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venerdì 29 novembre 2013

Afghanistan: una lunga pagina


ritirata sovietica febbraio-marzo 1989
... i passi stranieri avevano preso a calpestare per l'ultima volta la bianca terra afghana. Sotto il nostro sguardo sfilavano soldati dell'Armata Rossa, giovani, molto giovani. A tracolla vecchi fucili vuoti di tutto, abbandonati sulle gambe stanche, penzolavano con esse da porta pacchi a traino di polverose camionette dell'esercito sovietico. E la frontiera lì, a pochi passi, quella che separa la Valle del Panjshir dal resto del mondo. Le parole che Robert Gates, Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d'allora, poi direttore della CIA, aveva scritto al presidente Jimmy Carter, si stavano attuando. Daremo ai sovietici il loro Vietnam, aveva segnato in una lettera mentre carri armati dell'Armata Rossa entravano a Kabul dando inizio all'occupazione, mentre l'Unione Sovietica prendeva a tracciare la propria fine, mentre l'occidente viveva quel Natale del 1979, il 26 di dicembre. Lui sapeva della direttiva firmata da Carter il 3 luglio dello stesso anno, quella ufficiosa, la direttiva per incrementare gli aiuti agli oppositori del regime filo sovietico di Kabul. Ora gli aiuti segreti di allora stavano maturando i primi frutti.
Valle del Panjshir
A seguire, nove anni d'occupazione da quel '79, anni di lotta, di resistenza, di coraggio e tragedie infine gli accordi, l'armistizio. L'Unione Sovietica nella rappresentanza di Anatoly Tkachyov, ufficiale dell'Armata Rossa, che più volte aveva incontrato Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord, ormai leggenda, s'arrendeva al coraggio afghano, a quel popolo guerriero, popolo da sempre separato in frazioni interne, da sempre unito in un solo corpo di fronte allo straniero. Così tanto indomito, così tanto unito da far elaborare ai britannici, XIX sec., la strategia del Great Game, il Grande Gioco, un'infida slealtà fatta assurgere a strategia per la conquista di quella terra. A nove anni da quel '79, dall'armistizio, il febbraio del 1989 e la ritirata dello straniero dall'Afghanistan. Carcasse di carri armati lasciati lungo la via, campi minati a procurare mutilazioni passate presenti e  future, centinaia di esuli in Pakistan, cicatrici di guerra nelle città, ma lo straniero era fuori. Completamente fuori. Lo straniero sovietico, così, come, per paradosso, si conviene ad una guerra umana. L'altro no, l'altro s'era intrufolato, s'intrufolava sotto mentite spoglie. Lentamente. Astutamente.  
Da allora 25 anni circa. Quel daremo ai sovietici il loro Vietnam, era implicito di altri significati, molti altri. Il Great Game si sarebbe fatto più nascosto, più capillare, più arguto.  La sua espansione più ampia. Si sarebbe fatto degno figlio dei nuovi tempi. Le verità si sarebbero nascoste dietro l'apparenza dei fatti, spesso, quasi sempre. L'episodio delle Twin Towers, preceduto di due giorni dall'assassinio di Ahmad Shah Massoud, che l'ufficialità ha voluto scollegato in realtà azioni di unica matrice, non sarebbe stato che la punta visibile di un iceberg  sommerso. E allora l'Afghanistan fatto passare per soggetto d'azione, in verità architettato oggetto di conquista.
E allora bombe Blu-82, ad iniziare una guerra ignobile e menzognera. Armi micidiali di distruzione di massa usate in Vietnam per disboscare la giungla. Ma la giungla in Afghanistan non c'era. E allora, a seguire, le proibite, per gli altri, bombe a grappolo e l'uso di uranio impoverito e irruzioni nelle case private con violazione d'ogni dignità e violenze d'ogni tipo, quelle svelate e quelle tenute nascoste al mondo e a se stessi. E fiumi di esuli e migliaia e migliaia di morti civili, ancor più bambini e vili droni a volare sulle procurate miserie, quelle che si sanno e che non si sanno. Così per dodici anni. Dodici anni di guerra subumana.
Ora, alla vigilia del ritiro delle truppe statunitensi fissato per il 2014, in cartellone un patto bilaterale politico e militare, un patto da firmare per la Security and Defense Cooperation agreement between the United States of America and the Islamic Republic of Afghanistan, questa la definizione ufficiale dell'accordo di cooperazione. Questo porterebbe la presenza Usa a stanziare in quella terra per altri dieci anni ed oltre. Porterebbe quella terra a diventare   colonia Usa nel cuore dell'Asia e noi faremmo da spalla, ci accoderemmo, è quel che ci riesce, in compagnia di Germania e Regno Unito. Questo, tutto questo porterebbe alla fine dell'Afghanistan. Fine. Questo se l'accordo dovesse essere firmato da Hamid Karzai.
E allora l'assemblea, la Loya Jirga convocata da Karzai, fantoccio in mani straniere,  privo di qualsivoglia capacità di principio di costruzione della nazione. E i 2500 partecipanti tra notabli, anziani, rappresentanti d'ogni professione, parlamentari, tutti distribuiti in seggi di cui un quarto riservato alle donne. E allora i quattro giorni di tradizione e la chiusura lo scorso 24 c.m., cinque giorni fa con un nulla di fatto.
Loya Jirga 2013- seggi delle donne

