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sabato 16 novembre 2019

gandhiana memoria a Dio

...
la preghiera di Gandhi
...ogni qualvolta mi aggiri tra le quinte di occiriente per scorrere le statistiche, la pagina che risulta più visitata è "Secondo gandhiana memoria", scritta e pubblicata il 28 marzo del 2012. Il fenomeno si verifica da sempre, negli ultimi tempi però si è fatto quotidiano ed ancor più internazionale dato che la cartina mondiale mi segnala paesi da occidente ad oriente in cui gli occidentali prevalgono. Il lato buffo della faccenda è che io non ricordi cosa avessi a suo tempo scritto, né l'intero contesto, tranne di aver citato il Mahatma, così stamattina ho voluto colmare la mia dèfaillance per comprendere il motivo delle frequenti visite in quella pagina. 

Sono bastate le prime frasi perché la nebbia mnemonica si rarefacesse e le parole scorressero non solo nel ricordo, ma come se le stessi scrivendo ora. La cosa avrebbe dovuto darmi piacere per via dell'attualità, della popolarità dello scritto, ma non l'ha fatto, al contrario, alla bocca dello stomaco una stretta si è trasformata in tristezza e le considerazioni di allora, supportate dalle parole del Mahatma, hanno annullato sul momento la chiosa nella pagina del 2012, in cui ci si affidava alla speranza.
M.K.Gandhi nel passo riportato, a proposito della guerra così si esprime: "La storia mi ha insegnato un'importante verità: qualsiasi sia la causa da difendere, anche se nobile, l'odio e la violenza compromettono la pace agognata, raddoppiando gli stessi odio e violenza" e a chi appellarsi dopo questa presa di coscienza suggerita dal Mahatma se non all'ultima dea? E cosa spinge il lettore di questi nostri giorni a scorrere la pagina di cui sopra, sino a renderla la più internazionale e popolare dell'intero sito? Di certo un motivo è in quel "gandhiana memoria", lo si può capire e gioirne, ma quel che genera invece tristezza è il rendersi consapevoli del desiderio di serenità che alberga generalizzato nell'animo umano oggi, ora, e gli fa ripercorrere le parole del Mahatma come per suggere l'essenza. Del resto un desiderio, nel contesto storico e bellico che si sta attraversando, altro non è che un profondo bisogno dell'animo di abbeverarsi ad una fonte d'acqua pura. Ma mentre l'animo anela ad un'interiore pace, tutti noi viviamo il quotidiano odio e violenza contribuendo così, nostro malgrado, a guidare interi popoli verso la distruzione, auto o indotta che sia e, al tempo stesso, attentando al concetto di Civiltà e di Umanità. Ma questo per ora lasciamolo ad altra pagina.
Sta di fatto comunque che l'attentato assuma e si manifesti sotto varie sembianze, se pur sia una sola parola a comparire quasi sempre lungo il tragitto e nel suo nome si agisca: libertà. 
E' in nome della libertà che si lotta per i diritti umani, in nome della libertà ci si intromette nella storia dei Paesi, dei popoli, ed è per il libero commercio che si è creata la globalizzazione, ed è in nome della libertà che si procura aborto senza necessità patologica, ed è sempre in nome della libertà che si permette l'arbitrio sulla scelta della sessualità anche in tenera età, ed è ancora nello stesso nome che si inneggia all'ormai vomitevole libertà di democrazia, e la si esporta anche in quel nome, semmai senza possederla perché se si possedesse si saprebbe che è un lungo processo di pensiero, di poi storico e non la si può esportare. Per non entrare poi in merito alla libertà di religione su cui si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma ci fermiamo qui. Eppure, se si riflettesse davvero su tutti i diritti alle varie libertà risulterebbe evidente che dietro ogni libertà dell'uno, vi è la perdita della libertà dell'altro, quando non la schiavitù o la distruzione. Il perché è puerile; non è possibile alcuna libertà se non si parte dalla libertà, con la L maiuscola, quella che ogni essere umano porta insito in potenza, che lo sappia o non. Gandhi lo sapeva, Gandhi aveva conquistato la Libertà. Era giunto ad essa attraverso un meticoloso lavoro su se stesso per tutta la vita. Con quella stessa Libertà e consapevolezza andò incontro al suo assassino, per questo pote' perdonarlo. La conquista della Libertà individuale si fa Libertà di popoli, si fa armonia tra essi, si fa quella parola tanto usata e bistrattata: Pace. Ma non si pensi che quando Gandhi parla di "pace agognata", da raggiungere, stia parlando della pace melliflua a cui oggi i più si riferiscono, alla stessa guisa della parola libertà, ed ancor più vi si riferiscono coloro che scimmiottano il pensiero del Mahatma. L'a-himsa gandhiana non è affatto un movimento pacifico, ma un quotidiano duro lavoro su se stessi, una vera e propria guerra interiore in cui rinuncia, controllo, amore disinteressato, verità, positività, coscienza, rispetto per l'altro ed il vivente in genere, sacrificio di sé e sopra ogni cosa Umiltà regnano sovrani. Da questo e solo da questo può scaturire la tanto agognata pace. La popolarità della pagina di occiriente datata 28 marzo 2012, da cui abbiamo preso le mosse per questa pagina, è dovuta a quel desiderio dell'animo umano che è molto più profondo di quel che si pensi  e che solo in superficie si riferisce al desiderio di un'attuazione sociale secondo i principi gandhiani, in realtà ricerca ciò da cui quei principi muovono, la trasformazione di sé, la vera Libertà. Non è quindi un caso la popolarità di quella vecchia pagina di occiriente  che in questi tempi oscuri in cui il potere ovunque pare prevalere sulla bontà, sulla spiritualità, sulla cultura e ancora e ancora, in cui la finanza con annesse guerre ha sottratto e sottrae ai più, in specie ai giovani, la speranza, il messaggio del Mahatma è un ruscello d'acqua pura a cui abbeverare l'animo. E' il ruscello della Speranza.

