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giovedì 29 gennaio 2015

io, se fossi ebreo

... io, se fossi ebreo, tacerei. Me ne starei in silenzio, con i miei pensieri, i miei ricordi, i miei dolori. E se proprio mi fosse chiesto  di parlare, mi rifiuterei, e se proprio mi fosse chiesto di parlare e mi fosse chiesto ancora e ancora, proverei ad andare oltre, a guardare come dalla lente di un cannocchiale o in volo come fossi un gabbiano, da lontano, dall'alto. Proverei a far tacere il dolore, quello degli avi che echeggia in me, come una sorta di rispetto per il dolore stesso. E se tutto questo non mi riuscisse, se non ce la facessi, se non potessi, allora, solo allora, affiderei ad altri la parola, la consegnerei ad altrui labbra, ad altrui articolazioni di suoni, perché, come acqua di sorgente fosse trasparente, veritiera, pura.
Con lo spirito del: se fossi ebreo, che lo scrittore, attore della vita,  dovrebbe possedere, usare per entrare in personaggi, storie, vite, anime altrui, con questo spirito ho assistito, per la terza volta, alla grande prova d'artista di Roman Polanski: Il Pianista. Lì, immobile sulla poltrona, ho lasciato che le immagini scorressero senza pensieri, che la storia si raccontasse, che si respirasse sui titoli di coda, fino alla loro scomparsa, all'armonico sfumare delle note di Chopin sui ricordi di Wladislaw Szpilman nella grande interpretazione di Adrien Brody. E tutto era stato perfetto, tutto sarebbe stato perfetto se, nell'attimo precedente lo spegnimento, col dito quasi in pressione su pulsante off,  una sagoma non avesse occupato lo schermo nella figura di Gioele Dix, attore. Da quel momento ai minuti successivi, tutto, compassione, gratitudine, funzione redentrice dell'arte, incontro di due anime, persino lo sgretolarsi di ogni guerra che viene fuori dalle parole: a breve tutto sarà finito,  che il tedesco, per di più ufficiale con pieni poteri di vita o di morte, pronuncia al pianista ebreo quale segno di speranza, di futuro, si frantuma, tutto quel che il finale della storia vera, rispettata da Polanski, era andato a comporre diverso dai consueti contenuti sull'argomento, era andato a comporre oltre, si frantuma. E tutto annega nel dejà vu dell'attore-commentatore italiano. Così, nella consueta sottolineatura della tragedia storica, espressioni stantie hanno denigrato la figura dell"aguzzino" Wilhelm Hosenfeld, ché tale era il nome, nella storia reale, dell'ufficiale della Wehrmacht che salvò Szpilman. Così, come quasi sempre accade, i pesi e le misure sono risultati diversi ancora una volta. Non sarebbe stato onorevole attenersi alla storia reale, al suggerimento che ne dà la regia, sottile, sfumato, delicato, ma esistente, di quanto la guerra possa imprigionare gli uomini in ruoli altrimenti lontani da loro stessi? Non sarebbe stato onesto, dato il ruolo di commento, ricordare che Wilhelm Hosenfeld "aguzzino" per il commentatore, non aveva salvato solo la vita di Szpilman, ma molte altre, ricordare che nel 2008 la Yad Vashem, Museo dell'Olocausto, ha annoverato Wilhelm Hosenfeld quale "Giusto tra le Nazioni" nel "Giardino dei Giusti", su insistente richiesta di Andrzej Szpilman, figlio del pianista? Ricordare che i 25 anni di lavori forzati, a cui l'ufficiale tedesco, accusato di crimini di guerra, era stato condannato dopo la cattura nel 1945, non siano mai stati condonati malgrado le innumerevoli richieste di scarcerazione presentate da ebrei polacchi? Ricordare come Wilhelm Hasenfeld, malgrado tutto si sapesse, sia stato sempre trattato come criminale di guerra, per la divisa che indossava, esattamente come tracciato ne "Il pianista", quando Szpilman stava per essere ucciso dai sovietici per il cappotto donatogli dal tedesco e indossato per ripararsi dal freddo? Il tedesco "aguzzino" altro non aveva fatto con lui che comportarsi come nella parabola del mantello e della tunica. Non sarebbe stato onesto ricordare come Wilhelm Hasenfeld sia morto ch'era il 1952, per la rottura dell'aorta toracica sotto tortura, in un campo nei pressi dell'allora Stalingrado? Non sarebbe stato onorevole? Non sarebbe stato onesto?
E' la mancanza di onestà, il protrarsi di una verità di comodo, a metà, assente d'obiettività, equanimità, distacco, quando non si tramuta in menzogna, è questo che genera, alimenta discriminazioni d'ogni tipo, o ne crea i presupposti.           
Non sarebbe onorevole, onesto principiare a raccontare la storia in tutta la sua verità, la storia di tutti, e non solo quella di comodo, sì che si possa imboccare un cammino di reale evoluzione storica? Non sarebbe...?
Marika Guerrini
foto dal web dal film "Il pianista" 

