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mercoledì 21 dicembre 2011

un asse possibile

...non è impossibile che la ruota della storia risvegli in terra afghano pakistana antichi impulsi. Inconsapevoli silenziosi. Non è impossibile che la visione di lutti, povertà, disperazione, delusione, violazione della sovranità di stato, menzogne, soprusi, smisurato tutto, richiamino, spronino l'antica guerriera virtù comune a formare un asse nella regione. Non è impossibile che siano Afghanistan Pakistan Iran a comporlo, che la madre India li accompagni. Malgrado ogni interesse ogni convenzione ogni interno contrasto. Chiari sono i segni per chi conosce quelle genti. Lo sono da tempo. 
E l'asse ratificherebbe accordi con la Cina e si relazionerebbe alla Russia. E sarebbe l'oriente e l'occidente.  
No, non è impossibile che accordi siano già stati presi in questi anni di guerra. Che siano stati firmati in barba alle intelligenti strategie a stelle e strisce a cui l'arroganza delle armi offusca la mente. Quelle stelle e strisce su di una bandiera il cui passaggio finale, vedi Vietnam, potrebbe essere atteso sulla sponda del fiume come nell'aneddoto buddhista che dice: non affrontare il nemico ma attendi sulla sponda del fiume che passi il suo cadavere. 
Ed è questo concetto d'attesa che manca all'occidente, angloamericano ancor più. La paziente attesa che in oriente, i bambini suggono dalla vita con il latte materno. E la indossano poi lungo tutta la loro esistenza. E non importa chi sarà a goderne gli effetti, se tu o i tuoi figli o i figli dei tuoi figli. 
Marika Guerrini
foto di Barat Alì Batoor

venerdì 9 dicembre 2011

Pakistan -Afghanistan:la menzogna corre sempre sul filo


sciiti hazara in corteo durante l'Ashura
Muharram, 13,1433
...questa la data odierna secondo il calendario islamico. Muharram è nome di un mese. Un mese che varia il suo inizio e la sua fine sempre, come tutti i mesi, gli anni, che si svolgono nella scansione lunare del calendario islamico. E Muharram è il primo mese dell'anno. E il suo inizio, in questo 1433, s'è avuto il 27 del nostro novembre 2011:il loro Capodanno. E Muharram è il primo dei quattro mesi sacri. I mesi delle sacre ricorrenze. Le più importanti. Per tutto l'Islam sacre, sunnita o sciita che sia la valenza religiosa ramificata. 
E nel sacro mese di Muharram ricorre l'Ashura: decimo giorno. E fu il Profeta Muhammad ad istituire la ricorrenza, segnarla quale momento di digiuno, due giorni, 9 e 10. E fu in relazione e differenziazione dal Kippur ebraico...Potremmo andare avanti, ma non è questa la sede per i suoi come, i suoi perché. Lunghi, ampi. Basti sapere che fu istituita per tutto l'Islam, che i significati d'origine furono molti, diversi, che si sposarono con i popoli, i rami della religione, ma fu per tutto l'Islam. Comunque. Anche quando l'istituzione del Ramadan, aveva reso il digiuno di Ashura consigliato ma facoltativo. 
Anche dopo la battaglia di Karbala quando correva l'anno 680 dell'Islam e il Profeta Muhammad   aveva lasciato il corpo. Anche allora dopo il martirio di Al-Husayn, nipote del Profeta, figlio di Fatima sua figlia e di Alì.
Quando questo accadde, in quel mese di Muharram di quell'anno islamico del 680, Al- Husayn perì con oltre settanta suoi seguaci per mano degli uomini di un califfo arabo della dinastia Ommayade, Yazid I. E  fu momento di distinzione e una linea demarcò l'Islam in sunnita e sciita. Due rami. Da allora l'Ashura istituita dal Profeta, per una parte dell'Islam, assunse valenza disperata, luttuosa, in ricordo dell'Imam Al- Husayn ibn 'Alì e quella parte furono, sono, gli Sciiti. Da allora, per gli Sciiti, ogni mese di Muharram è pervaso di dolore, dolore che si protrae per quaranta giorni. 
E la Quaresima  cristiano cattolica s'affaccia alla mente.  
La Quaresima che termina con la Via Crucis. La Quaresima come da antico rituale di sofferenza penitenza fustigazione proibizione e ancora e ancora. Ma l'occidente ha dimenticato le proprie origini, le tradizioni, ch'è tempo ormai.
Occiriente ricorda. Chi scrive ricorda. Ricorda il terrore bambino allo sfilare degli "Incappucciati", allo sfilare del corpo statuario del "Cristo Morto", ricorda la Vergine ammantata di nero, luttuosa. Ricorda il divieto di musica nei giorni quaresimali, il divieto sul consumo della carne, salumi ancor più. E i veli neri a coprire il capo delle donne da nord a sud di questa nostra provinciale penisola. Ricorda ancora e ancora di quest'occidente cattolico. 
Chi scrive ha vissuto in quelle terre anche, quelle dell'Ashura. Ha vissuto la loro quaresima. Assistito al tragitto di crocifissione, di pianto, di disperazione. Ha visto uomini segnati da fustigazioni corporali e donne dal capo velato porgere assistenza, lì, ai limiti esterni ed estremi del dolorante corteo. Ha visto l'amorevolezza sprigionarsi dai gesti femminili impregnati di quella nostra antica pietas che oscilla tra la compassione e l'angoscia. 
Chi scrive ha vissuto per trasposizione il dolore rinnovato ad ogni passo ogni schiocco di frusta ogni sguardo di quella loro ricerca d'un cielo che sembrava senza stelle ma non lo era. Come questa non è retorica. 
Un mondo antico? Sì. Rispetto a cosa: al tempo allo spazio alla storia alla tradizione? D'occidente d'oriente?
Tre giorni fa, il decimo giorno di Muharram, il giorno sacro dell'Ashura, sacro per tutto l'Islam, per chi non avesse capito, tre attentati: 
a Kabul, città vecchia, nei pressi del luogo consacrato Abu Fazal Abbas, corteo in  commemorazione dell'Imam Al-Husayn: un attentatore suicida si è fatto esplodere. 55 morti e 140 feriti. 
Mazar-i-Sharif, Afghanistan settentrionale, esterno moschea dedicata ad Alì, tra le più importanti del mondo islamico, corteo di commemorazione come sopra: una bicicletta carica di esplosivo. 4 morti e 20 feriti. Più, meno;
a Kandahar, sul confine pakistano, corteo ancora come sopra: motocicletta carica di esplosivo viene fatta detonare. Qualche ferito nessun morto. Inch Allah!  Come Dio ha voluto.
Commento di Hamid Karzai: E' la prima volta che in una giornata religiosa così importante si verificano episodi di terrorismo di tale orrenda natura.
Parole di "talebani" che, accusati, hanno detto: condanniamo fermamente questi attentati disumani contro l'Islam. Gli attentati compiuti oggi non sono opera nostra.
Ma qualcuno deve confessare come da copione. E un gruppo di miliziani lo fa. Sono il Lashkar-i-Jhangvi Al-Alami, pakistani sunniti. Attribuiscono a se stessi le operazioni. Questo è stato detto comunicato divulgato condannato.
Chi segue occiriente segue le vicende degli sciiti Hazara, conosce le stragi che hanno colpito, colpiscono quest'etnia. Chi segue occiriente conosce le manifestazioni, lo svelarsi delle menzogne. Di etnia hazara era il maggior numero di seguaci nei cortei religiosi presi di mira. 
Ma occiriente non crede alla versione ufficiale autoaccusante attribuita a miliziani sunniti pakistani. Non crede alla rivendicazione. All'originalità sull'identità della rivendicazione.
Occiriente tiene presente la panoramica regionale ed oltre. Sempre. E lo sguardo d'insieme, dall'alto. Sempre. 
E sempre la posizione di Washington si fa più scomoda. Dopo l'attacco Nato al check point della Mohmand Agency con le sue 25 vittime tra i soldati, ancor più.
Ancor più dopo la risposta di Islamabad: restrizione per le forze Nato, alt ai rifornimenti, evacuazione della base aerea di Shamsi, boicottaggio della Conferenza di Bonn. Risposta sicura immediata severa. Risposta che ha unito la nazione pakistana. Sta unendo. 
E dopo l'abbattimento del drone da parte dell'Iran, ancor più. Azione negata dagli Usa, da loro detta: sparizione del velivolo per errore tecnico di trasmissione. Ovvie banali puerili motivazioni.
No, occiriente non ritiene veritiera alcuna frase, parola, virgola di quanto si sia detto, si dica circa gli attentati procurati ai cortei religiosi sciiti di  Kabul, Mazar-i-Sharif e Kandahar. Il Pakistan sta progettando, provando a liberarsi dalla morsa statunitense malgrado tutto? Si è forse stancato dell'abuso di potere con licenza d'uccidere statunitense? S'è stancato delle continue annose violazioni della sovranità nazionale da parte straniera? Il Pakistan sta suggerendo all'Afghanistan di tentare una non fittizia liberazione dalla stessa morsa? Forse sì. Ma sul versante in cui tramonta il sole, oltre questa nostra vecchia Europa, tutto questo e molto altro non si può accettare tanto meno permettere che accada...
Ci fermiamo qui. L'articolo è già troppo lungo per un blog. Sì, ci accade spesso. La ripresa dell'argomento sulla regione slitta all'articolo venturo.
Marika Guerrini
foto di Barat Alì Batoor
             

