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giovedì 9 novembre 2017

La voce persa dell’anima mentre tutto continua


…“Gli Stati Uniti devono lasciare il Paese” parole di  Ismail Khan pronunciate ad Herāt martedì 31 ottobre, poco più di una settimana fa, giunte a noi oggi, ora. Parole che non lasciano dubbio, seguite da: “In Afghanistan ci può essere pace e sicurezza solo con un Governo sostenuto dal popolo e scelto per elezioni o da una Lloya Girga (Consiglio Nazionale)” e ancora ” L’Afghanistan non può essere affidato a militari stranieri… La Libertà, l’Indipendenza e la Religione sono nel sangue del nostro popolo”. Ha parlato poi dell’alto grado di corruzione nel Governo, dell’inettitudine.  In risposta, a distanza di due giorni, Rex Tillerson, in una visita improvvisata a Kābul, ribadendo l’impegno americano nel Paese si è complimentato con il Governo per essersi fatto “più vibrante”, benché non abbia negato la corruzione, né avrebbe potuto data la valutazione del Transparency International che, in un sondaggio, attribuisce alla corruzione dell’attuale Governo afghano il 96% di presenza rispetto al sistema internazionale. A completare la risposta, a distanza di quattro giorni, ieri, la Nato rafforza di 3.000 uomini il contingente militare in Afghanistan.
Chi sia Tillerson lo si sa, Segretario di Stato americano, cosa sia la Nato neanche a dirlo, chi sia Ismail Khan lo sanno solo gli afghani. 
Ismail Khan, denominato dai locali il “Leone di Herāt” alla stregua del ben più noto “Leone del Panjshir” Ahmad Shah Massoud ucciso per la libertà, parla a ragion veduta, non tanto per essere stato Ministro dell’Energia Elettrica e dell’Acqua sotto il Governo di Hamid Karzai che, malgrado la corruzione, tra l’altro endemica specie tra l’etnia pashtun, aveva comunque una linea guida, cosa che rese poi Karzai inviso agli americani sì da procurarne in maniera infida, come da prassi, la caduta, conosciuto e stimato neppure, Ismail Khan, per il ruolo di Governatore della provincia di Herāt che ha coperto, non per le molte cariche anch’esse affidategli in passato, né per i molti ruoli chiave, quanto per essere stato uno di quei comandanti mujaheddin che hanno fatto la storia afghana contemporanea, combattendo negli anni ’80 i Sovietici fino a cacciarli e, negli anni ’90, i primi Taliban, quelli costruiti direttamente da Washington nelle madrasse pakistane. Non a caso infatti Ismail Khan ha anche detto: “Una delle cose che gli americani e l’attuale Governo hanno fatto è stata tenere i mujaheddin fuori dal potere governativo” e ancora, al timore espresso da alcuni circa il ritiro completo delle forze straniere che, secondo loro e a torto, lascerebbero il fianco ai Taliban: ”I mujaheddin potrebbero coprire  il ruolo delle truppe straniere” e ancora: “I Taliban dovrebbero far parte del Governo così come ci dovrebbe essere la rappresentanza di tutti i gruppi etnici e delle varie fazioni politiche”. Poi ha concluso: “ Quando l’Unione Sovietica invase il Paese, nessuno pensava di poter superare la loro forza bruta, ma con l’aiuto di Dio ce l’abbiamo fatta” e ancora:” Chi avrebbe pensato che l’Europa orientale sarebbe stata libera dai Sovietici, eppure dopo 70 anni ha ottenuto la libertà. Abbiamo quindi la speranza di poter superare  anche i nostri problemi”. Ed ecco affacciarsi la speranza, quest’ultima dea che ancora e malgrado aleggia tra quelle genti.
Sì, i loro problemi, i problemi da tempo costruiti e alimentati dai nostri problemi ché altro fulcro non v’è allo sfacelo globale. Che si manifesti in guerra, in povertà economica, che si manifesti sui volti scarni dei bambini fotografati dalle Onlus, quelli che in cornice video entrano nelle nostre case, in modo che, per dirla in gergo, ci si possa mettere l’animo in pace con nove euro al mese, o giù di lì. I nostri ipocriti Aiuti Umanitari a coprire la nostra povertà di valori che i nostri giovani d’occidente ci mostrano in ogni nostro giorno con i loro disagi, i disagi che fanno cronaca drammatica, spesso, quando non tragica, i disagi su cui interveniamo con la psicologia anziché prevenirli con la ripresa dei valori etici, morali, con la ripresa d'un reale rispetto  per l’infanzia, perché è lì che si creano i futuri drammi, le tragedie future. I disagi su cui interveniamo con i dibattiti televisivi a fare audience, su cui guadagniamo. Mentre tutto continua.
In questo tutto che continua, il cuore è, a volerlo scorgere, in una palese diversità: in questi paesi da noi martoriati, annientati, a cui ancora una volta occiriente, sì che Giovanni nel deserto, dà voce, questi paesi di cui abbiamo distrutto la storia delle cose e degli uomini, questi paesi che si è costretti a lasciarsi alle spalle per raggiungere lidi d’un occidente al tramonto, in questi paesi, i figli, sono ancora capaci di morire per un ideale di libertà. E lo fanno ovunque, dentro e fuori dai confini, in terra lontana, sconosciuta, che mai conosceranno. Che mai li riconoscerà. Li ricorderà. Morire perché la libertà scorre nel loro sangue, come dice Ismail Khan. Ma noi non ascoltiamo. Non sappiamo. Non vogliamo.
La guerra in realtà è nostra, la guerra che non riusciamo a vincere è in noi stessi perché abbiamo perso la libertà, il suo vero senso. Quello intriso di sacralità. Persa insieme alla voce dell’anima. La sua voce.
Mentre tutto continua.

Marika Guerrini
immagine: Barat Alì Batoor (coll. privata)

