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giovedì 14 febbraio 2019

Fuggire per non morire- Murtaza, Aylan e i bambini-angeli della guerra




... ancora brucia l’immagine di Aylan Kurdi, 3 anni, il bambino siriano dai pantaloncini blu e la maglietta rossa, il cui corpicino si è mostrato al mondo riverso su di una spiaggia, quando già aveva messo le ali per volare in un altrove lontano. Ad Aylan, poi immortalato in una piccola statua, occiriente aveva dedicato una sua pagina: “Sulaimāniya: Aylan Kurdi e il trail of tears”, ch’era il 9 marzo del 2016. La pagina racconta della piccola statua dalle bianche sembianze di Aylan, adagiata sul Tigri, sì che andasse, scivolasse sulle acque ad attraversare paesi e genti e storie, sì che scivolasse sullo storico fiume della Civiltà, a ricordare al mondo la storia odierna, una storia in cui si permette alla guerra di uccidere bambini più d’ogni altra cosa, d’ogni altro essere. E, quando, per destino, fortuna o per quel caso che non esiste, non li uccide nel fisico, uccide la loro infanzia, la loro anima, recide in loro le forze vitali. Il futuro del mondo.
E mentre Aylan scivolava sul Tigri a testimoniare nel 2016, un altro bambino s’incamminava verso un destino da sogno e da incubo. E nulla avrebbe cambiato l’odierna storia, né Aylan che ora abita un mondo diverso in cui tutti i bambini sono forniti di ali, né il bambino di cui racconteremo tra qualche riga, così, altri bambini, piccoli o meno che siano stati e siano, avrebbero continuato a mettere le ali o a fuggire dalla loro terra, dalla loro vita, dalla loro storia. Fuggire con o senza affetti familiari, spesso tra sconosciuti che hanno perso ogni speranza in patria e ne cercano un’altra. Fuggire perché non viene data loro altra possibilità. Sono migliaia, centinaia di migliaia. A volte hanno così pochi anni di vita da lasciarci sgomenti per la loro forza, altre volte, quando hanno pochi più anni, quando si fermano un po’ con noi, anche solo per un po’, ci sgomenta la loro saggezza. Fuggire per non morire o, a volte, morire altrove. Soli.
In questi giorni, in Afghanistan, lì dove la guerra dal 2001 non si è mai arrestata malgrado notizie da tempo, e periodicamente, comunichino aleatori incontri, più o meno realizzati, ai fini della parola “pace”, tra coloro che hanno programmato, voluto, scatenato guerra, per “combattere il terrorismo”, ed ora con quello stesso “terrorismo” intavolano negoziati di “pace”, parola abusata e bestemmiata che si fa così testimone della farsa in atto su quel palcoscenico bellico in terra afghana, in scena tutti i giorni e le notti  da 18 anni. Ebbene in quella stessa terra sul cui suolo, nel recente trascorso anno 2018, l’aviazione americana, pur non avendo mai smesso negli anni, ha sganciato altre 7.632 bombe, lì, tra tanti bambini falciati dagli infernali ordigni, ve n’è uno, tra i pochi a non essere caduto, ma “colpevole “ di amare il calcio, di avere quale idolo Messi, Lionel Messi, centrocampista e attaccante, della squadra del Barcellona e della Nazionale  Argentina. Miliardario, specifica che sottolineiamo e che si capirà tra qualche riga. Ma passiamo alla sintesi della storia di Murtaza, perché è questo il nome dell’involontario protagonista su accennato, definito: un altro bambino, è Murtaza Ahmadi, 7 anni nello stesso anno del viaggio di Aylan sul Tigri, il 2016 e iniziato, nel cielo, sempre per Aylan, a fine 2015.
Non tutti sanno che  il gioco del calcio in Afghanistan è da sempre molto amato, specie tra gli adolescenti ed i bambini, anche nel periodo di occupazione dei Taliban malgrado il divieto ufficiale, non si è mai fermato. Murtaza vive a Ghazni (1), antica città ricchissima di storia nel centro orientale del Paese, con la sua famiglia povera ma onesta, ama il calcio ed è un fan di Lionel Messi. Un giorno del 2016, appunto, trasforma una busta di plastica a strisce bianche e azzurre, colori della Nazionale Argentina, in una maglietta da calcio, scrivendovi sopra, in caratteri occidentali, MESSI 10, numero del calciatore. Sarà questo l’inizio di quel sogno trasformatosi in incubo, di cui sopra.
L’immagine della busta-maglietta varca montagne, attraversa deserti finché giunge a Lionel Messi. Alla sua sensibilità. Circa un anno dopo, Murtaza viene invitato da Messi a Doha, dove il calciatore soggiorna per una partita, vi sono foto di gruppo con la squadra e il piccolo Murtaza. La fama del giocatore investe Murtaza che, non solo è afghano, ma anche di etnia Hazara e fede Sciita, etnia oggetto di persecuzioni sia storicamente parlando (2) che nell’attualità, etnia di cui il lettore di occiriente e dei miei libri sulla Storia dell’Afghanistan, conosce l’ampia trattazione proprio a causa dell’incessante genocidio che subisce (3).
Essere hazara e sciita, per Murtaza, ha fornito un’arma ai gruppi terroristici, Taliban ma non solo, tutti di fede sunnita, che hanno perseguitato e stanno perseguitando, la sua famiglia, uccisi alcuni membri, tutto a scopo di rapimento di Murtaza, a scopo di estorsione, per un riscatto indirizzato al calciatore Messi, miliardario. Ecco come si fa arma da guerra non solo la povertà, ma anche l’innocente passione per un gioco. Ora, nel tempo del comporsi di questa pagina e della sua chiosa, come in una diretta da film, la vita di Murtaza continua ad essere in pericolo. Il bambino si sta spostando nel Paese di città in città, di luogo in luogo, è con la sua coraggiosa madre, coraggiosa come molte donne afghane. E qui ci fermiamo, volutamente tralasciamo i luoghi e rispettiamo il loro silenzio anche se ultimamente un appello della madre ha raggiunto il calciatore affinché intervenga per portar via il bambino dal Paese.
Fuggire per non morire.