mercoledì 30 novembre 2011

Pakistan:il fatto

Pakistan confine nord-ovest, 26 novembre, 4 giorni fa, ore 8,40 circa
Elicotteri Nato-Isaf bombardano posto di blocco pakistano: uccisi 24 militari, alcuni stavano dormendo. Feriti 15. Testimoni locali affermano: l'azione Nato è durata a lungo. 

Subito dopo
Islamabad chiude i valichi di rifornimento Usa per le truppe americane schierate in Afghanistan. Dichiara che l'attacco ha violato la sovranità del Pakistan e ferito gravemente il sentimento nazionale. Intima poi agli Usa di lasciare la base aerea in Baluchistan entro 15 giorni riservandosi il diritto di ulteriori azioni contro la Nato.

Stesso giorno
Massoud Kausar, governatore della provincia colpita: glattacchi lungo la frontiera sono intollerabili e inaccettabili.

27 novembre, giorno seguente
In una riunione di gabinetto presieduta dal Primo Ministro Yussuf Reza Gilani, il governo decide che il Pakistan, il 5 dicembre, non parteciperà alla conferenza di Bonn sull'Afghanistan;  

Stesso giorno
Il Wall Street Journal dichiara che il raid Nato è stata la risposta a spari provenienti dal posto di blocco pakistano.

28 novembre
L'esercito pakistano smentisce in assoluto che i soldati della postazione abbiano sparato per primi. Il generale pakistano Abbas dichiara: non è affatto vero, sono tutte scuse. 

29 novembre
Paul Bhatti, di fede cristiana cattolica, presidente dell'APMA ( All Pakistan Minorities Alliance) e Consigliere Speciale del primo Ministro per gli Affari delle Minoranze, a proposito del raid Nato dichiara: un atto terroristico che tocca la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale della nostra patria.

Oggi 30 novembre occiriente racconta
Rangers  e polizia sono stati dispiegati in zone sensibili del Punjab, lì dove transitano i  rifornitori Nato. E i punti di raccolta sono stati sigillati e chiuse tutte le rotte. E lunghe code di cisterne di rifornimento sono ferme a Quetta a Chaman. E a Peshawar il Pakistan s'è fermato sulle bare dei soldati, 24, e il verde delle bandiere le avvolgeva. E si è fermato a Karachi, sulle strade. Lì, i camionisti hanno scelto il paese al danaro, il Pakistan è più importante del danaro, c'era chi urlava. E sempre nella città portuale davanti al consolato degli Stati Uniti: Il Pakistan è nostro, siamo spalla a spalla con il nostro esercito.  Questo hanno gridato. E cartelli portavano scritto: Bisogna stare lontano dagli americani, Abbasso l'America giù con la Nato, Lasciare l'Afghanistan e il Pakistan, Fermare l'attacco dei droni.
E a Mohmand, lì dove il fatto s'è consumato: il Jihad è l'unica risposta per l'America.
E ad Islamabad: Condanniamo con forza l'uccisione dei nostri soldati e IlPakistan è il cimitero dell'America.
E ancora e ovunque e in questi giorni, tutti, il popolo s'è sollevato contro. 
 Occiriente ha espresso più volte il proprio pensiero su queste faccende, vicende, su questa terra pakistana afghana. Ha detto tutto quel che c'era da dire. E' così che si provocano queste nostre guerre. L'occidente sta mentendo ancora una volta. 
Il cielo non lo voglia, perché è l'impossibile che si sta compiendo pur di dare motivo ad un'altra guerra.  Ancora.  Laggiù.
Marika Guerrini 
foto di Barat Alì Batoor                                          
    http://paktribune.com/                                                                                      http://italian.ruvr.ru/2011/11/29/61217341.html

lunedì 28 novembre 2011

riflessione su Otpor

osservazione: pura violenza...
dal colore alla forma grafica al contenuto d'immagine



...l'innegabile follia umana in cui stiamo navigando non può che tendere all'organizzazione sociale, la propria. E' usando il meccanicismo non umano quale ferreo sistema d'ipocrisia, che lo fa. Sistema dotato di tutte le parvenze, dalla moralità alla giustizia alla fraternità alla religiosità. Da cui ancor più follia. Follia realizzabile in quanto poggia  sulla persuasione degli sprovveduti, degli ingenui, coloro che formano la quantità manovrabile, il numero. L'indispensabile PIAZZA. 
Marika Guerrini

domenica 27 novembre 2011

Otpor - rivolte o rivoluzioni?

