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martedì 24 marzo 2015

Afghanistan in linea: quel che si dice e che non si dice

Ashraf Ghani
... la telefonata di stamattina, con i fatti poi segnalati dai media, ha solo anticipato una pagina in elaborazione, una pagina come tante su questo paese di cui non vediamo luce che in fondo, in fondo, molto in fondo, lontano, e se. Così stamattina, allo squillo della linea internet all'alba, ancor prima di rispondere, abbiamo supposto la giaculatoria
I saluti di rito e: " ... stanotte intorno all'una locale, è stato attaccato un autobus sulla strada tra Kabul e Ghazni, pare sia stata una frangia dell'Isis, ma non si sa", "Qualche superstite?", "Tre feriti e un bambino di nove anni, assolutamente illeso, non si capisce perché sia stato risparmiato, i morti sono 13, ha detto che gli attentatori avevano il volto coperto", " E ti sembra strano, è per questo che è stato lasciato illeso, perché dicesse questo, è come dire: è stato l'Isis, non ti pare?" " Hai ragione, infatti si sta dicendo", " Appunto!". Poi: "E di ieri lo sai?" " No, cos'altro?" "I bambini al campo di cricket, dieci feriti e sei morti" " E ieri chi è stato?" " Pare i taliban, così dice la polizia, per il fatto che il cricket non è compatibile con l'Islam" "Non ci credo, viene giocato dai musulmani di tutti i rami dal tempo dell'India coloniale, non è questo il motivo!" "E quale?", "Non lo so, comunque l'azione dimostra e avvalora l'idea dell'offensiva di primavera, oramai una moda e quindi: taliban pericolosamente attivi, capisci?" "Sì!" "E, l'Afghanistan ha bisogno ancora di supporto, capisci?" "Sì". Poi siamo passati a fatti personali.
Non ci piace Ashraf Ghani, non ci è piaciuto al primo sguardo. Il tanto da noi criticato Hamid Karzai, deleterio per il paese, era nulla in confronto. Ghani è l'uomo dell'economia, non dimentichiamo la sua formazione alla Columbia University, non dimentichiamo il suo incarico alla Banca Mondiale sezione Progetti Internazionali allo Sviluppo, non dimentichiamo il suo associarsi con Abdul Rashid Dostum, signore della guerra e artefice di  innumerevoli crudeltà. E non dimentichiamo che non c'è dubbio sui brogli elettorali né iniziali né al ballottaggio, mentre concorreva con Abdullah Abdullah. Un falso amante di quella terra, ed altrettanto falso conoscitore del suo popolo, la cui prima azione, come sappiamo, dopo l'elezione è stata vendere la libertà afghana agli Stati Uniti, con la firma dell'accordo sulla presenza militare e finanziaria americana, il cui prolungamento s'era detto al 2015,  poi al '17, al '18, al 2025 s'era ventilato poi smentito. Cumuli di  menzogne su menzogne. Lo sappiamo da sempre.
Oggi il presidente Ghani è al Pentagono, si farà forte anche delle azioni di ieri, di stanotte, e nel balletto chiederà ad Obama di prolungare la presenza, e l'altro, Obama, starà al passo prima mostrando ritrosia, poi accettando. Peccato che la cosa sia stata già decisa. 
Jeff Eggers, alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, qualche giorno fa circa le discussioni sul cosa fare in Afghanistan nel prossimo anno e nel prossimo ancora: "... data l'intenzione di mantenere questo dialogo continuo" si riferisce al governo afghano " rimane ancora l'intento di completare il retrogrado verso il basso, per una missione di cooperazione sulla sicurezza con sede a Kabul nel 2017", in gergo militare retrogrado  esprime il ritiro delle truppe e dei materiali, il discorso quindi conferma senza dubbio la presenza protratta, cosa da noi denunciata più volte e da tempo. Come non bastasse, abbiamo conferma anche su Ghani, infatti, sempre Eggers: " E' una visione molto positiva quella portata avanti dal Presidente Ghani, questo diverso rapporto va colto".
Non lasceranno l'Afghanistan i 10.000 soldati americani, né lo faranno le migliaia di imprenditori americani e, mentre l'occupazione continuerà a lungo termine, se mai finirà, la povertà a dilagare, l'eroina a mietere vittime,  continuerà anche il modello creato dagli Usa in Iraq ed esportato nelle zone rurali afghane dove milizie, pesantemente armate dagli Stati Uniti, addestrati e sotto loro comando, controllano i villaggi per "difenderli" dai taliban e fac-simili, in realtà, con la grande quantità di armi in dotazione, fanno da dominatori, imponendo la loro volontà senza escludere percosse e stupri. Abbiamo raccolto una voce, la voce di Hamid, in linea con noi qualche giorno fa, ve la facciamo ascoltare: " Le milizie create dagli Stati Uniti sono molto più terrificanti dei taliban, i taliban li vedevamo ogni tanto e le loro richieste erano quasi sempre teoriche, questi sono presenti 24 ore su 24 in ogni villaggio, non si può non fare quello che chiedono, e chiedono tutto, e nessuno li punisce".
E' chiamato programma di Polizia Locale Afghana, questo modello. Non c'è altro da dire.
Marika Guerrini 