Marika Guerrini

p.s.
nell'immagine riportata in lingua originale, la preghiera che Gandhi recitava ogni giorno, Traduzione a seguire:
" in tutta umiltà mi sforzerò d'essere buono, veridico, onesto,puro. Di non possedere nulla che non mi abbisogni, di meritare la ricompensa per il mio lavoro, di essere sempre vigile su ciò che mangio e bevo, di essere sempre coraggioso, rispettare le altrui religioni così come la mia, di cercare di vedere nel prossimo sempre la bontà, di seguire lo swadeshi ed essere un fratello per tutti."




  

martedì 29 ottobre 2019

Kèrbala e Baghdad sotto la zampa del gatto


 ... le immagini giunte dalla città santa di Kèrbala in questi giorni, sembrano uscire dalle pagine di un mio libro, quello ambientato a Baghdad, che questa città cita nel titolo, lo vedete qui, a lato, con la storia di un giornalista embedded americano racchiusa tra le pagine, un giornalista che, per amore di verità, svela il dietro le quinte del marzo 2003, quando la terra irachena, spettatrice di se stessa, si vide bombardata dalla coalizione Usa-Gran Bretagna a cui, in un primo momento si accodarono Spagna e Bulgaria, malgrado il divieto dell'Onu si fosse mosso per salvarla data la falsità dell'accusa.
Ricordiamo tutti quel casus belli, l'accusa a Saddam Hussein circa la presenza sul territorio di Armi di Distruzione di Massa, armi proibite dagli accordi internazionali, benché questa sia cosa marginale per chi sia solito infischiarsene. Del resto questo stesso genere di armi, tra cui atomiche e batteriologiche in grado di procurare sterminio a uomini, animali e cose compreso il suolo, e protrarlo nel tempo, furono della stessa tipologia delle armi usate dalla Nato guidata, come da prassi, dal gatto e dalla volpe, nell'ottobre del 2001, per bombardare l'Afghanistan. Tipologia di ordigni già usati dagli Usa negli anni sessanta per disboscare la giungla in Vietnam, cosa che toglie ogni dubbio alla cognizione di causa da parte degli attori avvezzi all'uso di tali ordigni e ai loro devastanti effetti. 
Ora però, rinfrescata la memoria, ritorniamo ad oggi. Pare che in Iraq le rivolte sanguinarie e sanguinose stiano dilagando sempre più a circa un mese dall'inizio. Negli ultimi giorni ai ribelli si sono uniti studenti dei licei e delle università, il che non fa presagire la fine dei moti. Eppure gli iracheni hanno uno Stato "libero", si direbbe, un Presidente, Barham Salih, curdo che ha operato nella civiltà americana, ha studiato in Gran Bretagna, uno che ai tempi del " despota" Saddam Hussein era stato anche in prigione, perché curdo, perché ribelle. Uno che tempo fa si espresse attribuendo agli Stati Uniti la "liberazione " dell'Iraq. E ancora e ancora. Quindi gli iracheni dovrebbero sentirsi fortunati e non protestare contro il primo ministro Adel Abdul Mahdi rivendicando possibilità lavorative, giustizia e un drastico cambiamento del Governo ritenuto corrotto. Ma più di ogni altra cosa gli iracheni dovrebbero sentirsi liberi. E allora ci chiediamo: come potrebbe l'antica grande Mesopotamia sentirsi libera tra i resti delle sue rovine, come potrebbe sentir cantare il Tigri sulle sue sponde calpestate da 5.200 soldati statunitensi di stanza nel Paese, che, dopo l'obamiana finzione di ritiro delle truppe che determinò il premio Nobel per la Pace all'allora Presidente Usa, sono inesorabilmente stati presenti, come sempre accade loro? 
Dalla distruzione dell'Iraq del 2003, dalla defenestrazione di Saddam Hussein, con la finzione dell'abbattimento della statua del Rais eseguita da soldati americani mentre la folla non era quella mostrata al mondo, ma quattro miseri iracheni pagati ad essere protagonisti del film, dall'esecuzione di colui che, pur dittatore, aveva portato il paese a livelli di modernità equiparati a livelli europei, con leggi a favore del popolo come, ad esempio, la casa a chi non poteva permetterselo, l'istruzione accessibile a tutti, borse di Studio per l'estero a studenti universitari meritevoli, e così via. Da allora, quando non sbarcavano immigrati iracheni sulle nostre coste, dopo una storia che può, se pur in maniera totalmente diversa, paragonarsi a quella dell'Iran al tempo dello Shah Reza Pahlavi: progresso, ammodernamento, aiuto americano e tradimento al momento opportuno, non poteva essere che l'Iraq dopo l'armistizio (1988) seguito alla guerra per i confini iniziata e provocata dall'Iraq (1980), con l'aiuto anche degli americani che rifornivano di armi sia l'Iraq che l'Iran, si fosse riappacificata, anche se a loro modo, con l'Iran, non poteva essere perché il pericolo per gli Usa era, ed è, la possibilità che l'Iran si facesse padrone dell'intera regione, con tutte le ingenti risorse naturali, quindi economiche, di cui la natura ha dotato quei luoghi. E allora eccoci qui a tracciare questa pagina perché anche ora è così e sarà sempre così finché non si avrà il ridimensionamento dei segreti patti che legano il gatto e la volpe.
L'Iraq si trova tra due fuochi ancor più da quando, lo scorso anno Trump ha deciso di tradire l'accordo sul nucleare (Jcpoa) inasprendo così la tensione con l'Iran, si trova ad un bivio tra Stati Uniti e Iran. Ma qualche mese fa, se non erro lo scorso luglio, il Presidente Barham Salih ha parlato di indipendenza da entrambi gli attori che alitano sulla sua terra, si è tenuto equidistante con una leggera propensione, più che legittima, verso il confinante Iran. Ma questo l'orso Grizzly non può permetterlo. E non può farlo neppure il suo amico Israele. E allora si fomentano proteste per le vie di Kèrbala. Proteste per le vie di Baghdad. E allora figure incappucciate sparano sulla folla e non si sa chi siano, o da chi abbiano ricevuto l'ordine. E allora decine e decine di morti e centinaia di feriti.  E allora ... 
Noi ci fermiamo qui, stiamo a guardare, mentre il Tigri piange.
Marika Guerrini




