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mercoledì 15 maggio 2019

Tehrān come Baghdad?

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Persépoli-Palazzo dell'Apadana
mentre scrivo, un amico di vecchia data sta sbarcando a 
Tehrān. Mi ha telefonato qualche giorno fa, comunicando l'imminenza del viaggio e il desiderio di incontrarmi perché gli parlassi della Persia storica. Gli ho consigliato dei libri, mi ha risposto: vorrei che me la raccontassi. Ci siamo incontrati, ho raccontato. 
Le antiche bellezze si affacciavano alla mente e le immagini si facevano parola mentre Matteo, nome di fantasia dell'amico, seguiva le une e le altre come fosse già in viaggio. Eccoci così a sorvolare Tehrān con la sua forma d'uccello ad ali spiegate e la catena degli Alborz, le cime più alte del Medio Oriente, ecco il deserto pietroso e ad oriente Mashhad ed ecco le azzurre cupole fondersi col cielo e i musei colmi di  storiche preziosità, e Tabriz e Esfahan e Shiraz e lì accanto Persépoli la bianca e dorata Persépoli. E' incredibile quanto sia intatta ancora la regalità achemenide, malgrado il tempo, i terremoti, malgrado il fuoco di Eskandar, in occidente Alessandro, in occidente il Grande. Ed ecco il prezioso Palazzo  dell'Apadana voluto da Dario e completato da Serse e la grande scalinata che conduce alla Porta delle Nazioni voluta da Serse con i geni alati a fare da guardiani e il Palazzo di Dario con il corteo di figure lungo le mura, e la Sala delle Cento Colonne, entrambi se ne stanno lì, come a  ricordo di solennità le une, quali trait-d'union tra cielo e terra le altre. Poi le immagini sono cambiate, con esse le parole hanno suonato versi e Firdusi e Nizami e Jami e Haféz e ancora e ancora, da prima di Cristo giù giù fino a poco fa, hanno fatto sentire la loro voce, ricordato la grandiosità della Poesia di quest'antica terra a cui anche Goethe, e non solo, si ispirò. Il pomeriggio di quel giorno del racconto a Matteo è trascorso così finché la luce meridiana è scivolata nel crepuscolo. 

E' stato dopo, dopo l'immersione nella storia in terra iraniana che ci siamo svegliati all'attualità, è stato allora che abbiamo visto tutta la bellezza ritrarsi, accucciarsi in un angolo, come in attesa. E' stato triste. Ci siamo guardati e abbiamo preso a parlare di oggi, di ora.  
Ma l'attualità racconta altre storie, storie irrispettose della bellezza, fatte di menzogna, fatte di violenza, fatte di possibili imminenti pericoli, pericoli da scongiurare, fatte di tradimenti. Tra questi ultimi la fuoriuscita degli Stati Uniti dal JCPOA, acronimo di Joint Comprehensive Plan of Action, firmato nel luglio del 2015, dopo circa 24 mesi di trattative e negoziati d'ogni tipo, firmato  dai membri permanenti dell'Onu: Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina, Francia e da Germania, e dall'intera Unione Europea. Accordo il cui obiettivo è impedire sì all'Iran di sviluppare una tecnologia tale da sviluppare la costruzione di ordigni nucleari ad uso militare, ma consentire allo stesso Stato di continuare lo sviluppo del programma volto alla produzione di energia nucleare ad uso civile. E' in seguito a quest'accordo che nel 2016 sono state rimosse le sanzioni economiche all'Iran imposte dagli Usa, dall'Unione Europea e dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu ( risoluzione 1747). E quest'accordo l'Iran l'ha mantenuto, testimone l'Aiea e continua a farlo malgrado le altrui menzogne. Ma ora la tensione nel Golfo sta salendo sempre più e alla vecchia esplicita richiesta di Netanyahu (aprile-maggio 2018) rivolta a Trump di tradire l'accordo per via, sempre secondo il leader israeliano, di un presunto venir meno ai patti da parte dell'Iran, cosa ovviamente falsa, ora  ci sono anche gli Emirati Arabi e l'Arabia Saudita a blaterare presunti sabotaggi a loro petroliere nello stretto di Ormuz, costoro sebbene non abbiamo accusato direttamente l'Iran, hanno lasciato e lasciano subdolamente che si sottintenda, ma l'essere subdoli è nel Dna degli Emirati e dei sauditi. 

Così mentre gli Usa (alle numerose basi americane- vedi cartina laterale- con cui accerchiano il paese ora hanno aggiunto missili patriot, veicoli anfibi e aerei tutto a bordo della nave da guerra "Arlington") e loro accoliti, stanno in tutti i modi cercando di portare Tehrān all'errore, provocandolo sì da poter poi accusare quindi attaccare l'Iran con l'alibi della difesa o simili, il mio amico Matteo ed io siamo tornati all'Iraq, alle menzogne sulle presunte, e mai trovate, armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein, menzogna, alla distruzione del Paese iniziata nel 2003, al seguente, ancora attuale, inferno. 
Ed è stato a questo proposito che Matteo ha citato il mio romanzo "Oltre le mura di Baghdad" (1)  per via della similitudine che accomuna le due capitali, così ho pensato di far vivere al lettore quel che Matteo ed io abbiamo vissuto nel pomeriggio di qualche giorno fa, riportando, a seguire, uno stralcio del romanzo. Ecco dunque la lettera che Richard Schwan, protagonista del libro, giornalista del New York Times ed embedded inviato a Baghdad, trova nel necessaire del padre Wilhem, che era stato ispettore alle Nazioni Unite ed inviato dell'Unscom, poi deceduto per un male incurabile dovuto alla guerra di occupazione del 2003.

