quella terra, che il viola dilaga anche lì dove un tempo fiorivano mandorli, zafferano e tulipani. Mi hanno detto che il viola viene alimentato e alimenta la menzogna della follia e dei suoi adepti. Che il viola di quei fiori, antichi figli un tempo innocenti, ora avvelena le genti di quella terra, le giovani genti ancor più per poi trasferirsi ad avvelenare il mondo. Mi hanno detto che quei fiori si sono fatti arma. Mi hanno detto che per il profitto sprigionato da essi a nutrire la follia criminale e internazionale, in quella terra tradimenti seguono tradimenti, povertà povertà, malattia malattia, morte morte. Mi hanno detto che è per via di quel viola, innanzi tutto, che la follia criminale non lascerà quella terra, non permetterà alle sue genti di riprendersi la propria storia. Qualunque essa sia o possa essere. Fino alla fine dei giorni. Forse.  
Quel che non mi hanno detto è la speranza. Non mi hanno detto della speranza. La speranza che la fine giunga per la follia criminale ancor prima che per la storia di quella terra. No, non mi hanno detto dell'ultima Dea che riluce tra le stelle del suo cielo. Che riluce come le stelle del suo cielo. La Speranza. Ancora. Adesso. Nel suo incredibile cielo.
Marika Guerrini

sabato 5 agosto 2017

Maestà che brutta guerra - diretta da Palinuro

... Palinuro, estate 2017
... è un angolo nascosto il suo, ora. Accovacciato tra le rocce marine, con lenti gesti senza voracità né desiderio, si nutre con una fetta di focaccia mediterranea, così detta pizza, in questo caso  non arrossata dal pomodoro, né arricchita dalla mozzarella, ma semplice, bianca: farina acqua lievito sale. Mi domando se è la pizza che assapori o non è forse chapati o naan o altro tipo di pane della sua terra che gli giunge dal ricordo, a cui la pizza bianca assomiglia.
E' scarsa la sua mercanzia: una piccola scatola racchiude anelli e braccialetti d'argento, manifattura indiana, come molti propongono, null'altro, il che denota il suo recente sbarco sulle nostre coste,   mentre la scarsità dei monili accompagnata dal gesto d'offerta in cui il braccio non si tende, ma resta ancorato al fianco, sottolinea lo svogliato desiderio di contatto con probabili clienti.
Non giunge dall'Africa, il colore chiaro nella pelle abbronzata lo dichiara, così fa l'eleganza nei tratti del volto e i capelli neri e lisci lasciati cadere sulla fronte, allontanati a tratti dagli occhi con gesto nella mano leggera.
Viene dal Pakistan Rahmat, questo il suo nome, non so se risponda a verità. Dal Pakistan via Africa, via Libia, la rotta di tanti, di troppi, quella che prima attraversava Iran, Turchia, Grecia. L'attraversava un tempo fattosi lungo pur se recente, quando la quotidianità di questa guerra s'avviava ad esistere. Questa guerra globale attuale indegna e menzognera.
Quel che noto è che non guarda mai il mare, questo mare, qui a tre passi da lui, a due da me. Diversa per noi due la sensazione, l'azzurrità. Esilio e vacanza. Due mondi.
Non faccio domande personali oltre il nome e la provenienza. L'atteggiamento, il suo, impone riservatezza, incute rispetto.
E bambini giocano con le onde. E vociare rincorre vociare, benché sommesso sia. E sciacquio s'alterna a sciacquio sugli scogli levigati, profumati di salsedine.
Non mi ha proposto alcun anello, alcun bracciale, non so perché o forse sì, l'ho salutato nella sua lingua, nella sua lingua gli ho augurato serenità, in nome di Dio. Ha chinato il busto in un inchino, le labbra, ancor più lo sguardo, hanno comunicato sorriso e dignità.
Ora è lì accovacciato tra le rocce con una fetta di pizza, sì che all'inizio di questa pagina.
E' stato Mauro il Malandrino, come si autodefinisce, l'amico di tutti, come lo definisce la scritta sulla sua T-shirt bianca, a distogliermi dai pensieri della guerra globale, dal bagaglio di esseri umani sballottati da un mondo ad un altro, quando non ridotti in macerie, che Rahmat, con la sua storia da me intuita, mi ha riportato. 
Mauro dalla voce recitante un'antica poesia di questi luoghi d'approdo e passaggio che vide il nocchiero d'Enea sprofondare negli abissi per essere poi accolto in sepoltura su questi lidi. Mauro con i versi dialettali che riporto a seguire in originale e traduzione. Versi senza commento, versi che parlano da sé:
Viento de' terra te porta fora
Viento de' fora te porta n' terra
Maestà che brutta guerra
Mare da fora e viento da terra.
Traduzione
Vento di terra ti porta fuori ( a largo) / Vento di fuori ti porta a terra / Maestà che brutta guerra / Mare da fuori e vento da  terra.
 