rivolta: 
improvvisa ribellione accompagnata da tumulti, sinonimo di sommossa, insurrezione;
rivoluzione:  
violento rivolgimento dell'ordine politico-sociale costituito, tendente a mutare radicalmente governi, istituzioni, rapporti economico sociali... Tutto.
Così da vocabolario così in lingua italiana. 
Ma i termini si confondono, si confonde il significato E le rivoluzioni si dicono rivolte. Confusione linguistica da tempo ormai. E in termini confusi s'è pensato alla Tunisia all'Egitto allo Yemen. alla Libia alla Siria. Per una manciata di giorni si è pensato al Marocco, allora, all'inizio. Lo si farà di nuovo. 
E si è pensato all'Iraq con puntate al Bahrein. E ancora e ancora. La confusione linguistica è andata, va, dall'Africa al Medio Oriente. E il motivo c'è, semplice.
Rivolta: azione del capovolgere, cambia per moto interno, auto trasformazione. In-sorge. 
violenza insita nella stessa immagine
Rivoluzione: azione provocata dall'esterno per impulso non proprio. Azione che dall'esterno spinge ad insorgere. Questa la differenza.  E allora c'é Otpor. La Resistenza. Quella serba. Nata nel '96. Quella della liberazione da Milosevic. Del rovesciamento del regime. Quella nata quale movimento giovanile. Nata disarmata, non violenta. Quella il cui simbolo è un pugno chiuso. Pugno che compare su striscioni muri bandiere. Compare bianco e nero o colorato d'arancio. Che compare ovunque sia un principio di guerra civile sommossa ribellione.In questi nostri tempi.
Otpor, organizzazione nata per la resistenza in terra slava. Otpor sovvenzionata dagli Stati Uniti d'America, allora, alla nascita. Otpor sciolta e ricomparsa per essere usata. Per funzionalità, efficienza, capacità d'infiltrazione, caratteristiche atte ad essere emulate. Poi. Dopo. Sovvenzionata sempre. Uguale.
Otpor trasformata in Centro per l'Applicazione di Strategia d'Azione Nonviolenta. Per farsi corso di formazione, workshop. Con questo nome dietro le quinte di Movimenti Giovanili, tutti, di questi ultimi anni. Dalla Bielorussia alla Palestina all'Azerbaigian al Venezuela alla Birmania all'Albania all'Eritrea e ancora e ancora giungendo alla Tunisia all'Egitto. Alla Primavera Araba. Questo il sostrato.
Otpor, Centro per l'Applicazione di Strategia d'Azione Nonviolenta. Non violenta. 
Peccato non sia evidente. Non risulti.
E occiriente si chiede:  rivolte o rivoluzioni? 
Marika Guerrini

giovedì 17 novembre 2011

la Loya Jirga e l'asino

...Gran Consiglio degli Anziani, Loya Jirga in Afghanistan. Sono più di duemila le presenze a Kabul, nel luogo dell'incontro. Oggi, secondo giorno di quattro. E' antica la Loya Jirga. Antica come i confini di quella terra che è stata. Anche la Loya Jirga è stata. Quel che ora si mostra, l'assemblea a suo nome è una farsa. Il vanescente fantasma di quel che fu, un tempo, l'incontro dei capi. Si riunivano tutti in simposio, tutti i capi di tutte le tribù, un tempo. E si discuteva del passato del paese e si progettava il futuro. Tra il gorgoglio delle pipe ad oppio dei più anziani e il fumo profumato di chai in bricchi e bicchieri. E emiri venivano eletti e re. E si decideva di guerra e di pace. E tutto dipendeva dai momenti di quei simposi. 
Ora s'è fatto schermo. Il Gran Consiglio s'è fatto schermo su cui proiettare una parvenza di rispetto verso quell'antica forma di legiferazione da cui la storia di quel paese. C'è un Parlamento, ora. Una diversa struttura del Governo, ora.
Un solo scopo ha la farsa, ora, legittimare le decisioni di Karzai. Sua infatti la convocazione della Loya Jirga. Sua malgrado l'opposta volontà dei parlamentari.Legittimare quindi decisioni in realtà straniere. Già prese, stabilite in attesa di farsi effettive. Decisioni sul 2014, la transizione, il Pakistan, la pace. Sì, decisioni già prese, in attesa. Soltanto.
E il popolo lo sa. Gli afghani lo sanno. Sanno del senso della farsa, delle decisioni. Ogni cosa il popolo sa. Ma al mondo si continua a narrare la storiella dei talebani. Si dà un senso a tutto con la storiella dei talebani. Anche questo il popolo sa, della storiella.
E sa degli attentati. E li permette. E c'è il motivo.  E' così che un asino può trasformarsi in bomba malgrado la sua docilità, il suo intrinseco valore. E' grande il valore di un asino nella vita contadina, superiore a quello di un uomo, spesso. L'asino è lavoro veicolo sostentamento. L'asino è il calore della legna trasportata in inverno è la frutta la paglia il mattone. L'asino è benessere. E' essenziale. Un asino non si uccide. Eppure un asino è stato fatto saltare in aria con il suo carretto. E' accaduto il primo giorno della Loya Jirga. E' accaduto nel distretto di Ghormach, la provincia settentrionale di Faryab. Uccisi un poliziotto e un civile, sedici i feriti.
C'è da riflettere sulla semplice storia d'un asino immolato. In Afghanistan.
Marika Guerrini
foto di Barat Alì Batoor

mercoledì 16 novembre 2011

Israele Iran. Per quanto ancora?

Tèhèran
...nell'altalena dei si ma no di Israele circa l'Iran, occiriente ha fatto un'affermazione qualche giorno fa. Vera al momento. Errata, forse, col tempo. Poco molto è da vedersi. Israele aveva affermato, detto l'intenzione al non attacco all'iran. Israele sa quando, come ingannare. Da sempre lo sa. Dal formarsi della sua idea di territorio, nazione, identità geopolitica. Dal desiderio di collocarsi, definirsi nazione israelita. Antico desiderio ormai. Ma Israele per l'informazione s'è fatto sinonimo di Aiea. Ora, in questi giorni. E allora il rapporto, quello dell'Aiea, il resoconto sull'Iran. Resoconto che avrebbe dovuto essere aridamente scientifico. Che sa di favoritismo. Resoconto che continua ad anticiparsi sui tempi austriaci, canonici di notorietà. Resoconto in due parti.  
Prima parte: forte crescita nello stoccaggio di uranio arricchito, ma alcuna deviazione verso armamenti nucleari. Ovvero non ci sono prove di preparazioni o programmazione di armi nucleari.
Seconda parte, dopo una serie di punti tecnici validi per ogni funzione generica nucleare dice possibili dimensioni militari. Ripensamento? Dubbio? Supposizione? Contentino per qualcuno? Cos'è? Cosa significa. Contraddizione, sì. Dice anche: l'Iran ha proseguito ad accumulare uranio arricchito quale materiale grezzo. Ma qualora fosse convertito potrebbe permettere la costruzione di tre o quattro testate nucleari. Qualora fosse convertito.
Di contro, ricorda occiriente, gli Usa quest'anno hanno stanziato oltre 80 miliardi di dollari per modernizzare le loro armi nucleari. Ma questo non interessa il resoconto. 
Risposta in occidente. Regno Unito, Francia , Usa: il rapporto scredita completamente il programma nucleare a scopo pacifico dell'iran. Futuro certo pericolo nucleare bellico iraniano. Quando non è dato saperlo. Il che, nella loro ottica, rende tutto più temibile.
Tèhèran
Risposta in oriente. Russia Cina: non ci sono elementi per affermare un armamento nucleare in preparazione o programmazione. Ci sono piuttosto molti dubbi circa l'imparzialità dell'Aiea.
Non è che l'Aiea ha abbandonato la funzione scientifico tecnologica per una funzione politica filo occidentale? Chissà. 
Risposte iraniane. 
Mahmud Ahmadinejad: l'Aiea è un burattino degli Usa, il rapporto è infondato...Non abbiamo bisogno della bomba atomica, agiremo con logica e riflessione...poi ancora rivolto direttamente agli Stati Uniti: l'Iran è una nazione saggia. Non costruiremo due bombe per essere attaccati dalle 20.000 testate nucleari che avete. Risponderemo con umanità etica solidarietà e giustizia....l'America deve sapere che nessun nemico del popolo iraniano ha assaggiato la vittoria, mai.   
Alì Asghar Soltanieh (Ambasciatore iraniano presso l'Aiea): ...non un grammo di uranio arricchito è stato usato per fini illeciti, siamo pronti a collaborare per dimostrare che il rapporto si fonda su bugie, ma nessun passo indietro, l'Iran non rinuncerà ai suoi diritti legittimi, tuttavia poiché è un paese responsabile continuerà a rispettare gli obblighi derivanti dal Trattato di non proliferazione nucleare.
Alì Akbar Salehi ( Ministro degli Esteri): l'Iran ha risposto già a queste accuse con uno studio specifico di 117 pagine...l'Occidente e gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni contro l'Iran senza possedere prove e argomenti seri...abbiamo già affermato varie volte che non siamo intenzionati a creare armi nucleari. La nostra intenzione resta quella di usare il programma nucleare solo a scopi pacifici. 
Come la medicina, ci sentiamo di affermare. Dato, questo, che risulta alla ricerca medica iraniana.  
Questo il fatto. Occiriente non vuole commentare oltre. Ci si stanca di certi argomenti.  
Un appunto soltanto. Una memoria. Nell'arco di un anno quattro scienziati iraniani uccisi. Modalità israeliana  per rallentare il programma nucleare iraniano? Sì, per voci riportate.
Eppure Spes, ultima dea, ancora sussurra quel che abbiamo già sperato: non ci sarà guerra, non un altro Iraq.
Marika Guerrini

