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venerdì 31 gennaio 2020

Le strade di Teheran e la storia (seconda parte)


Avesta- Gatha- stralcio iniziale

... non è esagerato affermare, come si è fatto nella prima parte, che sono le personalità di spicco, quelle che passano al tempo quali personaggi, ad influenzare, quando non formare, il carattere di un popolo. Siano essi storici propriamente detti, che letterari, siano  rappresentanti dell'arte che filosofi, condottieri o coraggiosi guerrieri e così via. E, sempre come detto, il loro antico appartenere all'origine della storia di un popolo, o di genti che successivamente si sono unite a formare un popolo, non diminuisce l'influenza bensì la fortifica tramutandosi in DNA storico di quel contesto, quella regione, quelle genti. Così, tenendo fede a questo assunto ci avviamo ad incontrare, se pur a volo d'uccello, colui che, dopo gli imperi, gli imperatori, i condottieri, ci viene incontro nella nostra passeggiata per le strade di Teheran, è Zarathustra, per l'occidente Zoroastro.

Zarathustra nasce a quasi duemila kilometri di distanza da Teheran, nell'antica Bactria, oggi Balkh in Afghanistan che, al tempo, lo ricordiamo, tra il VI e il V secolo ante Cristo, era parte dell'impero persiano. Sappiamo che fosse città prettamente agricola posta su quella che sarebbe stata poi la Via della Seta, città cosmopolita frequentata da mercanti provenienti dall'India, dalla Cina, da Damasco, da Babilonia, città di cultura iranica, vale a dire ariana. La cultura degli Arya al tempo della nascita di Zarathustra, stava attraversando un momento difficile, v'era bisogno di qualcuno che apportasse forze nuove, integre, in quel mondo di divinità in cui quel che era ordine appariva disordine, un  essere che facesse da ponte tra materia e spirito: all'uomo vedico in quel momento mancava un profeta e, tra storia e leggenda, nacque Zarathustra. 
Quel che della sua biografia si sa proviene dai cenni contenuti nelle Gatha, scritti a lui attribuiti facenti parte dell'Avesta, un insieme di testi sacri appartenenti a differenti momenti temporali, indatati e indatabili, trasmessi, lungo secoli e secoli, per via orale e redatti, forse, al tempo di Shahpur II (309-379 d.C.). Quel che si può affermare, benché sempre tra storia e leggenda, è che Zarathustra divenne uno zaotar, ovvero un poeta predicatore e che ad appena vent'anni lasciò la casa paterna ed iniziò il suo pellegrinaggio:
 "Dove sia andato non si sa, né si sa se vivesse da asceta, se fosse sempre in isolamento, se digiunasse, quel che si sa è che, in un dato tempo, sulle rive del fiume Daitya, forse l'Amu Darya, si sia verificato uno dei momenti più importanti nella storia delle religioni. Raccontano le Gatha che, al santo viandante, dopo lunghe meditazioni, avvolto in un mantello di luce apparve l'angelo Vohu Manu, Animo Buono, raccontano che lo condussero al cospetto del dio Ahura Mazdah e che, in quell'esperienza, il viandante Zarathustra ebbe la visione cosmica della lotta tra le forze del bene e quelle del male, la visione di un paradiso e di un inferno, così come del giorno del giudizio che si sarebbe avuto alla fine dei tempi e di una totale trasformazione e resurrezione dell'umanità..."
Il racconto della storia leggenda nel libro che troverete in calce, continua, ma ci fermiamo qui accennando soltanto allo Zoroastrismo che nacque da lui, le cui linee portanti coincidono, in modo impressionante, con quelli che sarebbero poi stati i cardini del Cristianesimo, il primo Cristianesimo, il Cristianesimo esoterico.