Marika Guerrini
immagine- scatto originale
 
 
 

giovedì 13 luglio 2017

Migranti e Islam: pilastri della preghiera per un incontro

Medina- Moschea del Profeta
... non si può voltare il capo altrove, lo sguardo, il pensiero. E uomini e donne e bambini in corteo continuano a sbarcare sui lidi, i nostri lidi, i bei lidi italiani. E tempo c'è stato in cui fummo noi, i nostri padri, a sbarcare sui loro lidi, a lasciare segni di guerra sì, ma con essi strade e ospedali e scuole e acquedotti e... scambi e... incontro. Checché ne abbia detto, ne dica, l'ufficialità della Storia d'una guerra persa con onore, comunque. Onore che ci ricorda il: 
"MANCO' LA FORTUNA NON IL VALORE" e ancora:" E' scritto come riporto: in stampato, maiuscolo, italiano. E' scritto ad Alamin, come gli egiziani chiamano El Alamein. E' inciso su una lapide lungo una via che porta ai sacrari. Prima di essi. E' omaggio, medaglia, onore ai ragazzi che furono..." (1)                                                                                                                                  
E i ragazzi erano italiani e indossavano una divisa purtroppo, ma lasciammo anche questo sui loro lidi, il ricordo del valore, e loro, quei popoli, incisero le parole dopo di noi, parole di un nobile incontro malgrado le brutture d'una guerra.


Ed è a quell'incontro e a questo di oggi, di ora, di mesi e mesi fattisi anni, a quest'incontro indesiderato, costretto, sofferto da entrambi le parti, quelle dei lidi e gli approdanti ad essi, è a quest'incontro che dobbiamo la conoscenza dell'elemento caratterizzante i più tra questi uomini e donne e bambini che giungono a noi, la conoscenza della loro preghiera, la qual cosa ci spinge a tracciare questa pagina, per una consapevole accoglienza nel contesto d'una costretta convivenza, accoglienza che possa porsi oltre le politiche, gli errori, le diatribe, gli abbandoni, le vigliaccherie, le macchinazioni, gli abusi. Oltre i costruiti estremismi d'un Islam ad uso e consumo d'occidente. Oltre le morti che tappezzano da tempo i fondali del Mare Nostrum: la preghiera rituale. Andiamo loro incontro sapendo che gli atteggiamenti del capo, delle braccia, delle mani ecc., che accompagnano la preghiera, quando li vediamo o li sappiamo immersi in essa, variano a seconda dei diversi riti e a seconda del genere, maschile o femminile, del fedele.
Sapendo che ogni preghiera inizia con il raccoglimento, takbir, seguito dalla recitazione della prima sura del Corano, al-fatihah, come vedremo, seguita dalla recitazione del Shahada. Sapendo che tra i vari movimenti che si compiono durante il rito, si ripete Allah Akbar, Dio è il più Grande.
Sapendo che si conclude come vedremo, con la salat 'ala'l nabi,  preghiera per il Profeta e con il saluto ai presenti e agli angeli custodi, salam
Sapendo che la salat o preghiera rituale, è obbligatoria per tutti i musulmani che hanno raggiunto la pubertà e sono sani di mente, mentre malati, vecchi e viaggiatori sono dispensati dall'obbligo.
Sapendo ancora che se recitata all'interno del luogo di culto, Masjid, poi Mesquita, poi Moschea, che sta per luogo della prostrazione, il fedele ha il dovere di volgersi verso la Mecca anche se da principio, Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muṭṭalib al-Hāshimī, in occidente Maometto, aveva indicato ai fedeli di volgersi verso la città santa di Gerusalemme cambiando poi direzione quando i giudei delusero la sua aspettativa, non riconoscendolo quale continuatore dei Profeti.
Sapendo che se il fedele si trova a dover osservare il rito al di fuori dalla Moschea, ha il dovere di delimitare il punto in cui si prostrerà mediante un corpo che lo isoli dallo spazio circostante, in genere un piccolo tappeto, ma può essere un muro, un albero ecc. al di qua del quale poserà la fronte durante la prostrazione.
Ed infine sapendo che, a seconda delle ore in cui, nella giornata, la preghiera rituale si recita, si compone di due, tre o quattro rak'al, che con questo termine si indica un complesso di movimenti accompagnati dalla recitazione di formule e di brani coranici fissati, si hanno così quattro rak'al a mezzogiorno, al pomeriggio e a notte fonda, tre al tramonto e due all'aurora. Ecco la preghiera.