Marika Guerrini

Note

(1)- Ghazni: anticamente Ghazna, capitale, con Mahmud di Ghazna, dell'Impero Ghaznavide (inizio I
      millennio dell'èra volgare)  che si estendeva dal Mar Caspio all'attuale Punjab (India)

(    (2) – Unico sovrano a non aver perseguitato e neppure emarginato l’etnia Hazara fu Re Aman Ullah       d’Afghanistan (1919-1929) A Questo proposito si segnala: Ehsanullah d’Afghanistan,”Il Re Riformista” Marika Guerrini a cura di, Jouvence 2018; 
          
((    (3)– Marika Guerrini, “Afghanistan passato e presente” Jouvence 2014, unico testo italiano di Storia dell'Afghanistan che tratti l’intera e complessa storia di quel Paese e delle sue genti sin dai primordi.

sabato 12 gennaio 2019

l'universale diritto alla Patria

... " Senza Patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli tra i popoli. Siete i bastardi dell'Umanità. Soldati senza bandiera, israeliti delle nazioni, voi non otterrete fede né protezione, non avrete mallevadori." In altro passo: " La Patria non è un territorio, il territorio non è che la base. La Patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio...La Patria non è un aggregato è un'associazione... la Patria è il segno della missione che Dio v'ha dato da compiere nell'Umanità... I vostri doveri verso la Patria stanno in ragione dell'altezza di questa missione. Voi dovete mantenerla pura d'egoismo, incontaminata di menzogna e delle arti di quel gesuitismo politico che chiamano diplomazia. La politica della Patria sarà fondata per opera vostra sull'adorazione ai principii, non sull'idolatria dell'interesse o dell'opportunità... Voi non potete ottenere ciò che è vostro diritto se non obbedendo a ciò che vi comanda il Dovere. Meritate ed avrete...". Così Giuseppe Mazzini dal suo esilio in terra britannica parlò ai non del tutto italiani ch'era il 1860. Ma riprendiamo ad ascoltare.
"Lavorando secondo i veri principi della Patria noi lavoriamo per l'Umanità: la Patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio noi corriamo il rischio di riuscire inutili alla Patria e all'Umanità. Prima di associarsi con le Nazioni che compongono l'Umanità, bisogna esistere come Nazione...". 
E ancora: "L'Umanità è un grande esercito, che muove alla conquista di terre incognite, contro nemici potenti e avveduti. I Popoli sono i diversi corpi, le divisioni di quell'esercito. Ciascuno ha un corpo che gli è affidato; ciascuno ha un'operazione particolare da eseguire; e la vittoria comune dipende dall'esattezza con la quale le diverse occupazioni saranno compiute. Non turbate l'ordine della battaglia. Non abbandonate la bandiera che Dio vi diede. Dovunque vi troviate, in seno a qualunque popolo le circostanze vi caccino, combattete per la libertà di quel popolo, se il momento lo esige, ma combattete come Italiani, così che il sangue che verserete frutti come onore ed amore, non a voi solamente, ma alla vostra Patria." e ancora: " E italiano sia il pensiero continuo dell'anime vostre: Italiani siano gli atti della vostra vita: Italiani i segni sotto i quali v'ordinate a lavorare per l'Umanità... La Patria si incarni in ciascuno di voi. Ciascuno di voi si senta, si faccia mallevadore dei suoi fratelli: ciascuno di voi impari a far sì che in lui sia rispettata ed amata la Patria." E in riferimento all'Europa: " L'Europa ha paesi per i quali la Libertà è sacra al di dentro, violata sistematicamente al di fuori; popoli che dicono: altro è il Vero, altro l'Utile; altra cosa è la teorica, altra è la pratica... voi sapete la missione della nostra Patria e seguirete altra via... E perché voi sarete pronti a morire per l'Umanità, la vita della Patria sarà immortale." 
Tutto quel che ancora ci riguarda fu toccato da Mazzini in quel 1860 consumato in terra straniera. E noi, alle parole di questo tutto mazziniano, che ci si riferisca agli italiani o a profughi di altrui patrie, alle parole foratrici di Tempo e Spazio che risuonano vive come alla pronuncia e, attuali, abbracciano qualsivoglia problematica storico-politica della contingenza, all'indiscusso senso di verità di quelle parole e alla necessità di ricordarne  suoni e contenuti, noi, incerti sull'effettiva esistenza della nostra Patria, questa Patria da lungo tempo ferita nei suoi principi, questa Patria che si nutre di interessi, gesuitismi ed opportunità, questa Patria  in cui nessuno si fa mallevadore del proprio fratello, questa Patria non rispettata innanzi tutto dai suoi stessi figli, di poi dallo straniero, alla cui mercé viene posta, quando non viene resa schiava, noi, alle parole di uno dei padri di questa nostra Patria che cerchiamo senza trovare, non abbiamo parole da aggiungere se non ripetere a noi stessi le parole del padre: "...bisogna esistere come Nazione." e: " Meritate ed avrete".
Marika Guerrini

