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venerdì 26 maggio 2017

una pagina russa non mia

... è una pagina diversa questa, una pagina non mia, una pagina di luce  al femminile, pagina su di un archetipo. Pagina tracciata da Daniele Dal Bosco, avvezzo a tracciare pagine interessanti quanto luminose. Me l'ha segnalata e nello scorrere le parole si è ampliato il moto del diaframma, armonizzato, la pagina si è fatta respiro. Ed è lo squarcio d'un respiro che vi propongo, null'altro.


"Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia - di Daniele Dal Bosco- 

Nel linguaggio comune odierno si usa sovente l’espressione Madre Russia, preceduta ed incoronata, talvolta, dagli aggettivi Grande o Santa. Quest’accostamento tra l’area russa e l’archetipo femminile materno pare avere origini medievali. La prevalente attività agricola e l’estensione della terra russa portarono spesso all’associazione con l’aspetto materno, della fecondità, non dissimilmente da quanto accade con l’espressione Madre Terra. Non solo la terra in sé, ma anche aspetti specifici di natura ricevevano epiteti materni, si pensi in particolare al diminutivo materno rivolto a fiumi quali Don Matushka(Матушка), Dniepr Matushka e soprattutto quel Volga Matushka spesso citato nella letteratura e nel folklore russo.Va ricordata, a tal proposito, anche l’unica dèa che Vladimir il Grande adorava nel suo santuario di Kiev, la dèa Mokosh (Мокошь), dèa della terra ed associata a Mat Zemlya, forse la dèa della terra più adorata nel mondo slavo, quantomeno fino al Medioevo. Connessi all’archetipo materno sono anche due simboli tra i più rappresentativi della Russia: le icone mariane e la matrioshka (матрёшка).Tra le icone rappresentative della Madonna, rammentiamo in primis la celebre Theotokos di Vladimir, conosciuta anche come Madonna della tenerezza o Madonna di Vladimir, risalente al XII secolo e considerata la protettrice della Russia. Ma pensiamo anche alla Madonna Odigitria, due splendidi esempi della quale sono la Madonna di Smolensk e la Madonna Iverskaja ma anche, in una sua variante, la Madonna di Kazan. O ancora, le varie icone mariane che rappresentano la protezione della Vergine.
La matrioshka è invece un’invenzione recente: venne ideata verso la fine dell’Ottocento all’interno del circolo culturale di Abramcevo di Savva Mamontov, un importante imprenditore e mecenate dell’epoca, divenendo maggiormente conosciuta dal pubblico internazionale in seguito alla premiazione durante l’Esposizione universale di Parigi del 1900. Una leggenda interessante fa risalire la matrioshka alla dea Jumala degli Urali, dèa solare della quale i vichinghi andarono in cerca, senza successo, e della quale pensavano che fosse interamente d’oro. Nelle culture ugro-finniche, il Sole aveva una connotazione tipicamente femminile, una “donna vestita di Sole” (Ap.12,1), ma talvolta Jumala veniva anche inteso come il dio del cielo.
Il suolo stesso, nella tradizione contadina, erababa (баба), al femminile. La Matushka Rus’, il suolo della Madre Russia, sposata al Batiushka Tsar’, lo Zar come aspetto padre. Un altro simbolo materno presente nel folklore russo è, ad esempio,Baba Jaga (Баба-яга): una strega talvolta associata ad un aspetto materno, una sorta di divinità primordiale cattiva ma talvolta anche benigna, per la psicologa junghiana Clarissa Pinkola-Estés una sorta di archetipo universale della madre selvaggia, ctonia. Anche lo storico e filosofo Berdyaev sosteneva che la «categoria fondamentale in Russia è la maternità». Lo storico russo G. P. Fedotov, nella sua La mente religiosa russa affermava: «Ad ogni passo, studiando la religione popolare russa, si incontra il costante desiderio di un grande potere divino femminile…è forse troppo ipotizzare, sulla base di questa propensione religiosa, la presenza di elementi sparsi del culto della Grande Dea che un tempo regnò sulle immense pianure russe?»
Ma l’archetipo femminile, contrapposto a quello maschile, venne associato anche alla città di Mosca. Gogol’, nelle sue Note pietroburghesi (1836) definì Mosca «una vecchia massaia che cuoce le frittelle nel forno, guardando da lontano e ascolta senza alzarsi dalla poltrona quel che le si racconta sulle cose del mondo», al contrario Pietroburgo veniva rappresentato al maschile come «un giovanotto svelto che non sta mai in casa e, sempre ben vestito, pavoneggiandosi di fronte all’Europa, se la fa con quelli d’oltre mare»
La storia stessa della Russia riporta numerose figure femminili di primo piano. Negli ultimi secoli, pensiamo al ruolo di Sofia Alekseevna Romanova, che funse da reggente tra il 1682 ed il 1689 dei due fratelli minori Pietro I (il futuro Pietro il Grande) ed Ivan V; Caterina I, moglie dello stesso Pietro il Grande e co-regnante con il marito (1724-1725) ed alla morte di quest’ultimo Imperatrice di tutte le Russie (1725-1727). E ancora, Anna Ivanovna Romanova, figlia di Ivan V ed Imperatrice di tutte le Russie dal 1730 al 1740, anno della sua morte; Elisabetta, figlia di Pietro il Grande e di Caterina I, che divenne Imperatrice di tutte le Russie dal 1741 fino alla sua morte nel 1762; e soprattutto il lungo regno di Caterina II, Imperatrice di tutte le Russie dal 1762 al 1796 e sotto il cui regno l’Impero russo conseguì un notevole sviluppo culturale ed economico. Fu l’ultimo caso di regnante donna dell’Impero, dato che il figlio Paolo I promulgò la legge di primogenitura maschile, consentendo una regnante donna solo nel caso di assenza di uomini.
Ma le figure femminili più importanti della storia russa furono forse due donne che ebbero un ruolo determinante nella conversione della Russia al cristianesimo, per quanto il riconoscimento di tale importanza fu postumo: Olga di Kiev ed Anna Porfirogenita.
Secondo la Cronaca di Nestore (1116 circa), Olga fu la moglie del principe Igor, figlio di Rurik, capostipite della Rus’ di Kiev. Più saggia di tutti gli altri uomini, divenne cristiana nel 957 presso Costantinopoli. Secondo lo storico S. M. Solov’ev, padre del più famoso filosofo e mistico Vladimir Sergeevič, «in quanto donna, Olga era più portata per gli affari domestici, le questioni interne. Similmente, in quanto donna, era particolarmente incline al Cristianesimo». Olga governò la Rus’ di Kiev anche mentre il figlio Sviatoslav era impegnato in battaglia in terre lontane. Olga si diresse a Costantinopoli con un’ambasciata di quasi duecento notabili, ufficiali, mercanti e militari, metà dei quali erano mercanti. Scendendo lungo le rive del fiume Dniepr e costeggiando il Mar Nero raggiunsero la grande capitale bizantina.
Simbolicamente, Olga si presentò davanti all’imperatore Costantino VII con un seguito di donne nelle prime file, con gli uomini che seguivano nelle retrovie. Costantino comprese l’importanza di quest’innovazione e rispose a sua volta facendo accogliere Olga dalla consorte Elena Lecapena e dal suo seguito di donne. La sua spedizione a Costantinopoli non solo fu un successo diplomatico, ma le permise di venire battezzata direttamente presso la sede patriarcale di Costantinopoli dal patriarca Polieucte, con padrino l’Imperatore Costantino medesimo, assumendo il nome di Elena e divenendo la prima sovrana cristiana della Rus’ di Kiev. Ella tuttavia non impose mai sui suoi sudditi la religione cristiana: ciò avvenne solo trent’anni dopo con il nipote Vladimir I ed il celebre battesimo della Rus’ nel fiume Dniepr (988).
Ma un’altra donna ebbe un ruolo determinante nella conversione al cristianesimo della Russia: Anna Porfirogenita, principessa bizantina e figlia dell’Imperatore Romano II e dell’Imperatrice Teofano. Unica principessa della dinastia dei Macedoni ad aver sposato uno straniero, divenne moglie di Vladimir I di Kiev nell’ambito di un accordo militare stipulato da quest’ultimo con l’Imperatore Basilio II, fratello di Anna. Divenuta moglie di Vladimir I nel 988, nello stesso anno riuscì non solo a convertire Vladimir al cristianesimo, ma altresì a spronare il medesimo a far convertire l’intero popolo della Rus’, il quale tuttavia già in parte era divenuto cristiano in precedenza. Gli idoli pagani, quali il dio Perun (Перун), vennero distrutti.
Anna svolse il ruolo di consigliera di Vladimir, gestendo essa stessa un certo numero di terre della Rus’. Varie fonti sono concordi nel ritenere che fu grazie a lei che vennero ufficialmente costruite a Kiev le prime Chiese cristiane. Ella non fu quindi una semplice “merce di scambio” tra Vladimir e Basilio II, ma risultò in realtà fondamentale nel mantenere i rapporti tra Bisanzio e Kiev, inviando anche guerrieri russi a Costantinopoli per la difesa personale del fratello Costantino VIII.
Lo storico russo Nikolaj Karamzin sostenne che «Anna fu uno strumento della benevolenza divina che condusse la Russia fuori dal buio dell’idolatria». Anna non solo aiutò la Russia a cristianizzarsi ma, attraverso il suo matrimonio, le porse anche la prima vera rivendicazione alla discendenza imperiale.
Ecco questa la bella pagina di Dal Bosco pubblicata dal "Centro Studi La Runa", chi volesse può accedervi attraverso il link a seguire.  