martedì 20 gennaio 2015

riprendersi la propria storia-intervista a S.A.R. India d'Afghanistan

... un anno, poco più, poco meno, ad avergli dato vita sono ragazzi, al femminile e al maschile, liceali, universitari, ma c'è tra loro anche chi è semplice lavoratore, chi è musicista, chi scultore e artisti di altre arti. La varietà delle etnie degli idiomi delle città si uniscono in loro in una semplice complessa parola:  patriottismo. E' questa la conditio sine qua non, oltre a quella d'essere afghani,  per entrare a far parte del movimento che a noi piace chiamare di rinascita dello spirito afghano. Questo ci auguriamo, questo auguriamo loro.
Ad orientare, alcune teste bianche, tra esse S.A.R. India d'Afghanistan, nominata dai ragazzi Presidente Onorario. Scelta non solo perché figlia di Aman-ullah (regno 1919-1929), re innovatore molto amato dal popolo, ma innanzi tutto perché da ben 60 anni India d'Afghanistan si adopera per la loro terra, la loro gente, in ogni tipo di soccorso umanitario, ogni ambito d'azione e sempre, proprio sempre in prima persona: dal soccorrere i malati provvedendo ad organizzare delicati quando non estremi interventi medici all'estero, a far scavare pozzi per l'acqua in quelle zone agricole dove la povertà la fa da padrone, dall'incrementare l'artigianato, alle scuole, all'emancipazione della donna, in specie quella della propria etnia, la pashtun, che più di altre tende a frenare l'emancipazione sociale femminile, negandole ad esempio l'istruzione. Ma non staremo ad elencare i numerosi motivi che fanno di questa donna una donna eccezionale, né ci meraviglia la scelta dei ragazzi, a loro certe caratteristiche non sfuggono, lasciamo che siano le parole di India d'Afghanistan ad illustrarci la speranza afghana, ascoltiamo quindi l'esclusiva rilasciataci in una chiacchierata al telefono. 
D.    India, ci è giunta voce che malgrado il clima di guerra non si sia esaurito, ci sono delle speranze che stanno prendendo corpo a Kabul e che tra queste ve n'è una in particolare, un Movimento formato da ragazzi, di cosa si tratta?
R.   Sì, è nato infatti come Movimento Nazionale Afghanistan Unito, poi, mio malgrado, perché sai che non mi sono mai occupata di politica e non me ne occupo, mio malgrado dicevo, si è dovuta cambiare la forma, ora si chiama Partito Nazionale Afghanistan Unito, ma la sostanza è rimasta invariata. Il motivo è che, affinché il Movimento potesse avere peso istituzionale, fare proposte al Governo, esprimere opinioni che potessero essere prese in considerazione, in sintesi "funzionare", bisognava che fosse registrato come Partito, è la nostra legge. Del resto anche in Italia, tu non lo ricordi perché non eri nata, ma nel dopoguerra, i ragazzi si riunivano nelle strade romane motivati e interessati politicamente, è una specie di logica conseguenza alla guerra l'interesse politico. 
D.  Infatti quando me ne ha accennato la prima volta mi ha fatto piacere sentire che fossero forze giovani a formare il movimento, ma, ci sono dei fondatori, quanti sono i ragazzi, come si sono organizzati, ci sono dei princìpi a cui si attengono, dei valori,  gli esponenti sono solo di Kabul? Ci racconti tutto.
R.   I fondatori non sono molti e sono docenti universitari di varie facoltà, medicina, economia, giurisprudenza ed altre. Alcuni di loro sono tornati in patria dopo aver insegnato in paesi europei, Germania per lo più, ed anche statunitensi, ed ora guidano questi ragazzi senza percepire alcun compenso. Dico guidano perché non v'è alcuna strumentalizzazione dei ragazzi, che, tra l'altro, sono estremamente svegli, intelligenti, preparati culturalmente, c'è da dire che qui ci sono molte università anche private oltre alla statale, tra le migliori c'è quella dell'etnia hazara ad esempio, è privata ma aperta a chiunque possa permetterselo, senza alcuna distinzione etnica o religiosa che sia. I ragazzi sono competenti anche in tutti i sistemi come il computer e tutte questi mezzi moderni, hanno le idee molto chiare sul cosa vogliono e come lo vogliono. Ad esempio non hanno voluto un capo che fosse unico, ognuno di loro ha un compito preciso e tutte le decisioni, dalle più semplici alle più complesse, si prendono per elezione. Sono molto determinati in questo. Loro si sono dati dei principi, dei valori da rispettare, che chiunque deve rispettare, sono sette punti che vanno osservati per far parte del Partito, tra cui: bisogna essere afghani; patrioti; incensurati; contrari alla guerra; non essere stati mujaheddin... ed altri che in questo momento non ricordo. A volte, ti devo dire, che sono anche troppo severi, li ho fatti riflettere sui mujaheddin, sul significato della parola, ho detto loro: lo sono stata anch'io, ma sai, sono giovani, spesso per loro è bianco o è nero. 