sabato 15 dicembre 2018

Strasburgo Damasco Parigi Baghdad Bruxelles Bamiyan Londra Mosul Madrid altrove... e le madri senza lacrime

Mosul- Chiesa di San Tommaso (1)
"...e un'ala del palazzo implodeva sbriciolandosi a due passi da voi, tutto in contemporanea. Calcinacci ancora, fragore ancora, ancora grida, ancora polvere come manto a coprire imbiancando la paura. 
Le sirene avevano preso a susseguirsi, e soldati s'erano moltiplicati. E uomini e donne a scavare tra le macerie mentre qualcuno usciva da esse bianco di tutto, qualcun'altro aiutava qualcun'altro a farlo, qualcun'altro ancora giaceva inerte lontano dalla vita. E tu lì e Ahmad non mollava la presa e tutto sembrava un film.
Era stato allora, da spettatore, che avevi realizzato di trovarti sul luogo di un attentato, di avere una macchina fotografica, una telecamera, e avevi preso a scattare, scattare e riprendere, come se la cosa non ti riguardasse, con il cinismo di chi informa per dovere di cronaca, sacrosanto cinismo chiamato in questi casi professionalità. Ma c'era qualcosa d'altro in te in quel momento, come a voler fuggire.
E avevi continuato a scattare mentre Ahmad aiutava ora questo ora quello e scavava anche lui e tu scattavi e riprendevi, riprendevi e scattavi e avevi continuato fino a vedere lei.
Bianca di polvere una giovane donna avanzava con passo regale e capo eretto, Come venisse fuori dal nulla accoglieva tra le braccia un piccolo corpo, piccolo, molto piccolo e immobile e lo portava così come un dono posto su di un vassoio, un'offerta. Non una lacrima le rigava il volto e lo sguardo era lontano, con il piccolo corpo, oltre la vita. E' lì che hai incontrato la guerra, per la prima volta, lì, tra le braccia di una madre senza lacrime.
Il dolore smisurato non sa sciogliersi in lacrime, non sa piangere. E avevi fermato i tuoi scatti, le riprese. e avevi riposto tutto nella sacca, sulla spalla, e avevi preso a scavare..." poi in un altro stralcio: ".. Avevi venduto bene i tuoi scatti al rientro, e le riprese s'erano fatte documentario... Ottimo lavoro, ti era stato detto da uno dei redattori del Washington Post...Solo uno scatto avevi tenuto per te: la madre senza lacrime. Quello non l'avevi venduto né mostrato, eh, sì, che avrebbe fatto colpo..." (2)
Non c'è confine, né colore, né bandiera. Non c'è credo, né tradizione, né ideale capace di argomentare, motivare, giustificare al cuore di una madre la perdita di un figlio, è contro natura. Così non ci sono parole né lacrime, ma silenzio, solo silenzio che accolga l'indescrivibile dolore e ne faccia dono al cielo. Ne faccia sacrificale offerta al Divino. Ne faccia preghiera, preghiera per tutte le madri di questi figli, questi Antonio, questi Sherif o qualunque sia il nome indossato per così breve tempo in questa vita. Se ne stanno andando a schiere, tutti giovani, giovanissimi, bambini, chissà, forse per guidare dall'alto l'uomo che oggi, ora, come altre volte nella storia, se pur con più circoscrizione, non riesce a trasformare la vita in conoscenza di sé e dell'intero umano scibile, sì da attraversarla in armonia. Per evolvere. Ma, ora chiudiamo questa pagina con altre immagini di stralci tratti, come sopra, dal romanzo il cui titolo si segnalerà in note:
"... era quasi Natale....Fu il Natale più bello della tua vita... il più bel dono sotto l'albero...Il giorno di quel Natale dell'89 eravate andati al Museo Nazionale e avevi incontrato i leoni dell'antica porta come fossero ancora lì a proteggere le mura. E reperti mesopotamici e babilonesi e achemenidi fino all'Islam ti erano venuti incontro, ma l'elmo d'oro di Ur era rimasto nel tuo cuore con il racconto di tuo padre che accompagnava la storia di Madinat al-Salama. Città della Pace, antico nome di Baghdad, questo vuol dire...E ti aveva raccontato del tempo di Arum al Mansur: fu lui  a voler che la pianta di Madinat al-Salama fosse circolare, quale richiamo all'universo. Era il centro del mondo allora..." (3)
Ora a Baghdad, così come a Damasco, così come a Palmira, cosi come a Bamiyan, così come a... gli occhi dei bambini non possono aprirsi alle meraviglie dell'antica Storia, alle meraviglie della loro stessa origine, la nostra. Alla meraviglia della memoria. Il perché non ha bisogno d'esser ricordato.
Marika Guerrini 