martedì 8 novembre 2011

Israele Iran e la via in discesa

affondare nelle sabbie...
...per qualche tempo occiriente ha taciuto. L'ha fatto su quella che si continua a chiamare Primavera Araba. Che il lettore di occiriente sa che araba non è mai stata né primavera. Ha taciuto sulla Siria lo Yemen il Bahrain. Ma ancor più ha taciuto sulla Libia. Non ha potuto proferire parola. Non c'è fiato per il subumano. E per i fatti recenti non c'è. Per le minacce d'Israele all'Iran.  Intermittenti. Ma l'ha trovato Israele il fiato, nel pronunciare il pretesto. Stesso noioso pretesto: il nucleare. 
Sa di muffa il pretesto, è stantio. I lettori di occiriente l'hanno letto e riletto, anche in "oltre il ridicolo"  postato lo scorso mese, il 14. E prima l'hanno letto. E ovunque. 
S'era sperato non si oltrepassasse il ridicolo. Ma no. Eccoci, ad intermittenza ma eccoci. Pare che sempre la solita agenzia internazionale per l' energia nucleare, l'Aiea, abbia parlato prima del previsto, prima di Vienna, dell'incontro ufficiale. Pare sia in possesso di foto satellitari a provare l'imminenza delle armi nucleari dell'Iran. Déjà vu. E ha parlato di container a sud di Téhéran verso oriente. Ha detto che servono per testare esplosivi ad alto potenziale. Esplosivi da usare come innesco nelle testate. Quelle presunte. E poi ha detto... Tutto immaginabile. Tutto miele per Israele. Troppo miele per Israele. Attacco preventivo da parte di quest'ultimo? Sì ma no. Sembrava pronto, tutto, tutto per il sì fino ad ora,  poco fa: Israele non attaccherà l'Iran. Questa la news . Notizia esatta. Ma occiriente non si meraviglia. 
Israele non sarebbe fiancheggiata dagli Usa. Non possono. Non possono permettersi il lusso di un attacco. Non un attacco dichiarato. Non pacchiano. Ora possono accerchiare. Soltanto. Questo sì. Lo fanno. Ma anche questo sappiamo. Pakistan, Afghanistan ... tutto ciò che affolla i post di occiriente. Da tempo. Ciò per cui sit-in e conferenze stampa  e incontri. Il fatto è che l'occidente, quello estremo, è all'apice della propria via in discesa. Nel suo punto più alto, quello in cui la via si fa ripida. E scivola scivola scivola. Per affondare nelle sabbie del deserto. E lo sa. L'estremo occidente lo sa.
Ma, in questo ripetersi di storie, quest'assenza di fantasia, questo stallo di idee visioni azioni, occiriente è a disagio. E' a disagio nel guscio del grillo parlante. Sì, non è da solo,  questo lo consola. Ma non basta. Il guscio, la corazza, s'è fatto stretto. E' questo il pericolo per chi come occiriente: il guscio stretto. Assenza di respiro. E allora le voci si spengono. E si vorrebbe dimenticare quest'umanità che sta slittando verso il subumano. Quest'umanità che assume maschera umana dimensione umana dialettica umana senza essere più umana. E questo si fa sofferenza. Sofferenza per chi non scende a compromesso con quest'umanità non più umana. Non vuole. Non può.  E si vorrebbe parlare di fiabe.
Marika Guerrini 

lunedì 31 ottobre 2011

Hazara genocidio sulla scacchiera


Pakistan

                                                                                                                       
               A completamento del sit in internazionale del 01 ottobre 2011                                    
         Conferenza Stampa
Hazara: Desiderio-Diritto di un Popolo
Roma 09 novembre 2011 ore 12
Libreria Odradek 
Via dei Banchi Vecchi, 57 
    intervengono
        Aftab Mogul  -presidente dell’ Hazara Community –Italia
Hassan Rahimi – Secretary general
          Abdul Khaliq- Presidente dell’HDP (Hazara Democratic Party) in                                                         
                                                     diretta rete da Quetta-Pakistan                                 
                                                   presenta 
                                                          Marika Guerrini-scrittrice indologa storica dell’Afghanistan