Certo, potrebbe controbattere l'odierno osservatore, bella storia quella di Zoroastro, il parallelo con un importante aspetto dell'occidente eccetera eccetera, tutto però precedente l'islamizzazione, ma così dicendo non avrebbe capito nulla. Non è così. Grandi personalità si sono avute in Persia anche dopo l'islamizzazione, vale a dire dopo il VII-VIII secolo, personalità a conferma di quel fil rouge che abbiamo chiamato DNA storico, personaggi in vari campi, dalla Medicina con Avicenna alla Poesia con Omar Khayyam, Khaje Sharm Hafèz, Ganjavi Nizami, Hakim Abol-Ghasem Firdusi, Jalal al-Din Rumi e ancora e ancora, tutti al tempo del nostro Medioevo. Poeti a cui hanno attinto molti grandi poeti d'occidente tra cui il nostro G. Leopardi, W.Goethe, F. Rukert. Ed è proprio alle bellezze, ai valori, alla forze dei popoli che attentano i meccanismi internazionali fomentando le folle sulle strade di Teheran, è quel che avviene sempre in questi tempi recenti e contemporanei in diversi paesi. E lo vediamo.
Anche la strategia è sempre la stessa, la ripetiamo per non dimenticare: a scopo di supremazia previo distruzione di paesi e popoli, si procede con offuscare le menti, i mezzi sono vari in questa nostra era digitale. Offuscate le menti dei giovani, i più facili da manovrare dato il continuo moto interiore che li spinge alla vita, con essa a novità e trasformazione, si procede, partendo dalle Università e scuole superiori, a fomentare rivolte sfruttando i punti deboli dei regimi, del costume eccetera, anche qui gli strumenti, i mezzi sono tanti. Con le rivolte si aprono le falle del Paese, con le falle si entra attraverso il popolo, ci si stabilisce, si distrugge, ci si impossessa. La storia per quel Paese è finita in mano altrui, straniera. E' quasi sempre un punto di non ritorno. 
Abbiamo visto il nascere della folla a Teheran a fine secolo scorso ('78-'79), abbiamo visto distrutto un impero che, pur non alieno da aspetti discutibili, dava possibilità di progredire al popolo tutto, checché se ne sia detto e se ne dica. Noi abbiamo visto. Il Paese di allora lasciava la libertà di culto, lasciava la libertà di espressione del culto, per intenderci chador sì, chador per le donne, ad esempio, motivo per cui Khomeini, con la sua ortodossia, viveva a Parigi, relegato in esilio dallo Shah Reza Pahlavi. Il Paese di allora elargiva borse di studio e formava anche all'estero i suoi giovani perché vi fosse, in futuro, una società colta, preparata, moderna, libera. Queste erano le intenzioni pur tra mille insidie e cadute. I vari intellettuali che oggi coprono ruoli di prestigio in patria e all'estero, si sono formati allora. Ma l'estremo occidente, e non solo, impedì il processo storico che, come da che mondo esiste, lo ripetiamo, sempre presenta lungo il tragitto difficoltà ed errori per mille diversi motivi, non ultima la complessa e difficile trasformazione culturale in prospettiva di evoluzione. Sì, le folle sulle strade di Teheran sono un déjà vu
Lo Shah Reza Pahlavi alla scaletta dell'aereo che l'avrebbe portato in Egitto, unico paese che lo accolse l'Egitto di Sadat, si chinò, colse una manciata di sabbia e se la mise in tasca. Fu il suo addio.    
Ma rinfranchiamoci l'animo con qualche stralcio di poesia:

