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martedì 30 aprile 2013

Virgo Fidelis

..." Dolcissima e Gloriosissima Madre di Dio e nostro,
     noi Carabinieri d'Italia a Te leviamo reverente il pensiero, 
     fiduciosa la preghiera e fervido il cuore.
     Tu che le nostre legioni invocano confortatrice e protettrice col nome di Virgo Fidelis,
     Tu che accogli ogni nostro proposito di bene, fanne vigore e luce per la patria nostra.
     Tu accompagna la nostra vigilanza,
     Tu consiglia il nostro dire,
     Tu anima la nostra azione,
     Tu sostenta il nostro sacrificio,
     Tu infiamma la devozione nostra!
     E suscita in ognuno di noi, da un capo all'altro d'Italia, l'entusiasmo di testimoniare,
     con fedeltà fino alla morte, l'amore a Dio e ai fratelli italiani.
     Così sia."
E si ha voglia di tacere.
Tacere alla semplicità della parola, dell'immagine, alla potenza di tale semplicità.
E' la "Preghiera del Carabiniere", questa. E si fa inno. Inno a quell'immagine-pensiero che il credo cristiano rappresenta quale Vergine Maria. Ma non è questione di credo, non atteggiamento fideistico, non religioso abbandono, è anelito, richiesta, appello. Appello a quella sottile, nascosta forza dell'anima che alberga in ogni individuo, che muove dietro ogni suo pensiero, ogni suo sentimento, ogni sua azione. Che muove inconsapevole, quasi sempre, malgrado tutto, sempre. Si attua malgrado se stessi, malgrado l'immanenza d'ogni singola individualità. Qui, nelle parole di questa particolare preghiera, l'inconsapevole anela alla consapevolezza...e si fa giuramento.
Giuramento dell'anima individuale all'anima universale, tale, infatti, il significato di Maria: anima. E, nel caso della Virgo Fidelis, è Anima Universale.
Così il carabiniere, qualunque sia la singola individualità, suggella la propria appartenenza all'Arma. Suggella la propria vita.
Così, con questo appello, questo richiamo alle forze superiori che albergano in ogni uomo. Le stesse forze che, richiamate alla coscienza, non importa quanto singolarmente consapevoli, agiscono. E permettono l'attuarsi di fedeltà, lealtà, coraggio e, ancora. Permettono quel distacco dall'istinto, quell'autocontrollo che t'impedisce di giustiziare all'istante chi impugna una pistola fumante appena scaricata sul corpo d'un tuo amico.
Questo è accaduto due giorni fa a Roma. Questo o fac-simile accade quando è l'Arma ad agire. Non è la prima né sarà l'ultima volta. E' modus agendi che origina da quel senso di umanità con anelito a superarsi espletato nell'appello, nel giuramento  di cui sappiamo.

Era il 1949, quando la "Preghiera del Carabiniere" diede forma verbale a quei contenuti ideali presenti nell'Arma sin dalle sue origini. E fu scelta la data della ricorrenza: 21 novembre, la stessa in cui ricorre la Presentazione di Maria Vergine al Tempio, la stessa della battaglia finale di Culqualber. Quella battaglia combattuta in Africa Orientale, in quella ch'era al tempo l'Abissinia che ora è l'Etiopia. Quella battaglia combattuta lungo circa quattro mesi, da quel 6 agosto a quel 21 di novembre ch'era il 1941. Lì dove il 1° Gruppo Mobilitato dei Carabinieri si immolò per la patria Italia cadendo, quasi al completo, dopo strenuo coraggio e allo stremo delle forze nonché privi ormai d'ogni supporto militare, sotto il nemico ferro britannico a cui non mancavano armi ed aerei. Ma ci fu il tributo dell'onore delle armi, poi, dopo, dal nemico dinanzi al coraggio. E la medaglia d'oro alla Bandiera dell'Arma. Poi, dopo.       
Sì, il giuramento che la preghiera dell'Arma ci mostra va incontrato, accolto, pensato. Andrebbe custodito in silenzio in ogni cuore, in ogni essere umano. Andrebbe ancor più ora, adesso, qui, in quest'Italia dal clima insurrezionale. In bilico tra disperazione e speranza.
 Marika Guerrini
 