Olga di Kiev è venerata come santa tanto dalla chiesa cattolica che dalle chiese ortodosse, diversamente da Anna Porfirogenita. Tuttavia due figli di Anna e Vladimir, i principi Boris e Gleb, furono i primi grandi martiri, poi santificati, della Rus’ cristiana". 
Si spera che l'immersione nella luce di quel Medioevo, a torto ritenuto "buio", che pullulava di inviolati archetipi, possa aver generato nel lettore il respiro di cui sopra. Respiro che s'apre tra gli affanni di questi nostri giorni.

Marika Guerrini

martedì 9 maggio 2017

cosa farebbe oggi Lawrence d'Arabia?

Augustus John, Colonel T.H.Lawrence, 1919
... Condottiero, diplomatico, agente segreto, combattente, guastatore, politico. Spericolato e coraggioso, leale e subdolo, amante dell’archeologia, ma anche umanista, orientalista, conoscitore della cultura araba: lingua, costume, religione.  Al servizio della grande rivolta araba ma innanzi tutto della supremazia inglese. Dall’animo combattuto in questo, un po’ o forse molto. Chissà.
Rincontrato dopo averlo incontrato da bambina come tutti noi o quasi, sullo schermo, per poi ritrovarlo da adolescente tra le pagine da lui segnate, quelle de I Sette pilastri della saggezza, sì, è di lui che si sta trattando, di Thomas Edward Lawrence, ma anche di John H. Ross, ma anche di T.E. Shaw, e potremmo continuare ma ci fermiamo sul suo nome da leggenda: Lawrence d’Arabia.
Leggendario perché qualcuno di nome Thomas Lowell, al tempo, 1919, corrispondente americano, lo aveva seguito in Medio Oriente con un fotografo. Da lì le immagini dell’uomo leggenda nel deserto, tra i beduini, a dorso di cammello, a bordo di una Rolls Royce da guerra, a cavallo di una moto e così via.  E Thomas Lowell, ne aveva fatto una star, nel breve arco di  pochi mesi, tra documentari e fotografie, una star internazionale.
Vita di viaggi quella di Lawrence, da sempre, ancor prima della laurea, fu allora che si innamorò del Medio Oriente, o così credette. Poi, al rientro, gli studi di archeologia di quelle terre, anche di essi si innamorò e tornò in quei lidi. Era il 1910. Per il British Museum andò in missione di scavo in Siria. Poi la guerra, la Grande Guerra, e l’Egitto. E la sua vita si affastellò di dispacci, articoli, relazioni, rapporti, messe a nudo dell’Intelligence britannica, la rete informativa di cui era divenuto colonnello. Poi una presa di posizione a favore degli Arabi per un tradimento degli inglesi, quindi rinnegato il ruolo ufficiale, rifiutati onori, onorificenze e la propria identità. E aveva iniziato da zero. Nel Raf s’era fatto aviere semplice e meccanico di aerei e infermiere e… una, due, tre volte, più volte, nascondendosi al mondo per mostrarsi sotto spoglie dalle diverse identità.
E la conquista di Aqaba e la vittoria di Tafileth e il trionfale ingresso a Damasco e ancora e ancora, io l’ho rincontrato poco fa, a Miran Shah, sulla frontiera indo-afghana di allora, pakistana-afghana di ora, l’ho rincontrato che in quella terra era la primavera del 1928, l’ho rincontrato tra le pagine di un libro di storia che sto scrivendo, curando, un libro che tra alcuni mesi sarà edito, si potrà leggere.
L’ho rincontrato in quei lidi in veste di aviatore, forse, di infermiere, forse, di spia, certo. L’averlo rincontrato nella mia penna, sotto una montagna di finzioni e mezze verità, al tempo pubblicizzate, amplificate a creare leggenda, fra numerosi travestimenti di quest’infelice eroe desideroso e timoroso della celebrità, quest’eroe non eroe, vittima della sua duplicità, questo Lawrence che si mostrava e nascondeva, l’averlo rincontrato a vagare aggirandosi in Afghanistan mentre, tra un complotto e l’altro contro Re Aman'Ullah,  traduceva l’Odissea di Omero, ha fatto nascere in me una domanda: Cosa avrebbe fatto il leggendario Lawrence in questi nostri tempi, cosa avrebbe fatto laggiù, cosa farebbe ora? 
La risposta che mi sono data non è chiara neppure a me stessa, ma tiene conto dei postcolonial studies, come vengono chiamati quegli studi strategici che hanno fatto, fanno, scuola, che non a caso si chiamano Progetto Lawrence, di cui usufruisce l’Us Special Operation Command per addestrare i Seal, i Ranger, i Delta Force e tutte le forze speciali di stanza in Afghanistan e non solo. Studi di strategie tratti, molti, dal suo Encyclopædia Britannica. E allora guerriglia: attentati, imboscate, interventi mirati, micce accese a fomentare contrasti interetnici, distribuzioni di armi, e ancora e ancora. Troppo anche per lui. Sì, troppo anche per lui dato il tragico destino della sua fine detta: incidente, di cui ho sempre sospettato fosse un suicidio. Ma questa è idea personale anche se non sono sola in essa. Ed è questo che lascia in sospeso la domanda fatta a me stessa, il: troppo anche per lui. La sua assurda, probabile sete di giustizia e di assoluto, capovolta ogni volta, smentita ogni volta, portata avanti tra intrighi e menzogne, la stessa che lo aveva portato a rigettare la propria identità, che lo aveva fatto sentire reietto, indegno, all’ultimo gradino della scala, ad espiare, ma che, dopo la negazione di sé, lo porta a Miran Shah, dove l’ho ritrovato con addosso abiti da Mullah, a volte, la lunga Jhubba di seta, altre, con intorno al capo i setaccio o gli imama di vari colori. Dove l’ho ritrovato a camminare tra la gente di quella terra, a farsela amica, a distribuire soldi ed armi tra le tribù, a mentire ancora e ancora, complottare ancora e ancora, contro Re Aman’Ullah a favore sempre e comunque delle dinamiche britanniche di cui non può fare a meno, come una malattia che prende corpo dalle sue stesse ceneri. Come una droga che conosci e sai e non vorresti e assumi. Cosa farebbe ora Lawrence d’Arabia in Afghanistan? Non lo so, forse esattamente quel che altri stanno facendo, fanno o  forse no, per via della differenza di cultura, di stile.