Firdusi 

frammenti dallo "Shah Name" il " Libro dei Re"

"... V'era un monte a nome Alburz, vicino al sole, remoto da umano consorzio. Ivi aveva nido il Simurg, in luogo ignaro del genere umano. Su quel monte lo deposero e tornarono via. L'innocente figlio dell'eroe non poteva ancora distinguere il bianco dal nero.

Il padre recise il legame d'amore... lo raccolse Iddio nutritore... " 


***
" D'ora in avanti volgerassi il tempo
Sotto il nome d'Omar, da ch'ei ci addusse
Novella fede, in cattedra mutando
Sacerdotal l'antico iranio trono"

Hafèz


" Porgi orecchio a un consiglio, o diletto,

che più caro dell'anima hanno i fausti giovani
il consiglio del vecchio saggio:
Parla di musica e di vino,
non indagare il mistero del destino,ché niuno ha mai sciolto né scioglierà mai
per via di sapienza quell'enigma.
Hai cantato il tuo gazèl, hai bucato le perle;
Vieni e recitalo lieto o Hafèz,
ché sulla tua poesia
il cielo sparge il vezzo infranto delle Pleiadi"

Rumi

frammento

" Le divergenze negli uomini sono nate dal nome; quando l'umanità si è volta all'intimo significato ha trovato riposo.