giovedì 19 ottobre 2017

Afghānistān: secondo Vietnam americano

… era il  3 luglio 1979 allorché Jimmy Carter, al tempo Presidente degli Stati Uniti d’America, firma la prima direttiva per gli aiuti segreti agli oppositori del regime filo sovietico di Kābul. Quello stesso giorno Robert Gates, allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, poi direttore della Cia, scrive al Presidente Carter: “abbiamo l’occasione di dare ai Sovietici il loro Vietnam”. Calcolo politico quanto mai preciso, infatti  il corso di quello stesso anno sarebbe stato preludio all’avanzata sovietica. 
Più di trentotto anni da allora e circa trenta da che si concluse per i Sovietici “il loro Vietnam”. Eppure sappiamo quanto l’invasione sovietica, tramutatasi in dieci anni di occupazione, sia stata, per assurdo, meno invasiva e distruttiva di quanto lo sia stata e lo sia la presenza americana in terra afghana. Ma, ab uno disce omnis, basta infatti guardare al primo atto per capire il tutto.
Per quel che concerne i sovietici basta guardare a quella notte del 26 dicembre del 1979, ai mezzi blindati delle truppe sovietiche di Breznev che attraversarono gli antichi confini afghani principiando lo scontro terrestre, uomo contro uomo. Per quel che concerne gli americani, basta guardare a quel 7 di ottobre del 2001, ai bombardieri B2Stealth, invisibili ad ogni radar, decollati dal Missouri (Usa) che in sole tre incursioni bombardarono Kābul, Kandāhār, Kunār, Farāh, Herāt, Mazār-i-Sharif. I motivi li conosciamo, quelli sovietici di conquista e laicizzazione del Paese, quelli americani di vendetta costruita a tavolino su di una menzogna il cui leitmotiv era: colpire Al Qaeda e le basi dei Taliban. Peccato che il capo di Al Qaeda, il noto Bin Laden, fosse o fosse stato, il che non cambia, un agente della Cia e che, esclusa Kandāhār e qualcosa a Kunār, i Taliban non avessero basi.
Eppure oggi 19 ottobre 2017, a qualche giorno dal sedicesimo anniversario di allora, malgrado le dichiarazioni del capo del Comando Centrale, Gen. Joseph Votel, vogliano farci credere in una escalation positiva degli Stati Uniti in Afghānistān, in un crescendo dovuto all’incremento di truppe americane terrestri sul territorio, sappiamo per certo che, così come l’Impero Britannico prima e l’Unione Sovietica poi, gli Stati Uniti d’America non hanno avuto e non hanno la meglio sulla resistenza afghana, gli Stati Uniti non vogliono arrendersi  al loro secondo Vietnam.
Il saperlo però è una ben magra soddisfazione, poiché mentre chi prima di loro si allontanò da quella terra, gli States, non vogliono accettare, tanto meno mostrare la sconfitta, tanto meno arrendersi ad essa, gli States continuano così la strategia di sempre sperando in un diverso risultato. E’ un misto di idiozia e pura follia, nonché la dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, di una degenerata e degenerante mania d’onnipotenza.
Intanto i Taliban, come da tempo andiamo dicendo, non sono più la macchina da guerra costruita dagli americani in Pakistan negli anni fine ’80/’90, sono, ripetiamo, per lo più mujaheddin nemici degli occupatori così come degli estremisti islamici fatti entrare nel paese dallo straniero e al suo soldo. I Taliban, ora come ora, nel Paese, sono gli unici reali avversari dei mercenari assoldati dalle truppe straniere per sterminare. Né interessa ai Taliban, questi Taliban, la feroce islamizzazione dell’Afghānistān, tanto meno interessa loro il jihad internazionale, tanto meno l’occidente e lo dimostra il fatto che mai attentato in occidente sia stato opera loro e se si dovesse verificare e dichiarare  loro, sarebbe mentire sulla matrice. Ma i media tralasciano questi passaggi mentre, puerilmente, si continua a blaterare su quell’11 settembre del 2001, dichiaratamente condannato dai Taliban di allora e di ora. Così, poggiando sul Governo di Ashraf Ghani, non a caso voluto dal Governo americano a capo del Paese e delegittimato agli occhi degli afghani dal suo dipendere economicamente e militarmente dagli States, gli States al delirio dell’inaccettabile disfatta, rispondono rafforzando, non solo la presenza di soldati americani tra le truppe governative di terra afghane, come si diceva, ma, dopo aver dichiarato: “rimosso ogni restrizione e ampliato il potere che ci impedivano di usare appieno la nostra potenza aerea”,  rafforzando l’azione bellica dei bombardieri, vile nota dell’esercito a comando Nato, e i cieli, un tempo tersi, che ammantano l’Afghānistān, indugiano nel farsi portatori di morte. Questa l’azione degli Stati Uniti di Trump, non dissimile da quella di Bush, non dissimile da quella di Obama. Per cui delle parole del Segretario alla Difesa James Mattis, pronunciate una decina di giorni fa, secondo cui sarà fatto tutto ciò che sia “umanamente possibile” per evitare le morti dei civili afghani, non sappiamo che farcene. Sono anch’esse menzogna. Pura menzogna così come sopra pura follia, anche perché di contro, alcuni esperti militari e politici statunitensi stanno dichiarando l’errore nel perseverare questa guerra a funzione esclusivamente geostrategica, questa presenza nella regione al fine di opporre resistenza a possibili espansioni di potenze confinanti o limitrofe.
E allora noi, partendo da quel 7 di ottobre del 2001, ricordiamo le morti innocenti riportando dati quanto mai in difetto se si pensa che solo nei primi sei mesi di quest’anno 2017 si sono registrate tra i civili 1.662 morti e 3.851, con un incremento del 23% rispetto allo scorso anno, per cui i dati riportati in seguito sono indicativi solo in minima parte ché di molti, di troppi, altre migliaia, non si sa né mai si saprà.
 Comunque ad oggi, ufficialmente, oltre 49mila vittime si sono avute per morte diretta, ovvero bombardamenti e similari, circa 360mila, sempre sottostimate, provocate dall’emergenza umanitaria dovuta al conflitto,  oltre 140mila tra soldati afghani e Taliban afghani, senza contare le migliaia di bambini nati deformi a causa dell’uranio arricchito e morti subito dopo il parto o nei primi mesi o anni o condannati ad una vita drammatica. Senza contare le migliaia di decessi infantili causati dalla povertà acuita dallo stesso conflitto. Senza contare le migliaia di donne, bambini e adolescenti distrutti dall’eroina diffusa e offerta dallo straniero, senza contare le centinaia di afghani uccisi, per lo più adolescenti, dalle torture della Cia in stanze segrete delle prigioni nel Paese, modalità questa non nuova, da tempo conosciuta, con l'unica differenza che solo ora, a distanza di anni, il britannico “The Guardian” ne fa denuncia costringendo Washington a renderla nota. Ed anche questo porta a chiederci e a  pensare sul perché ora la denuncia.
Ma, tornando alle statistiche, malgrado il difetto numerico, sono soltanto i morti nel corpo, ché a quelli nell’anima non bada più nessuno, a quei  fuoriusciti costretti a viaggi infernali verso Europa e Australia, esilio in cui la vita, in una qualche forma, si perde comunque.
E l’Italia in tutto questo? La sua missione? La guerra più lunga della sua storia? L’Italia cosa fa?
Se da un lato l’Italia, dopo l’attentato dello scorso maggio, diminuisce il personale presente all’Ambasciata Italiana di Kābul, diminuisce il personale della Cooperazione, diminuisce i militari della missione Resolute Support, tutte azioni dichiarate dalla Farnesina, Ministero Affari Esteri, ”misure cautelative”, dall’altro  mantiene il contingente di stanza ad Herāt, all’incirca un migliaio di uomini, e permette che combatta sul campo. L’Italia continua la sua vita da vassallo, e, in quest’assenza di dignità, può fregiarsi d’essere, in Afghānistān, seconda solo agli Stati Uniti d’America nell’appoggiare, se pur spesso soltanto con funzione di alleato, il che la priva di ulteriore dignità, il perpetrarsi di crimini contro l’umanità. E allora ci chiediamo: cosa farà l’Italia se gli Stati Uniti d’America renderanno permanente la loro presenza nel Paese come proposto e affermato da funzionari di Stato  d’oltre oceano? Continuerà l’Italia a coprire il suo ruolo servile?
Uno storico ha il dovere verso il mondo di osservare con distacco le vicende se pur di cronaca, quindi in questa pagina si afferma senza dubbio alcuno che gli Stati Uniti d’America, dal punto di vista militare bellico, hanno già rinnovato il loro Vietnam e che l'Italia dovrebbe trovare il coraggio di uscirne malgrado la fragilità in cui si è cacciata con il rafforzamento delle basi Nato sul suolo italiano e malgrado il suo essersi fatta trampolino di lancio per le missioni aeree belliche nelle regioni medio orientali.
A conferma della disfatta occidentale, tra l’altro, il fatto che le truppe americane siano uccise da soldati afghani che loro stessi addestrano, il che sottolinea sempre più quanto non siano i così detti Taliban a ribellarsi, ma Taliban stiano diventato un po’ tutti gli afghani patrioti che vogliono liberarsi dalla violenta presenza straniera, tanto che ora come ora il 50% del territorio afghano è in mano ai Taliban, proprio perché sostenuti o comunque tollerati da una larga fetta del popolo più che altro di etnia pashtun.
Concludiamo questa pagina scusandoci con il lettore per la lunghezza dello scritto, ma non prima d'aver sottolineato di non dimenticare il senso del riportato iniziale: sempre nella storia, a prescindere dal tempo impiegato, concetto di tempo che in quel costume ha un’ importanza davvero effimera nella misurazione, gli afghani hanno scacciato lo straniero, pur se, come si diceva, il recente straniero sia caratterizzato, in guerra, dalla viltà oltre che dall’ignoranza, e perseveri nella follia.
No, alcun dubbio circa il Vietnam, ora o in futuro non importa, il tempo misurato è illusione in Afghānistān.
 Marika Guerrini

immagine: scatto di Barat Alì Batoor (collezione privata)