 

mercoledì 24 aprile 2013

Boston:caccia alla volpe


...c'è la caccia alla volpe e c'è la caccia all'uomo. Se ne fa uso tra gente barbara, ancora. E si applaude quando la volpe viene cacciata.  E si applaude quando l'uomo. E se le volpi sono due una si uccide subito: può far comodo  la pelliccia. E se gli uomini sono due uno si uccide subito: può far comodo il silenzio. E della carogna della volpe si fa trofeo. E del cadavere dell'uomo non si sa nulla. Finito. E del vivo cacciato si sa quel che si vuole si sappia. Questa la sintesi, la sintesi del fatto di Boston. Tamerlan Tsarnaev doveva morire. Dzokhar Tsarnaev doveva vivere. Male ma vivere. 
Tamerlan Tsarnaev, vecchia conoscenza dell'FBI. La stessa FBI che ha chiesto collaborazione ai bostoniani perché aiutassero "l'identificazione dei terroristi", come non l'avessero mai visti prima. Bostoniani sotto shock, immobilizzati dalla paura, inebetiti dalla violenza sull'animo. Governativa violenza, mediatica, di costume oramai. Poi, dopo, in una città soggiogata dal terrore, in assetto di guerra: ah, sì, è lui, viene detto, è Tamerlan Tsarnaev, lo conosciamo. E viene fuori la storia.  
La storia della segnalazione russa di cinque anni addietro: è pericoloso, avrebbero detto i russi. E' una testa calda, avevano detto gli americani. E viene fuori la perquisizione, i pedinamenti, l'interrogatorio, la sorveglianza. Viene fuori la prassi per un cittadino sotto sospetto. E sappiamo cosa voglia dire negli States. E viene fuori che esiste un intero dossier a nome Tamerlan Tsarnaev, ceceno.E viene fuori il tutto degli ultimi cinque anni.
Tamerlan Tsarnaev è noto all'FBI, più che noto. Non sapremo mai perché noto, se per sua militanza pseudo islamica o islamica, come si vuol far credere, o se perché giovane affiliato all'Intelligence americana. Ingannato per essere usato, come a molti accade in quel loro "usa e getta" che da anni s'è fatto prassi.
Aveva ventuno anni Tamerlan quando il suo destino ha preso a galoppare verso la fine.
E mentre l'FBI controllava, seguiva, sorvegliava, lui, il controllato, seguito, sorvegliato Tamerlan se ne andava a spasso per il mondo. Oh, no, non un qualunque mondo, no, capitava proprio lì dove si "formano" i terroristi, come Mohammad Merah, per ricordare Tolosa lo scorso anno. Lì dove molti, tanti, giovani tedeschi, inglesi, o comunque nati in queste terre d'occidente, giovani di origine musulmana o semplici convertiti, capitano: tra le fila dell'IMU, Movimento Islamico dell'Uzbekistan come pure tra le fila dell'Unione del Jihad Islamico, fazione scissionista dell'IMU. Lì, Tamerlan, si dice, estremizzi il suo credo e si addestri. Lì dov'è banale che fosse: nelle zone tribali dell'Afghanistan e in quelle del Waziristan. E siamo sulla soglia del Pakistan.
 Del resto, secondo certe menti, è tutto più che logico, ovvio, Tamerlan Tsarnaev ed il suo giovane fratello Dzokhar sono "solo" da dieci anni negli States e non si sono integrati, dicono, mentre gli amici dei due fratelli affermano il contrario. Del resto i due ragazzi vengono da Makhachkala e Makhachkala è capitale del Daghestan e il Daghestan è repubblica caucasica e fa parte dell'IMU di cui sopra e quel Movimento è stato fondato da Juma Namagani e Juma Namagani era un ex paracadutista dell'esercito sovietico e, secondo la follia americana, viene associato in certo qual modo allo storico 11 settembre, visto che subito dopo quella data si era rifugiato in Waziristan, appunto, per poi morire in Afghanistan a fianco dei talebani, appunto. E il Waziristan presente nella breve tragica vita di Tamerlan Tsarnaev, è presente anche nella biografia della sua infanzia visto che i suoi genitori, i loro, erano giunti a Makhachkala proprio dal Waziristan. Quella ex Repubblica Sovietica in cui Stalin aveva fatto deportare i ceceni.
Così, Tamerlan, controllato, seguito, sorvegliato dall'FBI come "sospetto probabile terrorista", dopo sei mesi di villeggiatura in quelle terre fucìna di terrorismo, rientra tranquillo negli States. Come fosse di rientro dalle Maldive.
Ancora qualche anno, poi...L'epilogo lo conosciamo.
Questi i flash sulla giovane vita di Tamerlan Tsarnaev: ceceno, "sospetto probabile terrorista", "testa calda" affiliato all'estremismo islamico, in certo qual modo. Elementi, tutti, in linea per un soggetto cinematografico. Elementi, tutti, credibili. Senza dubbio alcuno. Elementi tutti fuorvianti. Senza dubbio alcuno.
Quel che il giovane Dzokhar Tsarnaev, il cacciato vivo, dirà o scriverà o non dirà nell'ultima scena, non potrà sfiorare in alcun modo la realtà storica. La verità. 
Ora, adesso, a quest'ulteriore film, clone di altri, passati e futuri, non resta che il the end. 
Si rimanda il pubblico alla prossima hollywoodiana programmazione. Grazie.
Marika Guerrini