giovedì 19 marzo 2015

ai lettori: " Domanda" di Rabindranath Thakur

... occiriente si scusa con i suoi lettori sparsi sul pianeta, ma non si esprimerà sui fatti di Tunisi né sui precedenti fatti di Lahore, musei, chiese, jihadisti di vario genere, origine, matrice, le storie sono uguali a se stesse da tempo, il loro senso, lo scopo, l'obiettivo storico e sociale è anch'esso uguale a se stesso da tempo. Pagine e pagine abbiamo già scritto, persino questo abbiamo già scritto, le idee di occiriente di continuo si sono mosse, si muovono e si muoveranno in merito alla sostanza di accadimenti del tipo di cui sopra, di quelli di prima, di ancora prima e di quelli che purtroppo saranno. A partire dall'aprile del 2011, con i suoi, ad oggi, 213 articoli, occiriente, tranne qualche pagina di riposo dell'anima e della mente, ha segnalato l'escalation storica di questi tempi ancor più nelle regioni interessate a guerre indotte, rivoluzioni fomentate, rivolte costruite, attentati commissionati, tutto in mille modi diversi, ma in realtà nello stesso modo. Ha sempre segnalato il crearsi di miliziani, il loro formarsi e trasformarsi, i reclutamenti, le modalità, i perché a monte, i disegni strategici, le vigliaccherie, i volta faccia ed ora, sui fatti di Tunisi come di Lahore, non vuole esprimersi proprio perché l'ha già fatto decine e decine e decine di volte, basta cambiare data, località e qualche particolare di poco conto, rispetto alla sostanza significante e significativa dei fatti, ed ecco che quella pagina, aperta anche a caso, ci parla dei fatti recenti. Così ha deciso che questa pagina debba essere solo un semplice contatto con i lettori, lettori a cui ogni nostra riga è indirizzata, dedicata, per cui i lettori che dalla nascita di occiriente, l'hanno sempre visto in prima linea,  stavolta non lo vedranno né in prima linea né nella retrovia. 
In luogo delle solite parole, pur con allusione, ascoltiamo il lipika(1) che ci racconta R. Thakur (Tagore) e pensiamo la sua, in vari modi, diffusa attualità in terre la cui atmosfera non è dissimile da quella del piccolo racconto, il cui titolo è "Domanda":
"Il padre era tornato dalla cremazione. Il figlio, di sette anni, nudo, con un talismano al collo  era solo davanti alla finestra che s'apriva sulla stradina. Non sapeva a cosa pensare. Il sole del mattino era apparso sopra la cima dell'odoroso albero di nima (2), accanto alla casa di fronte. Un venditore di manghi ancora acerbi passò lungo la via, lanciò il suo richiamo e s'allontanò.
Il padre sollevò il bambino, lo prese tra le braccia, il piccolo chiese: Dov'è la mamma? Il padre alzò il capo verso il cielo e disse: In paradiso.
Giunse la notte. Prostrato dal dolore, il padre s'agitava nel sonno, continuamente. Sulla porta la fioca luce della lampada, sulla parete il sonno di una coppia di lucertole, di fronte la terrazza aperta. Il bambino uscì nella notte e rimase incantato. Intorno le case con le luci spente, parevano soldati che dormissero in piedi a guardia di una città infernale.
Il piccolo, nudo, guardava il cielo e nella sua mente smarrita s'affacciò una domanda: Dove sarà mai la strada del paradiso?
Il cielo non rispose, il profumo dell'albero di nima s'era fatto più intenso, le stelle scintillavano, lacrime nella notte silenziosa".
Marika Guerrini

(1)  lipika in bengali, lingua del poeta, significa, piccolo scritto;
(2) nima è l'albero del lillà dai fiori viola scuro.