martedì 3 ottobre 2017

dietro le quinte dell'umanità contemporanea

... se ancora taluno permanga nel dubbio, un'indagine spassionata potrà dimostrargli come ogni lotta internazionale, che si manifesti in ribellione, sommossa popolare, terrorismo, guerra, ma anche povertà, migrazione, così come ogni subdola diplomazia, non sia dovuta che a pedine mosse da un unico avversario, un giocatore occulto, e neanche troppo, che fa ignorare le sue reali finalità nascoste, spesso, dietro la maschera umanitaria, in questo comprendendo anche il termine "democrazia".
Tutto è stato previsto nel programma di chi si sia prefisso di scatenare le nazioni civili, più o meno, le une contro le altre, di suscitare movimenti sovvertitori, di minare le basi degli Stati attraverso propaganda ugualitaria, di spingere i popoli agli armamenti e alle lotte intestine, di penetrare nelle masse con diverse forme di disgregazione e di corruzione. 
Ci si trova dinanzi ad un disegno diabolico, mi si passi l'aggettivo.
Ora, spingere l'umanità nel più bieco nonché nebuloso materialismo, tra l'altro non più localizzabile in evidenze e colorazioni politiche, ma forma di pensiero di ampia diffusione, renderla cieca a tal punto da spingerla all'autodistruzione con le proprie armi, non può che essere il sogno reietto di coloro che aspirino all'avvento di un mondo in cui ogni luce di ordine trascendente la materia, sia sommersa.
Per cominciare a farsi un'idea approssimativa di quel che agisce dietro le quinte, basterebbe cominciare col domandarsi su quelle forze dell'alta finanza che, la storia ci ha trasmesso, fossero anche dietro la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, le stesse forze che ritroviamo a manovrare la Rivoluzione Russa, che troviamo dietro al Bolscevismo, che ancor prima ritroviamo dietro il costituirsi degli Stati Uniti d'America e lungo il loro corso sino ad ora, che riconosciamo dietro le Lobby delle armi, della droga, della farmacologia, che riconosciamo dietro il formarsi e l'espandersi dell'economia cinese etc. Quelle forze che, appunto, agiscono e agitano le varie vicende della crisi economica dei nostri tempi come del suo placarsi,  possono essere individuate nelle loro molteplici azioni, negli effetti, in modo che se ne possa individuare un unico centro irradiatore? 
 Una volta posta la domanda, non è più l'immediata risposta che deve interessare, bensì deve interessare il ritrovamento dei caratteri comuni a queste forze della plutocrazia settaria, rapinatori in guanti gialli che tengono a che l'epoca presente si traduca in oscurità.
La sensazione, ma è più di una sensazione, nell'osservare la drammatica quotidianità nazionale ed internazionale, è che contro l'umanità si sia ordito un gigantesco complotto, per asservirla, disgregarla, distruggerla, abbrutirla.
Chi intenda ed approfondisca il senso di tutto ciò, non potrà non scorgere la bestia senza volto, non potrà non porsi, o educarsi a porsi, oltre le meschine contingenze e i sensuali attaccamenti alla vita, sì da defraudare la bestia di tutte le pochezze di cui si nutre per "regnare" sull'umanità indebolendola, servendosene, precipitandola così in un cruento caos di terrore.
Anche l'italiana questione dei vaccini rientra nel caos: indebolire l'uomo, non solo fisicamente, sin dalla primissima infanzia al fine di cui sopra. Ma non è di questo che vogliamo parlare, come non vogliamo trattare la questione, stavolta internazionale ed emblematica anch'essa, del concetto e significato di Gender dato in pasto educativo all'infanzia e all'adolescenza, il che equivale a dire: defraudare l'umanità futura della propria identità, mettere al bando, vedi Australia e non solo, l'armonia della natura nei sessi, in favore di una "patologia", in altri termini educare ad una patologia facendo sentire "malati" i "sani". Sì, lo so, il termine "patologia" si presta a suscitare tra i lettori anche disappunto e discordanza, ma non importa, l'argomento sarà ripreso in altra pagina, sì da poter distinguere, nell'evoluzione dell'umanità, l'uomo antico dal moderno e contemporaneo, in essa la trasformazione della coscienza, così come poter contemplare, sempre in essa, tradizione, costume, ritualità etc., tutto relativo vieppiù all'occidente. 
Come si diceva però la pagina che si sta tracciando non è sede idonea per tali complessità di pensiero, per ora sarà bene concentrarsi sul dietro le quinte di cui sopra, anche perché il filo conduttore non varia. Riflettere su quel pensiero materialista che, monco del senso di purità trascendente, volge esclusivamente al piano fisico anche quando ritiene superarlo, vedi spesso la Chiesa, facendosi così dimentico di volgere all'Infinito, all'immortalità, in tal guisa facendosi dimentico dell'evoluzione armonica dell'umanità.
Marika Guerrini


domenica 17 settembre 2017

vaccini

bambino afghano
... fino ad ora mi sono volutamente tenuta fuori dalla questione vaccini, i motivi sono vari, non ultimo il personale convincimento che dietro tutto questo ci sia, da parte del Governo Italiano, che sappiamo illegittimo quindi non atto a promulgare Leggi tranne quella per  indire elezioni, anche una manovra a distogliere l'attenzione da altro, non ultima la propria illegittimità. Ma dietro al tenermi fuori c'è anche il personale rifiuto per le etichette ( No Vax etc.) per le manifestazioni di piazza, se pur legittime, per gli assembramenti in genere dove si è sempre in troppi a parlare e gli animi si scaldano senza ritegno. Diciamo che è questione di forma che può però incidere anche sulla sostanza depotenziandone l'integrità. Ma le richieste di opinione circa i vaccini che, quotidiane, da mesi mi giungono, hanno reso inevitabile un accenno, sfiorerò quindi il controverso argomento sulla base di un'esperienza sommatasi in oltre quarant'anni di studio e ricerca sull'essere umano, infanzia e adolescenza in primis. Studio volto all'osservazione, alla spiegazione dei perché di tutte le manifestazioni, le problematiche, le caratteristiche fisiche, psichiche ed oltre, dell'essere umano  nelle sue fasi evolutive, vale a dire infanzia, adolescenza e primissima giovinezza. Fasi che hanno costituito il nucleo fondante della mia ricerca in questo campo anche attraverso la medicina, facendo, con umiltà e consapevolezza della propria ignoranza, riferimento e tesoro della preparazione di medici, studiosi e ricercatori a loro volta, scevri da qualsivoglia devianza di tipo opportunistico, ligi al giuramento di Ippocrate, ad una grande e consolidata preparazione scientifica mai disgiunta dall'etica, dall'onestà, dai principi e dai valori base della propria missione nei confronti dell'umanità.  Ciò detto, affacciamoci per qualche riga nello specifico delle malattie esantematiche dell'infanzia, ovvero patologie che producono esantemi, volgarmente detti eruzioni cutanee, tra cui morbillo, varicella, rosolia, scarlattina, quarta malattia, quinta e sesta, nonché, senza esantema, la parotite e la pertosse. Tutte malattie, alcune virali altre batteriche, che, sappiamo, un tempo venivano chiamate "della crescita", e non a caso, perché sono manifestazioni dell'individuo, ogni singolo individuo, che oltre a purificare il corpo anche da gran parte delle eredità patologiche sia fisiche che caratteriali, accompagnano la crescita del livello di coscienza, e qui entriamo in un campo che, in parte, potrebbe riguardare la Psicologia Evolutiva se questa scienza riuscisse a fare un salto di qualità. Queste malattie dell'evoluzione, quando si presentano in pazienti non affetti da precedenti patologie, siano esse endemiche, croniche o transitorie, d'altro tipo, richiedono innanzi tutto rispetto del decorso in ogni sua fase, quindi accortezza, pazienza e degenza di una decina di giorni, dopo di che l'elemento patogeno è innocuo, il paziente non è più infetto, quindi trasmissione eccetera. Ma quale madre ora possiede la volontà e/o la possibilità di seguire questo iter per il proprio figlio? Credo si possano contare in breve tempo. E allora i Vaccini. Non solo i vaccini inutili quali quelli per le esantematiche, per l'influenza, per l'epatite B etc., e neppure inoculati singolarmente e in tempi diversi, ma  tutti i loro agenti patogeni, ché questo sono i vaccini, inoculati contemporaneamente in esseri umani anche neonati e comunque in età prescolare, quindi pochi mesi o anni di vita. Il fatto è che questi agenti patogeni non tengono conto dell'età, e i bambini in tenera età non hanno ancora sviluppato il sistema immunitario, quindi sono particolarmente indifesi, per cui c'è un'altissima possibilità di rischio anche, in alcuni casi, mortale, per non parlare dell'altissimo rischio neurologico con sviluppo posteriore anche tardo, spesso nel passaggio dalla pubertà all'adolescenza, come la sindrome di Kanner conosciuta come Autismo, in molti casi legata ad un disturbo di degenerazione temperamentale. Ma qui l'argomento si fa ancor più complesso e non è questa esigua pagina il suo luogo, lascio quindi spazio alla medicina, quella onesta, non quella di cui ci si serve nei corridoi governativi, bensì quella del dottor Franco Verzella che non conosco, ma che ho apprezzato in un video in cui ha sintetizzato in maniera ineccepibile le motivazioni scientifiche circa questa follia di obbligatorietà vaccinale che lede persino la libertà di scelta individuale, adducendo menzogne su contagi e similari. Prima però, per quell'internazionalità di cui non so fare a meno, voglio riportare le parole di un Capo di Stato che, con pensieri corretti e lungimiranti si è espresso sull'argomento senza mezzi termini: Vladimir Putin, eccole:
"Quando vedrete che i vostri figli sono a malapena umani, (che sono) psicologicamente alterati, quando vedrete che le loro cellule nervose non riescono a connettersi, sinapsi, ed i loro processi di sviluppo neurologico sono offuscati fino al punto da ridurli ad esseri sub-umani con grugniti ripetitivi e sguardi vuoti, cosa farete allora?"
Ora buona visione del video " Il Grande Inganno" del dottor Verzella, a seguire.
Marika Guerrini