Un uomo diede una moneta a quattro persone. e l'una disse: la spenderò per acquistare dell'angùr!
L'altro, un arabo, disse: no io voglio del inab, no angùr, o malnato!
L'altro, un turco disse: questa è roba mia, non voglio inab, voglio azùm!
L'altro, un greco disse: basta con queste chiacchiere, vogliamo dello staphili!
E quella gente prese disputando a rissare, ignari com'erano del segreto dei nomi.
Scioccamente si presero a pugni, pieni di ignoranza, vuoti di saggezza.
Se fosse stato lì un esperto del segreto, un nobile dalle cento lingue, avrebbe ben dato loro la pace...".

Marika Guerrini

* M.Guerrini, Afghanistan passato e presente, pp.112, Jouvence, Milano 2014 

giovedì 23 gennaio 2020

le strade di Teheran e la storia (prima parte)

bassorilievo simbolico del Capodanno zoroastriano
... pensare oggi all'Iran, così come viene presentato dai canali di informazione occidentali e spesso anche dai cosiddetti esperti chiamati a spiegare in pochi minuti cosa sia l'immenso, complesso e variegato mondo islamico di cui l'Iran è parte non solo integrante ma di importanza, vuol dire chiamare immediate, alla mente, immagini di ayatollah, mullah, scuri chador, vuol dire soffermarsi su video di strade affollate, piazze straripanti di uomini e donne urlanti slogan contro il regime, ora questo ora quello. Vuol dire richiamare alla mente la rivoluzione islamica iraniana consumatasi sul finire degli anni settanta, richiamare il nome di Khomeini, la fine della dinastia Pahlavi, con essa la millenaria monarchia di quella terra e l'instaurazione della repubblica. In contemporanea il pensiero, va all'Islam, a cosa sia, se sia o non sia nemico dell'Occidente, va al terrorismo associato in automatico all'appellativo "islamico", e va alle guerre, agli accordi disattesi, ai veri o presunti pericoli per l'occidente e così via, ma mai, o quasi mai, il pensiero volge agli oltre 2500 anni di storia  documentata di quella regione, mai va alla grandiosità delle archeologie testimoni di essa, alla potenza dei suoi antichi imperi, mai va al tempo in cui  l'Iran portava il nome di Persa, poi europeizzato Persia. Sì, certo, l'Iran di oggi non coincide con la Persia di un tempo, con la Persia delle sue epoche gloriose, di quando l'estensione del suo dominio equivaleva a quella dell'intera Europa occidentale, cosa che oggi invece equivale soltanto, si far per dire, a sei volte la Repubblica Federale Tedesca. C'è anche da dire che molte città facenti parte della sua gloriosa storia ora sono oltre i suoi confini, ad esempio Ctesifonte e Baghdad in Iraq, Heràt, Balkh e Ghazni in Afghanistan, Samarcanda e Bukhara in Uzbekistan e molti altri lembi poi persi. 
Il fatto è che gli oltre 2500 anni di storia codificata della Persia, tralasciando la preistoria, sono caratterizzati da numerose fasi alternantesi in tempi più o meno lunghi, il che rende la comprensione del Paese piuttosto complessa all'odierno osservatore, ancor più se questi si sofferma sull'islamizzazione senza conoscere la storia precedente o comunque scollegandola dal presente. Ma la storia, ancor più l'antica storia di un Paese, l'origine, lascia radici nascoste, una sorta di invisibile DNA che riconosce solo chi conosce il passato, ed è soltanto così che si può comprendere, solo così si può andare davvero oltre le apparenze ed anche oltre alcune sostanze. Ma torniamo alla Persia, torniamo all'Iran.
Ecco che anche qui ci troviamo dinanzi ad una complessità: i due nomi. Persia ed Iran, infatti, benché spesso usati quali sinonimi, non lo sono affatto, essi rappresentano, oseremo dire, due mondi, anzi più mondi. Iran viene da Eran, nome medio-persiano che a sua volta deriva da Aryanam, ovvero Paese degli Arya, stirpi conosciute anche come Arii Vedici, popoli seminomadi la cui origine, tutt'ora incerta, si fa risalire ad un tempo incerto anch'esso che noi collochiamo tra i 3000 ( ma potrebbero essere 4000 ed anche più)  e i 1500 anni prima di Cristo. Queste stirpi Arie giunte dall'Europa centro asiatica, si stanziarono in un primo tempo nel nord ovest dell'odierno Afghanistan, poi si diramarono ad est e ad ovest a comprendere un territorio che si estendeva dal fiume Eufrate al fiume Indo, vale a dire dall'odierno Iraq all'odierno Pakistan, allora India, includendo così anche l'odierno Iran.
Il nome Parsa invece nell'adattamento europeo Persia, era al tempo degli Arii solo una parte del territorio di cui sopra, ed occupava solo la regione di Shiràz. La Media, la Bactriana, la Sogdiana, l'Aracosia così come i turanici i semiti i medi e si dovrebbe continuare ma non è luogo questo, furono tutti nomi di terre e genti presenti sull'altopiano. 
Con il tempo, poi, giunse il momento dei grandi imperi a partire da quello Achemenide e giunsero nomi quali  Kurush, per noi Ciro, Serse, l'Impero di Dario, giunse anche il tempo del passaggio di Alessandro il Macedone che prese in moglie una figlia di Dario. E giunse l'incendio di Persepoli che comunque non fermò la grandezza dell'impero che si estendeva dal lago d'Aral al  mar Caspio, all'India, ai monti Zagros al golfo Persico. E fu poi il tempo in cui ad imperare furono i Seleucidi e gli Arsacidi finché la storia da ante si fece post Cristo. In quel dopo fu l'Impero Sasanide e nomi quali Ardashir e Shapur continuarono a glorificare quelle terre, così  fino all'ottavo secolo, fino all'Islamizzazione, solo allora infatti giunse l'Islam. Da allora in poi a governare furono le dinastie califfali con gli Omayyadi e con gli Abbasidi fino al medioevo del calendario gregoriano. Intanto lungo la millenaria storia di quella terra, mentre si avvicendavano dinastie ed avvenivano incontri con la Grecia e i variopinti eserciti persiani, per via delle genti diverse che li componevano, si scontravano con l'esercito romano, nascevano in quella terra grandi personalità, così grandi da varcare i confini spazio-temporali donando alla Persia, per secoli, la funzione di centro spirituale di una cultura feconda e sovranazionale. In queste pagine accenneremo ad alcune di queste personalità, cenni infinitesimali data la vastità degli argomenti, nella speranza che possano invogliare il lettore alla ricerca individuale. Prenderemo avvio da Zarathustra ( VI sec. a.C.) per giungere ad oggi. (continua)
Marika Guerrini 