Note
(1)  Mosul, 2017:-la chiesa di san Tommaso tra calcinacci e piccoli crolli, come per miracolo, quasi risparmiata          dalle bombe. Fonte: "L'Orient Le Jour". Si ringrazia.
(2-3) Marika Guerrini, "Oltre le mura di Baghdad", ed. Jouvence 2017 







giovedì 8 novembre 2018

Dipawali e la leggenda della Luce che vince la tenebra


...  Dipawali, in sanscrito दीपावली, la vittoria della Luce sulla Tenebra, da una leggenda indiana. Ascoltiamo..
Nel tempo in cui gli dei amavano assumere sembianze umane, accadde che il dio Vishnu, eroe del Pantheon induista, si mostrasse agli uomini sotto le spoglie di Rāma, il coraggioso guerriero. Rāma amava di un amore più che terreno SĪtā, la sua shakti, ma si sa, e si sapeva anche allora, che l'invidia può invadere il cuore degli uomini, ancor più il cuore di un essere maligno, e fu così che Ravana, il demone dalle dieci teste e dalle venti braccia, noncurante  dell'amore di Rāma e SĪtā decise di fare di quest'ultima la propria sposa, la rapì e la portò via sul suo carro. SĪtā però non si perse d'animo e, come nella fiaba di Pollicino, tracciò una scia lungo il tragitto: sfilò la sua collana di gemme scintillanti e le lasciò cadere una ad una. Quando Rāma si accorse della sua assenza si guardò intorno, notò la prima gemma, poi la seconda e così via, capì quindi il segnale lasciato da SĪtā e prese a seguire la traccia di gemme. Cammina cammina, le gemme non finivano mai, era come se si moltiplicassero. Ad un certo punto però il nostro eroe fece un incontro particolare, si trovò dinanzi un enorme scimmia, era Hanuman, il Re delle scimmie, che di certo non godeva di una buona fama, in quel caso però, dopo aver ascoltato l'accorata storia di Rāma che aveva perso la sua shakti, decise di aiutarlo. Hanuman chiamò a raccolta tutte le scimmie e gli orsi della terra e tutti, proprio tutti insieme si misero sulle tracce lasciate da SĪtā. La ricerca fu lunga, molto lunga finché giunsero alla vista di un'isola sperduta, a quel punto le scimmie e gli orsi si accorsero che SĪtā si trovava proprio lì, imprigionata. Fu così che tutti insieme, uno accanto all'altro, formarono un ponte sì che Rāma potesse raggiungere l'isola e liberare la sua shakti. Ma Ravana di cui si può dire la cattiveria ma non che mancasse di intelligenza, aveva notato tutto e si era messo in attesa dell'eroe. Quel che accadde nella battaglia tra i due fu terribile, pareva che la terra volesse ingoiare il cielo, e di certo non starò qui a raccontarlo, quel che invece racconterò è che malgrado l'immane potenza del dio del Male, Ravana venne ucciso da Rāma, questi scagliò contro di lui una magica freccia di luce che colpì il demone al centro del suo cuore nero. Sulla sostanza di quella luce si sono dette tante cose, ma quel che i devoti raccontano è che fosse intrisa  d'Amore e per questo, invincibile. La voce della vittoria di Rāma su Ravana fece in breve il giro del mondo conosciuto e non, giungendo fino alla città di Ayodhya, lì, la gente del luogo illuminò il cammino di Rāma e SĪtā con migliaia di fiaccole accese affinché potessero giungere al più presto a coronare il loro amore. E' da allora che il Dipawali, ricorrenza festeggiata in questi giorni in tutta l'India qualunque sia il credo di appartenenza, con le sue mille e mille lucerne illumina il cammino degli uomini, ricordando loro la vittoria della Luce sulla tenebra, del bene sul male. E ricordando a chi si trova oltre quei confini i versi sacri che recitano così: e la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno sopraffatta...
Marika Guerrini