immagine: scatto di Barat Alì Batoor -collezione privata 
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domenica 27 agosto 2017

c'era una volta l'Afghanistan- seconda parte

Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan
... Omaggio a Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan.

Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan, sposa di Re Aman Ullah (Regno 1919-1929), pilastro della modernizzazione afghana del tempo, donna energica e coraggiosa, fu, ante litteram, ispiratrice, promotrice, divulgatrice e fautrice dell'emancipazione femminile in Afghanistan in quei dieci anni, così come del lascito futuro in tal senso. La prima scuola femminile "Masturat" fu istituita nel 1921, Sua Maestà la Regina Soraya ne fu madrina. Nel 1928 il numero di ragazze scolarizzate in Afghanistan era  di 800 unità, numero che potrebbe sembrare irrisorio secondo i nostri parametri e neppure, data l'esigua scolarizzazione al femminile che da poco aveva preso ad allargarsi in occidente, in Italia ad esempio. Tanto più le 800 unità ci si palesano come numero consistente nella terra afghana del tempo, esse stanno a significare, appunto, emancipazione femminile rispetto alle restrizioni della società tradizionale, stanno a significare emancipazione per l’intero Paese,  ponte lanciato verso il futuro, essendo le bambine e le giovani donne potenzialmente madri, quindi educatrici delle future generazioni. Questo il pensiero, il desiderio di S.M. la Regina Soraya. 
A Lei si deve quella che poi, negli anni a venire, sarebbe stata la "libertà" al femminile del e nel paese afghano. Ecco alcune Sue parole: "Voi donne afghane rappresentate il 50% della popolazione, ma contate pochissimo nel nostro Paese. Bisogna che vi istruiate, che prendiate penna e libri per imparare a leggere e a scrivere, così da poter partecipare pienamente allo sviluppo del nostro Paese tanto amato, sotto la direzione del nostro Emiro". In sala, presenti, vi erano circa 3000 donne ad ascoltarLa. Questo si deve a Lei, così come all'Emiro, poi Re, Aman Ullah, Sovrano e Suo sposo, si deve la prima ed ultima modernizzazione dell'Afghanistan, cosa di cui i successivi Re e governanti avrebbero usufruito, poiché altro non hanno fatto, ivi compresa la Costituzione. Tutto questo chi scrive ha incontrato e vissuto, fino a che l'Oscurantismo voluto, creato e armato dall'occidente e da collusi d'oriente, non ha riportato l'Afghanistan ad arretrare di centinaia di anni. 
Questa è la Storia, quella vera, quella con la S maiuscola, non quella che si blatera da anni fattisi troppi. E questa Storia, la vera Storia, tra qualche mese sarà a disposizione dei lettori interessati e non, spinti da simpatia o antipatia, spinti ad accogliere o denigrare. Sarà a disposizione con l'uscita di un libro sui dieci anni di Regno di Re Aman Ullah e della Regina Soraya, libro stilato da Loro figlio, Principe Ehsan d'Afghanistan (Kabul ottobre1926-Ginevra luglio 2017) e curato da chi scrive, ovvero da me con orgoglio.
A questo punto, di seguito, avendo precisato per merito di chi e quando si fosse concretizzata la possibilità di modernizzazione poi, ora, negata agli occhi del mondo, possiamo segnalare il link di un sito che ha pubblicato alcune foto sugli anni successivi al Regno dI Re Aman Ullah e della Regina Soraya, foto indicative di una verità e dimostrative di quanto l'impulso di questi due Sovrani avesse lasciato la sua impronta nel tempo, quanto e fino a che punto questa impronta sia stata poi calpestata, negata, cancellata per uso e consumo di profitti internazionali con il beneplacito di traditori nazionali venduti all'offerente. Il link:  http://www.curioctopus.it/read/5946/sapete-com-e-l-afghanistan-oggi-ma-quando-vedrete-come-era-50-anni-fa-non-ci-crederete

Marika Guerrini
immagine da archivio privato di Casa Reale d'Afghanistan- si ringrazia per la Gentile concessione


c'era una volta l'Afghanistan - prima parte

cielo afghano
... mi hanno raccontato di una terra, un'antica terra molto più vicina a noi di quanto noi si possa immaginare supporre sapere. Una terra sconosciuta che non si vuol conoscere, terra delle origini che nei millenni tutto ha visto fiorire. Mi hanno raccontato di uomini in transito su di essa da occidente ad oriente da oriente ad occidente. Nel tempo. Mi hanno raccontato di una terra che lasciava all'eternità delle sue nevi sorelle dell'Himalaya, la facoltà di contemplare ruscelli incamminati a dissetare  valli sì che mandorli potessero fiorire  e gialli zafferano e tulipani. Incamminati ad ingrossare fiumi sì che potessero lambire deserti. Mi hanno raccontato di quanto, nelle sue notti, qualunque fosse la stagione, le stelle fossero così vicine da poterle toccare ancor più che con la fantasia delle fiabe. 
Mi hanno raccontato che in quella terra, allora e per molto molto tempo, tutto era scorso e trascorso come fosse sogno. E come in un sogno la sua via  s'era fatta culla di pensieri e d'arte.  E come in un sogno aveva visto Regni e Imperi e  polvere in un alternarsi di vicende nascoste tra le pieghe delle sue montagne o tra i granelli di sabbia dei suoi deserti. Mi hanno raccontato che a quel sogno l'uomo aveva attinto per scrivere pagine e pagine della propria storia, quella conosciuta al mondo del visibile e quella conosciuta al mondo dell'invisibile. Soltanto.
Mi hanno raccontato che nel tempo, quella terra, non una sola volta s'era trovata a difendere se stessa e le sue genti diverse e simili, poste lì a formare un grande mosaico umano, come fosse rappresentanza nell'economia dell'umanità. Mi hanno raccontato come, sempre nel tempo, se posta in ginocchio per via di menzogna o tradimento, quella terra avesse ripreso la sua postura verticale, come verticale, da sempre, era stato il coraggio dei suoi uomini. Lo stesso coraggio che, sin dalle origini fino a tempi recenti, li aveva resi pronti a sconfiggere armate d'ogni tipo, qualunque idioma l'invasore pronunciasse. 
Mi hanno poi detto come un giorno una follia criminale e burattino, abbia impugnato il vessillo della menzogna, che al bagliore di quella tenebra abbia invaso il cielo di quella terra con macchine volanti cariche di armi esplosive. Cariche di viltà. Mi hanno detto come tutto abbia preso avvio da quel settembre del primo anno del secolo XXI. Mi hanno detto che da allora i ruscelli di quella terra si sono arrossati, che così hanno fatto i fiumi, così i deserti. Mi hanno detto che i fiori hanno ora un unico colore: viola. Che la follia criminale, accusando altri, mentendo, ha invaso di viola quella terra, che il viola dilaga anche lì dove un tempo fiorivano mandorli, zafferano e tulipani. Mi hanno detto che il viola viene alimentato e alimenta la menzogna della follia e dei suoi adepti. Che il viola di quei fiori, antichi figli un tempo innocenti, ora avvelena le genti di quella terra, le giovani genti ancor più per poi trasferirsi ad avvelenare il mondo. Mi hanno detto che quei fiori si sono fatti arma. Mi hanno detto che per il profitto sprigionato da essi a nutrire la follia criminale e internazionale, in quella terra tradimenti seguono tradimenti, povertà povertà, malattia malattia, morte morte. Mi hanno detto che è per via di quel viola, innanzi tutto, che la follia criminale non lascerà quella terra, non permetterà alle sue genti di riprendersi la propria storia. Qualunque essa sia o possa essere. Fino alla fine dei giorni. Forse.  
Quel che non mi hanno detto è la speranza. Non mi hanno detto della speranza. La speranza che la fine giunga per la follia criminale ancor prima che per la storia di quella terra. No, non mi hanno detto dell'ultima Dea che riluce tra le stelle del suo cielo. Che riluce come le stelle del suo cielo. La Speranza. Ancora. Adesso. Nel suo incredibile cielo.
Marika Guerrini