immagine- dal web

flash: chiosa della pagina del 12/12/'019


... a proposito del nostro silenzio circa la pagina di dicembre in data 12/12/'019, in cui si annunciava la pubblicazione e trattazione dell'intervista a Bashar al-Assad rilasciata a Monica Magioni a Damasco, vanno date delle spiegazioni. 
Per pignoleria o forse eccesso di attenzione, nei giorni subito successivi all'annuncio, spinti dall'aleggiare di un dubbio inizialmente senza nome, abbiamo ascoltato più volte i momenti di verità riportati nell'intervista, molti momenti, si direbbe tutti o quasi. Ora però, dato per assodato il rifiuto della Rai di rendere pubblica la cosa, dato per assodato il seguente passaggio in sordina, dato per assodato il servilismo mediatico italiano rispetto alle potenze straniere, perché la Magioni, ex presidente della Rai e notoriamente in contatto con i poteri forti internazionali all'origine di ogni guerra, occupazione, terrorismo etc., ha voluto, o forse accettato, di condurre quest'intervista? Al lettore capire. Quel che possiamo fare è dare un indizio: Assad, malgrado tutto, per motivi interni facili da comprendere e chiamare compromesso, ha giustificato l'iniziale intervento straniero, la cosa infatti si svela sottilmente ma si svela. Questo ammette molte questioni, in gergo chiamato contentino e ne capovolge e giustifica molte altre. Lo si comprende anche alla luce di quel che è accaduto in quest'ultimo mese e che continua ad accadere nella regione ed oltre, quindi a voi  l'ascolto e la semplice ricerca, molto semplice, in questo ingarbugliato scacchiere storico le cui pedine si muovono all'insegna della menzogna, eclatante o nascosta che sia, ma sempre presente. I più la chiamano politica.Ne abbiamo un'altra idea. 