Gli afghani avevano messo delle condizioni all'approvazione dell'accordo, 31 articoli, consideriamone sette tra gli indicativi: 
1) rispetto della Sovranità del paese; 2) rispetto dell'integrità territoriale inclusa la salvaguardia dei siti storici, delle tradizioni e delle religioni; 3) divieto di irruzione per i soldati americani in case afghane; 4) perseguimento, presso la base di Bagram, delle truppe straniere coinvolte in reati e crimini in terra afghana; 5) proibizione di uso e o stoccaggio di armi chimiche nel paese; 6) trasferimento alle autorità afghane dei prigionieri afghani presenti a Guantanamo Bay; 7) l'accordo serve a rafforzare pace e stabilità nel paese, riguarda solo la lotta al terrorismo. 
Ci fermiamo qui. Si può immaginare quali tra questi articoli siano stati negati dagli Usa a-priori, come quello del perseguimento dei reati a Bagram, ma sappiamo anche che i non negati non verrebbero ugualmente  rispettati. Tra abusi, dimenticanze, errori, scuse, escamotage di vario tipo, tutto filerebbe secondo i piani. Come da prassi americana.
Dulcis in fundo, Karzai dopo aver sottolineato con gli Usa alcuni punti, vedi l'irruzione nelle case il cui  punto venendo meno farebbe saltare ogni accordo, ha dichiarato che pur se rettificato dalla Loya Jirga e approvato dal Parlamento, la firma, propria, sull'accordo non ci sarebbe stata che dopo le elezioni del 4 aprile 2014. Non c'è dubbio il pro domo sua, ma così ha detto. Reazione immediata di John Kerry al telefono: telefonata interrotta.
Il film continua con un nulla di fatto. Per ora.
Marika Guerrini
p.s.
per la foto della ritirata si ringrazia La Voce della Russia”, hyperlinkpost_it@ruvr.ru.