lunedì 9 settembre 2019

a proposito di Ahmad Shah Massoud e di suo figlio Ahmad Massoud

Risultati immagini per Massoud l'afghano. Il tulipano dell'Hindu Kush Marika Guerrini
... nel settembre di cinque anni fa, occiriente pubblicò la lettera ufficiale nella versione da me letteralmente ed integralmente tradotta e che ora, per rinfrescare il ricordo si riporta in calce a questa pagina. La pubblicazione del 2014 fu fatta al fine di divulgare quanto più possibile non solo le richieste di Ahmad Shah Massoud fatte agli Stati Uniti dì'America ed il silenzio che ne seguì, ma, cosa più importante le idee, le intenzioni, il modo di concepire il Paese, l'anima di Ahmad Shah che s'affaccia ad ogni sua parola, quella di un uomo che è stato un faro e avrebbe continuato ad esserlo, non solo per il suo Paese ma per l'intero assetto internazionale occidentale in rapporto al vicino, medio ed estremo oriente, se fossero state attese le sue parole. La qual cosa si evidenziò nella sua unica visita in Occidente, avvenuta nell'aprile del 2001, a pochi mesi dall'attentato mortale, e di certo in stretto collegamento con esso, infatti a Strasburgo, all'Assemblea delle Nazioni Unite, Ahmad Shah Massoud così si espresse: " Come fate a non capire che se io lotto per fermare l'integralismo dei Taliban lotto anche per voi e per l'avvenire di tutti?". Quando seppi di queste sue parole da un amico giornalista lì presente, immediato, in me balenò il pensiero che l'occidente avrebbe, in una qualche modalità, offuscato il faro o spento. E così fu il seguente 9 di settembre. Oggi, in ricorrenza di quel giorno siamo qui a tracciare questa pagina per qualcosa di nuovo: la figura del giovane Ahmad Shah, figlio del "Leone del Panjshir" o, come da me denominato "il Tulipano dell'Hindu Kush" per via del simbolismo regale che il tulipano da secoli ha assunto in quella regione e per la purezza degli intenti di Ahmad Shah, che usò, sì, anche la forza, a volte portata alle estreme conseguenze, ma perché costretto da una guerra infida di liberazione del suo Paese, non solo dall'allora presente occupazione sovietica, ma anche e dopo l'avvenuta liberazione dall'Urss, dall'ancor più infida e serpentina invasione dei Taliban voluta ed organizzata in anni di lavoro, dall'occidente.
Ma veniamo al giovane Ahmad Shah riportando le parole di suo padre a lui dirette un giorno di poco precedente quel 9 di settembre: " Se dovessi morire per le idee che ho difeso per tutta la vita, non devi piangere, non devi essere triste" e ancora, sempre al giovane Ahmad, passando accanto ad un salice piangente del giardino, uscendo da casa per recarsi con un amico a quello che sarebbe stato il suo ultimo appuntamento: " Quest'albero sarà il ricordo che conserverai di me". 
E' questo che si spera venga ricordato dal giovane Ahmad, ora trentenne: la consapevolezza di suo padre che riteneva molto probabile l'azione assassina, quale poi si consumò, perché conosceva la realtà delle cose oltre la loro facciata. E va ricordato anche che suo padre Ahmad Shah, per scelta, non parlava inglese bensì francese e che anche la lingua dei suoi studi era stata il Francese. Che amava Victor Hugo, Dante Alighieri e Hàféz e che una volta ad un amico disse " Quando mi è possibile leggo Hàféz, perché le sue odi, i suoi ghazàl sono i miei canti". 
Il giovane Ahmad ha svolto i tuoi studi in occidente, prima a Sandhurst alla Royal Military Academy, poi al King's College di Londra conseguendo un master in Politica Internazionale alla London University, ottima preparazione per affrontare la difficilissima situazione del suo Paese, se si è consapevoli che gli studi formano le menti, spesso a nostra insaputa ed anche la lingua di studio lo fa e che questo torna più che utile in situazioni difficili ed internazionali, indispensabile in quel suo Paese. Ricordare anche che: " Oltre le costrette battaglie, oltre le religioni, oltre i credo, Massoud apparteneva alla poesia, a quella più alta, quella dei celesti mondi. Attingeva alla poesia a cui attingono i veri poeti che non scrivono poesie, ma luce di pensieri", questo, estratto dal mio libro-canto su di lui *, che l'editore, in quarta di copertina ha così presentato: - Tra passato e Presente l'epopea di un guerriero ispirato dall'Islam verso la Libertà. Come un tempo una leggenda.-
Dalle stelle, attraverso i pensieri, si può trarre molta più saggezza che da taluni studi pur se ottimi e specifici. Suo padre lo faceva. Basta ricordarlo.