 Sulla scacchiera afghano-pakistana si stanno tirando le sorti del futuro strategico di tre quarti del pianeta.
La guerra da tempo si manifesta in entrambi i paesi con la stessa violenza. L’azione bellica non si fermerà fin quando l’intera regione afghano –pakistana non verrà integrata nel sistema internazionale. 
confine lungo la Linea Durand
La Linea Durand, frontiera da sempre discussa e fonte di instabilità tra i due paesi, s’è fatta perno intorno a cui ruota l’odierno Grande Gioco in Asia Centrale.
L’area sulla Linea, altamente interessata dal Grande Gioco, s’allunga dalle pendici dell’Hindu Kush al Mare Arabico. Province coinvolte in azioni quotidiane in territorio afghano vanno dal Nuristan al Khyber fino a Kandahar e Hilmand; in territorio pakistano dal NWFP (Province di Frontiera del Nord Ovest)  al FA (Aree Tribali di cui il Waziristan) al Baluchistan.
Scacchisti in prima mossa: Usa Cina India; in seconda: Russia Iran.
Afghanistan e Pakistan sono la scacchiera più o meno interagente a seconda dei momenti e delle azioni. Nel  bailamme ludico, infatti, le azioni belliche si distinguono in diverse tipologie. E di diversa tipologia sono le armi usate. Militari, “civili”.
Nello stesso contesto della “guerra al terrore” che ha soggiogato l’Afghanistan e continua a soggiogarlo, il Pakistan accusato di cospirazione prima con al-Qaeda ora con la rete di Haqqani, viene attaccato quotidianamente. Nelle regioni di Nord-Ovest (NWFP e FA) con i droni Predator americani che falciano centinaia di civili inermi bambini compresi, e con strane periodiche presenze di patologie virali oltre agli attentati suicidi e non. Nella regione di Ovest e Sud Ovest ( Baluchistan) agli attentati suicidi e non contro bersagli spesso istituzionali o esponenti della politica e cultura locali, si aggiungono rivolte etno-religiose chiaramente fomentate che sfociano in eccidi di cui sono vittime, principalmente, gli Hazara.
In Baluchistan, la più grande Unità Federale pakistana (44% dell’intero territorio di Stato) che ha come capitale invernale Quetta, sul confine a pochi kilometri dall’afghana Kandahar, e capitale estiva Gwadar sul Mare Arabico, è presente una folta comunità di Hazara –sciiti- fuoriusciti in vari momenti dall’Afghanistan per motivi storico-politici. Comunità che per oltre due secoli ha convissuto con i Pashtun -sunniti-, senza alcun tipo di differenziazione da entrambe le parti, né problemi inerenti. Negli ultimi anni, elementi infiltratisi seminano contrasti ed odio, coinvolgendo le due etnie in scontri e sommosse che vanno ad alimentare anche il movimento Indipendentista Baluchi contrastante il controllo dell’intelligence pakistana di governo (ISI). I continui eccidi che si stanno trasformando in genocidio, rientrano così nella guerra silenziosa. E stragi come quelle dello scorso settembre ( Quetta, giorno 07, viene fatta esplodere un auto, 15 morti e 40 feriti, non rivendicata; giorno 19, morti 23 pellegrini sciiti di rientro dall’Iran a Quetta, rivendicata dal gruppo jihadista Lakhkar-e-Jhangvi) e come le innumerevoli precedenti e seguenti, non sono che apici di un susseguirsi di azioni omicide.
Afghanistan
Lo scacco matto è ambitissimo, la posta in gioco altissima. Secondo alcuni disegni di strategia bellica sulla regione, il Pakistan così come l’Afghanistan andrebbero smembrati per essere facilmente controllabili dall’interno anche in futuro e poter usufruire delle loro ingenti risorse di cui il Baluchistan è grande protagonista con le ricchezze del sottosuolo.
Inoltre tra i tanti motivi che lo rendono oggetto di contesa, il Pakistan ha lo sbocco sul mare, confina con l’Iran, fa da corridoio al petrolio dall’Iran alla Cina, ha stretti rapporti con quest’ultima, ospita un suo sbocco marittimo a Gwadar, già oggetto di desiderio delle multinazionali americane e saudite dagli anni ’80 in poi proprio per il trasporto di gas dal Caspio al Mare Arabico. E Gwadar a breve potrebbe trasformarsi anche in base navale cinese. A questo si aggiunge che il Pakistan ha in sospeso con l’India la questione del Kashmir, possiede armamenti atomici e riguardo alle risorse minerarie di cui sopra David Cameron ha chiesto di incrementarne gli scambi.
Il Baluchistan, nella grande partita di scacchi è la porta che fa da terminale di passaggio nord-sud per tutto il su accennato. Dal trasporto di petrolio ed ogni altro bene, direttamente in Cina lungo tutta la Linea Durand e il Gilgit-Baltistan, regione di confine nord pakistano cinese,
In questa babele una stima recente di Amnesty International riguardo al Baluchistan, riporta che dall’ottobre 2010 al maggio 2011, i baluchi sono stati vittime di 108 esecuzioni extragiudiziarie ed oltre 70 sparizioni. L’80% ha riguardato gli Hazara. Si può ben parlare di genocidio  che va ad integrare e rafforzare l’indebolimento del Governo Centrale pakistano favorendo l’innescarsi d’una guerra civile molto più che probabile. Esattamente quel che gioca a favore degli scacchisti.
Marika Guerrini