martedì 12 novembre 2013

gli ulivi di 'Amer

... è notte nel villaggio di Kufr Qaddum, una notte di settembre. E nel sonno della notte è immersa la casa di Abd al-Karim Amer. E durante lo stesso sonno, bagliori altalenanti hanno preso a dipingere le mura esterne di rosso arancio come da fiamma, mentre nuvole di fumo s'univano al crepitio di legna arsa. Fumo denso, odoroso di foglie, di frutti. Odoroso di olio caldo, verde, come da frutti a un passo dalla maturazione. Sì, sono alberi a bruciare laggiù, oltre la linea di quel confine confiscato, abusivo, quel confine che 'Amer può attraversare due volte l'anno, solo due, previo permesso concordato con l'esercito di altra gente. Due volte per entrare nella sua terra, due volte, due permessi, due momenti, uno per la concimazione l'altro per la raccolta. Sono ulivi quella notte a bruciare, una trentina di ulivi in buona età di resa, tra i 40 e i 45 anni, sono tanti. E tanti sono i più giovani, quelli di tre anni, una settantina, frantumati, tutti, tutti ridotti a pezzi di tronchi, di rami. " Forse sono stati rotti prima, dice 'Amer, prima dell'incendio di questa notte", ma non può esserne certo. 
E' adiacente all'insediamento di Qedumin, l'appezzamento di 'Amer, quel suo pezzo di terra in cui può entrare due volte l'anno, in cui i coloni possono entrare sempre. Anno dopo anno da anni questo accade, e ogni anno è poco prima del raccolto e ogni anno sono un tot numero di piante. E non accade solo ad 'Amer. E non accade solo nel villaggio di Kufr Qaddum. Accade ovunque i palestinesi vengano a contatto con i coloni israeliani. Ogni giorno ogni notte ogni sempre. Sono storie quotidiane, queste. Storie che tutti conosciamo, di cui sappiamo. Storie che raccontiamo proprio per questo.
Le centinaia di 'Amer hanno rinunciato alla denuncia al reclamo, hanno rinunciato a proteggere le loro cose le loro case, tutto, a volte persino se stessi. La risposta israeliana è la stessa, sempre: negazione della verità, quando va bene, arresto o uccisione quando non va. E spesso non va. I coloni sono armati, tutti, sempre. I coloni hanno il sostegno dell'esercito israeliano, tutti, sempre. Tutti sempre come noi che sappiamo e voltiamo lo sguardo, turiamo le orecchie.
Ma non è, come andiamo dicendo, questione di strisce di Gaza, di linee di confine, di abusivismo legalizzato, di prepotenza arroganza delinquenza, no, non è neppure questione di profitto economico, benché ci sia, e non è questione di coloni, no, è questione di costume. E' il costume d'una fetta dell'umanità che persevera in comportamenti tribali. 
E allora si bruciano gli ulivi, si occupano case, si confiscano terre, si chiudono sorgenti d'acqua quando non si fanno essiccare, si distruggono raccolti, si spara ad altezza d'uomo tra la folla dei mercati palestinesi. E allora si azionano bulldozer a demolire edifici d'ogni tipo, residenziali e non, negozi, abitazioni nel cuore di Gerusalemme, in ogni sua zona, lasciando all'addiaccio intere famiglie, portando via loro tutto. Duecento ordini di demolizione, proprietà palestinesi, tutte, sedicimila cittadini coinvolti, contando solo a Gerusalemme. Contando solo nello scorso mese di ottobre. 
E allora si occupano moschee, come quella di al-Aqsa per costruire al suo interno una sinagoga, secondo un recente piano israeliano e si approvano leggi come fatto dal Ministero per gli Affari Religiosi Israeliani, secondo cui si consente agli ebrei di pregare all'interno della moschea. E allora si fa deviare la costruzione del muro sulla Linea Verde, ricordate, 1948 il concordato, si fa deviare per un giacimento di petrolio scoperto che è poco. Deviare perché giacimento su territorio di entrambi, Israele e Palestina, si fa deviare sì da escludere quest'ultima, questo Stato che esiste senza per il mondo esistere. Il mondo che tace la quotidianità e finge di lavorare per un incontro che non ci sarà perché non si vuole sia. E nel frattempo che il mondo, come avvezzo a fare, finge, laggiù gli ulivi bruciano con il raccolto la speranza la vita mentre si continua ad arrestare bambini e ragazzi per lancio di pietre, come da resoconto mensile, ottobre, del Centro Informazioni di Wadi Hilweh e Silwan: 45 bambini e ragazzini tra i 10 e i 17 anni.  Quando con il fucile non gli si mira al cuore.
Sì, comportamenti da vecchio testamento. Senza luce né speranza di. La vecchia goccia che non s'arresta fin tanto che la roccia non sia resa cava. Come a dire: ogni giorno ti spingo più in là, ti rendo la vita impossibile, finché fiaccato sarai stanco di perdere di piangere di soffrire di morire, sarai stanco persino di vivere e quel che è tuo sarà mio.
Marika Guerrini