Sue parole da Miran Shah: “ Intorno a noi sono basse colline di porcellana nuda… la quiete è così intensa che mi strofino le orecchie chiedendomi se sto diventando sordo…”. 
Una sua riflessione posteriore: “Tutti gli uomini sono abituati a sognare, ma non tutti allo stesso modo. Quelli che sognano di notte, nei ripostigli polverosi della mente, scoprono, al risveglio, la vacuità di quelle immagini; ma quelli che sono abituati a sognare di giorno sono soggetti pericolosi, perché può accadere che recitino il loro sogno ad occhi aperti, per attuarlo. Fu quanto io feci.”
Marika Guerrini

immagine : Augustus John, Colonel T.H.Lawrence, 1919

venerdì 14 aprile 2017

"madre" nefanda in caduta libera sull'Afghanistan

una delle valli nella
provincia di Nangarhar
... madre: che dà la vita. Principio, impulso, grembo, cuna. Madre, dal sanscrito matr  da cui, restando in ambito, le indoeuropee: il latino mater, il persiano o farsi o dari, mâdar da scriversi ادر. 
 Madre che diventa maan, appena oltre il confine di quella terra su cui, nefanda, una madre si è abbattuta, che è mother nella lingua di chi ha azionato la caduta. Madre il cui primo suono consonantico in pronuncia, coincide col suono della parola morte. Ed è in questa forma, secondo il suono M di questa versione, che la provincia di Nangarhar ieri ha incontrato la parola "madre". Che le sue spoglie fossero quelle di una madre di tutte le bombe, questo non ha importanza, passa in secondo piano, come in secondo piano passa la verità di quest'ulteriore atto di violenza, ulteriore crimine perpetrato da un'ormai certa umana follia contro la stessa umanità. Non è vero che l'attacco con la MOAB, Massive Ordnance Air Blast, ribattezzata appunto mother of all bombs, dal peso di oltre 10 tonnellate, con una potenza distruttiva di centinaia di metri entro il suo raggio d'azione, sia stato mirato, non è vero che abbia colpito solo un sistema di grotte e tunnel nelle viscere delle montagne, ritenuti base operativa dei miliziani del Daesh o Isis,  non è vero che la zona "remota" non fosse abitata da civili inermi. Non, è, vero! In quell'area vi sono, ma dobbiamo dire vi erano, decine di piccoli villaggi abitati le cui case sono ora ridotte in briciole, i cui abitanti, quelli superstiti, non sanno dove andare né comprendono perché, perché così. Accanto a questo va detto che tutta la provincia di Nangarhar, zona orientale afghana, in un tempo storico parte dell'India e dei suoi imperi, compreso il distretto di Achin, luogo dell'attacco, è, ma anche qui dobbiamo dire era, una delle poche province rimaste in Afghanistan, fonte di economia, piccola ma funzionante, basata sul settore agricolo e zootecnico. La provincia esporta, molti tipi di frutta e verdura ai paesi vicini ed è prolifera anche la coltivazione dello zafferano. Vi sono piccole industrie casearie, allevamenti di pollame e così via. Le valli, protette dai monti, sono verdeggianti e ben irrigate anche con sistemi moderni, il che rende l'area ancor più fertile. E cosa fanno i fautori della pace? Distruggono. Distruggono anche uno dei pochi luoghi rimasti fuori dalle loro grinfie e poco inquinato per via della presenza di foreste lungo le catene montuose. E distruggono per colpire il "nemico" in nome della pace. 
Ma non è una novità questa bomba, l'abbiamo detto e ridetto nelle nostre pagine, che siano sul web o stampate sui libri, in Afghanistan, la Nato, e chi sotto il suo comando, ovvero la Coalizione, ha già usato questo tipo di bombe, ora è cambiata la potenza, a questo livello non si era mai giunti sul pianeta, la novità è nel suo essere "madre". Ma anche l'uso proviene sempre dallo stesso ambito, quello dei portatori di pace. Sono sempre loro ad agire e mentire. Fanno sempre tutto, come per le atomiche su Hiroshima, Nagasaki e... Certo, la MOAB, in termini tecnici GBU-43, non è a carica atomica, ma non fa una grande differenza perché anche armi nucleari sono state usate in quel paese e questa "madre", come potenza è una piccola atomica senza radiazioni, questa "madre" fa parte della famiglia delle BLU-82 Daisy Cutter, usate per disboscare i campi in Vietnam e far deflagrare i campi minati in Iraq dopo il 2003. Usata ora, però, sotto gli attuali scenari di guerra, la MOAB può assumere anche altri significati, non ultimo, quello di avvertimento agli impianti sotterranei di Pyongyang così come avvertimento agli impianti nucleari, sotterranei o nei fianchi delle montagne, di Tehran, così come a vari paesi limitrofi ed ex sovietici, e si potrebbe continuare. Certo è che si presenta sempre a stelle e strisce questo genere di primato, e lo sarà finché qualcuno, o qualcosa, non fermerà, ammainando e sotterrando la bandiera dell'umana inciviltà. Altro che false flag, è a stelle e strisce la falsa flag che ritiene di sventolare su Civiltà e Democrazia, mentre sventola su ipocrisia e menzogna. 
"Un'altra missione di successo", la prima essendo i 59 missili lanciati sull'aeroporto siriano motivati dalla menzogna dei gas usati da al-Assad in realtà a favore dei ribelli e del terrorismo dal Daesh ad al-Nusra, e ancora: "sono molto orgoglioso dei nostri militari" e ancora: " totale autorizzazione" ovvero carta bianca ai militari, s'intende. Parole di Trump. Così, il presidente degli Stati Uniti, mentre in un lapsus indicativo della propria assenza di consapevolezza, confonde Iraq con Siria nell'annunciare l'attacco missilistico di sei giorni fa, ci dimostra come e fino a che punto sia rientrato sotto l'ala dello zio Sam, o forse vi sia sempre stato. Motivo: evitare defenestrazione? Altro? Chissà!
Ci sarà una Resurrezione da tutti questi venti di guerra? Si spera.
Marika Guerrini
immagine- Wadsam

