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venerdì 19 ottobre 2018

Platone, "La Repubblica"e la Democrazia

...  in giorni quali gli attuali, in cui, da un tempo quasi immemore, vediamo avvicendarsi Governi e Governi, governanti e governanti, sembra proprio che le idee di saggezza abbiano abbandonato gli organi preposti a guida del paese e del popolo. Accanto a questo, da tempo ancor più immemore, ogni azione viene canalizzata nella parola Democrazia che, malgrado le si dia significato sempre svariato asseconda dell'uso del momento, risulta essere l'unica forma atta a governare. L'uso spesso improprio, di questa parola fattasi ossessiva, può far sorgere il desiderio di volgere lo sguardo al passato, all'origine, al fine di trovare conforto in pensieri che permettano all'animo di respirare un liberatorio respiro. E' quel che è accaduto a chi scrive, da qui il riprendere dallo scaffale una vecchia edizione de "La Repubblica" spolverarlo e tuffarsi nella sua rilettura. 
Il solo fatto della errata traduzione latina di "Politéia", titolo originale più vicino al significato di Stato che non di cosa pubblica, Res Publica, appunto, è indicativo della diversità di intenti tra Platone e la Roma del tempo che spesso riduceva in materia quel che apparteneva allo spirito. Ma, riflettiamo e sorvoliamo. 
Dopo lo spolvero, la rilettura, l'ampliarsi del respiro e il silenzio dell'animo è giunta la riflessione, appunto, seguita da un altro desiderio, quello di tracciare una pagina di occiriente in merito a, questa pagina.
In "Politèia", usiamo il nome datogli dall'autore, egli delinea la visione del perfetto ordine politico. Sì, certo, nel rileggere la bellezza dell'opera, si è ripresentato il pensiero, in chi sta scrivendo, che la sua attuazione nel reale, sia possibile solo in un paese abitato da figli di Dei, ma poiché, bene o male, in un modo o nell'altro, a tutti è data questa derivazione, ecco che qualche spunto, se pur infinitesimale, potrebbe farsi socialmente utile anche qui, ora, oggi. Fosse anche solo, ancora una volta, una riflessione.
Quel che immediato in "Politéia" salta all'occhio, è l'armonia circa le prospettive contemporaneamente sempre umane e divine, e il giusto grado da attribuire, nello Stato, ai valori. Così, ci si immagina al Pireo immersi in una conversazione a cui è presente Socrate, oltre a due fratelli di Platone e a Trasimaco, il sofista. Lì, conversando, viene fuori che la prima funzione dello Stato è quella di provvedere al sostentamento materiale, vale a dire che vanno supportati operai, artigiani, agricoltori e così via, ognuno nel proprio lavoro, sì da garantire il benessere dei cittadini. Questa è la partenza, la prima classe, o casta. funzionale. 
Perché questa casta si possa realizzare, c'è bisogno di un'altra casta funzionale, una casta posta a difesa, i guardiani, che garantisca la sicurezza  a coloro che lavorano per il benessere del Paese. Platone identifica costoro in una sorta di ordine monastico, uomini e donne che vivono insieme come fratelli, come fosse in un grande convento. Sì, anche donne, ed anche qui la grande modernità dell'opera, infatti in Platone, le donne, nei diritti, vengono parificate agli uomini.
Momento  successivo a questo dei guardiani è la scelta dei filosofi che dovranno porsi a guida dello Stato, e la scelta avviene all'interno di questa élite di guardiani-soldato.
Abbiamo così lo Stato composto da una triade di virtù, ognuna corrispondente ad una classe o casta funzionale, in ordine: temperanza, coraggio e sapienza. Poi è il momento della Giustizia. Dove si troverà la Giustizia? La Giustizia è qui, consiste proprio nell'ordine e funzionamento della triade che alberga, allo stesso tempo, sia nell'animo umano che nell'animo dello Stato, ovvero all'interno di esso.
Ecco come Platone pone l'Aristocrazia, letteralmente: governo dei migliori, a guida dello Stato, ad essa il compito di mantenere l'ordine e l'armonia tra le tre classi. 
Ma tutto questo potrebbe nascondere però delle insidie, vediamo quali.
La prima insidia potrebbe essere l'instaurarsi di una Timocrazia, ovvero l'affermarsi della sete di potere dei nobili, sete di potere che, per deviazione, potrebbe essere appoggiata non già da guardiani-soldato puri, bensì soldati violenti, estremi, alla maniera spartana. Situazioni che oggi possono intendersi in vario modo e chiaramente.
La seconda, definita da Platone Oligarchia, sarebbe un governo in cui predomina il danaro, in cui tutto si svolge in sua funzione, quindi governo di pochi ricchi. Ed anche questo oggi non è difficile da intendersi, tanto meno è a noi remoto.
Infine, terza insidia dello Stato ideale è la Democrazia, vale a dire governo guidato dall'ignoranza o incompetenza che sia ed in qualunque ramo sia, in essa, per essa ed in funzione di essa, la vita si svolge senza alti ideali, senza obiettivi di alto valore, con un'apparenza di uguaglianza, in realtà livellamento in basso. In essa raramente si attende al reale benessere del cittadino che abbisogna di armonia tra materia e spirito, che abbisogna della triade di virtù di cui sopra, nessuna di esse esclusa. Sì perché, sempre secondo Platone, ma anche secondo chi scrive, nel momento in cui non esiste più una Aristocrazia, che nulla ha a che vedere con il comune odierno significato, ma intesa nell'accezione pura datagli dal filosofo, viene a cadere la guida scevra da interessi personali e protesa solo al bene dello Stato e dei cittadini, in questo modo agevolando il formarsi e/o l'esprimersi delle caratteristiche deviate e devianti dell'uomo, che si mettono in azione al fine di conquistare la  guida dello Stato. Degenerando anch'esso. Ben magra conquista!
Marika Guerrini