lunedì 24 ottobre 2011

i lunghi effetti dell'ignoranza

una delle Vie della Seta

..mentre le sponde dell'Africa e del Vicino Oriente continuano ad affondare  nel Mediterraneo la loro storia. Antica e non. La loro storia privata d'ogni dignità da chi ha rinunciato alla propria. La loro storia minata sobillata armata a dispetto di diritti, di doveri d'ogni popolo per motivi noti ai lettori d'occiriente. Mentre un popolo della sponda sud del Mediterraneo aizzato all'odio da se stesso e da altri, trucidava, allora, nel clou d'una giornata da  dimenticare, sulla sponda nord dello stesso mare, qui, in Italia, una mostra ha aperto i battenti. 
E immagini racconti suoni hanno preso a scorrere allo sguardo degli invitati. 
" a oriente.Città uomini e Dei sulle Vie della Seta" questo il titolo. 
La sua portata: internazionale. 
Il luogo: Roma, tra le mura delle Terme di Diocleziano, quelle lì, in piazza della Repubblica, adiacenti. Le stesse del Museo Nazionale Romano. Che lo ospitano. 
Giorno: 20 ottobre ore 18, giovedì, inaugurazione. 
I battenti al pubblico si sarebbero aperti il giorno seguente, 21, data ufficiale d'inizio mostra.
Durata dell'esposizione: quattro mesi e... fino al 26 febbraio prossimo venturo.
Nota positiva la mostra. Necessaria quasi, opportuna. In giorni gravati da una drammaticità  fattasi  routine. Nazionale, internazionale. Nota colorata di azzurro, di verde come i cieli dipinti sui manufatti esposti. Un respiro culturale da vivere malgrado tutto. Un respiro non per tutti. 
Non per chi nel retroscena, tra le quinte dell'evento. Per costoro un respiro soffocato. Costoro, un Istituto. Un intero Istituto. 
" a oriente. Città uomini e Dei sulle Vie della Seta" potrebbe essere il canto del cigno proprio per l'Istituto che ha ideato voluto curato la mostra. La probabilità è altissima. Quasi certezza. L'Istituto è l'IsIAO. Il suo comitato scientifico, da oltre un secolo, di generazione in generazione è stato, è, nelle sue formazioni, un fiore all'occhiello della cultura italiana all'estero.
Eppure pochi sono stati i giornalisti e facsimili ad averlo citato. Ad aver citato la fonte, la cura scientifica dell'evento. Pochi ad aver citato l'IsIAO. Il perché sarà evidente a breve. Tra qualche riga.
Palmira-busto funerario femminile-
IIsec.d.C. 
IsIAO, dunque, Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, nato dall'incontro, nel 1995, dell'IsMEO, Istituto per il Medio ed Estremo Oriente -1933- con l'IIA, Istituto Italo Africano -1906-. Una grossa fetta della storia italiana che annovera tra i suoi presidenti dell'allora IsMEO, Giovanni Gentile e Giuseppe Tucci.
Ma è come IsIAO, con le sue scuole di lingue e letterature, le sue sezioni Italiane ed estere, la sua attività editoriale tra cui periodici quali Africa, East and West, Cina, Giappone. E' con le sue missioni archeologiche dall'Africa all'Asia. Afghanistan Iran Cina Arabia Pakistan  Tagikistan Turchia Thailandia e così via  paesi africani compresi, che è in pericolo.
L'IsIAO a cui di recente, lo scorso anno e  per trenta mesi, la Commissione Europea ha finanziato il progetto, IDEAS -Integrating   and Developing European Asian Studies - verrà commissariato. Con molta probabilità. Ora. A breve. Dopo una miriade di forse, chissà, non è detto, quando, si, no. Agonia che ha caratterizzato da mesi, qualche anno, la sua atmosfera. A nulla è valso alcun intervento che fosse nazionale o internazionale. Che fosse di studiosi o di capi di Stato. Firme e suppliche.  Perché si scongiurasse la fine. A nulla è valso nulla. Fino ad ora. 
Motivo della possibile chiusura, della liquidazione: modesto deficit di bilancio.
Origine della richiesta:sconosciuta. 
La situazione si commenta da sé.. 
Eppure IDEAS con il suo apporto all'attualità, denota tutta la secolare competenza dell'Istituto. Lo fa coi e nei contenuti scientifico umanistici e storico-culturali di cui il progetto si avvale. 
Ma l'ignoranza governativa regna sovrana. Sovrana malgrado l'Europa. Malgrado il riconoscimento europeo della validità dei contenuti di cui sopra ritenuti essenziali per una migliore comprensione geopolitica dell'Asia. Da cui una maggiore distensione, un  incremento politico economico etc. etc.Si potrebbe avere.
Il pericolo in cui versa l'IsIAO è emblematico di questa nostra storia. Potrebbe oltrepassare il limite dell'umano, sfiorare il subumano. oltre ad annegare nell'ignoranza come nel mediterraneo le sponde sud e ad oriente.
rotolo di seta dipinta, sec.XVI -particolare
Sì, l'Europa ha mostrato di capire, ha appoggiato, finanziato. Ma non basta.
C'è un solo bene: il Sapere. E un solo male: l'Ignoranza. Sosteneva Socrate. 
Ma Socrate è ben lungi dagli elementi umani  a nostra guida. E l'ignoranza è un dato. S'è fatta ragione di Stato. 
Eppure "a oriente. Città uomini e Dei sulle Vie della Seta" è una bella mostra. E racconta. Lo fa con immagini video e non, con voci fuori campo, suoni ammalianti.. Racconta nel ricreare atmosfere di luoghi, di tempi. E, come su di un tappeto volante, che compare e scompare in una bella illusione ottica di proiezione, si viaggia.
E si parte dall'antico Turkestan, dall'antica Palmira. E s'aprono la Turchia la Siria. E i loro reperti parlano. E si va avanti. 
Tur 'Abdin, Ctesifonte,Taq-e-Borton, Merv, Samarcanda, Ghazni, Kucha, Turfan, Dunghuang, Xi'an. E siamo in Cina. E il viaggio termina sul dispiegarsi di un rotolo di seta dipinto. 
Un rotolo del XVI secolo a mostrare il territorio mongolo sulla Via, questa Via della Seta. Un rotolo alto meno di 60 centimetri lungo 32 metri. Un rotolo alla sua prima visibilità mondiale.
Ma non è solo questo  " a oriente. Città uomini e Dei..." è molto altro. E' un incontro. 
E occiriente non avrebbe potuto tacere su di esso. Né sui suoi retroscena. Né sul pericolo dell'ignoranza che incombe sulla fonte di quest'incontro. Fonte che da anni ha fatto di quest'incontro la propria vita, il proprio interesse nonché il proprio lavoro. Ora ha voluto mostrarlo. 
Per quest'incontro occiriente ringrazia l'IsIAO e i suoi curatori scientifici nelle persone di Francesco D'Arelli e Pierfrancesco Callieri. 
Marika Guerrini
per conoscenza 
www.isiao.it/istituto


 

mercoledì 19 ottobre 2011

due aspetti della menzogna -seconda parte

...anche un altro nero avrebbe preso spazio a Roma il 15 di ottobre. Quattro giorni fa.
Lì, mentre l'inoltrarsi della sera stemperava la violenza della Black Bloc lungo la via. Mentre i suoi ragazzi, spogli della vestizione rituale, si diramavano verso casa o verso i luoghi della legge, silenziosa potente intelligente sottile una violenza in sembianza di mimesi corporea stava per prendere corpo all'interno del Teatro Argentina. Allo scoccare delle ore ventuno. Avrebbe sciorinato parole su parole. Veloci accavallate a non far capire. Quasi. Nel suono, nelle didascalie. come a provocare confusione nella mente nelle immagini. Tecnica psicologica usata altrove, di prassi, tecnica d'annebbiamento delle coscienze. Sarebbe stata qui. A Roma all'Argentina. 
gesto dello spettacolo rivolto
alla cultura sotto accusa 
Ideazione e regia: Lloyd Newson. Compagnia, la sua: DV8 Physical Theatre. Alcuni attori di origine medio orientale e o indiana. Forse. Titolo: Can we talk abaut this? " Possiamo parlarne?" in traduzione. 
Sì. Ma noi. Ora.
Luci basse. Scena con elementi essenziali da aula scolastica. Voce fuori campo. Raccomandazioni di prassi poi: su richiesta della Compagnia nessuno può allontanarsi dalla sala durante tutto lo spettacolo. Lo spettacolo durerà un'ora e...pochi minuti. 
Si scoprirà dopo: assoluto divieto di avvicinarsi ai camerini e alle aree di transito della Compagnia. Sempre su richiesta della  Compagnia. Su ordine.
Luci direzionali in scena. Un attimo. In laterale un attore danzatore in pura lingua inglese dice: chi tra voi si sente moralmente superiore ai talebani? 
Lo spettacolo si apre.
Da lì tutto e oltre. Molto oltre. 
Multiculturalismo integrazione tolleranza coercizione al femminile libertà di espressione scritta parlata, libertà di religione...denuncia, denuncia, denuncia. Denuncia sull'Islam. Dell'Islam. Tutto circa l'Islam. E canti blasfemi citando versi sacri alla Religione islamica. Contro dal primo suono verbale, la prima nota, il primo movimento, la prima mimica facciale all'ultimo attimo di quell'ora di infinita avversione al mondo islamico. Ora interminabile  e fugace come un secondo. Tutto su falsa riga di apparente presunta imparzialità. 
E tutto è stato nominato, dall'Afghanistan con i suoi bambini uccisi, secondo i britannici, dai talebani, all'Iraq distrutta a causa del suo vecchio capo musulmano giustiziato. In nome della britannica giustizia esportata. Anche gli Hazara, di cui nelle nostre pagine. Persino loro sarebbero vittime esclusive della violenza dell'arretratezza dell'incivile cultura. Sempre secondo i britannici. Il gioco bellico politico assente nella parola inglese in scena. Assente ogni più piccola implicazione straniera ai venti di guerra delle terre nominate. Pakistan più d'ogni altra. Continuamente. A far entrare il nome nelle menti dei presenti. Chi segue occiriente capisce perché. Poi l'elenco.
Uno dietro l'altro gli episodi di cronaca nera riguardanti esponenti del mondo islamico colpevoli. Dall'episodio di Martin Amis scrittore a Saman Rushdie scrittore da David Cameron conservatore ad Ann Cryer deputato laburista a Theo Van Gogh regista e ancora ancora la lunga lista nera. Tutte vittime esclusivamente della crudeltà di cui sopra. Secondo la britannica opinione. 
Tutto attraversato sì che l'accusa avesse valenza di verità. Senza pietà. Dalle violenze sulle figlie pakistane alle vignette danesi su Maometto, al Corano bruciato negli Usa episodi questi due di alcuna importanza all'occhio britannico, quasi un gioco innocente. Grave invece al loro occhio l'episodio dei dimostranti di fede islamica che hanno osato bruciare libri dinanzi al tempio della libertà d'espressione che ha nome Westmister...e bla bla bla. 
E l'occhio britannico si arrogava universalità d'opinione. 
Così mentre la parola mai lasciava la pura lingua inglese nella sua più pura accezione, in riferimento agli anglo musulmani immigrati, un personaggio diceva all'altro:...ci rimettiamo anche denaro per insegnare loro la lingua inglese, mentre io quando vado in Francia entro nella cultura francese e parlo francese, in Germania parlo tedesco...etc.etc. 
E le didascalie in italiano scorrevano veloci e il suono inglese della parola anche.
Non c'è commento. Occiriente  non scade al loro livello. 
In questo modo sul palco del teatro Argentina, quattro sere fa si sono annullate le atrocità belliche e non degli ultimi dieci anni. Tutte. Capovolte le responsabilità. In uno sguardo anglocentrico da premio Oscar. Assoluto. Emblematico della storia inglese sul pianeta. Storia all'inglese. Passata, presente e... futura. Purtroppo. 
Sul palco del teatro Argentina hanno sfilato ipocrisia falsità menzogna violenza istigazione al razzismo allo sfascio del multiculturalismo. Ha sfilato ogni giustificazione a guerre ingiustificabili ponendo come metro l'errore altrui da dover correggere per giustizia civiltà libertà. Sempre lo stesso addotto monotono motivo. 
Sul palco dell'Argentina, da un'aula in scena per un pubblico allievo, tutto è stato INSEGNATO in puro stile inglese. Non britannico come si fregiano, occiriente  preferisce separare l'Irlanda e la Scozia che fu molto tempo fa. Quel puro stile assente d'ogni etica che da secoli vuole insegnare al mondo quel che non possiede. Malgrado, ovunque abbia occupato, colonizzato, depredato, abbia cercato di raccattare a far proprio: rispetto altruismo conoscenza senso di verità moralità altezza di pensiero libertà. In sintesi: Civiltà. Senza riuscirvi.
Questo è accaduto al teatro Argentina. Questo accadrà altrove. Come una missione di guerra tra popoli. Senza smentirsi. Non ci ha meravigliati. Dopo. Ci ha posti dinanzi alla gravità dell'evento. Subito. Alla prima infausta battuta. All'ingresso. Ci ha fatto male. Ci siamo espressi. Dopo. Fuori dallo stabile. Malgrado i divieti. Le inglesi paure. E' stato inutile. La convinzione della menzogna era in ogni più piccola cellula di chi ci stava dinanzi assente di sguardo. E una sensazione di freddo.
Un'indubbia bravura artistica s'è fatta tecnica d'una propaganda di menzogna. Pericolosa. Inaccettabile. 
Occiriente s'inventa la compassione.
Marika Guerrini  