giovedì 6 aprile 2017

in Siria la tragedia delle false bandiere

... è da quel 2011 che occiriente racconta della Siria, in precedenti pagine ha ascoltato i suoi figli, ha riportato le loro parole, i loro silenzi, il loro dolore. Aveva un amico figlio di quella terra, un amico che non è più. E un altro. Anche questo ha raccontato. E delle telefonate del mattino ha raccontato. Ma anche quelle non sono più. E di Damasco. E del profumo delle teerie. Ed ha osservato, pensato, persino predetto circa quella terra, il suo futuro, quello dell'Europa con essa. Ma le parole, anche se scritte, si annullano dinanzi al perpetrarsi della menzogna. Le parole di uno scrittore ancor più. Così, questa volta, prendendo atto della fragilità della parola ha deciso di pubblicare questa strana pagina.  Le notizie riportate nei link a seguire, sono esattamente le stesse che risultano da molte altre ricerche che occiriente ha fatto in questi giorni e da tutte le osservazioni e gli studi che negli anni sono andati a sommarsi. Ma questo il lettore lo sa. Sì, questa volta occiriente ha deciso di non parlare in prima persona, ha deciso di far parlare altri e questi altri sono stati ottimamente raggruppati e riportati da "l'Antidiplomatico" testata on-line di libertà. Che occiriente ringrazia.
Ora non resta che augurare buona lettura e buona riflessione. Grazie.
Marika Guerrini


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-berlino_losservatorio_siriano_dei_diritti_umani_non__sul_campo__a_londra_tutto_quello_che_dice_non_riflette_la_verit/82_19603/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lex_candidato_presidenziale_usa_ron_paul_tutti_gli_indizi_portano_a_credere_che_ad_idlib_sia_stata_unoperazione_falseflag/82_19632/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-idlib_le_domande_da_porsi_prima_che_sia_troppo_tardi/16658_19597

dettnews-la_siria_tra_disney_e_realt/82_19622/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gli_unici_ad_aver_beneficiato_dellattacco_ad_idlib_sono_i_ribelli_analista_inglese/82_19616/

i_http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_siria__guerra_di_immagini_con_cui_si_fa_propaganda_cautela_nel_dire_che_attacco_sia_con_gas_sarin_esperto_di_armi_

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-idlib_come_sarajevo_fuoco_amico_per_intervento_armato_i_dubbi_de_la_stampa/82_19611/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-intossicazione_propagandistica_al_servizio_della_guerra_globale/82_19620/


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_parlamentare_usa_assad_non_ha_usato_armi_chimiche_contro_il_suo_popolo/82_19626/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ministro_esteri_siriano_nega_e_condanna_utilizzo_di_armi_chimiche/82_19631/http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-