Marika Guerrini




domenica 29 dicembre 2019

un mondo dal sapore di buono

Risultati immagini per natale nell'arte immagini


 
Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!
                                                                                                 Giovanni Pascoli


Un mondo lontano, dal sapore antico di cui si è perso tempo e luogo. Un mondo che abbisogna d'essere ricercato come i Templari cercarono il Graal. 
Che possa rinascere Speranza. Realizzarsi Natale ogni giorno d'ogni anno. Questo l'augurio di occiriente
Marika Guerrini

domenica 15 dicembre 2019

Afghanistan: una pagina di getto

... non tramonta né sorge sole senza che giungano da Kabul notizie di stragi. Ancor più in momenti preceduti da annunci di concordati di pace tra Stati Uniti e taliban, sì da far credere che i taliban moltiplichino gli attentati onde evitare i concordati, ma non è così. In realtà gli annunci di concordato, dati dagli Stati Uniti al mondo così detto civile, dichiarano un'assoluta falsità, è così da sempre e non riguarda solo i falsi concordati, ma tutte le notizie che dall'Enduring Freedom, 2001, in poi hanno riguardato l'Afghanistan. Tutte quelle decisive e non, a cominciare dall'assassinio di Ahmad Shah Massoud, 9 settembre 2001, alla dinamica, alla motivazione, agli esecutori dell'attentato alle Torri Gemelle, dal motivo che giustificò al mondo l'aggressione bellica all'Afghanistan al primo bombardamento a tappeto, a quelli che seguirono, alle violenze casa per casa, allo spaccio di droga eccetera eccetera, cose che abbiamo detto, ripetuto, scritto, riscritto, in conferenze libri articoli, sino alla nausea, ma nulla di fatto, malgrado le notizie in merito a quella terra altro non siano state, e non siano, che fumo negli occhi all'occidente al fine di coprire la verità. Si sa però che la verità in guerra è la prima a morire, e continua a farlo anche poi, quando qualcuno o qualcosa la dichiara. E' quel che è accaduto in questi giorni: attore il Washington Post, oggetto la guerra americana in Afghanistan. Infatti, dopo un'inutile attesa di tre anni per ottenere il permesso di pubblicare ma grazie ad uno speciale via libera concesso dallo stato giudiziario americano in disaccordo con il governo statunitense, e non solo, il Washington Post ha reso nota la menzogna americana perpetrata da oltre diciotto anni nel paese asiatico, dichiarando, documenti a testimone, che il 90% delle notizie divulgate nazionalmente e internazionalmente da Stati Uniti e Nato, circa la guerra in Afghanistan, il suo andamento, le sue azioni, le condizioni, i motivi degli attacchi eccetera, erano dei falsi. Ovviamente la notizia è stata data per forza maggiore, ma non è stata ripetuta, ricordata, tanto meno evidenziata, è passata quasi in sordina, tempestivamente coperta dalla divulgazione a megafono del "caso" Trump-Ucraina e impicci vari, veri o falsi che siano. Sì, è nota distintiva, questa, di ogni guerra, ma il connubio anglo-americano detiene il primato e l'esperienza è tutta "anglo" data la storia, storicamente pensando infatti, la Gran Bretagna, Inghilterra in particolare, è l'intelligentia da cui la struttura storica degli Stati Uniti, il perno, il nucleo, in esso e con esso la falsa democrazia. E' stato sempre così e allora, volendo attenersi solo alle pagine finali della storia moderno-contemporanea, la Seconda Guerra mondiale, il Vietnam, l'Afghanistan, l'Iraq, la Siria restando in regione orientale e mediorientale che è il nostro campo. Eppure malgrado la dichiarazione attestata del Washington Post, i media italiani si comportano, nel dare notizia delle stragi di queste ore, faziosamente attribuendo le azioni criminali in esclusiva ai taliban, sobillando così il lettore, o ascoltatore, al giudizio di condanna unilaterale. In questo modo sulla lavagna si continua a tracciare la linea di confine tra buoni e cattivi. E' una vergogna, questa, oltre ad essere ipocrisia e falsità. Secondo voi cosa hanno provato e provano coloro che, come chi scrive, sono stati accusati di estremizzazione, quando non complottismo, per aver indicato sin dall'attimo successivo all'inizio di questo tutto teatrale Stati Uniti-Nato, che le notizie erano da rettificare, da correggere, molte menzognere? Come pensate si possano sentire coloro che, come chi scrive, si è visto sollevare da incarichi ufficiali per aver affermato con forza che i Taliban "costruiti" dagli Stati Uniti, complice il Pakistan, quali macchine da guerra, approfittando della povertà in cui vessavano molti giovani fuoriusciti afghani, per via dell'allora occupazione sovietica, nelle madrasse pakistane, per poi essere esportati ad uso e consumo dei costruttori, si erano nel tempo trasformati in mujaheddin per la liberazione del Paese dallo straniero e da un governo ad esso venduto? E chi, come chi scrive, ha perduto persone care stroncate in tenera età per le conseguenze della menzogna perpetrata e solo ora, svelata, cosa pensate possano provare? A voi la risposta. A noi la messa in evidenza della scaduta morale, etica e professionale della maggior parte dell'informazione italiana e dei suoi attori, cosa che ci interessa da vicino. La stessa disinformazione, in questo caso la Rai che ha vietato la messa in onda della recente intervista di Monica Maggioni a Bashar al-Assad, argomento di cui avrei trattato se le ultime notizie da Kabul non mi avessero preso la mano. Così, l'argomento intervista ad Assad e la sua Siria saranno protagonisti della prossima pagina di occirienteAltro non c'è da dire.
Marika Guerrini