venerdì 19 ottobre 2018

Platone, "La Repubblica"e la Democrazia

...  in giorni quali gli attuali, in cui, da un tempo quasi immemore, vediamo avvicendarsi Governi e Governi, governanti e governanti, sembra proprio che le idee di saggezza abbiano abbandonato gli organi preposti a guida del paese e del popolo. Accanto a questo, da tempo ancor più immemore, ogni azione viene canalizzata nella parola Democrazia che, malgrado le si dia significato sempre svariato asseconda dell'uso del momento, risulta essere l'unica forma atta a governare. L'uso spesso improprio, di questa parola fattasi ossessiva, può far sorgere il desiderio di volgere lo sguardo al passato, all'origine, al fine di trovare conforto in pensieri che permettano all'animo di respirare un liberatorio respiro. E' quel che è accaduto a chi scrive, da qui il riprendere dallo scaffale una vecchia edizione de "La Repubblica" spolverarlo e tuffarsi nella sua rilettura. 
Il solo fatto della errata traduzione latina di "Politéia", titolo originale più vicino al significato di Stato che non di cosa pubblica, Res Publica, appunto, è indicativo della diversità di intenti tra Platone e la Roma del tempo che spesso riduceva in materia quel che apparteneva allo spirito. Ma, riflettiamo e sorvoliamo. 
Dopo lo spolvero, la rilettura, l'ampliarsi del respiro e il silenzio dell'animo è giunta la riflessione, appunto, seguita da un altro desiderio, quello di tracciare una pagina di occiriente in merito a, questa pagina.
In "Politèia", usiamo il nome datogli dall'autore, egli delinea la visione del perfetto ordine politico. Sì, certo, nel rileggere la bellezza dell'opera, si è ripresentato il pensiero, in chi sta scrivendo, che la sua attuazione nel reale, sia possibile solo in un paese abitato da figli di Dei, ma poiché, bene o male, in un modo o nell'altro, a tutti è data questa derivazione, ecco che qualche spunto, se pur infinitesimale, potrebbe farsi socialmente utile anche qui, ora, oggi. Fosse anche solo, ancora una volta, una riflessione.
Quel che immediato in "Politéia" salta all'occhio, è l'armonia circa le prospettive contemporaneamente sempre umane e divine, e il giusto grado da attribuire, nello Stato, ai valori. Così, ci si immagina al Pireo immersi in una conversazione a cui è presente Socrate, oltre a due fratelli di Platone e a Trasimaco, il sofista. Lì, conversando, viene fuori che la prima funzione dello Stato è quella di provvedere al sostentamento materiale, vale a dire che vanno supportati operai, artigiani, agricoltori e così via, ognuno nel proprio lavoro, sì da garantire il benessere dei cittadini. Questa è la partenza, la prima classe, o casta. funzionale. 
Perché questa casta si possa realizzare, c'è bisogno di un'altra casta funzionale, una casta posta a difesa, i guardiani, che garantisca la sicurezza  a coloro che lavorano per il benessere del Paese. Platone identifica costoro in una sorta di ordine monastico, uomini e donne che vivono insieme come fratelli, come fosse in un grande convento. Sì, anche donne, ed anche qui la grande modernità dell'opera, infatti in Platone, le donne, nei diritti, vengono parificate agli uomini.
Momento  successivo a questo dei guardiani è la scelta dei filosofi che dovranno porsi a guida dello Stato, e la scelta avviene all'interno di questa élite di guardiani-soldato.
Abbiamo così lo Stato composto da una triade di virtù, ognuna corrispondente ad una classe o casta funzionale, in ordine: temperanza, coraggio e sapienza. Poi è il momento della Giustizia. Dove si troverà la Giustizia? La Giustizia è qui, consiste proprio nell'ordine e funzionamento della triade che alberga, allo stesso tempo, sia nell'animo umano che nell'animo dello Stato, ovvero all'interno di esso.
Ecco come Platone pone l'Aristocrazia, letteralmente: governo dei migliori, a guida dello Stato, ad essa il compito di mantenere l'ordine e l'armonia tra le tre classi. 
Ma tutto questo potrebbe nascondere però delle insidie, vediamo quali.
La prima insidia potrebbe essere l'instaurarsi di una Timocrazia, ovvero l'affermarsi della sete di potere dei nobili, sete di potere che, per deviazione, potrebbe essere appoggiata non già da guardiani-soldato puri, bensì soldati violenti, estremi, alla maniera spartana. Situazioni che oggi possono intendersi in vario modo e chiaramente.
La seconda, definita da Platone Oligarchia, sarebbe un governo in cui predomina il danaro, in cui tutto si svolge in sua funzione, quindi governo di pochi ricchi. Ed anche questo oggi non è difficile da intendersi, tanto meno è a noi remoto.
Infine, terza insidia dello Stato ideale è la Democrazia, vale a dire governo guidato dall'ignoranza o incompetenza che sia ed in qualunque ramo sia, in essa, per essa ed in funzione di essa, la vita si svolge senza alti ideali, senza obiettivi di alto valore, con un'apparenza di uguaglianza, in realtà livellamento in basso. In essa raramente si attende al reale benessere del cittadino che abbisogna di armonia tra materia e spirito, che abbisogna della triade di virtù di cui sopra, nessuna di esse esclusa. Sì perché, sempre secondo Platone, ma anche secondo chi scrive, nel momento in cui non esiste più una Aristocrazia, che nulla ha a che vedere con il comune odierno significato, ma intesa nell'accezione pura datagli dal filosofo, viene a cadere la guida scevra da interessi personali e protesa solo al bene dello Stato e dei cittadini, in questo modo agevolando il formarsi e/o l'esprimersi delle caratteristiche deviate e devianti dell'uomo, che si mettono in azione al fine di conquistare la  guida dello Stato. Degenerando anch'esso. Ben magra conquista!
Marika Guerrini
  