sabato 1 aprile 2017

Eurasia- Europa il triangolo e l'intervista

Aleksandr Dugin
... accade così di rado di incontrare parole altrui da condividere segno dopo segno, che, quando capita, non puoi lasciar la cosa inosservata, non solo, ma ti senti in dovere di ampliarne ulteriormente la voce, e, se possiedi uno spazio visibile al mondo, e occiriente ha lettori sparsi un po' ovunque sul pianeta, senti il dovere di dedicargli parte del tuo spazio. E' quel che farò dopo aver tracciato una sintesi di quel che avevo scritto e stavo scrivendo quando mi è capitato di leggere l'intervista rilasciata al Foglio da Aleksandr Dugin che conoscevo come autore di "Fondamenti di geopolitica" e di "La quatrième théorie politique: la Russie et les idées politique du XXIsiècle". 
Aleksander Dugin, noto politologo e filosofo russo, due anni fa, dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti  fu iscritto nell'elenco dei cittadini russi sotto sanzioni, è colui che, lo scorso anno, molti di voi lettori lo ricorderanno, fu cacciato dalla Grecia, fermato poi a Salonicco, in aeroporto, dopo di che gli fu comunicato il divieto di ingresso su suolo europeo. E' anche, dicunt, il mentore di Putin, ma questo lo lasciamo a lui. Ora scorriamo la sintesi di quel che avevo tracciato ieri sera, prima di leggere l'intervista a Dugin. 
Avevo appena stilato una pagina che trattava del triangolo strategico che copre una vasta area dell'Asia, triangolo di recente formazione, i cui lati sono Russia, Iran e Cina, la cui area è Afghanistan Pakistan, India e Turchia. Questo triangolo sta cambiando la polarità dell'Ordine Mondiale che, da unipolare con protagonisti Stati Uniti ed Europa, si sta trasformando in multipolare, con protagonisti Paesi dell'area triangolare di cui sopra. Avevo appena ricordato l'incontro di Astena ( Kazakistan), ultimi giorni dello scorso gennaio, incontro voluto da Russia, Iran e Turchia, al fine della creazione di un meccanismo congiunto atto a monitorare la tregua in Siria, per trovare una soluzione pacifica "costringendo" l'Onu a far attuare quanto da se stesso disposto nel Consiglio di Sicurezza: "la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale" della Siria. Avevo appena scritto circa gli sforzi di Russia e Cina per rendere possibile l'accordo tra Afghanistan e Pakistan, malgrado continuamente sabotato dalle forze occidentali presenti sul territorio e dal così detto Daesh. Appena finito di scrivere sulle difficoltà di avvicinare l'India al Pakistan dati gli storici attriti e l'eterna questione Kashmir, ma anche delle positive possibilità in merito e in corso, nonché degli accordi tra  Russia e India. Avevo anche scritto circa il positivo ruolo strategico dell'Iran, riconosciuto tale da tutti i paesi dell'area triangolare con il pieno supporto economico cinese e militare russo, cooperazione che fa sempre più pensare alla possibilità di creazione dell'Eurasia e di uno sviluppo congiunto e paritetico al suo interno, cosa che terrorizza un certo occidente.
Volutamente non avevo segnato parola sul recente fatto del ponte di Westminster, né sulle "rivolte" russe, ritenendo oramai degradante una trattazione di accadimenti dall'ovvio significato, ovvia spiegazione, e neppure avevo scritto sul "revival" dell'11 settembre 2001, tanto meno delle foto pubblicate a sedici anni di distanza con il pacchiano intento di avallare il già detto, giustificare la guerra infinita nel paese afghano e sue  diramazioni tutte, dall'Iraq alla Libia alla Siria, tutte le infestazioni del costruito Daesh eccetera eccetera, primavere colorate comprese. Cosa però, questa del revival, che, poiché non tutti sono "narcotizzati"  dall'estenuante falsità che da anni si propina al mondo diffusa, a grandi manciate, dai media che ogni giorno fanno sparire la verità tra chiacchiere sulla guerra di religione, contrasto con l'occidente e così via, sta vacillando non poco, andando ad avallare esattamente il contrario di quel che si vorrebbe. Ma avevo scritto invece, perché mi era piaciuto molto, dell'aneddoto pronunciato dal generale Hoss Dehqa, Ministro della Difesa dell'Iran, in risposta al generale Joseph Votel comandante del Centcom (Us Central Comand) le cui parole, quelle americane, suonano così: " L'Iran è la più grande minaccia a lungo termine per la stabilità del Medioriente... bisogna usare strumenti militari contro l'Iran..." mentre la risposta di Dehqa con l'aneddoto suona in quest'altro modo:" Cosa ci fanno gli Stati Uniti nel Golfo Persico, è meglio che lascino la regione e non infastidiscono le nazioni... Un ladro armato ed ignorante entra in casa di qualcuno e pretende di essere accolto con il red carpet. E' accettabile? Si tratta di un esempio della barbarie del 21esimo secolo".
Dopo questi argomenti ero passata all'Europa, e, per l'ennesima volta mi ero soffermata sulla sua attuale condizione, sul pericolo del tramonto, sui perché profondi di cui prendere coscienza. Avevo poi intenzione di trattare lo spinoso argomento delle varie Ong umanitarie, ma prima di questo, proprio quando ero sull'Europa, mi è stata segnalata l'intervista rilasciata da Aeksandr Dugin al Foglio, quindi ho interrotto la pagina ed ora vi riporto l'intervista:
Quanto è vicino a Putin? “E’ difficile rispondere, non sono così vicino al presidente come pensano alcuni, ma molte idee che ho espresso in filosofia, in politica, hanno molto influenzato Putin”, ci dice Dugin. “Non bisogna esagerare, anche se è vero che c’è stata un’influenza autentica delle mie idee sul presidente. Le idee hanno un proprio destino, e possono influenzare la logica della politica e della storia. Le idee sono enti viventi e possono trovare molti modi per arrivare alla gente. Il problema con l’occidente è proprio questo, è che non crede più nelle idee, c’è un mondo spirituale dove vivono le idee e che l’occidente non riconosce più”. 

 Ad Aleksandr Dugin chiediamo dove nasca la sua avversione culturale per l’Europa che tanto sembra aver ispirato Putin. 