Nel qyam o posizione eretta dell'inizio con le mani all'altezza delle orecchie si recita: Allah Akbar,  Dio è il più grande!; 
si recita poi la fatihah, o prima sura del Corano: Sia data lode a Dio Signore dei mondi.clementissimo, misericordiosissimo, re del giorno del giudizio finale, dirigici con il retto cammino, il cammino di quelli che tu hai colmato con i tuoi benefici, di quelli che sono senza corruzione e non nel numero dei traviati. Amin
 vi è poi il ruku' o inclinazione del busto con le palme sulle ginocchia, in cui si recita per tre volte: Gloria la mio Maestro il Grande! ;
si ritorna poi alla posizione eretta dicendo: Dio ascolta quelli che gli danno lode;  
a questo punto il sugiud o prostrazione fino al toccare il suolo con la fronte, in cui si recita Gloria la mio maestro l'Altissimo, per tre volte con prostrazione;
poi il busto si alza nel gialus, le mani vanno sui muscoli superiori delle gambe recitando: Dio è il più Grande per tre volte; 
infine il qu'ud o posizione accoccolata in cui si attesta l'unità di Dio e la missione di Maometto. Tutto termina con la richiesta di preghiera a Dio su tutti e chiedendo la Sua benedizione, mentre si volge la testa prima al di sopra della spalla destra poi della spalla sinistra all'indirizzo dei presenti e degli angeli custodi con: La pace su voi e la Misericordia di Dio!  
Si chiude qui anche questa pagina tracciata nell'assoluto rispetto di ogni preghiera. 
Marika Guerrini

nota 
(1) brano dello stesso autore tratto da "Rossoacero-conosco il canto del muezzim", ed. Città del Sole, 2013 

martedì 20 giugno 2017

Afghānistān: utilità ordito fumo


... "Del nostro venire e partire l'utilità dov'è?
      Delle trame della nostra vita l'ordito dov'è?
      Capi e piedi leggiadri il mondo brucia ma il fumo dov'è? 
                                                                                                   Omar Khayyam