Lettera ufficiale

 Marika Guerrini

M.Guerrini, Massoud l'Afghano il tulipano dell'Hindhu Kush, Venexia, Roma 2005 

sabato 7 settembre 2019

dell'Afghanistan e dell'ignoranza: un aneddoto


...  a proposito della pagina pubblicata ieri, vi voglio raccontare un aneddoto che ritengo "ufficiale" come fosse una firma, sebbene sia uno dei tanti, nel suo genere, occorsomi negli anni.
Immagine correlataNell'ora tarda di una mattina romana, eravamo in pochi ospiti nel giardino dell'Ambasciata dell'Afghanistan mentre un tiepido sole di primavera, scaldava le nostre parole per lo più incentrate su tristi situazioni del Paese orientale. Tra gli ospiti tre americani, un architetto di giardini, la sua compagna e un ingegnere civile, responsabile per il Governo statunitense della ricostruzione del Paese orientale. Dopo presentazioni e convenevoli vari consumando un aperitivo, si viene invitati a prendere posto a tavola nei rispettivi posti assegnati. Caso, o forse non caso, vuole che io mi ritrovi con alla mia sinistra l'architetto e alla mia destra l'ingegnere. Si parla ovviamente di Afghanistan e i miei due improvvisati compagni di colazione vantano le "grandi" cose attuate e in via di attuazione dall'amministrazione d'oltre oceano in "collaborazione" con il Governo afghano. Così parlando si passa poi ai rispettivi compiti compreso il mio che, a sentir loro, non era privo di interesse e responsabilità, anche se si rammaricavano che io non scrivessi direttamente in inglese. Poi il riflettore si accende sull'architetto, che, con aria di chi dona la sua sapienza e competenza dice rivolgendomisi: " Sa, è un vero peccato vedere quanto quella gente non sappia cosa fare per abbellire le città", "In che senso", chiedo e lui, guardando il conterraneo che annuiva, continua: " Capisco che i Talebani abbiano distrutto tutto, ma, si capisce che anche prima i luoghi fossero piuttosto squallidi", mi guarda ammiccando con sufficienza e continua: " Ho fatto ultimamente un breve giro di ricognizione in varie città, non ho trovato altro che abbandono e desolazione, non so, un'aiuola, un fiore, assolutamente nulla" poi mi sorride forse per un barlume di coscienza o solo per mostrare la sua bravura, della serie: ora ci penso io, e continua: "Ma vedrà, ho già progettato un giardino a Kabul, l'ho disegnato fiorito, fiori semplici, resistenti, s'intende, anche per il mantenimento futuro, che ne dice?" " Per esempio tulipani", dico e sorrido " Tulipani? ma non si adattano al clima" risponde con sufficienza a quella che ritiene la mia ignoranza, al che io: "Beh, Kabul era chiamata il Giardino dei tulipani e degli alberi di Giuda, pensi che Babùr ne parla in pagine e pagine del suo Babùr Nama, un diario, anche se è riduttivo definirlo talema, sto parlando del XVI secolo", concludo sorridendo anche tra me e me per la provocazione alla sua, anzi loro, palese ignoranza. I due ancora si guardano, riprendo la parola: " Al tempo dei grandi viaggi verso oriente, qualcuno se ne innamorò, furono portati da noi e trovarono nei Paesi bassi la loro ambientazione. Pensi che la parola turbante viene proprio da tulpan, per via della forma " avevo incalzato e per qualche attimo me ne sono dispiaciuta, ma non più di tanto. A questo, l'architetto. " Non sapevo di questa cosa, ma il nome di questo Babur non mi è nuovo", dice, " Non sapeva di Babùr e dei tulipani?" fingo di chiedere. "No, no, non sapevo dei tulipani, ma che ruolo aveva Babur a quel tempo" ripete interrogativo sempre sbagliando la pronuncia. "Beh, a quel tempo ed oltre, a dire il vero, è stato il fondatore e primo Imperatore dell'Impero Moghul" specifico. Ricordo che il mio tono fosse decisamente tra l'ironico ed il sarcastico mentre continuavo sotto i loro sguardi ignoranti:" Babùr amava Kabul pur essendo nato a Samarcanda. Fu lui ad architettarne i giardini poi passati alla Storia mondiale dell'Architettura, non mi dica che non lo sapesse?"  Steve, questo il nome dell'architetto, in evidente imbarazzo: " Beh, devo dire che ora proprio quest'aspetto architettonico mi era sfuggito. " Già, capisco" dico e continuo rivolta anche all'ingegnere: "Sappiano che queste genti appellate "barbare" dal vostro Presidente in realtà sono discendenti di grandi imperi le cui città erano ricche di giardini e magnifiche opere di ingegneria e architettura, in questo sono stati maestri" dico, sorrido e aggiungo con aria di falsa meraviglia: " Strano che non lo sapeste." Soddisfatta se pur con amarezza non aggiungo altro. 
La mousse di fragoline di bosco su di un letto di crema chantilly occhieggiava dalla coppa. Eravamo giunti al dessert. Per fortuna.