mercoledì 17 aprile 2013

parole su...Boston Bagdad

...è per il piccolo Martin, otto anni, che spendiamo alcune parole su Boston, la maratona, le due esplosioni, i tre morti, i centoquaranta feriti. Per la piccola vittima d'un sistema malato. Ma non da solo il piccolo Martin ha messo le ali, altri bambini erano con lui, a fargli compagnia. Bambini come lui, bambini d'un mondo diverso. Un numero imprecisato di bambini, un numero alto. Un numero tra Bagdad e Nassiriya, Kirkuk e Falluja, Samarra e Salaheddin, Tuz Khurmatu e Dohuq, bambini che hanno spiegato le ali con lui e come lui per esplosioni causate, volute. Per eplosioni di decine di ordigni disseminati, di quattordici autobombe, di spari. Cinquanta sono stati i morti, laggiù, duecentosettantatre i feriti, laggiù. Stesso giorno 15 aprile di questo 2013 dell'inizio.
E il mondo ha visto fumo su Boston, e volti sfigurati nella disperazione. E ha udito sirene su Boston. e immagini su immagini su immagini. "L'America colpita ancora" si è urlato, scritto, digitato, enfatizzato. E quell'11 di settembre del 2001 è tornato alle menti americane, è tornato con lo sgomento, la paura. E paura americana si è sommata a paura americana, ha preso spazio, corpo, si è fatta terrore. Terrore, elemento base, lo stesso che tiene a bada i popoli, li tiene sotto il giogo.
Ma il mondo non ha visto nulla di Bagdad, Falluja, Nassiriya e ancora, nulla o quasi. Il mondo d'occidente non ha visto nulla di quella stessa data benché irachena. E il giorno seguente non ha visto nulla, quando Bagdad ha continuato ad esplodere, a partorire vittime innocenti: otto morti, diciassette feriti. Il mondo non ha urlato per Bagdad, non urla, tace o glissa, mentre s'adopra per Boston alla ricerca dei responsabili di turno. Sì, certo, Bagdad, Falluja, Nassiriya, Kirkuk, Samarra, Salaheddin, Dohuq, Tuz non hanno bisogno di indagini: è a causa delle imminenti elezioni, s'è detto, le prime dopo il ritiro delle truppe Usa, s'è detto. Le truppe Usa. Quelle che, con le parole di Luigi XV, dovrebbero cantilenare Après moi le déluge! Dovrebbero farlo lungo il ritiro, sulla via di casa. Dovrebbero farlo per quell'Ancien Regime, quella tenebra, che lasciano quale scia ove s'assenta  ogni libertà, fraternità, uguaglianza. Che lasciano al loro passaggio. Dopo.
Così, mentre Obama, furbescamente, non ipotizza su perché, su cosa, su chi, qualcuno insinua: matrice straniera, qualcuno suggerisce: matrice interna. Sull'interna lo fa il documentarista Alex Jones:  l'FBI è dietro ogni complotto terroristico americano, dice e: potrebbe essere stata un'azione per porre, in futuro, ogni evento sportivo sotto il controllo della Transportation Security Administration.   
Lo fa il giornalista radiofonico Dan Bidondi, parla di false flag, lo stesso giornalista che si è chiesto, ha chiesto, perchè in situazione di assoluta tranquillità, qualche minuto prima della prima esplosione, dagli altoparlanti una voce ha invitato i partecipanti alla calma.
Lo fa il Pravda.ru, che si domanda se l'azione non possa servire ad accusare la Siria o l'Iran per poi attaccare.
Lo fanno in molti mentre il presidente degli States non si pronuncia. Noi pensiamo che sì, l'America debba guardare in casa propria, guardare a se stessa, a quel che provoca tra i suoi propri figli, anche. Potrebbe iniziare dagli Hata Group, per dirne uno,  o fac simili, che da anni predicano odio nel paese, che hanno causato centinaia di vittime all'insaputa o quasi del mondo. Che guardi in casa l'America. Che inizi a pensare a se stessa, alla propria gente, allo stato d'assedio, di paura, in cui costringe "democraticamente" il proprio popolo. Che guardi in casa l'America e non infanghi, non dissacri con ulteriori falsità il sacrificale volo dei propri e degli altrui bambini verso una Libertà ben lungi dalla sua menzogna.
Marika Guerrini