D.   Capisco, associano il termine mujaheddin al combattente per il Jihad, ma questa è stata, e continua ad essere un errore, una falsa interpretazione per lo più giornalistica, perché sappiamo bene che, in verità,  mujaheddin è il patriota o comunque colui che lotta per una causa nobile e giusta, come è quella di questi ragazzi, del resto, a quanto ho capito,  capiranno anche loro. Ma ci dica ancora, interessa solo Kabul questo Partito o anche altre città, come si muove all'interno, è cambiato qualcosa dopo i fatti di Parigi, ci faccia qualche esempio?
R.    Cara Marika, i fatti di Parigi stanno influendo sull'Afghanistan, ma non sui ragazzi, qui gli occidentali, molti, stanno partendo, ricordi padre Giuseppe Moretti, il padre barnabita ora Monsignore, che, sai, ho chiamato sempre: mio fratello, che per quarant'anni ha aiutato in ogni modo questa gente, neanche a farlo apposta è partito anche lui in questi giorni, certo, perché gli era scaduto il mandato, ma comunque ora non c'è, ed era una colonna. Tornando ai ragazzi, non sono stati influenzati dai fatti di Parigi, sanno cosa vogliono, e non sono solo a Kabul, ma a Mazar-i- Sharif, Ghazni, Heràt, queste sono per ora le città interessate al partito. Poi c'è da dire che il Partito non fa alcuna distinzione fra le etnie, fra gli idiomi parlati e la fede religiosa, ecco queste sono altre regole, sono di tutte le etnie e vi sono sunniti, sciiti e chiunque altro. Mi chiedi cosa fanno, il venerdì per esempio c'è sempre una riunione ufficiale, anche se tra loro si riuniscono spesso durante la settimana. Ieri, infatti, ci siamo riuniti, era venerdì e c'ero anch'io, i ragazzi erano 100, altre volte si arriva anche a 500, dipende dai compiti scolastici che hanno da svolgere per il giorno dopo, dagli esami o da altri impegni. Era presente, come sempre, il professore di Giurisprudenza, ex rettore, i ragazzi dovevano portare sei loro scritti e consegnarli. Tra i sei ne sono stati scelti tre, questi tre scritti saranno portati in Parlamento e collocati per la presa visione di ogni parlamentare che potrà valutarne il contenuto. Dopo una settimana il Parlamento deciderà in merito alla risposta delle proposte fatte. Ecco, questo è un esempio. I ragazzi fanno proposte sia riguardo la politica interna che estera. In realtà si è costruito un Parlamento di giovani.
D.   India, mi sta parlando quasi di un'utopia, questa è Democrazia pensata, con la D maiuscola, non d'istinto, è reale socialità. Sa però, non mi meraviglio dato che quella terra  ha partorito la prima opera di letteratura politica mondiale nel terzo secolo prima di Cristo.  Io credo nei geni della storia... Cosa chiederle ancora, ora, a chiusura di questo nostro incontro a 5000 kilometri di distanza in realtà solo fisici, vorrei che ci raccontasse una qualsiasi delle Sue chiacchierate con i ragazzi, tanto io lo so che lei parla loro con il cuore, Le va?
R.  Allora ti dico di una delle prime, quando mi sono accorta che la loro bella forza, convinzione, determinazione, il loro entusiasmo, l'amore per la loro terra, nascondevano anche qualche timore, più che legittimo, specialmente rispetto ai coetanei occidentali, allora ho detto loro: non dovete avere alcuna paura di andare avanti, né sentirvi inferiori rispetto ai giovani occidentali della vostra età, voi, in un certo senso per nascita, destino e storia conoscete tutti due alfabeti, due tipi di numeri, portate con voi l'esperienza storica della Middle Asia, siete colti, parlate due se non tre lingue, rispettate le tradizioni ma siete anche moderni e sapete muovervi con tutti gli strumenti moderni, in più, tenete alla famiglia, alla casa ed onorate i vostri vecchi, siate fieri di voi. Pensa che questi ragazzi hanno preso accordi con alberghi, feste di matrimonio, e tutte quelle occasioni, in cui il cibo spesso si spreca, bene, di notte vanno in questi luoghi, lo raccolgono e direttamente lo portano ai poveri, che siano famiglie o persone sole o chiunque. A me non fa fatica andare con loro, tanto la notte non dormo, ma loro la mattina hanno lezione o lavorano comunque.
D.  Grazie, India, non ho davvero altro da aggiungere se non che, in nome dell'amore che porto a quella terra e alla sua storia, sono fiera anch'io di loro, e sono certa che un giorno anche molti di quei giovani afghani costretti ad allontanarsi dalla loro terra, dalla loro vita, per i motivi che sappiamo, torneranno a dare lustro all'Afghanistan e tutti insieme si riprenderanno la loro storia.
Marika Guerrini
foto: Marika Guerrini,  "Afghanistan passato e presente", Jouvence 2015    