Marika Guerrini


Afghanistan, 18 anni di guerra per una farsa

militare afghano in occasione del centenario di liberazione
  5 settembre 2019, ore 23,55 

... ore otto, la mente annebbiata dal recente risveglio, i piedi scalzi cercano sul pavimento le pantofole, il trillo meccanico del cellulare perfora le prime luci nella stanza. Lo sguardo va al display, il numero è di Kabul. Annullo la ricezione. Non voglio sapere. Ritiro i piedi dal pavimento, torno a sdraiarmi, chiudo gli occhi. So di non voler sapere. E' l'unica cosa che so. E' la seconda volta nell'arco di quarantotto ore. Non voglio sapere ma so.
Quarantotto ore prima, poco più, erano le tre del mattino, stessa condizione: il trillo, il display, il numero di Kabul, il desiderio di non sapere, quello di dormire, solo la luce cambiava lo stato, il buio era padrone della stanza, ed anche un'altra diversità: avevo concesso alla voce lontana la parola. Ci hanno fatto evacuare, aveva detto. Perché, avevo chiesto. Una bomba, qui, al Green Village, aveva risposto. Avevo taciuto. Il buio s'era fatto tenebra annullando in sé il sonno. Si sarebbe saputo nel corso della mattinata che l'esplosione era stata causata da un trattore carico di esplosivo, che aveva provocato una voragine, 16 morti e 119 feriti, tra cui alcuni gravi. L'avrebbe dichiarato Nasrat Rahimi, portavoce del Ministero degli Interni afghano.
Così, all'affacciarsi del recente ricordo, stamattina, dopo il rifiuto, ho composto il numero di Kabul. Scusa, forse ti ho svegliata, ha preceduto la mia la voce da Kabul. Non preoccuparti, ero sveglia... cosa c'è, ci risiamo? chiedo. Sì, ci risiamo, stamattina a Shah Darak, hai presente, la zona dell'Ambasciata Americana, lì, ad un posto di blocco. Un attacco suicida. Non so ancora quanti morti ma di certo ce ne sono anche oggi, si vocifera  che tra le vittime ci siano anche due soldati dell'Onu., dice. Mi dispiace, ma per i civili mi dispiace di più, dico di getto, poi mi pento e aggiungo: Loro sono davvero innocenti. La voce da Kabul tace ed io ancora di getto: Non se ne può più!
Si è saputo in giornata che nell'attentato di questa mattina i morti accertati sono stati 10 e i feriti 20, così sembra ma c'è chi dice 4 e 10. Con Kabul non è stato più possibile comunicare in diretta nel corso delle ore. Sicurezza, disturbi di linea, tecnici? Non ha alcuna importanza. Si è saputo che Zabihullah Mujahid, portavoce dei Taliban, ha di nuovo rivendicato l'attentato e definito martire l'attentatore suicida. 