   

martedì 11 settembre 2018

11 settembre e il Ground Zero della verità.

Ground Zero 2008
... le pagine di occiriente varie volte hanno ricordato l'11 settembre del 2001, e varie sono state le forme. L'ultima volta è stata l'11 settembre del 2014, da allora, le pagine, si sono rifiutate di tornare sull'argomento. Coltivando la segreta speranza che nel frattempo un qualche bagliore di verità fosse reso pubblico dai media di massa? Può darsi, ma solo per eccesso di positività. Non è stato così. A diciassette anni di distanza, era di martedì anche allora, la menzogna su quel giorno fattosi indegnamente storico, da cui distruzione di Afghanistan, Iraq, Siria, Libia,  quel giorno di avvio a guerre che hanno sbriciolato la storia delle origini, continua ad essere manifesta anche sotto mentite spoglie, con varie tipologie di armi, da quelle propriamente dette, al terrorismo islamico, in realtà creato dagli Usa con apporto saudita, all'economia, ai flussi migratori, tutto malgrado molto si sia scritto, detto, malgrado siano state dimostrate le dinamiche da tecnici aeronautici, ingegneri edili, esperti d'ogni tipo, malgrado centinaia di testimonianze, dirette e indirette, abbiano attestato il contrario della versione ufficiale, malgrado lo abbiano fatto libri, articoli, conferenze, tra i tanti anche quelli di chi scrive, malgrado tutto, nulla si è ottenuto di ufficiale che smentisse l'iniziale menzogna.Tutto ha continuato a scorrere, ad essere divulgato secondo l'iniziale versione e sempre, o spesso, si è accompagnato il tutto con accuse, qui e là, di complottismo nei confronti di chi indicava, e indica, la verità dei fatti dietro l'ufficiale menzogna. E allora eccoci costretti di nuovo qui, costretti al punto di partenza nel tedio di dover tornare sul già scritto, già detto, senza alcuna pretesa circa il cambiamento della pubblica opinione, che in realtà sa e non vuol sapere o tace, eccoci qui per una sorta di onestà storica nei confronti delle nuove generazioni che, diversamente da quel che spesso si pensi, vogliono sapere, e ne abbiamo testimonianza tutte le volte che veniamo chiamati nelle scuole ad illustrare l'argomento. Allora il dibattito si fa sempre interessante, vivo, intelligente. Così, mentre nella nostra pagina di settembre 2014 fu riportato un brano del mio libro "Rossoacero- conosco il canto del muezzin-" a testimonianza di sensazioni, sentimenti, pensieri eccetera, sull'accaduto, ora si riporta, sempre accantonando ogni eleganza del citare se stessi, un brano di "Afghanistan - passato e presente", qualche stralcio della mia storia dell'Afghanistan dalle antiche origini ad oggi, stralci estratti dal penultimo capitolo, titolato "L'eco delle Twin Towers"..