venerdì 13 marzo 2015

chi ha paura della bellezza? -l'enigma dell'Isis-

Khorsabad, capitale dell'impero assiro;
fondata tra 717 e  706 a.C.
... ne abbiamo già parlato, abbiamo già detto della distruzione di antichi tesori dell'umanità, ma non si può non farlo ancora, non si può non soffermarsi ancora a riflettere. In questo nostro mondo che definire irriverente è usare un eufemismo mentre blasfemo è appropriato, ogni giorno pagine della nostra storia, cadono sotto colpi di martelli e picconi, in frantumi, e tutto sarebbe terribile e basta se non ci fossero inquietanti interrogativi: perché azioni belliche Nato o Usa o chi per, efficienti quando si tratta di annientare povera gente indifesa, si fanno innocue o quasi quando si tratta di colpire l'Isis, come, per dirne due recenti, nella distruzione dell'antica Khorsabad, Iraq, e nel raid aereo Usa sulla raffineria di petrolio a Tel- Abiad, Siria, in cui si sono avuti 30 morti quasi tutti lavoratori inermi e solo qualche vittima tra i miliziani, tanto per accontentare la pubblica opinione?, ma si pensa davvero che il mondo non s'avveda?, a noi, e non solo, sono così palesi le quinte di queste false azioni di guerra all'Isis, così palesi che non sprecheremo inchiostro tranne che per evidenziare, in tema, un particolare di cui non si è comunicato che en passant, circa la modalità della recente vittoria dell'esercito iracheno sull'Isis a Tikrit, quel che non si è sbandierato, per ovvi motivi di bavaglio mediatico pro alleati, è che  l'Iraq è stato affiancato dall'Iran, dopo che il Governo iracheno, ha escluso senza mezzi termini, la Nato dalla missione adducendo motivazioni storiche regionali e vicinanza di intenti. 
Ma, tornando alla distruzione della storia nel corpo di quei reperti archeologici, di quelle opere quasi tutte pre-cristiane, oltre che pre-islamiche, ciò su cui i più non possono riflettere perché non a conoscenza della storia di quei luoghi che ora saltano agli occhi, mai termine fu più appropriato, è che tutte, proprio tutte le antiche bellezze che ora stanno cadendo sotto i colpi di questo bestiame motivato prima, addestrato poi, armato e spesso stipendiato, per distruggere la storia, tutte queste bellezze sono state protette proprio dal mondo islamico, comunque, malgrado l'iconoclastia, comunque il mondo islamico ha permesso loro di giungere fino a noi, da ancor prima della loro scoperta a dopo, da quel lontano 623 circa, d.C.  in cui l'islamizzazione dei territori, regionali prima oltre regione poi, prese avvio, ad ora. E pochi sanno che i Buddha di Bamiyan, famosi dopo la distruzione più che prima, per poter sottolineare così al mondo la furia iconoclasta dei Taliban che avrebbe giocato a favore della già preparata strategia bellica che prese corpo con l'Afghanistan, bene, quei Buddha distrutti nel marzo 2001, saltarono in aria contro il volere del famoso, nonché ora eclissato, mullah Omar che alla proposta si era opposto, l'azione fu infatti compiuta da un "gruppo" non ben identificato, né allora né poi, di Taliban, una missione fuori ordine.
Ma ecco che ancora la cronaca ci ha preso la mano allontanandoci dalla riflessione su quel che, con la nostra complicità, si sta perdendo.
Quel che emanava, che emana, dai reperti distrutti e non, e ci riferiamo ancor più al I millennio a.C., è qualcosa di immateriale, di incorporeo, qualcosa che l'uomo di quel tempo incarnava per sua intima natura, che da allora non ha più incarnato e non incarnerà. Quelle opere frantumate erano idee rese visibili, perché l'uomo di quel tempo, scevro da qualsivoglia intellettualismo, era in diretta connessione con il cosmo di cui "parlava" rappresentandolo attraverso la materia, fosse pietra, argilla o metallo, erano elemento divino-spirituale di cui egli stesso si "sentiva" plasmato.
L'uomo di quel lontano tempo viveva nella piena consapevolezza che il mondo fosse pervaso di pensieri cosmici, che essi vivessero dappertutto nel mondo. La forza pensiero che albergava nella testa di quell'uomo era tratta dal mare dei pensieri del mondo. 
Ora, oggi, qui, con furia demoniaca si sta distruggendo tutto questo, si sta distruggendo la testimonianza cosmica. E non è un caso che stia accadendo ora, in questo nostro tempo in cui è presente, forse più che in ogni altra epoca storica, non fosse altro che per diffusione, la possibilità di un umano declino per cui, allo scopo,  cosa di più immediato che distruggere la storia rappresentata nell'arte da quell'antico uomo ad un passo dal divino, dato che l'arte è il gradino più alto della storia dell'umanità?
E' questo che sta accadendo, si vuole impedire all'uomo contemporaneo, ancor più futuro, di incontrare, sentire, intuire il proprio cammino evolutivo, rendersi consapevole di questo per muoversi in un cammino altrettanto evolutivo, è questo che si sta ostacolando lì dove si muovono le forze contro l'uomo e la sua evoluzione, dove si vuole che tutto questo si dimentichi, che l'uomo alimenti la bestia in sé  verso l'involuzione e non la sua superiore umanità, il suo genio divino.
Marika Guerrini
   