***

6 settembre 2019, ore 9,30 

...in assoluta conformità all'immagine che, ben costruita, si vuole tenere ferma circa i Taliban, l'idea del martirio per la liberazione del Paese abbraccia sia il fanatismo islamico che il patriottismo, sia l'ignoranza del codice civile che ogni libertà, mentre la realtà è ben diversa e ben mascherata, con essa la verità storica. 
Qui mi permetto un inciso: se c'è un elemento che ancor più l'occidente d'oltreoceano, ma anche europeo, ha imparato alla perfezione per quel che riguarda l'Afghanistan, ma non solo, è l'uso smisurato del Great Game, il Grande Gioco con cui Rudyard. Kipling, non a caso nato a Bombay benché da genitori inglesi, ma conoscitore della cultura indiana che l'aveva adottato e che lui aveva adottato, definì il comportamento colonialista dell'Impero Britannico al tempo presente in India, la cui strategia di conquista era basata letteralmente su spionaggio, infamia e menzogna, con il suo pullulare di spie e con la sua grande capacità di muovere le fila dietro l'apparire delle cose, sì da restarne indenni mentre altri venivano accusati perché spinti a manifestarsi. Ebbene, il Grande Gioco afghano mai nella storia è stato così usato come in questi nostri tempi. Esso si è trasformato in forma mentis oltre che strategia politica di conquista e i Taliban fanno parte di questo processo, così come al-Qaeda così come l'Isis.
Ma questo è argomento da libro, per comprendere realmente non solo i perché, che sono eclatanti, ma i come ed ancor più i motivi storici, in base ai quali costruirsi una visione chiara e completa di quel che la cronaca, spesso monca di conoscenza, propina quasi sempre a metà. Ma a chi davvero interessi tutto questo non saprei, certo è che, ora è un anno, mi è stato detto da un' amica, docente di Storia in una nostra Università: Peccato che con la bella penna che hai, scrivi di cose che non interessano nessuno.  Ovvio che da quel momento per me l'amica si sia trasformata in pseudo, oltre a coprirsi di una spessa patina di ignoranza. Va detto però che la sua è stata una battuta ago della bilancia, perché è vero, l'italiano medio si ferma all'apparenza, troppo pigro per ricercare quel che non lo tocchi da vicino, e l'Afghanistan è molto lontano. Ma la pseudo amica e tutti gli altri che si beano delle loro conoscenze monche, quindi ignorano, non s'avvedono, nel loro ignorare, che quel che appare lontano nello spazio, può essere molto vicino nel tempo. E l'Afghanistan s'è fatto emblema di una guerra di potere basato sulla menzogna e la mistificazione, una guerra chiamata alle armi dall'urlo di un Presidente americano che di ignoranza ne aveva da vendere: " Andiamo a civilizzare i barbari" in cui i barbari erano i Taliban identificati con gli afghani, che avevano osato attaccare gli Stati Uniti d'America e che per di più costringevano le loro donne ad indossare il burqa, cosa falsa perché è caratteristica della sola etnia Pashtun, l'etnia dei Taliban. Ma chiedere di far distinzione tra le etnie ad un popolo privo di storia quale quello statunitense, tenuto nell'ignoranza di massa, privato persino dell'insegnamento della Geografia internazionale, se non che per studi superiori specialistici, sarebbe stato chiedere troppo, quindi nulla di più facile per G.W. Bush che portare le masse a credere nella barbarie afghana da civilizzare con la redenzione della Democrazia esportata senza sapere nulla della vera storia del popolo che avrebbero bombardato. Senza sapere che quel variegato popolo, benché antico  in parte del suo costume, benché ancorato a molte antiche tradizioni, discende da grandi imperi e bellezze sin da quando l'odierno evoluto occidente non sapeva neppure coltivare il grano, tanto meno scrivere ed attuare Codici di Legge. Così sono ancora lì, ancora lì ad esportare Civiltà e Democrazia fattesi, per uso ed abuso da parte di chi vive ancora con la legge del taglione, le cronache lo mostrano, parole blasfeme.
Non ci sarà mai una totale fuoriuscita degli Stati Uniti dall'Afghanistan e lo dimostrano anche le dichiarazioni danzanti: tutte le truppe fuori dall'Afghanistan;  poi: su 14000 unità ne lasciamo 4500; poi: ne resteranno 5000; mentre  i Taliban presenti a Doha, ovvero ai così detti colloqui di Pace, anziché attuare un cessate il fuoco, aumentano gli attentati portando quindi l'opinione pubblica a pensare: gli americani non possono lasciare il Paese, gli afghani non sono in grado di autogovernarsi. 
Bisogna smetterla con questa farsa. Gli afghani hanno vinto sull'Impero Britannico, hanno vinto sull'Unione Sovietica, riuscirono in antico a ridimensionare l'Impero Mongolo, da cui nacque l'Impero Moghul in India ed una delle regioni di confine era proprio l'Afghanistan, hanno partecipato alla creazione di architetture di giardini e palazzi,  poi copiate dal nostro Rinascimento, hanno avuto scuole di poesia, in quella che era la sua parte appartenente all'Impero persiano, che ora è la zona di Heràt, a cui ha attinto un Wolfang Goethe, per dirne uno e potrei continuare e continuare, ma ho scritto libri su libri di storia* e articoli su articoli quindi per oggi mi fermo qui.
Smettiamola di cantare l'ignoranza ed ancor più fare da seguito all'ignoranza che cammina per il mondo. Non è un caso che con il passar del tempo il conflitto sia diventato sempre più cruento, che, malgrado le migliaia di morti procurate tra le fila del Taliban dai bombardamenti americani, non si riesca a por fine a questa guerra. Il fatto è che non lo si vuole. Afghanistan sullo scacchiere vuol dire Russia, Cina , India, Pakistan, Iran ed anche Arabia Saudita. vuol dire questo per gli Stati Uniti e per Israele, innanzi tutto. Quindi per l'economia mondiale. Non se ne andranno mai.
Chi procura soldi per le armi ai "ribelli", la droga?  Chi ha costruito le raffinerie che non esistevano in Afghanistan prima del 2002? Chi compra l'eroina? Chi distribuisce l'eroina gratuitamente ai giovani afghani riducendoli a larve umane per poi spesso ingaggiarli per attentati suicidi? Chi li costringe ad espatriare e semmai morire lontani dalla propria terra? Chi?  
Non ho mai avuto simpatia per l'Unione Sovietica e tutto quel che ha comportato, ma non c'è paragone tra i dieci anni di occupazione sovietica e questi anni di distruzione compiuta dalle forze Nato a comando americano. Orrori di ogni tipo in ogni dove, spesso fatti passare come errori involontari. L'applicazione del Great Game è stata assoluta e molto ben programmata. Dall'attentato dell'11 settembre 2001, il casus belli, al precedente attentato omicida ad Ahmad Shah Massoud il 9 settembre 2001, alla creazione e poi formazione dei Taliban, a quella del precedente al-Qaeda, al successivo Isis. Tutto programmato, voluto, attuato in barba a qualunque fantasiosa idea di complottismo da cinepresa.
E ancora una volta in maniera che mi disturba perché non elegante, sono costretta a segnalare al lettore che voglia conoscere l'intera Storia dell'Afghanistan per comprendere realmente gli accadimenti contemporanei, alcuni miei libri. Ne cito due in calce*. 
Marika Guerrini