sabato 5 agosto 2017

Maestà che brutta guerra - diretta da Palinuro

... Palinuro, estate 2017
... è un angolo nascosto il suo, ora. Accovacciato tra le rocce marine, con lenti gesti senza voracità né desiderio, si nutre con una fetta di focaccia mediterranea, così detta pizza, in questo caso  non arrossata dal pomodoro, né arricchita dalla mozzarella, ma semplice, bianca: farina acqua lievito sale. Mi domando se è la pizza che assapori o non è forse chapati o naan o altro tipo di pane della sua terra che gli giunge dal ricordo, a cui la pizza bianca assomiglia.
E' scarsa la sua mercanzia: una piccola scatola racchiude anelli e braccialetti d'argento, manifattura indiana, come molti propongono, null'altro, il che denota il suo recente sbarco sulle nostre coste,   mentre la scarsità dei monili accompagnata dal gesto d'offerta in cui il braccio non si tende, ma resta ancorato al fianco, sottolinea lo svogliato desiderio di contatto con probabili clienti.
Non giunge dall'Africa, il colore chiaro nella pelle abbronzata lo dichiara, così fa l'eleganza nei tratti del volto e i capelli neri e lisci lasciati cadere sulla fronte, allontanati a tratti dagli occhi con gesto nella mano leggera.
Viene dal Pakistan Rahmat, questo il suo nome, non so se risponda a verità. Dal Pakistan via Africa, via Libia, la rotta di tanti, di troppi, quella che prima attraversava Iran, Turchia, Grecia. L'attraversava un tempo fattosi lungo pur se recente, quando la quotidianità di questa guerra s'avviava ad esistere. Questa guerra globale attuale indegna e menzognera.
Quel che noto è che non guarda mai il mare, questo mare, qui a tre passi da lui, a due da me. Diversa per noi due la sensazione, l'azzurrità. Esilio e vacanza. Due mondi.
Non faccio domande personali oltre il nome e la provenienza. L'atteggiamento, il suo, impone riservatezza, incute rispetto.
E bambini giocano con le onde. E vociare rincorre vociare, benché sommesso sia. E sciacquio s'alterna a sciacquio sugli scogli levigati, profumati di salsedine.
Non mi ha proposto alcun anello, alcun bracciale, non so perché o forse sì, l'ho salutato nella sua lingua, nella sua lingua gli ho augurato serenità, in nome di Dio. Ha chinato il busto in un inchino, le labbra, ancor più lo sguardo, hanno comunicato sorriso e dignità.
Ora è lì accovacciato tra le rocce con una fetta di pizza, sì che all'inizio di questa pagina.
E' stato Mauro il Malandrino, come si autodefinisce, l'amico di tutti, come lo definisce la scritta sulla sua T-shirt bianca, a distogliermi dai pensieri della guerra globale, dal bagaglio di esseri umani sballottati da un mondo ad un altro, quando non ridotti in macerie, che Rahmat, con la sua storia da me intuita, mi ha riportato. 
Mauro dalla voce recitante un'antica poesia di questi luoghi d'approdo e passaggio che vide il nocchiero d'Enea sprofondare negli abissi per essere poi accolto in sepoltura su questi lidi. Mauro con i versi dialettali che riporto a seguire in originale e traduzione. Versi senza commento, versi che parlano da sé:
Viento de' terra te porta fora
Viento de' fora te porta n' terra
Maestà che brutta guerra
Mare da fora e viento da terra.
Traduzione
Vento di terra ti porta fuori ( a largo) / Vento di fuori ti porta a terra / Maestà che brutta guerra / Mare da fuori e vento da  terra.
 
Marika Guerrini
immagine- scatto originale
 
 
 

giovedì 13 luglio 2017

Migranti e Islam: pilastri della preghiera per un incontro

Medina- Moschea del Profeta
... non si può voltare il capo altrove, lo sguardo, il pensiero. E uomini e donne e bambini in corteo continuano a sbarcare sui lidi, i nostri lidi, i bei lidi italiani. E tempo c'è stato in cui fummo noi, i nostri padri, a sbarcare sui loro lidi, a lasciare segni di guerra sì, ma con essi strade e ospedali e scuole e acquedotti e... scambi e... incontro. Checché ne abbia detto, ne dica, l'ufficialità della Storia d'una guerra persa con onore, comunque. Onore che ci ricorda il: 
"MANCO' LA FORTUNA NON IL VALORE" e ancora:" E' scritto come riporto: in stampato, maiuscolo, italiano. E' scritto ad Alamin, come gli egiziani chiamano El Alamein. E' inciso su una lapide lungo una via che porta ai sacrari. Prima di essi. E' omaggio, medaglia, onore ai ragazzi che furono..." (1)                                                                                                                                  
E i ragazzi erano italiani e indossavano una divisa purtroppo, ma lasciammo anche questo sui loro lidi, il ricordo del valore, e loro, quei popoli, incisero le parole dopo di noi, parole di un nobile incontro malgrado le brutture d'una guerra.


Ed è a quell'incontro e a questo di oggi, di ora, di mesi e mesi fattisi anni, a quest'incontro indesiderato, costretto, sofferto da entrambi le parti, quelle dei lidi e gli approdanti ad essi, è a quest'incontro che dobbiamo la conoscenza dell'elemento caratterizzante i più tra questi uomini e donne e bambini che giungono a noi, la conoscenza della loro preghiera, la qual cosa ci spinge a tracciare questa pagina, per una consapevole accoglienza nel contesto d'una costretta convivenza, accoglienza che possa porsi oltre le politiche, gli errori, le diatribe, gli abbandoni, le vigliaccherie, le macchinazioni, gli abusi. Oltre i costruiti estremismi d'un Islam ad uso e consumo d'occidente. Oltre le morti che tappezzano da tempo i fondali del Mare Nostrum: la preghiera rituale. Andiamo loro incontro sapendo che gli atteggiamenti del capo, delle braccia, delle mani ecc., che accompagnano la preghiera, quando li vediamo o li sappiamo immersi in essa, variano a seconda dei diversi riti e a seconda del genere, maschile o femminile, del fedele.
Sapendo che ogni preghiera inizia con il raccoglimento, takbir, seguito dalla recitazione della prima sura del Corano, al-fatihah, come vedremo, seguita dalla recitazione del Shahada. Sapendo che tra i vari movimenti che si compiono durante il rito, si ripete Allah Akbar, Dio è il più Grande.
Sapendo che si conclude come vedremo, con la salat 'ala'l nabi,  preghiera per il Profeta e con il saluto ai presenti e agli angeli custodi, salam
Sapendo che la salat o preghiera rituale, è obbligatoria per tutti i musulmani che hanno raggiunto la pubertà e sono sani di mente, mentre malati, vecchi e viaggiatori sono dispensati dall'obbligo.
Sapendo ancora che se recitata all'interno del luogo di culto, Masjid, poi Mesquita, poi Moschea, che sta per luogo della prostrazione, il fedele ha il dovere di volgersi verso la Mecca anche se da principio, Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muṭṭalib al-Hāshimī, in occidente Maometto, aveva indicato ai fedeli di volgersi verso la città santa di Gerusalemme cambiando poi direzione quando i giudei delusero la sua aspettativa, non riconoscendolo quale continuatore dei Profeti.
Sapendo che se il fedele si trova a dover osservare il rito al di fuori dalla Moschea, ha il dovere di delimitare il punto in cui si prostrerà mediante un corpo che lo isoli dallo spazio circostante, in genere un piccolo tappeto, ma può essere un muro, un albero ecc. al di qua del quale poserà la fronte durante la prostrazione.
Ed infine sapendo che, a seconda delle ore in cui, nella giornata, la preghiera rituale si recita, si compone di due, tre o quattro rak'al, che con questo termine si indica un complesso di movimenti accompagnati dalla recitazione di formule e di brani coranici fissati, si hanno così quattro rak'al a mezzogiorno, al pomeriggio e a notte fonda, tre al tramonto e due all'aurora. Ecco la preghiera.