venerdì 16 gennaio 2015

una voce da Kabul

...è sempre così: lo squillo del telefono, la linea tra fischi e fruscii, all'inizio, soltanto, la linea  liberata, la consapevolezza che siano tre le orecchie in ascolto e non due. E' sempre così, anche stamattina. I saluti, le domande personali, le risposte, poi: qui gli occidentali non escono più da casa, hanno paura. Loro, lì a Parigi, non sapevano quel che stavano facendo, né gli uni prima, con la satira dissacrante, né gli altri poi, con la risposta di violenza. Ma sono vittime entrambi. 
Qualche istante di silenzio mi fa dubitare della linea, della probabile interruzione: pronto, dico, ci sei? Sì ci sono, risponde. Ancora qualche attimo di silenzio e: Sai che non sono osservante, il che mi dà obiettività, ma l'islam non ha mai messo in ridicolo la Santa Trinità o il Signore dei Vangeli. Questo va detto all'occidente. La dissacrazione dei simboli sacri è dissacrazione per tutti.   A questo punto il pensiero, il mio, è andato al vaso di Pandora per poi passare agli articoli dei giornali, dei nostri, perché la voce aveva preso a dire: qui a Kabul, non è stato riportato nulla su Parigi, sul fatto, nessun canale di stampa o televisivo ne ha parlato, tranne gli occidentali che sanno per altre vie, non ne sa niente nessuno. Taccio, penso alla grande adesione d'occidente, al suo contribuire, per questo solo fatto, al probabile scoperchiarsi del vaso leggendario, ma non voglio esprimermi, è una sorta di corresponsabilità a frenarmi, un sentimento di complicità malgrado i miei pensieri, le convinzioni, una sorta di coerenza all'emisfero occidentale per via di nascita, di destino.
 E mentre con la mente freno le parole,  la voce da Kabul ha preso a raccontarmi una storia, la storia di un attentato, uno dei continui in città, uno di ogni giorno, uno letale come sempre. Un attentato svoltosi sotto gli occhi della voce, un attentato diverso. Ho ascoltato in silenzio, senza domande, ho immaginato, partecipato, poi la mente si è spostata sulle sacche fortificatesi dei taliban e sui plausi d'occidente circa il ritiro "vittorioso" delle truppe Isaf, della Nato, del Corpo dei Marines che, a una settimana dal "glorioso" rientro, ha deciso di tornare in terra afghana, "per la sicurezza", come è stato detto se pur non ufficialmente, non ancora. 
Stamattina la linea telefonica non si è interrotta. Abbiamo parlato in due, ascoltato in tre, forse più, ma è cosa che non interessa né me né la voce da Kabul. E' consuetudine, noiosa, annosa, consuetudine. In questo ménage a troi o forse più, abbiamo parlato anche d'altro, abbiamo parlato di noi, come nulla fosse accaduto, nulla accadesse, in oriente come in occidente. Abbiamo parlato fingendo l'assenza del ménage finché alla fine la voce ha ripreso l'inizio: é la dissacrazione che deve capire l'occidente, il rispetto dei valori umani, dei simboli sacri, è questo... lo dirai? riporterai questa voce da Kabul? Sospiro un amaro respiro, lo ingoio: sì, lo farò!
Marika Guerrini 
foro: Barat Alì Batoor