Così, mentre Trump, invia un contingente di 4000 uomini in Afghānistān, in realtà mai abbandonato dai soldati americani malgrado retorica e apparenza, noi seguiamo il rimbastirsi della storia in quella terra che si vuole di guerra. Quella terra di antichi poeti mostrata al mondo, da anni ormai, genitrice di droga e d’ogni violenza armata. Oggi, come spesso, riprendiamo questo leit motiv, ancora una volta ne facciamo promemoria, costretti dalle notizie date dai media che continuano ad essere monche, per questo deviando ai più la conoscenza della realtà.
Su scala mondiale, ad ora, il 92% della droga viene dall’Afghānisn. Iniziata nel 2002, in zona sud-est sotto “controllo” della Gran Bretagna poi passato agli Usa, la produzione si è espansa a dismisura, tanto da, sempre sotto “controllo” Usa, negli ultimi due anni aumentare di un ulteriore 10% in ettari coltivati. L’oppio prodotto è in mano alle cellule terroriste armate, che non sono il Daesh, non avendo questo bisogno di introiti da oppio per armarsi, perché rifornito in via diretta da Arabia Saudita e Stati Uniti, ma altri gruppi armati di cui si è quasi perso il conto, tra essi i Taliban, che sappiamo però, essere cambiati nella struttura da un bel pezzo, essere ora partigiani in lotta per la libertà del Paese dallo straniero. Ma mettiamo tutti i gruppi nello stesso calderone come si vuole si creda, altrimenti in questa tela di ragno si resta intrappolati, e riprendiamo il percorso “oppiaceo”.
Dopo la produzione, le capsule del papavero viola vanno alle raffinerie, prima inesistenti nel Paese poi appositamente costruite sì da trasformare in loco l’oppio in eroina, ottenendo un costo inferiore per l’acquirente. Dalla raffineria allo smercio il passo è breve e la sostanza stupefacente va in ogni dove, compreso, e non da ultimo, il mercato americano e anglosassone. Tutto questo movimento viene svolto alla luce del sole, se mai si possa parlare di sole e di luce per designare una tenebra, e, con la presenza ed il permesso di circolazione “controllata”, si agisce direttamente sul popolo afghano ai cui giovani, per lo più minorenni, viene regalata dagli stessi soldati occupanti, in realtà compiendo un lento inesorabile genocidio, non solo in terra afghana, ma anche iraniana, sì perché la droga viene fatta circolare anche sul mercato iraniano confinante, dove si è raggiunto un alto grado di consumo tra gli adolescenti. Quindi droga  uguale arma di distruzione di massa e del futuro dei popoli.
Si giunge poi alla fase logica del percorso: con il ricavato i gruppi armati comprano armi propriamente dette. Lo fanno sia dai sauditi, che a loro volta comprano dagli Stati Uniti, sia, in linea diretta, dagli Usa, indiscussi maggior produttori di armamenti sul pianeta, motivo, quest’ultimo, per cui mai nessuno riuscirà a disarmare il popolo americano, a farlo uscire dalla Legge del Taglione e dalla follia omicida, oltre che suicida.
Quest’ultima fase porta all’uso delle armi sul territorio senza alcuna discriminazione, ma sempre con l’etichetta: terrorismo islamico. E poiché il terrorismo islamico va combattuto, e l’Afghānistān, è stato fatto fulcro di esso alimentato e mantenuto tale da sedici anni di guerra, e poiché l’esercito locale, addestrato e addestrato, falsamente, in questi stessi anni, non è in grado di sbrigarsela da solo, ecco che si rende necessario, ovviamente per il bene del Paese e per “liberarlo”  dal terrore, il “ritorno” del contingente di unità militari ad alto potenziale e numerico e di addestramento e di armamenti. 
Ma questo non basta, vi è un ulteriore risvolto, un risvolto non afghano, bensì americano, in base al quale,  così come si è citata la percentuale della produzione di oppio in aumento, si cita ora, la percentuale dei suicidi di veterani negli Usa. Questo vuol dire che sull’intera popolazione suicida americana, il 42% sono veterani che dopo due o tre missioni in terra afghana, stesso per l’Iraq, rientrano in patria e, nell’immediato o nell’arco di qualche mese, si tolgono la vita. Non solo, ma un’altrettanta alta percentuale di chi non compie questo atto estremo, smette comunque di vivere perché alienato da depressione o da “disturbo post traumatico” come viene definito in psichiatria. Ma anche qui non finisce la storia, perché questi alienati sono un ottimo “prodotto” da usare per attentati, vengono infatti da un addestramento militare e sono distrutti nella mente e nell’animo abbastanza da servire il nemico, sempre lo stesso: il terrorismo islamico. Quale miglior connubio per la follia suicida omicida.
Qui ci fermiamo.
E’ un nuovo Vietnam l’Afghānistān per gli Usa?
Abbiamo già posto questo interrogativo. Lo scriviamo da anni.
Di fatto gli Usa stanno perdendo in Afghānistān. Il dato.
L’utilità dov’è? L’ordito dov’è?. Il fumo dov’è?