 immagine di Barat Alì Batoor - collezione privata

sabato 16 novembre 2019

gandhiana memoria a Dio

...
la preghiera di Gandhi
...ogni qualvolta mi aggiri tra le quinte di occiriente per scorrere le statistiche, la pagina che risulta più visitata è "Secondo gandhiana memoria", scritta e pubblicata il 28 marzo del 2012. Il fenomeno si verifica da sempre, negli ultimi tempi però si è fatto quotidiano ed ancor più internazionale dato che la cartina mondiale mi segnala paesi da occidente ad oriente in cui gli occidentali prevalgono. Il lato buffo della faccenda è che io non ricordi cosa avessi a suo tempo scritto, né l'intero contesto, tranne di aver citato il Mahatma, così stamattina ho voluto colmare la mia dèfaillance per comprendere il motivo delle frequenti visite in quella pagina. 

Sono bastate le prime frasi perché la nebbia mnemonica si rarefacesse e le parole scorressero non solo nel ricordo, ma come se le stessi scrivendo ora. La cosa avrebbe dovuto darmi piacere per via dell'attualità, della popolarità dello scritto, ma non l'ha fatto, al contrario, alla bocca dello stomaco una stretta si è trasformata in tristezza e le considerazioni di allora, supportate dalle parole del Mahatma, hanno annullato sul momento la chiosa nella pagina del 2012, in cui ci si affidava alla speranza.
M.K.Gandhi nel passo riportato, a proposito della guerra così si esprime: "La storia mi ha insegnato un'importante verità: qualsiasi sia la causa da difendere, anche se nobile, l'odio e la violenza compromettono la pace agognata, raddoppiando gli stessi odio e violenza" e a chi appellarsi dopo questa presa di coscienza suggerita dal Mahatma se non all'ultima dea? E cosa spinge il lettore di questi nostri giorni a scorrere la pagina di cui sopra, sino a renderla la più internazionale e popolare dell'intero sito? Di certo un motivo è in quel "gandhiana memoria", lo si può capire e gioirne, ma quel che genera invece tristezza è il rendersi consapevoli del desiderio di serenità che alberga generalizzato nell'animo umano oggi, ora, e gli fa ripercorrere le parole del Mahatma come per suggere l'essenza. Del resto un desiderio, nel contesto storico e bellico che si sta attraversando, altro non è che un profondo bisogno dell'animo di abbeverarsi ad una fonte d'acqua pura. Ma mentre l'animo anela ad un'interiore pace, tutti noi viviamo il quotidiano odio e violenza contribuendo così, nostro malgrado, a guidare interi popoli verso la distruzione, auto o indotta che sia e, al tempo stesso, attentando al concetto di Civiltà e di Umanità. Ma questo per ora lasciamolo ad altra pagina.
Sta di fatto comunque che l'attentato assuma e si manifesti sotto varie sembianze, se pur sia una sola parola a comparire quasi sempre lungo il tragitto e nel suo nome si agisca: libertà. 
E' in nome della libertà che si lotta per i diritti umani, in nome della libertà ci si intromette nella storia dei Paesi, dei popoli, ed è per il libero commercio che si è creata la globalizzazione, ed è in nome della libertà che si procura aborto senza necessità patologica, ed è sempre in nome della libertà che si permette l'arbitrio sulla scelta della sessualità anche in tenera età, ed è ancora nello stesso nome che si inneggia all'ormai vomitevole libertà di democrazia, e la si esporta anche in quel nome, semmai senza possederla perché se si possedesse si saprebbe che è un lungo processo di pensiero, di poi storico e non la si può esportare. Per non entrare poi in merito alla libertà di religione su cui si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma ci fermiamo qui. Eppure, se si riflettesse davvero su tutti i diritti alle varie libertà risulterebbe evidente che dietro ogni libertà dell'uno, vi è la perdita della libertà dell'altro, quando non la schiavitù o la distruzione. Il perché è puerile; non è possibile alcuna libertà se non si parte dalla libertà, con la L maiuscola, quella che ogni essere umano porta insito in potenza, che lo sappia o non. Gandhi lo sapeva, Gandhi aveva conquistato la Libertà. Era giunto ad essa attraverso un meticoloso lavoro su se stesso per tutta la vita. Con quella stessa Libertà e consapevolezza andò incontro al suo assassino, per questo pote' perdonarlo. La conquista della Libertà individuale si fa Libertà di popoli, si fa armonia tra essi, si fa quella parola tanto usata e bistrattata: Pace. Ma non si pensi che quando Gandhi parla di "pace agognata", da raggiungere, stia parlando della pace melliflua a cui oggi i più si riferiscono, alla stessa guisa della parola libertà, ed ancor più vi si riferiscono coloro che scimmiottano il pensiero del Mahatma. L'a-himsa gandhiana non è affatto un movimento pacifico, ma un quotidiano duro lavoro su se stessi, una vera e propria guerra interiore in cui rinuncia, controllo, amore disinteressato, verità, positività, coscienza, rispetto per l'altro ed il vivente in genere, sacrificio di sé e sopra ogni cosa Umiltà regnano sovrani. Da questo e solo da questo può scaturire la tanto agognata pace. La popolarità della pagina di occiriente datata 28 marzo 2012, da cui abbiamo preso le mosse per questa pagina, è dovuta a quel desiderio dell'animo umano che è molto più profondo di quel che si pensi  e che solo in superficie si riferisce al desiderio di un'attuazione sociale secondo i principi gandhiani, in realtà ricerca ciò da cui quei principi muovono, la trasformazione di sé, la vera Libertà. Non è quindi un caso la popolarità di quella vecchia pagina di occiriente  che in questi tempi oscuri in cui il potere ovunque pare prevalere sulla bontà, sulla spiritualità, sulla cultura e ancora e ancora, in cui la finanza con annesse guerre ha sottratto e sottrae ai più, in specie ai giovani, la speranza, il messaggio del Mahatma è un ruscello d'acqua pura a cui abbeverare l'animo. E' il ruscello della Speranza.