lunedì 12 gennaio 2015

epistolario su Libertà o Verità ...

... dalla pagina su Charlie pubblicata anche da "Totalità" in editoriale, è nato un amichevole scambio epistolare con il direttore Simonetta Bartolini, occiriente ve ne rende partecipi.
Il direttore:
"Cara Marika, mi proponi il tuo articolo con il garbo che ti è solito e da gran signora quale sei rispettosa della libertà, mi dici anche “non so se è il caso di pubblicarlo sul tuo giornale”. Anch’io amo la libertà, anzi la considero l’unico bene al quale sacrificare qualunque altra cosa, e perciò in suo nome pubblico il tuo articolo anche se non sono completamente d’accordo con te. In questi giorni, hai ragione si è fatto un gran parlare, e soprattutto sproloquiare di libertà. In genere in questo nostro mondo, un po’ superficiale e molto ipocrita, si tende a guardare una sola faccia della medaglia, a non considerare che quella tanto invocata libertà ha dei limiti invalicabili posti là dove comincia la libertà dell’altro (anche al rispetto). Hai ragione quando evochi le tante libertà conculcate o quelle mal esercitate in nome di qualcosa che non va d’accordo proprio con la libertà. In fine hai ragione, anche io non mi sono Charlie oggi, come non mi sono sentita americana dopo l’11 settembre, e non perché mancasse la solidarietà verso chi ha subito una violenza vigliacca e incomprensibile, ma semplicemente perché mi puzza di retorica e la retorica è nemica della libertà. Premesso ciò non posso convenire con te quando invocando “lacrime urla candele e condanna”, chiedi dove fossero al tempo delle primavere arabe, o del fosforo sui bambini palestinesi, o nell’inferno di Guantanamo e via dicendo. Cara Marika il mondo è, ed è sempre stato, pieno di vigliaccate all’indirizzo di chi non si può difendere, la carognata criminale hai ragione è uguale per tutti e tutti coloro che ne sono vittime avrebbero diritto alla eguale espressione di indignazione da parte di chi si considera “libero”, di chi propugna il valore della libertà come irrinunciabile; però, attenta a pretendere quel che fa di questo nostro mondo il trionfo dell’ipocrisia “pelosa”. Pretendere come fanno i buonisti in servizio permanente effettivo un’eguale considerazione per tutti i miseri della terra è una faccenda da santi o da imbecilli. Mi spiego, solo la purezza del sentimento di colui che è capace di rinunciare a se stesso per l’altro in un processo spirituale di particolare intensità e soprattutto individuale, conduce sulla strada della universale compassione, e infatti è ciò che predicano il Papa o il Dalai Lama, essi lo predicano come lezione morale, ma alla fine solo il Cristo è autorizzato a dire “io sono tutti voi”, tanto che poi  si fa crocifiggere in mezzo a due ladroni. Chi parla con le parole di un santo, chi adduce le motivazioni di Cristo, per montare una grandiosa retorica che funziona solo in determinanti momenti, quando si raggiunge l’acme della commozione (per i più onesti) o quando si individua il culmine della manifestazione mediatica alla quale partecipare come protagonisti (per gli intellettualmente disonesti)  è, viceversa,  un imbecille. E allora cara Marika perché vuoi la solidarietà degli imbecilli, visto che quella dei santi ti è dovuta senza tanto clamore? E in mancanza di santi, (di cui c'è penuria ultimamente) ci sono le persone perbene che per loro natura fanno poco chiasso. E ancora, anche ammettendo la buona fede (e ce ne sono tanti in questa disposizione d’animo), ovvero la ingenua e onesta partecipazione emotiva di fronte a fatti di sangue così efferati e tremendi, come l’uccisione di quei dodici giornalisti di un giornale satirico; come si può pretendere che quella stessa partecipazione tutta sentimento, irrazionalità, emotività, che nasce anche e soprattutto dal sentirsi simili, dal riconoscere nella vittima qualcuno uguale a te, che potrebbe abitare sul tuo stesso pianerottolo, potrebbe essere il tuo vicino sul autobus o il conoscente di un amico, sia estesa a chi invece è tanto (non per colpa o scelta) lontano da te? L’appartenenza ad una categoria di simili è una valore che le anime belle in servizio permanete effettivo non vogliono riconoscere (tranne cavalcarla quando fa comodo), loro inneggiano alla differenza, poi si distraggono quando quella differenza è scomoda o non restituisce in visibilità lo sforzo che richiede per difenderla. No, cara Marika, onestamente si può e si deve chiedere che tutti i vinti della terra siano ugualmente tutelati e difesi, ma non si può pretendere che accada davvero quando si tratta di emotività collettiva. E allora rispondo al tuo: je ne suis pas Charlie, con: siamo umani, troppo umani."