Oggi l’Europa occidentale sta nella trappola della modernità e della postmodernità, il progetto della modernizzazione liberale va verso la liberazione dell’individuo da tutti i vincoli con la società, con la tradizione spirituale, con la famiglia, con l’umanesimo stesso. Questo liberalismo libera l’individuo da ogni vincolo. Lo libera anche dal suo gender e un giorno anche dalla sua natura umana. Il senso della politica oggi è questo progetto di liberazione. I dirigenti europei non possono arrestare questo processo ma possono solamente continuare: più immigrati, più femminismo, più società aperta, più gender, questa è la linea che non si discute per le élite europee. E non possono cambiare il corso ma più passa il tempo e più la gente si trova in disaccordo. La risposta è la reazione che cresce in Europa e che le élite vogliono fermare, demonizzandola. La realtà non corrisponde più al loro progetto. Le élite europee sono ideologicamente orientate verso il liberalismo ideologico”.
A Mosca, la vittoria di Donald Trump è stata accolta con favore, per usare un eufemismo.
Trump negli Stati Uniti ha preso il potere cambiando un po’ questa situazione, e l’Europa si trova oggi isolata”, continua Dugin. “La Russia oggi è il nemico numero uno dell’Europa perché il nostro presidente non condivide questa ideologia postmoderna liberal. Siamo nella guerra ideologica, ma stavolta non è fra comunismo e capitalismo, ma fra élite liberal politicamente corrette, l’aristocrazia globalista, e contro chi non condivide questa ideologia, come la Russia, ma anche Trump. L’Europa occidentale è decadente, perde tutta l’identità e questa non è la conseguenza di processi naturali, ma ideologici. Le élite liberal vogliono che l’Europa perda la propria identità, con la politica dell’immigrazione e del gender. L’Europa perde quindi potere, la possibilità di autoaffermarsi, la sua natura interiore. L’Europa è molto debole, nel senso dell’intelletto, è culturalmente debole. Basta vedere come i giornalisti e i circoli culturali discutono dei problemi dell’Europa, io non la riconosco più questa Europa. Il pensiero sta al livello più basso del possibile. L’Europa era la patria del logos, dell’intelletto, del pensiero, e oggi è una caricatura di se stessa. L’Europa è debole spiritualmente e mentalmente. Non è possibile curarla, perché le élite politiche non lo lasceranno fare. L’Europa sarà sempre più contraddittoria, sempre più idiota. I russi devono salvare l’Europa dalle élite liberal che la stanno distruggendo”.
“Irrisolta la questione ucraina” Ma la Russia non dovrebbe aspirare ad avvicinarsi all’Europa, come sembrava dopo il crollo del comunismo?
“La Russia è una civiltà a sé, cristiana ortodossa. Ci sono aspetti simili fra Europa e Russia. Ma dopo il crollo del comunismo, quando la Russia si è avvicinata all’occidente, abbiamo capito che l’Europa non era più se stessa, che era una parodia della libertà, che era decadente e postmoderna, che versava nella decomposizione totale. Questo occidente non ci serviva più come esempio da seguire, per cui abbiamo cercato un’ispirazione nell’identità russa, e abbiamo trovato che questa differenza è fra cattolicesimo e ortodossia, fra protestantesimo e ortodossia, noi russi siamo ereditari della tradizione romana, greca, bizantina, siamo fedeli allo spirito cristiano antico dell’Europa che ha perso ogni legame con questa tradizione. La Russia può essere un punto di appoggio per la restaurazione europea, siamo più europei noi russi di questi europei. Siamo cristiani, siamo eredi della filosofia greca”.
Al centro del pensiero di Dugin, accanto alla lotta al liberalismo, è l’Eurasia, a giustificazione dell’ambizione di Mosca di ritornare nelle terre ex sovietiche, dal Baltico al mar Nero, di restaurare il dominio sulle popolazioni non russe, arrivando a stabilire perfino un protettorato sull’Unione europea.
I paesi vicini alla Russia erano costruzioni artificiali dopo il crollo dell’Unione sovietica e non esistevano prima del comunismo”, dice Dugin al Foglio. “Sono il risultato del crollo comunista. Erano invece parte di una civiltà euroasiatica e dell’impero russo prerivoluzionario. Non c’è aggressione di Putin, ma restaurazione di una civiltà russa che si era dissolta. Queste accuse sono il risultato della paura che la Russia si riaffermi come potere indipendente e che voglia difendere la propria identità. L’Ucraina, la Georgia, la Crimea, hanno fatto tanti errori contro la Russia e aggredito le minoranze russe che vivono in quei paesi”.
Ma le avete invase.
“La Russia con grande potere ha risposto alle violazioni dei diritti georgiani, osseti, ucraini, abkhazi, crimei. L’Europa non può comprendere l’atto politico per eccellenza, la sovranità, perché essa stessa ha perso il controllo della propria sovranità. Trump ha cominciato a cambiare la situazione negli Stati Uniti e ha ricordato che la sovranità è un valore e noi russi con Putin abbiamo ricordato questo al mondo prima di Trump”. La Russia quindi metterà gli occhi anche sui paesi della Nato al proprio confine, la questione di Kaliningrad, ex Koenigsberg, la patria di Kant, il cuneo fra est e ovest? “Geopoliticamente, i paesi baltici non rientrano nella sfera di interesse dei russi, con la Georgia siamo in un momento di stabilità, il problema resta con l’Ucraina, perché la situazione non è pacifica, non abbiamo liberato i territori dove l’identità pro russa è dominante, dove è vittima di un misto di neonazisti e neoliberali. L’Ucraina resterà il problema numero uno, ma con Trump c’è la possibilità di uscire dalla logica della guerra”.
Europa e islam. Putin si vanta di aver costruito un concordato con l’islam in Russia, mentre l’Europa è sotto attacco islamista.
“Il problema non è con l’islam, ma le élite hanno fatto entrare milioni di musulmani, senza integrarli perché c’è un vuoto senza identità. In questo liberalismo non c’è più assimilazione culturale, gli europei non possono proporre ai migranti un sistema di valori, ma solo la corruzione morale. Questa politica suicida europea non può essere accettata dai migranti musulmani. E l’Europa si impegna per porre i musulmani, soprattutto i fanatici fondamentalisti, continuando a distruggere l’Europa: islamisti da un lato distruggono l’Europa e dall’altro ci pensano le élite liberal. L’ideologia wahabita e dello Stato islamico è il problema, non l’islam tradizionale che è vittima del fanatismo islamista. Senza questa politica dell’immigrazione, l’islam che esiste nelle sue terre non rappresenterebbe un rischio per l’Europa”. “Putin è forte, ma non lascia eredi”.
Da tre anni, la Russia ha costruito l’immagine di un paese che adotta politiche opposte a quelle dell’Europa.
“I matrimoni gay e l’Lgbt sono questioni politiche, non morali. Non a caso l’ideologia liberale vuole destrutturare l’idea di uomo e donna. Putin ha compreso questo molto bene e ha cominciato a reagire contro questa visione che distrugge la società. Questo non è il problema della scelta personale e individuale, non ci sono leggi contro l’omosessualità, ma leggi contro la propaganda di questa ideologia gay che distrugge l’identità collettiva, che distrugge le famiglie, che distrugge la sovranità dello stato cercando di cambiare la società civile. Non è una questione morale o psicologica, ma politica”.
Dugin è considerato un grande sostenitore di Putin, ma qui ne rivela i limiti.
La storia è sempre aperta, non possiamo dire cosa sarà della Russia. Per creare un futuro forte e sano per la Russia dobbiamo fare molti sforzi, niente è garantito, ci sono molte sfide per la Russia e Putin è riuscito a rispondere a molte di queste, vincendo. Il problema del nostro paese consiste nella nostra forza e debolezza, Putin garantisce alla Russia la conservazione della sovranità e dell’identità, il ritorno sulla scena della grande Russia, ma siamo anche deboli, perché Putin rappresenta se stesso, non è riuscito a creare una eredità che possa garantire la sopravvivenza di questa idea della Russia. Finché c’è Putin, la Russia ha speranza di essere forte, ma Putin è un problema perché non ha istituzionalizzato la sua linea di pensiero. La Russia oggi è Putin-centrica”.
Dunque, cosa vede in serbo per l’Europa?
Sono un seguace di René Guenon, che ha identificato la crisi della società occidentale europea ben prima del XXI secolo. La forma di degradazione spirituale dell’Europa è cominciata con il modernismo, la perdita dell’identità cristiana, ma è arrivato al culmine negli anni Novanta, quando tutte le istituzioni vennero plasmate dal liberismo di destra in economia e dal liberalismo di sinistra nella cultura. L’approvazione dei matrimoni gay mi hanno fatto capire verso dove stava andando l’Europa. Si arriverà presto al momento finale, dopo ci sarà il caos, la guerra civile, la distruzione. Forse è troppo tardi per ribaltare la situazione”.
Marika Guerrini