Nel qyam o posizione eretta dell'inizio con le mani all'altezza delle orecchie si recita: Allah Akbar,  Dio è il più grande!; 
si recita poi la fatihah, o prima sura del Corano: Sia data lode a Dio Signore dei mondi.clementissimo, misericordiosissimo, re del giorno del giudizio finale, dirigici con il retto cammino, il cammino di quelli che tu hai colmato con i tuoi benefici, di quelli che sono senza corruzione e non nel numero dei traviati. Amin
 vi è poi il ruku' o inclinazione del busto con le palme sulle ginocchia, in cui si recita per tre volte: Gloria la mio Maestro il Grande! ;
si ritorna poi alla posizione eretta dicendo: Dio ascolta quelli che gli danno lode;  
a questo punto il sugiud o prostrazione fino al toccare il suolo con la fronte, in cui si recita Gloria la mio maestro l'Altissimo, per tre volte con prostrazione;
poi il busto si alza nel gialus, le mani vanno sui muscoli superiori delle gambe recitando: Dio è il più Grande per tre volte; 
infine il qu'ud o posizione accoccolata in cui si attesta l'unità di Dio e la missione di Maometto. Tutto termina con la richiesta di preghiera a Dio su tutti e chiedendo la Sua benedizione, mentre si volge la testa prima al di sopra della spalla destra poi della spalla sinistra all'indirizzo dei presenti e degli angeli custodi con: La pace su voi e la Misericordia di Dio!  
Si chiude qui anche questa pagina tracciata nell'assoluto rispetto di ogni preghiera. 
Marika Guerrini

nota 
(1) brano dello stesso autore tratto da "Rossoacero-conosco il canto del muezzim", ed. Città del Sole, 2013 

martedì 20 giugno 2017

Afghānistān: utilità ordito fumo


... "Del nostro venire e partire l'utilità dov'è?
      Delle trame della nostra vita l'ordito dov'è?
      Capi e piedi leggiadri il mondo brucia ma il fumo dov'è? 
                                                                                                   Omar Khayyam

Così, mentre Trump, invia un contingente di 4000 uomini in Afghānistān, in realtà mai abbandonato dai soldati americani malgrado retorica e apparenza, noi seguiamo il rimbastirsi della storia in quella terra che si vuole di guerra. Quella terra di antichi poeti mostrata al mondo, da anni ormai, genitrice di droga e d’ogni violenza armata. Oggi, come spesso, riprendiamo questo leit motiv, ancora una volta ne facciamo promemoria, costretti dalle notizie date dai media che continuano ad essere monche, per questo deviando ai più la conoscenza della realtà.
Su scala mondiale, ad ora, il 92% della droga viene dall’Afghānisn. Iniziata nel 2002, in zona sud-est sotto “controllo” della Gran Bretagna poi passato agli Usa, la produzione si è espansa a dismisura, tanto da, sempre sotto “controllo” Usa, negli ultimi due anni aumentare di un ulteriore 10% in ettari coltivati. L’oppio prodotto è in mano alle cellule terroriste armate, che non sono il Daesh, non avendo questo bisogno di introiti da oppio per armarsi, perché rifornito in via diretta da Arabia Saudita e Stati Uniti, ma altri gruppi armati di cui si è quasi perso il conto, tra essi i Taliban, che sappiamo però, essere cambiati nella struttura da un bel pezzo, essere ora partigiani in lotta per la libertà del Paese dallo straniero. Ma mettiamo tutti i gruppi nello stesso calderone come si vuole si creda, altrimenti in questa tela di ragno si resta intrappolati, e riprendiamo il percorso “oppiaceo”.
Dopo la produzione, le capsule del papavero viola vanno alle raffinerie, prima inesistenti nel Paese poi appositamente costruite sì da trasformare in loco l’oppio in eroina, ottenendo un costo inferiore per l’acquirente. Dalla raffineria allo smercio il passo è breve e la sostanza stupefacente va in ogni dove, compreso, e non da ultimo, il mercato americano e anglosassone. Tutto questo movimento viene svolto alla luce del sole, se mai si possa parlare di sole e di luce per designare una tenebra, e, con la presenza ed il permesso di circolazione “controllata”, si agisce direttamente sul popolo afghano ai cui giovani, per lo più minorenni, viene regalata dagli stessi soldati occupanti, in realtà compiendo un lento inesorabile genocidio, non solo in terra afghana, ma anche iraniana, sì perché la droga viene fatta circolare anche sul mercato iraniano confinante, dove si è raggiunto un alto grado di consumo tra gli adolescenti. Quindi droga  uguale arma di distruzione di massa e del futuro dei popoli.
Si giunge poi alla fase logica del percorso: con il ricavato i gruppi armati comprano armi propriamente dette. Lo fanno sia dai sauditi, che a loro volta comprano dagli Stati Uniti, sia, in linea diretta, dagli Usa, indiscussi maggior produttori di armamenti sul pianeta, motivo, quest’ultimo, per cui mai nessuno riuscirà a disarmare il popolo americano, a farlo uscire dalla Legge del Taglione e dalla follia omicida, oltre che suicida.
Quest’ultima fase porta all’uso delle armi sul territorio senza alcuna discriminazione, ma sempre con l’etichetta: terrorismo islamico. E poiché il terrorismo islamico va combattuto, e l’Afghānistān, è stato fatto fulcro di esso alimentato e mantenuto tale da sedici anni di guerra, e poiché l’esercito locale, addestrato e addestrato, falsamente, in questi stessi anni, non è in grado di sbrigarsela da solo, ecco che si rende necessario, ovviamente per il bene del Paese e per “liberarlo”  dal terrore, il “ritorno” del contingente di unità militari ad alto potenziale e numerico e di addestramento e di armamenti. 
Ma questo non basta, vi è un ulteriore risvolto, un risvolto non afghano, bensì americano, in base al quale,  così come si è citata la percentuale della produzione di oppio in aumento, si cita ora, la percentuale dei suicidi di veterani negli Usa. Questo vuol dire che sull’intera popolazione suicida americana, il 42% sono veterani che dopo due o tre missioni in terra afghana, stesso per l’Iraq, rientrano in patria e, nell’immediato o nell’arco di qualche mese, si tolgono la vita. Non solo, ma un’altrettanta alta percentuale di chi non compie questo atto estremo, smette comunque di vivere perché alienato da depressione o da “disturbo post traumatico” come viene definito in psichiatria. Ma anche qui non finisce la storia, perché questi alienati sono un ottimo “prodotto” da usare per attentati, vengono infatti da un addestramento militare e sono distrutti nella mente e nell’animo abbastanza da servire il nemico, sempre lo stesso: il terrorismo islamico. Quale miglior connubio per la follia suicida omicida.
Qui ci fermiamo.
E’ un nuovo Vietnam l’Afghānistān per gli Usa?
Abbiamo già posto questo interrogativo. Lo scriviamo da anni.
Di fatto gli Usa stanno perdendo in Afghānistān. Il dato.
L’utilità dov’è? L’ordito dov’è?. Il fumo dov’è?