dati da "Agenzia stampa Infopal"-www.infopal.it 
foto da blog.yesh-din.org/english

martedì 5 novembre 2013

popeye sbarca a Napoli- II parte

... sì, sono tornati. Sono tornati nel 2007, ufficialmente, quando il Comando Supremo della Marina degli Stati Uniti da Londra fu trasferito a Napoli. In realtà già nel 1996 erano iniziati i lavori di costruzione, poi, nel 2005, iniziate le manovre di trasferimento. Se ne parlò? Si bisbigliò. 
La base aeronavale di Capodichino ospitò il Comando Supremo, allora, poi l'ampliamento. Ora la base, circondata da prati verdi e ben curati, veste l'aspetto di un centro commerciale. Questione d'impatto visivo, si dice, questione di riservatezza, si ironizza. Appalti di costruzione, terreni, trentennale contratto di locazione su una cifra stimata 400 milioni di dollari: tutto con la Camorra. Sì, Camorra. Ma non c'è di che meravigliarsi, tutto così come iniziò, un tempo, in quel lontano infausto 1945. Come iniziò il contrabbando d'ogni cosa, come iniziò con gli alleati distributori di cioccolata, come iniziò rifocillando la vecchia Guapparia che, da delinquenza con codice d'onore prese a farsi delinquenza e basta, Camorra, mentre le "bionde americane", sigarette, facevano sempre più spazio a stupefacenti di vario tipo. Come iniziò. Per quanto assurdo possa suonare. Sì, so' turnate!, constata la voce del popolo.
Sono tornati e stanno tornando. Oggi, ora, a seguito dello spostarsi d'attenzione dal Nord Atlantico all'Africa, al Medio Oriente, al Mar Nero. A seguito della creazione di AFRICOM, con sede in Germania fino a poco fa. E il punto si fa nevralgico: qui le recenti manovre, qui l'ulteriore focalizzarsi delle Forze Usa, oggi, ora a Napoli.
Ora, oggi, Napoli è la sede del Commander Navy Region Europe, Africa, Southwest Asia ( Comando Navale della Regione Europa, Africa, Asia sud occidentale). Di recente, molto recente, è sede anche di AFRICOM (Comando Forze Armate Usa in Africa).  
Così la USS Nimitz, l'oscura macchia galleggiante nel Golfo partenopeo, chiarisce la sua presenza. E' giunta dal Mar Rosso. E' lenta ma veloce per quel che è, molto, si muove sui 30 nodi ( 56 km. in un'ora) . Era in quel mare per la Siria, pronta all'attacco, alla guerra, la guerra ora nascosta dietro il ciador occidentale, il velo della menzogna che continua ad armare i ribelli contro Assad. E' qui per questo la USS Nimitz, lontana ma vicina alla Siria. Nimitz è il nome della classe delle dieci portaerei nucleari statunitensi, USS Nimitz il nome di questa che galleggia da noi, la più grande sul pianeta. E' vecchiotta oramai, ha i suoi quarant'anni circa, ma un'economia nucleare di rifornimento di cinquanta anni. E i suoi 333 metri di superficie occupata in lunghezza e i suoi 76,8 in larghezza. E le sue 100.000 tonnellate a pieno carico e le sue 5000 unità  d'equipaggio tra avieri e marinai. E i suoi 90 aerei ed elicotteri sul ponte. Città, una città con la sua televisione il suo giornale quotidiano il suo codice postale. Con il suo esercito armato di tonnellate d'armi. Nucleari e non e oltre. Sì, so' turnate! pensierosa osserva la voce del popolo. 