mercoledì 15 marzo 2017

Afghānistān trenta giorni - 9 febbraio / 12 marzo 2017- Memorandum

MEMORANDUM


... Si ricorda che i Taliban ora sono al 90% mujaheddin, combattenti per la libertà della patria dal giogo dello straniero, dei venduti e dei traditori.
Si ricorda che i Taliban vengono armati da armi “ disperse per caso” dalle forze Nato e si permette loro il saccheggio in luoghi di deposito e similari.
Si ricorda che il Daesh, impropriamente detto Isis, è entrato nel Paese con il permesso delle forze straniere di coalizione.
Si ricorda che il piano d’invasione partito nell’ottobre del 2001, mascherata da  giustizia per l’11 settembre, agiva su basi precostituite il cui obiettivo era: distruzione e assoggettamento del Paese.
Si ricorda che l’Afghānistān oltre alla strategica posizione geopolitica, è ricco di risorse naturali: gas, petrolio, carbone, talco, zolfo, ferro, litio, niobio, sale, oro, rame, lapislazzuli, smeraldi, topazi, marmo, nonché, tra le colture, papavero da oppio.
Si ricorda che la prima raffineria di oppio, trasformazione in eroina, è stata costruita nel 2002 in zona sotto “ severo controllo” straniero armato.

TRENTA GIORNI AFGHANI fuori e dentro il Paese

9 febbraio 2017
Stati Uniti d’America.
Il Generale John W. Nicholson,Jr., successore del Generale John F. Campbell al comando della USFOR-A, “ Resolute Support Mission and U.S. Forces Afghānistān” parlando al CENTCOM, Comitato dei Servizi Armati del Senato, in riferimento al paese afghano: "Credo che siamo in una situazione di stallo", e ancora “l’attuale coalizione ha un deficit di qualche migliaio di elementi” e ancora “ sono necessari ulteriori pacchetti expeditionary”, questa la sintesi del suo intervento. Richiesta fatta pervenire a Donald Trump, con la specifica che i soldati di rinforzo potevano essere americani così come provenire da nazioni alleate della missione di “addestramento” della Nato. Richiesta che non tiene conto della messa in discussione dell’Alleanza Atlantica, “obsoleta” a detta di Donald Trump che, nella sua prospettiva isolazionista, si è interrogato sul perché gli Usa debbano continuare ad impegnarsi nella difesa di Paesi che non spendono abbastanza in sicurezza.

12 febbraio 2017
Afghānistān, Provincia di Helmand
Luogo imprecisato, aerei americani alla ricerca di Taliban uccidono 22 civili afghani, quasi tutti donne e bambini.
LashkarGah, all’esterno di una banca un attentatore uccide 7 persone e ne ferisce altre 20. Contemporaneamente a Sangin, nord di LashkarGah, altri aerei Usa uccidono un numero imprecisato di civili afghani. Gli Usa negano.
Nella provincia di Helmand sono di stanza centinaia di truppe internazionali, Nato, per addestrare e “sostenere” le forze di sicurezza afghane.

13 febbraio, ONU
Mentre gli Stati Uniti continuano a negare, l’azione del giorno precedente a Sangin, le Nazioni Unite trovano almeno 18 civili uccisi dagli attacchi aerei degli Stati Uniti. Nella stragrande maggioranza donne e bambini.

17 febbraio
Afghānistān, Provincia di Nangarhar
A meno di una settimana dall’annuncio dell’offensiva delle forze afghane contro il Daesh, costoro eludendo le forze di sicurezza, “ben addestrate” dagli Usa, uccidono 17 soldati afghani. Il Ministero della Difesa dichiara 21 morti tra gli esponenti del Daesh, ma di questo non v’è certezza.

1 marzo 2017
Afghānistān, Kābul.
Primo attentato: autobomba esplode davanti alla Questura con seguente assalto di uomini armati all’edificio.
Secondo attentato: nei pressi della Direzione Nazionale della Sicurezza afghana, esplosione di una bomba e combattimento con armi da fuoco di piccolo calibro.
Entrambi gli attentati sono stati effettuati dai Taliban.
Secondo la stima ufficiale del Governo afghano i morti sarebbero 15 tra cui 11 civili, ma i Taliban ritengono falsa la stima ufficiale, i morti tra le forze di sicurezza sarebbero decine.

8 marzo 2017
Afghānistān, Kābul
Ospedale militare, uomini travestiti da medici e infermieri penetrano nell’ospedale facendo saltare in aria il cancello e minacciando chiunque incontrino, poi aprono il fuoco su pazienti e personale medico. I Taliban si affrettano a condannare l’attacco per non essere coinvolti, infatti l’azione criminale viene poi rivendicata dal Daesh.
La stima delle vittime, ancora incompleta, parla di 49 morti e 63 feriti.

9 marzo, Stati Uniti
Il Generale Joseph Votel, parlando al CENTCOM, Comitato dei Servizi Armati del Senato, ha chiesto che truppe di terra statunitensi vengano dispiegate in Afghānistān al più presto.
Questo per “migliorare” la capacità delle forze armate afghane. Nella richiesta ha citato anche il Generale Nicholson, sottolineando l’accordo tra loro due. Intanto l’Alleanza Atlantica si amplia anche in occidente cercando nuovi siti in Germania per le sue basi e Donald Trump dimentica la parola “obsoleta” sì da appoggiare il tutto, comprese le truppe da aumentare in Afghānistān.

!2 marzo 2017
Zabul, provincia meridionale
Taliban infiltrati in una caserma di polizia locale anche questa “ben addestrata” dagli Usa, hanno avvelenato e poi colpito a morte 8 poliziotti nonché saccheggiato tutte le armi e le munizioni presenti sul luogo.

Fine della presa visione di trenta giorni in Afghānistān

RIFLESSIONE

A 15 anni dall’invasione armata con relativa deflagrazione di bombe Usa, le truppe Nato, americane al 90%, stanno ancora “addestrando” le forze locali a “migliorare” la capacità bellica difensiva, per cui aumenteranno il loro potenziale numerico quindi gli armamenti anziché liberare il Paese da se stessi, come da “falso” copione. Il che ci porta a  due ipotesi:  o i soldati afghani sono privi di qualsivoglia capacità di apprendimento circa l’uso delle armi nonché privi di ogni cognizione strategica e la loro stirpe non aveva mai visto un'arma prima d'ora ma solo coltivato campi in pace ed armonia da secoli, il che cozza con la realtà dell'intera storia del Paese comprese  le tre guerre anglo-afghane a favore (tra il 1841 e il 1919), la vittoria sull’occupazione sovietica (1979-1989) nonché varie ribellioni, conflitti armati, strategie eccetera da sempre, oppure gli occupanti e i loro complici interni, esterni e  venduti, sono menzogneri millantatori che continuano ad avvalersi dell’ignoranza del mondo, che, evidente voglia restare tale, si lascia guidare dall’informazione occidentale di massa assoggettata ai poteri forti internazionali dell’alta finanza, volta alla supremazia geopolitica globale sotto l'egida di Lobby che di certo non hanno confine.
Mais, tout va très bien, cantava un ritornello d’infanzia, fin quando si inaugurano Memoriali,  come quello inaugurato, sulle note retoriche dell’inno, da Elisabetta II Regina di Gran Bretagna, Irlanda del Nord eccetera, qualche giorno fa al Victoria Embankment Gardens di Londra, Memoriale a ricordo delle vittime militari e civili degli interventi in Iraq e in Afghānistān tra il 1990 e il 2015. 
Di certo le vittime ora si sentono appagate.
Marika Guerrini