martedì 18 ottobre 2011

due aspetti della menzogna -prima parte

Roma, 15 ottobre 2011. Tre giorni fa.
...il giorno degli indignati della guerriglia degli incendi dei luoghi cristiani profanati, del crocifisso frantumato della statua della Vergine calpestata. Il giorno dei sampietrini divelti lanciati. A far male. Di più. Il giorno del Black Bloc. Perché Black Bloc è una tattica, una tattica distruttiva. Tattica per una macchina da guerra altra, di altro tipo. La Black Bloc non è organizzazione ma è organizzata. Non esiste sede in alcun luogo fisico che sia Italia o altrove ma esiste luogo in rete. Luogo senza luogo e in ogni luogo. Non esiste giornale che rappresenti i suoi applicatori ma parole vanno, scorrono da un cellulare all'altro da un'email all'altra. Parole nell'etere. Senza calore vitale ma agenti nel vivente. Non c'è ideologia su cui poggi, da cui parta, a cui si ispiri. E l'Anarchismo Insurrezionale, a cui vengono associati gli attivisti della Black Bloc non è che l'apparenza, il primo aspetto, rispondente alla logica dell'azione. Null'altro.  
Non c'è politica né intellettualismo nella Black Bloc, nei suoi applicatori. C'è un solo dato, assoluto, unico, reale, quasi un motto: Assenza di Pensiero. E' l'unica realtà enunciata se agli attivisti viene chiesto da cosa partono. Noi non pensiamo, non dobbiamo, non vogliamo! rispondono. E il linguaggio è aspro, secco, freddo. Di chi non ha nulla da perdere né da comunicare. Di chi ha paura di pensare. Le teste chine nella risposta, gli sguardi sfuggenti, le mani nelle tasche: parlano. Questo parla in loro. E non si fidano. Ecco la reale risposta ai perché ai cosa. 
Azione per l'azione quindi. Azione che richiede una condizione: capacità distruttiva, forza distruttiva. In essa si riconoscono. In essa annullano la ricerca di quel senso superiore dell'esistenza che è stato loro negato. E richiede un abbigliarsi quest'azione: felpa, cappuccio, maschera, colore. Nero. Come fosse vestizione in un antico ordine cavalleresco capovolto. Come fossero impulsi, desideri di impulsi che si riaffacciano dal passato. Deviati corrotti rovesciati distrutti. Vestizione per nascondersi, ancor più uniformarsi tra di loro. Riconoscersi simili l'uno all'altro. Potersi fidare. Sapere di chi potersi fidare. Anche questo c'è. 
Sì, ritornano felpe e cappucci in occiriente. E disperazione dentro, dietro essi. Non esistono i Black Bloc esistono ragazzi che applicano la Black Bloc. L'impulso s'aggira nell'etere. Dall'etere viene colto. Nell'etere programmato. Una sorta d'intesa globale. Poi, in strada, nel mondo reale basta un cenno, un'occhiata, un gesto, i fumogeni ed è fatta. Nascosti dal fumo si vestono. Il nero li copre. Tutti per uno. Poi a suo tempo, altro gesto altra occhiata altro segno altro fumo e il nero scompare. Nel ritorno alla normalità: s'annullano tra gli altri. 
E' nichilismo questo. E ci riporta a Nietzsche. Al suo nichilismo. A quello della decadenza, del degrado, del crepuscolo di un occidente che ha fatto frantumi degli ideali, che sta facendo frantumi  dei valori. Quelli, gli stessi che hanno creato la storia della sua civiltà.    
E c'è il nero. E impongono il nero. A se stessi innanzi tutto. Il nero. Questo colore non colore. Quest'assenza di luce. Questo colore che non esiste nel vivente in natura se non dopo, quando  la natura non vive più, nella sua morte. Persino il pistillo del papavero è viola non nero. Ma nero è l'albero bruciato, l'albero morto: il carbone.
E' a questo che s'identificano i ragazzi nella violenza della Black Bloc. Portano se stessi al buio coprendosi di tenebra. E in molti non hanno ventuno anni. In troppi. Neppure l'età del passaggio dall'adolescenza all'essere adulti secondo evoluzione naturale. Ma anche questo abbiamo dimenticato. E la legge sottolinea la dimenticanza documentando la maggiore età a diciotto anni. Adolescenza. La legge non sempre è giusta sovrana. 
Nostri figli di questi nostri anni, i nostri respiri, i nostri pensieri, le nostre paure, le ipocrisie, le menzogne, i ragazzi della Black Bloc. Di questi nostri tempi. Della macchina da guerra in cui viviamo. In cui li facciamo vivere.
Marika Guerrini

sabato 15 ottobre 2011

oltre il ridicolo

immagine che gira sul web / fatta passare come documento / dice: un drone iraniano
-chiara immagine dipinta-