Risposta di Marika:
"Cara Simonetta, ricordi la mia pagina con il brano di Dostoevskij in cui il “signore distinto” la fa da padrone, bene, questo è l’impulso che, indisturbato, sta agendo in quella parte dell’informazione di cui Charlie Hebdo è eclatante esempio. Sono le parole Libertà e Verità, non a caso presenti nel titolo originale dell’articolo a cui ti riferisci e suo imput, il senso ultimo della nostra chiacchierata, stanno a dire in opposizione a quell’impulso: l’Umanità non necessita di dialettica rivoluzionaria, cosa che comprende non solo la stampa e i canali mediatici, ma allo stesso modo e ancor più, tutte le marce per la pace o contro la guerra o il terrore o…, in realtà tutte contro qualcosa, qualcuno e così via, tutte partorite ed evocanti il contro. E comprende quel buonismo da “imbecilli”, come giustamente sottolinei, e a mio avviso anche le pontificie parole che per il solo fatto d’essere “lezione morale” alimentano il sonno delle coscienze manifestantesi poi in vari modi tra cui il buonismo, e mi fermo qui. L’Umanità ha bisogno di un mutamento di coscienza, uomini capaci di comprendere cosa debba essere superato nell’individuale natura, perché abbia inizio un reale rinnovamento, che oso definire epocale. E’ a questo che, con tutta la partecipazione al dolore per le tragedie e le vittime tutte, mira il mio articolo quando dice di lacrime non versate o azioni non compiute circa altri o altro, e non certo al consenso dei buonismi imbecilli che, pur se inconsapevoli ma comunque con tutti gli altri in marcia, alimentano sempre più l’avversione, l’odio,  alimentano l’un contro l’altro. Tu pensa soltanto ai bambini che partecipano a tutto questo, presenti alle marce per la pace o contro la guerra etc., pensa a quel che respirano di odio, perché l’odio comunque è odio, pensa all’esempio vivente che viene loro dato, certo in buona fede, ma il risultato è: odio, e con esso crescono, e  questo risultato appartiene al gioco del nemico che si cela, e neanche tanto, dietro i tragici dolorosi episodi contemporanei procurando le reazioni legittime e che, presente in Ivàn Ivanovic Karamazov, gli fa dire: “…basta solo cancellare nell’umanità l’idea di Dio, ecco da che parte bisogna cominciare!” E “l’idea di Dio” è innanzi tutto quella coscienza che nasce e poggia sulla Libertà di cui sopra, quella che non può fare a meno della Verità, quella che non lascia estremizzare i propri impulsi da qualunque parte vengano e in chiunque alberghino, mentre gioco delle potenze che ci governano è proprio quello di tener addormentate le coscienze sì che si possano manovrare e o creare delle false idee di libertà partorite dalla menzogna, in chiunque e qualunque cosa riguardino. E’ così che oggi si usano i popoli e per questo l’assenza di coscienza, specie in certe branche della società quale l’informativa, la politica e la religiosa, facendosi veicolo di menzogna alimenta il legittimo sentimento umano reattivo attuando e giustificando se stessa, si fa particolarmente responsabile della caduta. E’ qui la quinta del mio articolo di tuo riferimento. Grazie per avermi dato modo di chiarire".
foto dal web