" ... I media impazziscono quell'11 di settembre del 2001, ventiquattr'ore su ventiquattro proiettano sullo schermo in maniera ossessiva l'impatto degli aerei kamikaze sulle Torri Gemelle, su quel simbolo dell'economia mondiale che ora giace in frantumi. Si mandano in diretta pianti, grida, la disperazione del popolo americano, come fosse la bomba di Hiroshima e Nagasaki.
Dalle 8,48 di quel martedì, momento dell'attacco al World Trade Center di Manhattan, il mondo "civile" è rimasto incollato alle immagini del disastro, i titoli sui giornali sono stati tutti del tipo: Attacco all'America e alla Civiltà, molti giornalisti hanno usato definizioni quali: siamo tutti americani, dimostrando un corale indebolimento delle coscienze....".
Il capitolo poi continua riportando la situazione politica dell'Afghanistan di allora, continua accennando all'uccisione da parte dei servizi segreti internazionali, sotto controllo Cia, di Ahmad Shah Massoud, continua evidenziando il crimine americano contro l'umanità perpetrato sull'inerme popolo afghano spacciato, negli States, come taliban cosa agevolata da: " ...al popolo americano a cui, per inciso, dalla fine della II Guerra Mondiale è stato tolto l'insegnamento dell geografia internazionale dalle scuole primarie, lasciando solo lo studio di quella degli States, sono stati fatti risultare i taliban come afghani, questi sono stati identificati come autori e complici dell'attacco dell'11 settembre..." e così via. Ma nessuno disse allora, come dopo, come ora a diciassette anni di distanza, che Niaz Naik, al tempo già Ministro degli Esteri del Pakistan, a proposito di Osama Bin Laden, ricercato dagli Usa da tempo prima dell'attentato di cui si tratta, aveva rilasciato un'intervista in cui dichiarava che nel luglio di quello stesso anno 2001, alti ufficiali statunitensi, gli avevano detto che ad ottobre ci sarebbe stato un attacco all'Afghanistan, che sarebbe stato attuato anche se, per caso, i taliban, quelli veri,avessero consegnato Bin Laden agli Usa prima del mese di ottobre.       
Questo fu e fu con il consenso di tutto l'occidente ivi compreso l'Onu, chi poi fosse soggiogato dall'inganno e chi no, ai posteri l'ardua sentenza, per dirla con il condottiero corso. Sta di fatto che al grido: con noi o contro di noi, G.W.Bush, con la campagna Enduring Freedom, titolo da film, diede avvio alle tragedie ancora in atto, bombardando l'Afghanistan, bombardò il mondo, innescando, come sappiamo e ogni giorno constatiamo, la miccia dell'odio, che continua a bruciare, alimentata da una Enduring Lie, menzogna, che non cessa di essere. In realtà il vero Ground Zero è quello della verità. Ma questa è, come sempre diciamo, opinione di scrittore. Null'altro.
Marika Guerrini

immagine dal web

mercoledì 22 agosto 2018

Afghanistan- Indipendenza Perduta


19 agosto 2018
Kabul -S.A.R.India d'Afghanistan  si intrattiene con i soldati
nella ricorrenza del 99° anniversario dell'Indipendenza del Paese-

.... " Il dolore è una cosa 
che bisogna tenere ben cucita nel cuore
tenerla a disposizione
sì che forse se ne accorga
un certo giorno il Signore".

Giungono dal XVII sec. i versi di H'ùshal H'àn, poeta afghano (1613-1694), spesso citato in queste pagine. Poeta che ben conosceva lo spirito del suo popolo, ed è con lo stesso spirito che oggi, a tre giorni dal 99° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza dell'Afghanistan, dedichiamo questa pagina a chi, per amore di quella terra ha voltato le spalle al futuro sacrificando la propria giovane vita. Così, nell'acre odore quotidiano  sprigionato dalle deflagrazioni, nella loro eco che non cessa di rincorresi tra monti, valli e fiumi mentre i figli di quella terra continuano ad immolarsi o venire immolati, condividiamo la ricorrenza riportando il discorso di colui che diede a quella terra l'Indipendenza: Sua Maestà Re Aman Ullah d'Afghanistan (regno 1919-1929). Ma prima di ascoltare le sue parole è d'uopo qualche brevissimo cenno storico in merito all'Indipendenza afghana.