* M. Guerrini, "Afghanistan Passato e presente"; Jouvence  Milano 2014;
M.Guerrini a cura di, "Aman Ullah il Re Riformista Afghanistan 1919-1929", Jouvence Milano 2018



                           

lunedì 5 agosto 2019

Conoscenza: il senso della vita

Risultati immagini per gabbiani in volo









Bhagavad Gita, shloka 15 /16 - trad. dal sanscrito di Marika Guerrini 


"Colui che tutto compenetra
non assume su di sé il merito di alcuno
né l'errore di alcuno
La conoscenza è avvolta dall'ignoranza
per questo le creature sono smarrite 
/
Coloro nei cui spiriti
l'ignoranza è distrutta dalla conoscenza
di costoro la conoscenza manifesta
(è) simile a splendente sole
(è) il Sommo Essere"


versione originale

"na 'datte kasyacit papam
na cai 'va sukrtamvibhuh
ajnanena 'vrtam jnanam
tena muyanti jantavah

jnanena tu tad ajnanam
yesam nasitam atmanah
tesam adityavaj jnanam
prakasayati tat param " 

***
Versi su cui riflettere mentre frammenti di guerra sotto spoglie diverse o mentite spoglie, da occidente ad oriente da oriente ad occidente, incendiano segnando i nostri torridi giorni d'estate. Per questo occiriente prenderà per sé qualche momento in cui con distacco osservare ancor più, ascoltare ancor più, riflettere ancor più. Tacere. Riprendere poi a raccontare.

Marika Guerrini





venerdì 19 luglio 2019

Europa: " il passato precipita, mutano i tempi e nuova vita rampolla dalle rovine" F. Schiller* -II parte