sabato 10 gennaio 2015

Libertà o Verità: no, je ne suis pas Charlie!

... può esservi Libertà senza Verità? No, non può.
Lacrime, urla, disperazione, condanna, candele: "Non avremo paura" "Siamo tutti Charlie" e  ci si è riempiti la bocca, le orecchie gli occhi con la parola libertà. Ci si è riempiti di "libertà" soddisfatti della sola pronuncia nel dirselo accendendo un guizzo nello sguardo. E ci si è riempiti di "libertà" sentendosi detentori, custodi, difensori in ogni atto che sia verbale o di stampa o di pensiero o d'azione. Ci si è riempiti come nell'ottobre del 2001 ci si riempì di "libertà" per esportarla a chi "non la conosce" fu urlato, e, anche "Siamo tutti americani" fu urlato,  quando in nome della "libertà" e in nome di Dio, si seguì G.W.Bush "unto del Signore" per autodefinizione, invadendo, bombardando, distruggendo, annientando l'Afghanistan, elaborando, architettando, costruendo, innescando la miccia del "terrore" che rincula in questo nostro presente. 
Dov'erano allora lacrime urla candele condanna, dov'erano allora che Google non listò a lutto la propria pagina come ora? 
E dov'erano lacrime urla candele condanna mentre i figli di quell'oriente devastato, allora come ora, nel corpo e nell'anima dalla "libertà" d'occidente venivano rinchiusi nell'inferno di Guantanamo o di Bagram o in Iraq a marcire per anni, quasi sempre innocenti, quasi sempre adolescenti, sì, perché da questi inferni, se si è colpevoli, solo se lo si è, dopo essere stati preparati e testati, si esce per essere strumentalizzati, per essere pronti all'uso, poi uccisi. Dov'erano lacrime urla candele condanna?
E lacrime urla candele condanna hanno forse attraversato tutte le primavere arabe volute da quest'occidente che ora piange, che ha procurato milioni di vittime e innalzato le proprie bandiere come la francese in Libia, in segno di "libertà", dov'erano?
E dove sono lacrime urla candele condanna, che sia reale e non farsa, quando Israele "innaffia" con il fosforo bambini palestinesi affinché con essi bruci il futuro della Palestina e Israele possa vivere in "libertà", dove sono?
No, la libertà non si sposa con l'ipocrisia, non può, né con la menzogna, né con la blasfemìa che si fregia, infangandolo, del suo nome, blasfemìa che usa il nome "libertà" quale scudo all'assenza di libertà in sé, per cui lo scrive, lo pronuncia e se ne bea perché non ne possiede il contenuto, perché lo cerca, ché, se così non fosse, se l'avesse trovato, non avrebbe bisogno di usarlo contro, se l'avesse trovato saprebbe che libertà è innanzi tutto rispetto dell'altro, rispetto a prescindere. No, non può. La libertà e il nome che la evoca nel suono: libertà, può solo sposare la verità e il nome che la evoca nel suono: verità. 
"Guai a voi scribi e farisei ipocriti..." canta Marco nel suo Vangelo. No, qui non c'è Verità e non c'è Libertà. No, jamais, je ne suis pas Charlie!

Marika Guerrini

foto dal web: Mikelife, fotonordest