19 agosto 2018

Kabul- S.A.R. India d'Afghanistan con il Presidente Ashraf Ghani

Siamo alle pendici dell'Himalaya, a Rawalpindi, al tempo città dell'India. E' il 26 luglio del 1919. Da questo giorno fino al giorno 8 di agosto una delegazione afghana, guidata da Alì Ahmad Khan, ed una delegazione inglese, guidata da Sir Hamilton Grant, si riunirono per stipulare un Trattato di Pace che benché provvisorio avrà gli stessi contenuti di quando poi, a circa due anni di distanza, sarà definitivo. Ma per entrare in quel momento storico facciamo un passo indietro. 
E' il 24 di febbraio di quello stesso anno quando, Aman Ullah, dopo la morte del padre , ucciso da mano ignota, sale al rango di Emiro. Le sue idee circa l'indipendenza del paese, diversamente dagli emiri precedenti, sono chiare sin dall'inizio. Il suo discorso di Investitura contiene questa frase: " Voglio essere capo di uno Stato totalmente indipendente", poi sguainata la sciabola conclude:" Non rimetterò questa sciabola nel suo fodero, finché la nazione afghana non sarà totalmente indipendente. L'Afghanistan agli afghani. Ya marg, ya esteqtal!" parole queste ultime che vogliono dire: O morte o Indipendenza.
In quello stesso momento viene decisa quella che sarà poi, di lì a qualche giorno, il 3 marzo 1919, la Dichiarazione di Guerra in quanto con una lettera, l'Emiro Aman Ullah, appena asceso al trono, comunica, in termini categorici, al viceré dell'India, Lord Chelmsford, quindi all'Impero britannico presente al di là del confine, in India, la decisione di Indipendenza e l'abrogazione di tutti i trattati precedenti che ne avevano impedito e ne impedivano la realizzazione.
Il 3 maggio sempre del 1919, prende corpo la Terza Guerra Anglo-Afghana. Per la prima volta nella storia dell'Impero britannico, l'Emiro, che poi sarà Re, di un Paese relativamente piccolo rispetto all'Impero, l'Afghanistan è due volte l'Italia,  avrà avuto l'ardire, noi diciamo il coraggio, di dichiarare guerra all'Impero britannico.
Il comportamento inglese durante il conflitto sarà come da sempre nella sua storia ed ancora oggi presente nello spirito anglo americano: indebolire il nemico con armi sleali ed approfittarne. Infatti mentre tutto pareva volgere a favore degli afghani, ecco che lo scarseggiare delle munizioni di questi ultimi, fa sì che dal fronte afghano, venga inviato un dispaccio al comando centrale per ricevere le armi. Gli inglesi intercettano il dispaccio, lo fermano e ne approfittano, così, con il nemico indebolito, avranno la meglio. Bombarderanno ovunque. La disparità di armamenti è davvero grande, la disfatta afghana inevitabile. Malgrado ciò a Jalalabad il coraggio delle truppe afghane, coadiuvate da truppe indiane contrarie all'occupazione britannica, siamo vicini al confine tra Afghanistan e India, danno scacco matto agli inglesi, e questi si ritirano.  
Ma in realtà questa guerra non conviene a nessuno, neppure agli inglesi che, benché toccati nell'orgoglio cosa che farebbe loro continuare la guerra, sono comunque appena usciti dalla Prima Guerra mondiale. Il saggio Aman Ullah quindi riunisce il Consiglio di Stato e propone di stipulare un Trattato di Pace con il governo del viceré inglese. E' il 3 giugno 1919.
Ecco, questo, in grandi linee, il retroscena di 99 anni fa, quando l'Afghanistan divenne indipendente, 8 agosto 1919. Infatti, come si è detto, a Rawalpindi, da cui ha preso inizio la narrazione di questa pagina, fu stipulato il Trattato di Indipendenza.. Inutile dire quanto il Trattato di Rawalpindi, firmato comunque anche dagli inglesi, fosse ritenuto da questi una umiliazione, inutile dire che, malgrado la firma, in un certo senso convinta, di Lord Chelmsford, in seguito continuassero a giungere da Londra in India, ordini di tradimento. Ma questo fa parte del firmamento bellico inglese, come si diceva, da sempre, è una sorta di DNA infettato alle terre di oltre oceano, per cui si creano o fomentano o rafforzano due forze contrapposte, per farle poi scontrare tra loro, vedi oggi Daesh o Isis e Taliban, in modo da intervenire per apparentemente riportare la pace a favore del popolo o dei popoli o comunque di chi è in difficoltà o distrutto dalla guerra eccetera eccetera, in realtà distruggere per poi prenderne possesso. Altro che indipendenza e rispetto dei popoli. L'ha detto e lo dice la Storia, lo conferma la cronaca.
Al tempo dell'annuncio di Indipendenza però le cose non andarono così, deludendo coloro che avevano fomentato una sommossa, comprata una sommossa e che quindi se l'aspettavano, all'annuncio dell'Indipendenza da parte della delegazione afghana che aveva partecipato al Trattato, un unico grido si alzò dalle pendici dell' Himalaya a Kabul, echeggiò sui deserti e sulle città, ovunque, si levò al cielo: Allah-u-Akbar, Dio è Grande. 
L'Afghanistan aveva dichiarato guerra e attaccato gli inglesi e non viceversa come sempre era accaduto nelle precedenti guerre anglo-afghane. E aveva vinto.
Ma ora ascoltiamo il discorso di Indipendenza pronunciato da Re Aman Ullah alla Nazione. Egli dopo aver mostrato al popolo il fodero vuoto della sciabola mentre un soldato gli tendeva la sciabola disse: " Vi avevo promesso che non avrei riposto la mia sciabola nel suo fodero, prima che la nostra Nazione non fosse stata totalmente libera e indipendente. Ora posso farlo" e poi " La totale indipendenza è per un popolo la necessità assoluta e imprescrittibile ed è dovere di ogni popolo liberarsi da ogni tutela straniera. Giuriamo davanti a Dio Onnipotente di restare tutti uniti per difenderci dagli invasori da ovunque giungano. Viviamo in un paese formato da diverse etnie: pashtun, hazara, uzbeki e turcomanni, ma siamo tutti fratelli di una sola Nazione, Afghanistan unica patria, yek Watan , ed è mio desiderio di unire tutti gli afghani delle montagne, delle vallate e delle pianure, al benessere e al progresso comune dello Stato. Non bisogna mai dimenticare nella nostra vita e nella Storia della Nazione, coloro che sono caduti in questa guerra Santa. E' solo grazie a loro e al loro sacrificio se oggi siamo veramente liberi e allo stesso rango delle altre Nazioni del mondo. Ed ora preghiamo per loro".
Marika Guerrini

* per chi volesse saperne di più:
- Ehsanullah d'Afghanistan,  AmanUllah il Re Riformista, Jouvence  2018;
- Marika Guerrini, Afghanistan Passatp e presente, Jouvence 2014.
Immagini private.