mercoledì 1 marzo 2017

dall'antica "sapienza" la visione del mondo attuale

diagramma cicli cosmici
.... la scelta di portare all’attenzione uno stralcio del Viṣṇu Purāa (in calce), raccolta di antiche narrazioni in cui Viṣṇu, il dio supremo che in sé condensa la Trimurti, ovvero la Trinità, è la figura centrale, è la sua indubbia attualità. Le parole segnate, le immagini suscitate risultano essere fotografia del nostro tempo malgrado la datazione dell’intera opera vanti una tradizione orale precedente ai 4000-3000 anni a.C. ed una scritta che si aggira intorno al VI sec. d.C. Datazioni con margini di flessibilità propria a questo genere di antiche opere, in questo caso appartenenti all’antica India, in cui Tempo e Spazio, inteso secondo la corrente numerazione storica relativa alla pragmaticità dello vita, altro non sono che orpelli in cui si imprigionano gli uomini, spesso ignari della vacuità del loro considerare secondo se stessi elementi che appartengono ad una Realtà superiore, una Conoscenza in assoluto incessante Divenire.
Lo stralcio del Viṣṇu Purāna riportato, fa riferimento al Kali Yuga (in calce), letteralmente: Oscura Età, epoca di caduta dell’umanità per via del fatto che l’intelletto umano sia in grado di comprendere solo gli aspetti materiali dello scibile. Quest’età, benché conclusasi alla fine del XIX secolo, continua ad essere presente nelle sue emanazioni facilmente riscontrabili  in miliardi di occasioni che affollano e caratterizzano la nostra epoca, dal dilagare della menzogna in ogni campo, anche speculativo, alla conquista del potere ottenuto per scaltrezza politica e/o per forza delle armi, anziché per autorevolezza propria a qualità sottili atte all’evoluzione dell’umanità, e così via. Condizione di caduta che, malgrado continui ad emanare i propri effetti, porta insito o comunque si mescola, per via d’impulso futuro, alla possibilità di risalita, attuabile con un reale risvegliarsi della coscienza individuale, in altri termini la possibilità di realizzare la vittoria della Luce sulle Tenebre.
Ma lasciamo alle annotazioni in calce qualche cenno storico culturale sui Purāa e sugli Yuga, ed ascoltiamo la voce profetica che giunge dall’antica saggezza:

La Terra sarà apprezzata soltanto per i suoi tesori materiali…
Le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote. Una semplice abluzione significherà purificazione, la razza (umana) sarà incapace di generare nascite divine.
Gli uomini domanderanno ( a se stessi): quale valore hanno i testi tradizionali?...
Solo movente della devozione sarà la salute fisica. Gli atti di devozione, anche se eseguiti, non produrranno alcun risultato.
La gente avrà terrore della morte e paventerà l’indigenza, soltanto per questo conserverà un'apparente religiosità.
I matrimoni cesseranno di essere un rito.
Ogni ordine di vita sarà promiscuamente simile per tutti. Sola via di successo nelle competizioni sarà la falsità.
Colui che possederà più denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull'acquisto anche disonesto della ricchezza.
Le donne saranno spesso soltanto oggetto di soddisfacimento sensuale. Solo legame tra i sessi sarà il piacere.
I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti, si impadroniranno dei beni dei loro soggetti. Sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati.
Prevarrà la casta dei servi e comanderà.
Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri. Non conosceranno la pietà.
La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l'empietà prevarrà tra gli uomini…

I Purāna e gli Yuga

 Purāna, Antiche Tradizioni, importante genere di racconti simili alla Bibbia. Probabilmente la loro origine va fatta risalire ad un periodo precedente i Veda (testi sacri rivelati, tramandati per tradizione orale, risalenti circa al 4000-3000 a.C., luogo d’origine India nord-occidentale), al tempo delle storie che venivano raccontate durante la partecipazione ai sacrifici vedici, quindi testi rivelati anch’essi, ma scritti in un tempo di molto posteriore, la cui datazione, flessibile, si aggirerebbe, come si è detto, intorno al VI secolo d.C. I Purāna trattano della creazione del mondo, della genealogia degli dèi e degli Ṛṣi, di miti associati a varie divinità, di norme di vita, di paradisi e di inferni, in sintesi cosmogonia e storie dell’umanità fino alla fine del mondo. Le raccolte dei Purāna tradizionali sono 18, ad essi si aggiungono numerosi sottopurāna chiamati Upapurāna. Tra i Purāna troviamo il Viṣṇu Purāna di cui sopra, विष्णुपुराण, in scrittura devanāgarī, alfabeto dell’antico Sanscrito e del contemporaneo Hindi.

Yuga, una delle quattro età che, secondo il Brahmanesimo, compongono il Mahāyuga, a sua volta uno dei mille evi cosmici, kalpa, tutti a formare quei periodi ciclici attraverso i quali il mondo e gli uomini, trasformandosi, mutano il loro rapporto col mondo divino, tanto che ad ogni epoca sia necessaria all’umanità una diversa forma di rivelazione salvatrice. Le età che compongono il Mahāyuga sono quattro: Kta Yuga (anche Satya Yuga) Tetrā Yuga, Dvāpara Yuga, Kali Yuga, corrispondenti alla concezione greca delle età dell’oro, dell’argento, del bronzo, del ferro. Secondo un calcolo di ciclo equinoziale di 24.000 anni suddiviso in ascendente e discendente, il cui complesso processo non stiamo qui ad attraversare essendo questo luogo inadatto a tale trattazione, il Kali Yuga  è l’ultima età dopo di che si riprenderebbe il Dvāpara Yuga, seguendo il circuito dell’orbita (vedi diagramma iniziale). Intanto il Kali Yuga è il tempo in cui i servi si porranno al comando dei popoli, l’atto del generare verrà manipolato e “non produrrà nascite divine”, in cui si perderà il gusto naturale degli alimenti, le stagioni si rovesceranno e così via.