...solo gli Usa posseggono i droni. Qualcosa la Cina sta iniziando a fare. 
...martedì11 ottobre 2011. Tre giorni fa l'accaduto. Due giorni fa per la stampa europea Italia compresa. Tempo quasi reale sul web. 
Accaduto: sventato attentato. Vittima designata e salvata: Adel Al-Jubeir ambasciatore saudita a Washington.
Eroi salvatori: servizi segreti statunitensi. Presunti assassini: due iraniani mandati da Téhéran i cui nomi Occiriente si rifiuta di citare.
Risposta dell'Iran: messa in scena. 
Tutto su tutti i giornali. Tutto su tutto il web. Tutti consapevoli della menzogna. Tutta l'ufficialità occidentale riporta la notizia. Tutta la sottoscrive. Qualcuno dubita. Altri tacciono per non esprimere la certezza della fandonia.
 Hillary Clinton rassicura sulla fondatezza delle accuse. Il pacifista Obama accenna a possibili azioni militari.Catherine Ashton, l'Alto Rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea, parla di serie complicazioni internazionali. Complicazioni da intendersi conseguenze. Ma c'è l'ONU, da non crederci, l'ONU frena la corsa: è questione diplomatica, dice. Stanchezza, subentrato timore del ridicolo, spreco di armamenti, ipocrisia? Chissà.
Intanto i sauditi chiedono al loro Regno di provvedere. 
L'Iran nega tutto. Il tutto. Parla di messa in scena. Solito film americano per deviare l'attenzione da altro.  Téhéran smentisce. A ragione. 
Ma non basta. Oggi, 14 ottobre 2011. tre giorni dalla  storiella americo-saudita di cui sopra, un'altra storiella a conferma della menzogna. 
Europa, Parigi, Le Figaro, prima pagina, scrive : l'Aiea, Agenzia internazionale energia atomica, dichiara che l'Iran sta costruendo la bomba atomica. L'Aiea può provarlo. Lo farà il17 novembre a Vienna, in occasione del Consiglio dei Governatori. Così dice Le Figaro. Il giornale di quella Francia che s'è scoperta amica degli States. Così, in un improvviso chiamato Libia. Qualche mese fa.
Le Figaro dice anche: sarà il rapporto più duro e più completo mai scritto prima dall'Aiea sull'avanzamento del programma nucleare iraniano. Occiriente si meraviglierebbe del contrario. 
Intanto M. ElBaradei, egiziano, patron dell'Aiea, è uscito di scena. Per tempo, troppo, ha sottovalutato l'Iran. Parola di esperti. 
Occiriente non ha nulla da commentare. Sarebbe superfluo. Non c'è neppure nulla o quasi da riflettere. Da memorizzare, sì. Qui di reale c'è soltanto il tempo sul web. Se pure. 
E c'è il confine afghano pakistano e l'americanizzazione dell'Afghanistan e le accuse al Pakistan e il Balucistan e le stragi di Quetta e Putin che potrebbe tornare a Mosca e l'avanzamento della Cina e Karzai che incontra l'India  e i distrutti fragili recenti cenni distensivi India Pakistan e le fomentate primavere medio orientali e la distruzione del nord Africa e la futura frammentazione e... 
Ma  non passeranno queste ultime due storielle. Il ridicolo ha un suo limite.Si spera.
Marika Guerrini

lunedì 10 ottobre 2011

Afghanistan, sette ottobre 2001-2011 -seconda parte

...non c'è altro da dire dopo Abdul e Marjam, la loro storia. la storia del loro bambino mai nato. Ora, qui, non faremo altro che  tracciare la legenda di quel giorno  lontano. Nefasto. In quella terra che non esiste più, di quella terra in cui l'ombra della sera è luminosa come fosse un perenne leggero imbrunire.
Il"go" di George W Bush, il via libera, fu dato ch'era l'ora alta a Washington, ch'erano le 12,30. Le 18,30 italiane. Le 20,56 afghane.
Ed era domenica. Il giorno del Signore per i Cristiani. Ancor più per George W Bush, l'unto dal Signore. Estrapolando le sue parole dallo scritto autobiografico.
In quel giorno del Signore, scelto per questo, perché fosse più evidente il senso che avrebbe rivestito l'atto di guerra. Perché avesse sapore di infinita giustizia, duratura libertà: Enduring Freedom
E il Presidente degli Stati Uniti d'America telefonò a Putin, Blair, Chirac, Chretien, Schroeder ovvero Russia, Inghilterra, Francia, Canada, Germania. L'Italia no, l'avrebbe chiamata poi Dick Cheney, il suo vice.
In quell'ora alta negli States, crepuscolare in Afghanistan, contemporaneamente: 
cinquanta missili cruise e tomahwk lanciati da navi americane e sottomarini di cui uno britannico, da giorni basati nel Golfo Persico, si scaraventarono sull'Afghanistan. Venticinque caccia,  di quelli celebri per via di "Top Gun", per via d'un film, li accompagnarono decollando da portaerei stanziate nell'Oceano Indiano. Centocinquanta bombardieri navali decollarono anch'essi. Centinaia di bombe d'ogni tipo sganciate da ogni tipo di aereo da guerra si aggiunsero al tutto.
Tutto, proprio tutto su quella terra dalla polvere bianca che ammantava deserti, accompagnava fiumi, lambiva montagne. Tutto in meno di cinque ore.
Kabul, Kandahar, Herat, Helmand, Jalalabad, Kunduz, Balkh, Mazar-i-Sharif. Le città colpite.
Dalle ore 20,56 circa alla prima ora del giorno dopo. Circa. 
Mazar -i-Sharif la città di Abdul, di Marjam, del loro bambino.
Eppure, quello fu solo il primo giorno. Ci sarebbe stata la coda, subito dopo. E bombe a grappolo. Le stesse  di cui ora, poco fa, gli States hanno accusato Gheddafi. Quelle che hanno dichiarato essere da sempre fuori legge. Avrebbero sterminato centinaia di bambini le bombe a grappolo. Involucro giallo, così, come i viveri, paracadutati quasi in contemporanea. per "bontà". E la coda di quel giorno avrebbe portato le "Blu 2" anche. Armi da distruzione di massa. Usate  dagli Usa in Vietnam per il disboscamento della giungla. Ma la giungla in Afghanistan non c'è mai stata. Case, uomini, donne bambini, sì. E i taleb o talebani o talibani come dir si voglia, sono rimasti sempre lì. Stranamente sempre lì. Con qualche piccola perdita. Di tanto in tanto.
Ma ora Occiriente si ferma qui. Su quella giornata e la sua coda lunga dieci anni e chissà quanto ancora. Non c'è altro da dire. Occiriente non vuol dire altro. Come nella storia di Abdul, la storia di Marjam, la storia del loro bambino mai nato. Quella storia finita. Solo un rispettoso silenzio.
Marika Guerrini
  foto di Barat Alì Batoor