Marika Guerrini

immagine di Barat Alì Batoor (collezione privata)

p.s.
si segnala interessante l’intervista rilasciata lo scorso febbraio all’Institute for Global Studies da Claudio Bertolotti, analista strategico per l’ITSTIME ( Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies) nonché associato all’Istituto di Studi e Politica Internazionale, ISPI 

mercoledì 7 giugno 2017

Herāt ieri e oggi

Herāt- Moschea del Venerdì
... " Da taccuino 
Sto per lasciare l'Afghānistān E' il giorno della partenza. Nel primo pomeriggio salirò sulla corriera. Lascerò questa Terra alle mie spalle. Lentamente.... mi sento spaesata come non sapessi dove andare. Non avessi dimora da raggiungere. Tornerò a Mashād, in Iran. E' diverso.... Ancora trenta giorni poi l'aereo. Italia. Occidente. Tornare a casa è così strano. Ora. A casa, ma qual'è la mia? Devo ricordarmi di indossare l'orologio... 
...Sono stata alla piazza della Moschea. E' sempre così strabiliante vedere le sue cupole confondersi col cielo... E' così strano ora dover partire... Devo ricordarmi di salutare Hussein.... Mi saluterà con un inchino, un Salam Aleikum. So che sarà triste.
Dirò che tornerò. Inch Allah
No, l'oriente non è imperturbabile se sei in contatto con esso.
E' stato un attimo nella piazza della Moschea. In un attimo s'è alzata la polvere. E' venuta da una delle strade che fanno da raggiera. Nella polvere un cavallo. Sul cavallo un uomo avvolto in un chapan multicolore. E' entrato al galoppo nella piazza. Portava un fucile a tracolla. Siamo in estate. Fa caldo. Quaranta all'ombra. Me l'ha detto Hussein. Il mio amico Hussein. La lanterna di questi miei giorni.
Il cavaliere aveva un turbante azzurro. Come le cupole. Il cielo.
Ha fatto un giro della piazza. Al galoppo. Tra la polvere.
Per qualche istante mi si è fermato davanti. 
Aveva un volto serio. Bellissimo. Di quelli tagliati come piacciono a me.
Ero seduta in terra. Sui gradini d'una bottega chiusa. Come faccio spesso. Mi piace star così, respirare l'atmosfera. Sotto l'azzurro. 
Lo farò anche domani. Voglio farlo.
Poi ha impennato il cavallo. E' andato via. Da dov'era venuto.
Sono rimasta nella scia della sua polvere.
Mi crederanno quando lo racconterò nella terra in cui sono nata?
Stamattina ho salutato questa terra. Questa mia terra.
 Anzi mi ha salutata lei. 
Aveva sembianze di cavaliere. Come nelle fiabe. 
Chissà se mi crederanno.
Tornerò presto.
Mi mancherà.
Non mi volterò indietro quando sarò sulla corriera.
Guarderò solo la polvere del deserto. La bianca polvere.
Guarderò solo avanti. Verso il tramonto.
Mio Dio quanto mi mancherà!...   
                                                                             Herāt, estate afghana 1976 " (*)

Questa mattina un boato ha scosso la piazza della Moschea, ha scosso le sue cupole azzurre. I suoi minareti. Ad ora sono sette i morti, ignoto il numero dei feriti.
 Alcun cavaliere è giunto al galoppo. Ha sostato. Ha impennato il cavallo. E' andato via nella  bianca polvere. Ed io non ero seduta in terra. Sui gradini d'una bottega chiusa. Questa mattina v'era fumo nella piazza della moschea. Tanto fumo. Soltanto.
                                                                              Herāt, estate afghana 2017. 
Marika Guerrini

(*) brano dello stesso autore da "Massoud l'Afghano il tulipano dell'Hindu Kush", Venexia 2005