    

giovedì 5 marzo 2015

Afghanistan: i tesori perduti

Cibele sul suo carro mentre attraversa le montagne,
a destra sacerdote brucia incenso su di
un altare.
Aï Khanum. Circa 200 av. Cr.
Placca d'argento con intarsi in oro.
25 cm.
Museo di Kabul.
... Tepe, Shotor, Bamiyan, Tapa Sardor, Ai Khanum, Tillya Tepe, Kafir Kot, Tepe Zargaran, Mes Aynak e ancora e ancora, suoni sconosciuti di nomi sconosciuti ai più, nomi lontani nel tempo, nello spazio, sconosciuti o quasi a volte anche nella loro terra se fuori dalla regione d'appartenenza d'ognuno, dal distretto. Nomi amati da chi li ha incontrati percorrendo la propria vita, che sia stato per studio per viaggio o per caso. Da chi, baciato dalla fortuna, ne ha assaporato bellezza prima che la storia, contemporanea ancor più, negasse loro il diritto d'esistere, di continuare ad esistere. Nomi di siti archeologici e simili, pregni di antica testimonianza, di antica grandezza, che fossero giunti intatti dal passato o toccati da altrui storia, comunque  a noi giunti. Nomi di terra afghana.
Il pomeriggio domenicale del primo giorno di questo mese di marzo del 2015, i nomi citati, le loro immagini, si sono sgranati come perle di rosario allo sguardo di un pubblico attento e silenzioso, nella calda atmosfera dell'ISAS (International Institute of South Asian Studies) nel cuore di Roma, luogo in cui si assapora l'assenza di orpelli intellettualistici, luogo vero, deputato al dialogo culturale tra occidente e regione indiana, geograficamente parlando, ma anche oltre confine. E sui confini s'è aperta la bella conferenza " Afghanistan oggi e ieri" tenuta dal professor Giovanni Verardi dell'Istituto Universitario di Napoli "L'Orientale", sui confini afghani. Immagini hanno preso a scorrere tra mappe e grafici, sì che i luoghi e i perché ad essi inerenti, di questa terra ancora così tanto sconosciuta nella sua anima, venissero focalizzati, poi hanno preso a scorrere i suoi tesori. Mentre la sintesi altamente competente del professor Verardi illustrava i contenuti delle immagini, queste s'aprivano mostrandosi in quel che furono e in quel che più non sono, e millenni scivolavano anch'essi da quel III-II secolo a.C. del calendario gregoriano, giù, giù fino a ieri, ad oggi, ad ora. 
Quel che la cronaca di questi ultimi giorni ha mostrato di sacrilego, tale è stata l'azione, al Museo di Mosul, in Iraq, dove milizie Isis hanno frantumato la storia, in Afghanistan è accaduto, accade da tempo nel silenzio del mondo o quasi. E' accaduto, accade, per mano dei così detti estremisti che chiamiamo Taliban, ma non islamici perché chi li ha voluti in questa forma, islamico non è mai stato, ed è accaduto a causa di bombardamenti a scopo di Civiltà per mano di chi di Civiltà s'arroga ma non possiede, mentre affolla i propri musei di storia comprata, quando non sottratta.
Infatti: " più grave della vandalizzazione dei siti scavati è stato lo sfruttamento di quelli ancora intatti, numerosissimi in tutto il paese" ci illustra Verardi, e ancora: "Si è creato un commercio illegale di opere d'arte il cui smercio fa capo a Peshawar...". La dissacrazione, perché tale è rispetto alla storia, non è finita, chissà quando finirà, se finirà. Il frantumarsi continua sotto diverse spoglie. Urlerebbero le antiche città, i Tepe, i frammenti rimasti, se avessero voce, se si permettesse loro. Questo crimine contro l'umanità continua, alcuna è la differenza tra uccidere uomini e polverizzare antichi manufatti, antichi reperti, tra uccidere uomini nel corpo e uccidere il loro passato impedendo così all'uomo futuro il conoscere. Alcuna differenza.
Marika Guerrini