Marika Guerrini

immagine di Barat Alì Batoor (collezione privata)

p.s.
si segnala interessante l’intervista rilasciata lo scorso febbraio all’Institute for Global Studies da Claudio Bertolotti, analista strategico per l’ITSTIME ( Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies) nonché associato all’Istituto di Studi e Politica Internazionale, ISPI 

mercoledì 7 giugno 2017

Herāt ieri e oggi

Herāt- Moschea del Venerdì
... " Da taccuino 
Sto per lasciare l'Afghānistān E' il giorno della partenza. Nel primo pomeriggio salirò sulla corriera. Lascerò questa Terra alle mie spalle. Lentamente.... mi sento spaesata come non sapessi dove andare. Non avessi dimora da raggiungere. Tornerò a Mashād, in Iran. E' diverso.... Ancora trenta giorni poi l'aereo. Italia. Occidente. Tornare a casa è così strano. Ora. A casa, ma qual'è la mia? Devo ricordarmi di indossare l'orologio... 
...Sono stata alla piazza della Moschea. E' sempre così strabiliante vedere le sue cupole confondersi col cielo... E' così strano ora dover partire... Devo ricordarmi di salutare Hussein.... Mi saluterà con un inchino, un Salam Aleikum. So che sarà triste.
Dirò che tornerò. Inch Allah
No, l'oriente non è imperturbabile se sei in contatto con esso.
E' stato un attimo nella piazza della Moschea. In un attimo s'è alzata la polvere. E' venuta da una delle strade che fanno da raggiera. Nella polvere un cavallo. Sul cavallo un uomo avvolto in un chapan multicolore. E' entrato al galoppo nella piazza. Portava un fucile a tracolla. Siamo in estate. Fa caldo. Quaranta all'ombra. Me l'ha detto Hussein. Il mio amico Hussein. La lanterna di questi miei giorni.
Il cavaliere aveva un turbante azzurro. Come le cupole. Il cielo.
Ha fatto un giro della piazza. Al galoppo. Tra la polvere.
Per qualche istante mi si è fermato davanti. 
Aveva un volto serio. Bellissimo. Di quelli tagliati come piacciono a me.
Ero seduta in terra. Sui gradini d'una bottega chiusa. Come faccio spesso. Mi piace star così, respirare l'atmosfera. Sotto l'azzurro. 
Lo farò anche domani. Voglio farlo.
Poi ha impennato il cavallo. E' andato via. Da dov'era venuto.
Sono rimasta nella scia della sua polvere.
Mi crederanno quando lo racconterò nella terra in cui sono nata?
Stamattina ho salutato questa terra. Questa mia terra.
 Anzi mi ha salutata lei. 
Aveva sembianze di cavaliere. Come nelle fiabe. 
Chissà se mi crederanno.
Tornerò presto.
Mi mancherà.
Non mi volterò indietro quando sarò sulla corriera.
Guarderò solo la polvere del deserto. La bianca polvere.
Guarderò solo avanti. Verso il tramonto.
Mio Dio quanto mi mancherà!...   
                                                                             Herāt, estate afghana 1976 " (*)

Questa mattina un boato ha scosso la piazza della Moschea, ha scosso le sue cupole azzurre. I suoi minareti. Ad ora sono sette i morti, ignoto il numero dei feriti.
 Alcun cavaliere è giunto al galoppo. Ha sostato. Ha impennato il cavallo. E' andato via nella  bianca polvere. Ed io non ero seduta in terra. Sui gradini d'una bottega chiusa. Questa mattina v'era fumo nella piazza della moschea. Tanto fumo. Soltanto.
                                                                              Herāt, estate afghana 2017. 
Marika Guerrini

(*) brano dello stesso autore da "Massoud l'Afghano il tulipano dell'Hindu Kush", Venexia 2005



         

mercoledì 31 maggio 2017

Kabul attentato- taliban: Non siamo stati noi


...Non siamo stati noi, parole del portavoce dei Taliban rilasciate anche ad Al Jazeera. Dichiarazione a distanziarsi dall'attentato di stamattina a Kabul, piazza Zanbaq, centro città, zona diplomatica: 90 morti, circa 400 feriti ad ora.  Dichiarazione a smentire quel che da anni, quindici, la prima volta era la primavera del 2002, si va raccontando sotto il nome "Offensiva di primavera" seguita dalla storiella delle nevi che si sciolgono, delle strade che si sgombrano dai ghiacci, dei gruppi fondamentalisti armati che si liberano dalle "catene". Era al-Qaeda, ora in disuso, erano i taliban, sempre attuali, è il Daesh, e Daesh è. Ma quel che conta ancor più è che l' "Offensiva di primavera" coincida con il mese sacro del'Islam iniziato lo scorso venerdì, Ramadan, parola di cui anche i più ignoranti in occidente hanno imparato l'esistenza. Quel che conta è che il Ramadan, il suo contenuto religioso, cozzi con gli attacchi, volendo credere che siano di natura affermante un certo credo, perché mai ortodossi musulmani macchierebbero il Ramadan, per di più in un paese sunnita come loro, perché qui non si parla di paese sciita come Iran etc., quindi alcuna diatriba interna alla religione musulmana, qui si parla di Paese non solo musulmano ma per di più sunnita.  
Comunque è evidente che tutte le nostre parole siano inutili, è evidente che tutte le parole siano inutili, visto che si ripetono da anni e che non hanno cambiato, cambiano  o cambieranno quel che tutti sanno, a meno che con siano affetti da ebetismo acuto.
Nel caso dell'Afghānistān la sintesi, scritta riscritta e ripetuta anch'essa, è: il Paese va tenuto nel caos della guerra, la sua distruzione, la morte, la malattia, la povertà della sua gente non interessa minimamente l'occidente, avvezzo ormai ad immagini di afghana distruzione e morte, occidente che neppure sospetta cosa potesse essere quel Paese prima di tutto questo. Le forze di coalizione con i vari quartier generali dei vari Isas, Nato o quel che sia, sono lì non per combattere tutto questo, terrorismo incluso, ma accertarsi che tutto questo continui. I gruppi armati sono armati da Sauditi e Stati Uniti mentre Israele plaude. Armati, organizzati, controllati, guidati. Tutto il resto è messa in scena.
Andate a rileggere:

Marika Guerrini



venerdì 26 maggio 2017

una pagina russa non mia

... è una pagina diversa questa, una pagina non mia, una pagina di luce  al femminile, pagina su di un archetipo. Pagina tracciata da Daniele Dal Bosco, avvezzo a tracciare pagine interessanti quanto luminose. Me l'ha segnalata e nello scorrere le parole si è ampliato il moto del diaframma, armonizzato, la pagina si è fatta respiro. Ed è lo squarcio d'un respiro che vi propongo, null'altro.


"Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia - di Daniele Dal Bosco- 

Nel linguaggio comune odierno si usa sovente l’espressione Madre Russia, preceduta ed incoronata, talvolta, dagli aggettivi Grande o Santa. Quest’accostamento tra l’area russa e l’archetipo femminile materno pare avere origini medievali. La prevalente attività agricola e l’estensione della terra russa portarono spesso all’associazione con l’aspetto materno, della fecondità, non dissimilmente da quanto accade con l’espressione Madre Terra. Non solo la terra in sé, ma anche aspetti specifici di natura ricevevano epiteti materni, si pensi in particolare al diminutivo materno rivolto a fiumi quali Don Matushka(Матушка), Dniepr Matushka e soprattutto quel Volga Matushka spesso citato nella letteratura e nel folklore russo.Va ricordata, a tal proposito, anche l’unica dèa che Vladimir il Grande adorava nel suo santuario di Kiev, la dèa Mokosh (Мокошь), dèa della terra ed associata a Mat Zemlya, forse la dèa della terra più adorata nel mondo slavo, quantomeno fino al Medioevo. Connessi all’archetipo materno sono anche due simboli tra i più rappresentativi della Russia: le icone mariane e la matrioshka (матрёшка).Tra le icone rappresentative della Madonna, rammentiamo in primis la celebre Theotokos di Vladimir, conosciuta anche come Madonna della tenerezza o Madonna di Vladimir, risalente al XII secolo e considerata la protettrice della Russia. Ma pensiamo anche alla Madonna Odigitria, due splendidi esempi della quale sono la Madonna di Smolensk e la Madonna Iverskaja ma anche, in una sua variante, la Madonna di Kazan. O ancora, le varie icone mariane che rappresentano la protezione della Vergine.
La matrioshka è invece un’invenzione recente: venne ideata verso la fine dell’Ottocento all’interno del circolo culturale di Abramcevo di Savva Mamontov, un importante imprenditore e mecenate dell’epoca, divenendo maggiormente conosciuta dal pubblico internazionale in seguito alla premiazione durante l’Esposizione universale di Parigi del 1900. Una leggenda interessante fa risalire la matrioshka alla dea Jumala degli Urali, dèa solare della quale i vichinghi andarono in cerca, senza successo, e della quale pensavano che fosse interamente d’oro. Nelle culture ugro-finniche, il Sole aveva una connotazione tipicamente femminile, una “donna vestita di Sole” (Ap.12,1), ma talvolta Jumala veniva anche inteso come il dio del cielo.
Il suolo stesso, nella tradizione contadina, erababa (баба), al femminile. La Matushka Rus’, il suolo della Madre Russia, sposata al Batiushka Tsar’, lo Zar come aspetto padre. Un altro simbolo materno presente nel folklore russo è, ad esempio,Baba Jaga (Баба-яга): una strega talvolta associata ad un aspetto materno, una sorta di divinità primordiale cattiva ma talvolta anche benigna, per la psicologa junghiana Clarissa Pinkola-Estés una sorta di archetipo universale della madre selvaggia, ctonia. Anche lo storico e filosofo Berdyaev sosteneva che la «categoria fondamentale in Russia è la maternità». Lo storico russo G. P. Fedotov, nella sua La mente religiosa russa affermava: «Ad ogni passo, studiando la religione popolare russa, si incontra il costante desiderio di un grande potere divino femminile…è forse troppo ipotizzare, sulla base di questa propensione religiosa, la presenza di elementi sparsi del culto della Grande Dea che un tempo regnò sulle immense pianure russe?»
Ma l’archetipo femminile, contrapposto a quello maschile, venne associato anche alla città di Mosca. Gogol’, nelle sue Note pietroburghesi (1836) definì Mosca «una vecchia massaia che cuoce le frittelle nel forno, guardando da lontano e ascolta senza alzarsi dalla poltrona quel che le si racconta sulle cose del mondo», al contrario Pietroburgo veniva rappresentato al maschile come «un giovanotto svelto che non sta mai in casa e, sempre ben vestito, pavoneggiandosi di fronte all’Europa, se la fa con quelli d’oltre mare»
La storia stessa della Russia riporta numerose figure femminili di primo piano. Negli ultimi secoli, pensiamo al ruolo di Sofia Alekseevna Romanova, che funse da reggente tra il 1682 ed il 1689 dei due fratelli minori Pietro I (il futuro Pietro il Grande) ed Ivan V; Caterina I, moglie dello stesso Pietro il Grande e co-regnante con il marito (1724-1725) ed alla morte di quest’ultimo Imperatrice di tutte le Russie (1725-1727). E ancora, Anna Ivanovna Romanova, figlia di Ivan V ed Imperatrice di tutte le Russie dal 1730 al 1740, anno della sua morte; Elisabetta, figlia di Pietro il Grande e di Caterina I, che divenne Imperatrice di tutte le Russie dal 1741 fino alla sua morte nel 1762; e soprattutto il lungo regno di Caterina II, Imperatrice di tutte le Russie dal 1762 al 1796 e sotto il cui regno l’Impero russo conseguì un notevole sviluppo culturale ed economico. Fu l’ultimo caso di regnante donna dell’Impero, dato che il figlio Paolo I promulgò la legge di primogenitura maschile, consentendo una regnante donna solo nel caso di assenza di uomini.
Ma le figure femminili più importanti della storia russa furono forse due donne che ebbero un ruolo determinante nella conversione della Russia al cristianesimo, per quanto il riconoscimento di tale importanza fu postumo: Olga di Kiev ed Anna Porfirogenita.
Secondo la Cronaca di Nestore (1116 circa), Olga fu la moglie del principe Igor, figlio di Rurik, capostipite della Rus’ di Kiev. Più saggia di tutti gli altri uomini, divenne cristiana nel 957 presso Costantinopoli. Secondo lo storico S. M. Solov’ev, padre del più famoso filosofo e mistico Vladimir Sergeevič, «in quanto donna, Olga era più portata per gli affari domestici, le questioni interne. Similmente, in quanto donna, era particolarmente incline al Cristianesimo». Olga governò la Rus’ di Kiev anche mentre il figlio Sviatoslav era impegnato in battaglia in terre lontane. Olga si diresse a Costantinopoli con un’ambasciata di quasi duecento notabili, ufficiali, mercanti e militari, metà dei quali erano mercanti. Scendendo lungo le rive del fiume Dniepr e costeggiando il Mar Nero raggiunsero la grande capitale bizantina.
Simbolicamente, Olga si presentò davanti all’imperatore Costantino VII con un seguito di donne nelle prime file, con gli uomini che seguivano nelle retrovie. Costantino comprese l’importanza di quest’innovazione e rispose a sua volta facendo accogliere Olga dalla consorte Elena Lecapena e dal suo seguito di donne. La sua spedizione a Costantinopoli non solo fu un successo diplomatico, ma le permise di venire battezzata direttamente presso la sede patriarcale di Costantinopoli dal patriarca Polieucte, con padrino l’Imperatore Costantino medesimo, assumendo il nome di Elena e divenendo la prima sovrana cristiana della Rus’ di Kiev. Ella tuttavia non impose mai sui suoi sudditi la religione cristiana: ciò avvenne solo trent’anni dopo con il nipote Vladimir I ed il celebre battesimo della Rus’ nel fiume Dniepr (988).
Ma un’altra donna ebbe un ruolo determinante nella conversione al cristianesimo della Russia: Anna Porfirogenita, principessa bizantina e figlia dell’Imperatore Romano II e dell’Imperatrice Teofano. Unica principessa della dinastia dei Macedoni ad aver sposato uno straniero, divenne moglie di Vladimir I di Kiev nell’ambito di un accordo militare stipulato da quest’ultimo con l’Imperatore Basilio II, fratello di Anna. Divenuta moglie di Vladimir I nel 988, nello stesso anno riuscì non solo a convertire Vladimir al cristianesimo, ma altresì a spronare il medesimo a far convertire l’intero popolo della Rus’, il quale tuttavia già in parte era divenuto cristiano in precedenza. Gli idoli pagani, quali il dio Perun (Перун), vennero distrutti.
Anna svolse il ruolo di consigliera di Vladimir, gestendo essa stessa un certo numero di terre della Rus’. Varie fonti sono concordi nel ritenere che fu grazie a lei che vennero ufficialmente costruite a Kiev le prime Chiese cristiane. Ella non fu quindi una semplice “merce di scambio” tra Vladimir e Basilio II, ma risultò in realtà fondamentale nel mantenere i rapporti tra Bisanzio e Kiev, inviando anche guerrieri russi a Costantinopoli per la difesa personale del fratello Costantino VIII.
Lo storico russo Nikolaj Karamzin sostenne che «Anna fu uno strumento della benevolenza divina che condusse la Russia fuori dal buio dell’idolatria». Anna non solo aiutò la Russia a cristianizzarsi ma, attraverso il suo matrimonio, le porse anche la prima vera rivendicazione alla discendenza imperiale.
Ecco questa la bella pagina di Dal Bosco pubblicata dal "Centro Studi La Runa", chi volesse può accedervi attraverso il link a seguire.  

Olga di Kiev è venerata come santa tanto dalla chiesa cattolica che dalle chiese ortodosse, diversamente da Anna Porfirogenita. Tuttavia due figli di Anna e Vladimir, i principi Boris e Gleb, furono i primi grandi martiri, poi santificati, della Rus’ cristiana". 
Si spera che l'immersione nella luce di quel Medioevo, a torto ritenuto "buio", che pullulava di inviolati archetipi, possa aver generato nel lettore il respiro di cui sopra. Respiro che s'apre tra gli affanni di questi nostri giorni.

Marika Guerrini