Marika Guerrini

p.s.
nell'immagine riportata in lingua originale, la preghiera che Gandhi recitava ogni giorno, Traduzione a seguire:
" in tutta umiltà mi sforzerò d'essere buono, veridico, onesto,puro. Di non possedere nulla che non mi abbisogni, di meritare la ricompensa per il mio lavoro, di essere sempre vigile su ciò che mangio e bevo, di essere sempre coraggioso, rispettare le altrui religioni così come la mia, di cercare di vedere nel prossimo sempre la bontà, di seguire lo swadeshi ed essere un fratello per tutti."




  

martedì 29 ottobre 2019

Kèrbala e Baghdad sotto la zampa del gatto


 ... le immagini giunte dalla città santa di Kèrbala in questi giorni, sembrano uscire dalle pagine di un mio libro, quello ambientato a Baghdad, che questa città cita nel titolo, lo vedete qui, a lato, con la storia di un giornalista embedded americano racchiusa tra le pagine, un giornalista che, per amore di verità, svela il dietro le quinte del marzo 2003, quando la terra irachena, spettatrice di se stessa, si vide bombardata dalla coalizione Usa-Gran Bretagna a cui, in un primo momento si accodarono Spagna e Bulgaria, malgrado il divieto dell'Onu si fosse mosso per salvarla data la falsità dell'accusa.
Ricordiamo tutti quel casus belli, l'accusa a Saddam Hussein circa la presenza sul territorio di Armi di Distruzione di Massa, armi proibite dagli accordi internazionali, benché questa sia cosa marginale per chi sia solito infischiarsene. Del resto questo stesso genere di armi, tra cui atomiche e batteriologiche in grado di procurare sterminio a uomini, animali e cose compreso il suolo, e protrarlo nel tempo, furono della stessa tipologia delle armi usate dalla Nato guidata, come da prassi, dal gatto e dalla volpe, nell'ottobre del 2001, per bombardare l'Afghanistan. Tipologia di ordigni già usati dagli Usa negli anni sessanta per disboscare la giungla in Vietnam, cosa che toglie ogni dubbio alla cognizione di causa da parte degli attori avvezzi all'uso di tali ordigni e ai loro devastanti effetti. 
Ora però, rinfrescata la memoria, ritorniamo ad oggi. Pare che in Iraq le rivolte sanguinarie e sanguinose stiano dilagando sempre più a circa un mese dall'inizio. Negli ultimi giorni ai ribelli si sono uniti studenti dei licei e delle università, il che non fa presagire la fine dei moti. Eppure gli iracheni hanno uno Stato "libero", si direbbe, un Presidente, Barham Salih, curdo che ha operato nella civiltà americana, ha studiato in Gran Bretagna, uno che ai tempi del " despota" Saddam Hussein era stato anche in prigione, perché curdo, perché ribelle. Uno che tempo fa si espresse attribuendo agli Stati Uniti la "liberazione " dell'Iraq. E ancora e ancora. Quindi gli iracheni dovrebbero sentirsi fortunati e non protestare contro il primo ministro Adel Abdul Mahdi rivendicando possibilità lavorative, giustizia e un drastico cambiamento del Governo ritenuto corrotto. Ma più di ogni altra cosa gli iracheni dovrebbero sentirsi liberi. E allora ci chiediamo: come potrebbe l'antica grande Mesopotamia sentirsi libera tra i resti delle sue rovine, come potrebbe sentir cantare il Tigri sulle sue sponde calpestate da 5.200 soldati statunitensi di stanza nel Paese, che, dopo l'obamiana finzione di ritiro delle truppe che determinò il premio Nobel per la Pace all'allora Presidente Usa, sono inesorabilmente stati presenti, come sempre accade loro? 
Dalla distruzione dell'Iraq del 2003, dalla defenestrazione di Saddam Hussein, con la finzione dell'abbattimento della statua del Rais eseguita da soldati americani mentre la folla non era quella mostrata al mondo, ma quattro miseri iracheni pagati ad essere protagonisti del film, dall'esecuzione di colui che, pur dittatore, aveva portato il paese a livelli di modernità equiparati a livelli europei, con leggi a favore del popolo come, ad esempio, la casa a chi non poteva permetterselo, l'istruzione accessibile a tutti, borse di Studio per l'estero a studenti universitari meritevoli, e così via. Da allora, quando non sbarcavano immigrati iracheni sulle nostre coste, dopo una storia che può, se pur in maniera totalmente diversa, paragonarsi a quella dell'Iran al tempo dello Shah Reza Pahlavi: progresso, ammodernamento, aiuto americano e tradimento al momento opportuno, non poteva essere che l'Iraq dopo l'armistizio (1988) seguito alla guerra per i confini iniziata e provocata dall'Iraq (1980), con l'aiuto anche degli americani che rifornivano di armi sia l'Iraq che l'Iran, si fosse riappacificata, anche se a loro modo, con l'Iran, non poteva essere perché il pericolo per gli Usa era, ed è, la possibilità che l'Iran si facesse padrone dell'intera regione, con tutte le ingenti risorse naturali, quindi economiche, di cui la natura ha dotato quei luoghi. E allora eccoci qui a tracciare questa pagina perché anche ora è così e sarà sempre così finché non si avrà il ridimensionamento dei segreti patti che legano il gatto e la volpe.
L'Iraq si trova tra due fuochi ancor più da quando, lo scorso anno Trump ha deciso di tradire l'accordo sul nucleare (Jcpoa) inasprendo così la tensione con l'Iran, si trova ad un bivio tra Stati Uniti e Iran. Ma qualche mese fa, se non erro lo scorso luglio, il Presidente Barham Salih ha parlato di indipendenza da entrambi gli attori che alitano sulla sua terra, si è tenuto equidistante con una leggera propensione, più che legittima, verso il confinante Iran. Ma questo l'orso Grizzly non può permetterlo. E non può farlo neppure il suo amico Israele. E allora si fomentano proteste per le vie di Kèrbala. Proteste per le vie di Baghdad. E allora figure incappucciate sparano sulla folla e non si sa chi siano, o da chi abbiano ricevuto l'ordine. E allora decine e decine di morti e centinaia di feriti.  E allora ... 
Noi ci fermiamo qui, stiamo a guardare, mentre il Tigri piange.
Marika Guerrini