sabato 6 aprile 2013

la Siria va salvata!


Aleppo -cittadella
...la Siria va salvata. Va salvata dall'escalation che sta delineando la sua fine. La Siria va salvata ora che è ancora soltanto ferita benché gravemente. La Siria va salvata perché la Siria siamo noi. Nostra è la storia di quella terra. Nostre le sue antiche vestigia, suo l'impulso della nostra civiltà. La Siria va salvata perchè la sua storia alberga tra le pagine della nostra storia. perché senza la sua storia la nostra non avrebbe avuto inizio. La Siria va salvata perché ora, oggi, da quasi mille ininterotti giorni, è lì che si sta consumando la partita bellica mondiale, complice l'inesistente Europa. E nostre sono le quasi 90.000 vittime innocenti. Nostri sono i profughi. Gli stessi che intervistiamo, di cui usiamo la disperazione, la tragedia ai fini della nostra ipocrisia d'occidente. Che ci sia in noi Europa, Italia ancor più, consapevolezza o non ci sia, non ha alcuna importanza. La Siria va salvata e va salvata nella figura del presidente Assad, anche, legittimo presidente, perché la decapitazione d'un popolo è la sua fine. La Siria va salvata dal Libero Esercito Siriano, che di libero non ha nulla e di siriano molto poco. Quell'agglomerato di ribelli traditori vendutisi allo straniero per danaro e ignoranza, reale artefice dell'80% di vittime civili siriane. Che lo si voglia o meno vedere, ammettere, sottolineare. La Siria va salvata perché è tempo di privare del nostro fianco chi aiuta da prima del principio di questa sporca guerra, l'agglomerato di cui sopra che ha il suo quartier generale proprio nel nord, lì, tra siti di inestimabile valore storico che l'Unesco aveva posto sotto protezione. Quale? Da chi?
E' tempo di prendere le distanze perchè chi aiuta la guerra siriana è la stessa entità, ché di questo si tratta, che ha distrutto l'Afghanistan, ha distrutto l'iraq, bombarda quotidianamente il Pakistan, minaccia l'Iran, ha puntato missili contro la Russia, agisce silenziosa in sud Africa, è stata tra le quinte della Tunisia, dell'Egitto, ha operato con noi, fingendo l'ingresso nel secondo momento, nella tragedia libica. Che ora danza tra venti di guerra nel Pacifico: Corea Nord, Sud e..., che circonda la Cina, circuisce l'India o ci prova. La stessa entità che soffre di sindrome israeliana, una patologia secondo cui "se non esiste pericolo esterno lo si deve fabbricare", iniziando da quell'11 di settembre 2001. Seguendo il pensiero malato di quel Leo Strauss, maestro del Neoconservatorismo in voga da alcuni anni negli States, per cui la pace rammollisce i popoli, la guerra li fortifica. Per cui Washington ha diviso il mondo in "Unità di Combattimento" Europa inclusa, controllandolo con oltre 730 basi militari in oltre 156 paesi Australia compresa. Ma questo lo sappiamo. Sì, Europa inclusa, che in ancor più vile forma finanziaria, sta vivendo la stessa partita bellica nei suoi Stati. Vedi Grecia, Cipro, Spagna, a breve Francia, Italia con i suoi suicidi. Ma anche questo sappiamo.
La Siria va salvata per tutto quel che sappiamo e ancora e ancora. E l'Europa è chiamata a farlo. Deve. I suoi paesi sono chiamati. La Siria va salvata perché s'è fatta ago della bilancia dell'attuale umanità tra civiltà e barbarie. La Siria va salvata. E basta.
Marika Guerrini