... si è accennato, nella prima parte di questa pagina, alla Coscienza della Libertà di cui necessita oggi l'Europa, affermando che i bagliori si sono avuti nell'Alto Medioevo, portiamoci quindi, con una brevissima indagine storiografica retrospettiva, alle radici di quell'impulso. Così facendo ci si troverà, innanzi tutto, al cospetto di continue migrazioni di popoli, siano essi interni al continente o esterni, ci si troverà dinanzi al rapporto tra germanesimo e romanità, contemporaneamente al cospetto dei Franchi, alla cultura araba che agisce, a partire dal IX secolo lungo tutto il XIII, sulle scienze tutte e la filosofia, ci si troverà dinanzi alla così detta "eresia" dei Catari, accusati e sottoposti al giogo dell'Inquisizione ecclesiale, indi mandati a morte. Ci si troverà dinanzi alle Crociate tutte, le prime, ovvero le pure, e quelle della decadenza, alle ripercussioni del luteranesimo sulla lingua tedesca, ci si troverà dinanzi all'elemento celtico presente in Gallia e non solo. Ci si troverà dinanzi all'autorità imperiale di Federico Barbarossa sui signori di Germania e la sua lotta ai Comuni d'Italia. Intanto all'inizio si sono incontrati grandi poeti persiani della levatura di Omar Khayyam la cui fama aveva varcato ogni confine entrando nel vecchio continente, ci saranno poi, in quel periodo "oscuro" tempestato da abbaglianti luci come non si sono più avute, altri grandi in ogni campo e come sempre interni a quest'Europa ed estranei ad essa, ma da essa abbracciati, così troveremo Federico II di Svevia, amato Imperatore del Sacro Romano Impero, e ancora e ancora figure ineguagliate d'occidente e d'oriente come il sommo Dante Alighieri e immediatamente dopo di lui ad oriente il sommo Mohammad Hafez-e Shirazi, per restare nella poesia, tutte luci transitate sulla terra in quel tempo ad arricchire il germogliare di quello spirito luminoso che avrebbe formato la successiva storia del continente, fornendo ad essa centinaia di sfaccettature che rendono culturalmente unica l'Europa nel mondo.
Ora, dopo questo quadro d'insieme, per entrare ancor più nella comprensione dell'oggi, dell'ora e qui, fermiamoci a riflettere per qualche attimo su due "elementi" che hanno fatto da iniziale fulcro al formarsi dello Spirito Europeo di cui sopra, e che ancora oggi vediamo incontrarsi e scontrarsi nelle pagine della cronaca: il popolo dei Franchi e i Germani nonché il contrasto di fondo che li animava e che era da collegarsi all'elemento del Cristianesimo subentrato e vissuto in maniera diversa dai due. Contrasto anch'esso, al di là d'ogni apparenza, ancora distinguibile tra i due blocchi, pur se nascosto e inconsapevole perché estremamente sottile. Incontriamoli in un breve sguardo con l'aiuto anche di Tacito e del suo Germania.
Il popolo dei Franchi, era in realtà, benché sempre in ambito germanico, un insieme di tribù stanziate sul Reno sin dal III secolo d.C. e caratterizzate, diversamente dalle altre popolazioni barbariche germaniche, da un estremo senso di indipendenza evidenziato dallo stesso nome: Frank, traslitterato in latino tardo francu ovvero libero. I Franchi non miravano a collaborare con le genti vicine, bensì a dominarle, era in loro un impulso, anche se, contrariamente agli altri, quando avevano occupato la Gallia, si erano amalgamati con i locali sì da fondersi, testimone ne sarà poi la futura lingua francese, su cui, dal punto di vista linguistico, ci sarebbe molto da trattare, ma non è questo luogo atto a. 
L'amalgamarsi dei Franchi però non aveva minimamente intaccato in loro lo spirito di indipendenza, né l'aveva intaccato l'incontro con la Chiesa cattolica da poco uscita dalle persecuzioni, anzi questo aveva favorito nei Franchi quel carattere di trascendenza che avrebbe poi visto fiorire la Scolastica e ancora e ancora. Ed è il pensiero della trascendenza, quindi della visione del mondo da esso derivante, a prescindere dalla successiva corrente laico-razionalista, il punto che va ricordato per la comprensione dei nostri giorni, quel pensiero che oggi risulta capovolto per via della diversa costituzione interiore dell'uomo contemporaneo rispetto all'uomo medioevale. 
Di contro, l'elemento caratterizzante le popolazioni germaniche poggiava da sempre sull'idea del mondo come di una realtà pervasa da forze divine, basti pensare al primigenio Pantheon nordico, per cui ogni singolo uomo era pervaso da forze divine a tal punto che il divino si faceva immanente, si faceva concreto non restava astratto come per i Franchi. Questo era tra le quinte del pensiero germanico medioevale circa l'immanenza, così la visione del mondo risultò essere immanentistica. In questa caratteristica atavica si innestò il luteranesimo e giocò la sua parte, attraverso di esso lo spirito germanico impregnerà l'intera cultura affidandola alle sole forze e capacità umane non già per un pensiero in difetto di trascendenza bensì in eccesso. 
Da allora in poi, in maniera sempre diversa, con occasioni sempre diverse, in pace o in guerra,  in quella che andrà in seguito delineandosi quale Europa, ci si troverà sempre dinanzi a questo dualismo, anche lì dove esso sarà nascosto dagli eventi e/o dagli attori del momento, anche quando si mostrerà sotto spoglie economiche e/o politiche. I conflitti così come gli accordi saranno sempre caratterizzati dall'antagonismo tra l'indole devozionale francese e l'indole conoscitiva germanica, l'una ligia all'abnegazione verso il trascendente derivante da un antico misticismo, anche quando mostrerà e mostra il contrario, l'altra fedele al retaggio indoeuropeo, vedi i Celti, e all'impulso verso la conoscenza. Ancora oggi, qui, ora. 
E siamo giunti alla chiosa di questa pagina, consapevole, chi scrive, dell'assoluta sintesi in cui ha costretto un argomento di enorme portata, che meriterebbe pagine e pagine di trattazione, cosa che probabilmente avverrà in un prossimo libro ad esso dedicato, chiudiamo quindi con l'auspicio che la consapevolezza dell'origine possa generare in questa claudicante Unione Europea, il desiderio di una reale unità, quale si era paventata con il Sacro Romano Impero, rimasta però anche allora monca di molti suoi figli che ora potrebbero formare un assetto maggiore e migliore, dati i tempi e la passata storia. Ma anche un'altra cosa ci si auspica e riguarda la lingua comune, essa nulla dovrebbe avere a che fare con quell'agglomerato di dialetti che è l'inglese, che impoverisce, riducendola, la capacità pensante, ma quella della lingua europea comune, ricordate l'Esperanto, è una proposta e una prova avvenuta da tempo e affondata per mille motivi, non da ultimo la forzata supremazia socio-economica-geopolitica delle genti e degli accordi, oggi, anglo-americani, in seguito, ma già preesistente, alla "vittoria" basata su tradimenti, del secondo conflitto bellico mondiale terminato nel 1945 con apposta la firma della vile bomba su Hiròshima.  
E qui si chiude la pagina, che come spesso accade ad occiriente, è anche desiderio di scrittore nonché, in questa occasione, di linguista, che spera in una evoluzione dei popoli europei verso un'Unione che sorga e rechi in sé una effettiva Coscienza di Libertà, dovuta all'incontro di uomini liberi in senso platonico: sottomissione dell'elemento bestiale a quello divino come riportato nella chiosa della prima parte. Altresì si spera che il lettore, nella consapevolezza delle accennate origini dell'odierna storia di quest'Europa claudicante, voglia fermarsi a riflettere, ricercare a sua volta, per dare impulso con i pensieri, che "acqua non sono", come dice il proverbio, e conseguenti azioni, al formarsi della Coscienza di cui sopra, senza dimenticare che: Natura di cose altro non è che che nascimento di esse in altri tempi e in altra guisa, riportando un pensiero di Giambattista Vico.*
Marika Guerrini

* nota
 Gianbattista Vico, Natura di scienza nuova, libro primo, ed.1744