"Caro Richard, stai leggendo questa mia, quindi sei a Baghdad. Non avresti preso il mio necessaire che per andare a Baghdad. È già stato lì questo necessaire, ricordi quando sono partito per Boston, per accertare la mia malattia, in realtà la diagnosi c’era già stata, io non andai a Boston ma a Baghdad. No, anche la mamma non sapeva nulla, non me l’avrebbe permes­so, ma io volevo salutare questa città che ho tanto amato, volevo salutarla da uomo libero. Se ricordi, all’epoca, avevo già rassegnato le dimissioni. È sem­pre stato ambiguo il mio mestiere dovendo rispondere più agli intrighi e agli inganni che alla verità. Non ba­sta, Richard, essere leali nel mestiere delle armi, per­ché il mio è stato un mestiere di armi. I prodromi di un imminente nostro attacco alla città, erano nell’aria da tempo. Bombardamenti vi erano già stati durante l’embargo. Non sapevo quando, ma sapevo che si sa­rebbe verificato a breve, l’unica certezza era che quella sarebbe stata la mia ultima volta laggiù. Il mio saluto. Ti chiedi se avessi sperato di finire sotto le bombe. Non lo so. Figlio mio, non lo so. Forse sì. Sono giunto a Baghdad quattro giorni prima che nel suo cielo e sul suo suolo si scatenasse l’inferno. Non avevo mai pensato, o sospettato, che ci si potesse scatenare sugli innocenti indiscriminatamente e con tale crudeltà. I bombardamenti falciavano tutto e avvenivano quasi sempre di notte, quando la gente era ancor più inerme e con maggior difficoltà a trovare riparo. È stato usato di tutto, dai missili ad ogni tipo di bombe, anche le mi­cidiali bombe a grappolo, quelle dall’involucro giallo come gli involucri degli aiuti umanitari, del cibo. E i bambini accorrevano per sfamarsi e saltavano in aria. Ogni tipo di arma è stata usata, sperimentata, anche a carica atomica. Ricordi la nostra Baghdad, quella del­le nostre passeggiate in quel Natale dell’89, la vedevo crollare. E ancor più vedevo sgretolarsi le mura della mia Baghdad, quella della mia prima volta. Allora era primavera, la città era rigogliosa, ricca di ogni bellezza antica e moderna, non vi era povertà, tutti i servizi pubblici, scuola, sanità erano gratuiti, anche la casa veniva data a chi ne avesse bisogno. Perché non si può negare che i suoi governanti tutti, compreso Saddam Hussein, nel governare non abbiano provveduto al progresso e alle bellezze artistiche proteggendo le an­tiche e incentivando la creazione di nuove. Appartiene a quella gente, quella che ora ti circonda, la grandiosi­tà da millenni, la dignità.
È stato grande il dolore per me, molto grande. I pri­mi luoghi ad essere presi a cannonate nel nostro avan­zare, nostro sì perchè era il nostro paese e i britannici, sono stati gli alberghi dei giornalisti, lì dove si sapeva alloggiassero giornalisti stranieri, in genere erano due gli alberghi: l’al-Mansur e il Palestine. Ho visto con i miei occhi colpire l’al-Mansur, morire giornalisti e operatori. Questo serviva a spegnere le voci che fos­sero diverse da ciò che si voleva il mondo sapesse, e il mondo doveva sapere solo attraverso i giornalisti al seguito del nostro esercito, come cani addestrati alla guardia. A questo servì anche l’abbattimento della sta­tua di Saddam Hussein in piazza Firdos. Orchestrata, Richard, orchestrata da noi, dal nostro esercito, per­sino la bandiera irachena issata al posto della statua, fu fornita da un nostro soldato, così come la mazza per abbattere la statua. Tutto mentre Cnn e giornalisti al seguito documentavano e comunicavano il falso a tutto il mondo. Ma, vedi figlio mio, senza quell’abbattimento non si sarebbe potuto dire “Missione compiuta”, come di­cemmo. Accadde di tutto quel giorno in città, saccheg­gi ai palazzi del governo, ai musei, anche agli ospedali. Fu terribile. Ma il mondo non lo seppe.
Io ero ospite in casa di amici iracheni, un professore di archeologia, forse tu lo ricordi Abdel Nassir al Nassiri, loro sapevano della mia “fuga”, della mia malattia.
Tua madre non ha mai saputo di quella mia fuga a Baghdad, neppure dopo, né sa di queste pagine, non me lo avrebbe perdonato. Mi avrebbe accusato di aver accelerato la mia fine, e avrebbe avuto ragione, ma dirglielo sarebbe stato solo scaricarmi la coscienza dalla bugia, arrecarle ulteriore dolore. Ed io l’ho ama­ta molto. Diglielo. E ho amato te, molto.

Gut Glück per la tua vita, Richard.


Con infinito amore
Wilhelm tuo padre "

Marika Guerrini

nota
(1) Marika Guerrini , "Oltre le mura di Baghdad", ed. Jouvence, Milano 2017

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 fonti : web e L'Antidiplomatico