E' lei, la USS Nimitz, lei, protagonista della Guerra del Golfo, dell' Iraq e ancora e ancora, è persino quella che al tempo della presidenza Reagan fu teatro di morti e feriti tra l'equipaggio, causati da uno dei suoi piloti sotto effetto di droga. Oh, sì, partì un provvedimento: tolleranza zero nell'ambito delle Forze Armate. Sì, andò in vigore. Ma i risultati che s'aggirano ora, oggi, per le vie di Napoli, quei giovanissimi soldati alla ricerca di forti sensazioni, quei ragazzi dall'espressione assente quando non aggressiva quando non ingenua quando non violenta, di cui il racconto nella prima parte di queste pagine, lascia seri dubbi, molto seri.
Qui, ora, nel Golfo, la USS Nimitz non è sola, l'affiancano due navi da guerra. Galleggiano anch'esse, verso sud e verso nord, nel Porto una, a largo del molo Beverello un'altra. La South Carolina e la California, potrebbero essere visto che da sempre sono il suo corpo d'azione. E questo moltiplica la sensazione di disagio, a dir poco. 
No, non sono buone le novelle che le tre presenze suscitano per l'attualità e nel ricordo, come se venti di guerra stessero per spirare. E la memoria degli anziani va al nefasto '45. Va ai palazzi sgretolati dalle bombe, alla povertà, no, non quella provocata dalla guerra, quella provocata dal calpestio degli stivali a stelle e strisce sulla loro terra, sulla loro dignità. Va agli stupri, ai bambini di colore scuro che sarebbero nati poi, abbandonati subito, mentre tanti piccoli sciuscià, bambini anch'essi, lucidavano quegli stessi stivali per qualche centesimo di dollaro o pezzo di cioccolata o per una madre avvenente che avrebbe guadagnato di più. E' una malattia genetica la loro, a quanto pare, non certo le romantiche storie che i film hanno propinato a propaganda del falso. Questo suscitano le tre presenze nel Golfo, non la storia narrata poi, dopo, in pagine di libri da riscrivere. Storia narrata sui vinti dai vincitori, storia sulla liberazione alleata. E' qui, ora, oggi, galleggia nel golfo la liberazione alleata, la nostra libertà. La vediamo. So' turnate... e mo'...? pensierosa domanda la voce del popolo.
" I funzionari della Difesa degli Stati Uniti riconoscono che il posizionamento strategico in Italia, sul Mediterraneo e vicino al Nord Africa, la dottrina antiterrorismo dei militari italiani, così come la favorevole disposizione politica del paese verso le forze Usa, sono fattori importanti per la decisione del Pentagono di mantenere una grande base e la presenza delle truppe lì." Così Alexander Cooley, esperto Basi, in "The italian Job: How the Pentagon Is Creating the New European Lanchpad for US Wars". E il titolo parla da sé. 
Le Basi statunitensi in Italia son 59. Sono state tutte ampliate, rafforzate, ulteriormente armate, spesso con nomi di facciata, spesso camuffate. Proteste reclami lamentele paura non hanno avuto alcuna presa, incisione, non hanno, non avranno. Dalle basi s'involano droni si addestrano uomini alla guerra si spediscono armi. L'Italia è la piattaforma di lancio Usa per le guerre che sono e che saranno. Il suo lanchpad autorizzato. E non c'è altro da dire.
Marika Guerrini

venerdì 1 novembre 2013

popeye sbarca a Napoli - I parte

... se ne vanno in piccoli gruppi di cinque, sei elementi, se ne vanno calpestando il suolo tra salti e passi scomposti, schiamazzi e sberleffi ai passanti. Aggressivi spesso volgari. I luoghi di frequenza oltre al lungomare sono bar, pub, alberghi di terz'ordine, farmacie. Farmacie, alla ricerca di anabolizzanti, di potenziatori sessuali. L'aspetto denuncia età giovanissime, spesso si dubita che possano raggiungere le diciotto primavere. Nelle corporature, nei volti, si assomigliano, come da stampa, da cliché. Così per movenze, atteggiamento, espressione dello sguardo. E un'aria come da effetto di stupefacenti carica il tutto. Suscitano timore come tenerezza, rabbia come pietà. Dipende dai cuori che incontrano sulla via. Vestono abiti borghesi, comuni, da ragazzi, sbarcano sulla terra ferma nel tardo pomeriggio ogni giorno, rientrano a bordo a sera inoltrata. Sono marinai americani, marinai della Marina Militare degli Stati Uniti d'America, U.S.Navy. Sono a Napoli, giunti con  una portaerei da qualche giorno  ancorata nel golfo partenopeo, qui, di fronte al quartiere Santa Lucia, a largo del lungomare, del Borgo Marinaro, di Castel dell'Ovo. E qui, per lo più qui, in questo  storico angolo napoletano, consumano la loro arroganza, la violenza, la volgarità così come la loro ingenuità, la loro meraviglia, lo stupore. Qui episodi si stanno rincorrendo ogni giorno da qualche giorno, episodi come davanti alla vetrina di un gioielliere, quando uno di loro, età massima diciotto anni, se n'è uscito esclamando, occhi sgranati, ai commilitoni: guarda quant'oro c'è qua dentro!, ovviamente in slang. La racconta lunga questa frase. La racconta lunga lo stupore, la meraviglia. La raccontano lunga i loro occhi sgranati. E ti si può stringere il cuore. E puoi provare un moto di tenerezza mentre ti chiedi: ma da dove vengono, dove vivono, in quale sperduta landa di quell'assurdo contraddittorio continente, in quale sperduto luogo sono stati arruolati. E li vedi, li immagini vittime anch'essi di interessi che neppure conoscono, di cui non sanno, per cui percepiscono stipendi altissimi distruggendo se stessi. Lasciandosi distruggere. Stipendi che spesso, molto spesso, sostentano la povertà delle famiglie da cui provengono. Esattamente come quei "kamikaze", giovani anch'essi, anch'essi assoldati, anch'essi per l'illusione di principi fasulli e menzogneri, che danno la vita in cambio di danaro che, dopo di loro, sollevi i propri cari dalla povertà. La matrice che assolda è la stessa, ovunque si muova, si mostri. Qualunque sia il nome, il simbolo.
Ma la tenerezza s'annulla davanti ad altri episodi. Zona Santa Lucia, la stessa. Tardo pomeriggio. Una farmacia, o meglio, parafarmacia. Cinque elementi della truppa degli States, giovani, molto. Entrano, si fanno spazio, con arroganza, prepotenza. Chiedono anabolizzanti e, come altri prima, sempre, la pillola blu di cui sopra. Chiedono mimando la richiesta con gesti osceni. Con garbo, come nulla fosse, viene loro risposto in inglese: non abbiamo questi prodotti, questa non è una farmacia ma una parafarmacia. Sono seccati. Mentre l'attenzione dei farmacisti è concentrata su di loro, uno dei cinque sgattaiola verso una scala. Porta al sotto bottega ma lui non lo sa. E' buia. Il ragazzo prende a scendere guardandosi intorno come a scrutare, cercare. Un componente il personale della parafarmacia: dove va?, dice. Il ragazzo continua a scendere lungo la scala a chiocciola, continua a guardarsi intorno, scrutare, finché dalla zona pubblica la perentorietà d'una voce non lo ferma. Solo allora tentenna, risale. I commilitoni intanto hanno lasciato il luogo, li raggiunge. E' qui che ci si è chiesto: perché l'uso di sostanze ormonali di potenziamento, perché ad una così giovane età, cosa accade a questi ragazzi, a cosa vengono sottoposti, cosa viene loro somministrato. Perché. Mentre in strada il commento d'una voce del popolo: ah, so' turnate!  
Marika Guerrini