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sabato 22 agosto 2015

Islam: il volto di una conversione

 "...adolescenti incendiano i sobboghi di Parigi, comprese le loro stesse scuole. Hanno detto che sono extracomunitari, che sono islamici, l’età inizia dai dieci, undici anni. Due di loro sono morti per sfuggire alla polizia, erano di Clichy-sur-Bois. Spiegazione ufficiale a questa morte: tragico errore, slogan urlato dei ragazzi: siamo i ragazzi di Clichy in preda alla rabbia e all’odio, giustizia sarà fatta, almeno si parla di noi, cattivi ma famosi.
Passaparola, televisione, internet, sms. I genitori tacciono, cercano di placare, di alleviare, pregano nelle moschee, moschee che vengono investite da bombe lacrimogene lanciate dalle forze dell'ordine, ma è sempre per errore. Sono loro, gli extracomunitari, quelli giunti da lontano con il bagaglio della loro storia, quelli che hanno partorito  figli da noi allevati. Ragazzi, bambini, poco più, in realtà gli autori delle sommosse parigine sono francesi a tutti gli effetti, sono prodotti del decadimento morale d’occidente, della fine degli ideali, di quel pensiero che sa solo partorire materia, ravvisabile in ogni colore politico, sono prodotti delle umiliazioni, del dispregio, della superficialità". 
Parole riportate queste, parole estrapolate da un articolo del dicembre 2005, un nostro articolo, articolo a cui in passato si è già accennato, parole che ora, contravvenendo al principio di non citare se stessi, vogliamo ricordare per la loro  attualità malgrado gli anni trascorsi da allora, dieci, o quasi, ricordare a dimostrazione di quanto tutto si prepari lentamente, di quanto tutto si conosca a priori, si sappia.
Ma riprendiamo un altro passaggio: "... dietro i cappucci delle felpe tirate sugli occhi si nasconde paura, dietro la sfida degli sguardi si nasconde infanzia irriconosciuta, violata, la stessa che si nasconde nei giovani suicidi, nei parricidi di questo nostro mondo di civili bianchi d'occidente". 
I bambini di allora, gli adolescenti di allora sono i convertiti di ora, i convertiti all'Islam in questa nostra Europa. E non sono partiti ora, da poco, di recente, per abbracciare il Jihad, imbracciare il kalashnikov, imbottirsi di esplosivo o seminare bombe, non sono partiti ora per arruolarsi nel così detto Stato Islamico e fac-simile, no, la loro partenza nascosta, conosciuta a chi sa e vuole, la loro partenza silenziosa, ha preso ad attuarsi in sordina nel 2011, ad infoltire le fila dei ribelli nelle Primavere Arabe fino alla Siria, all'Iraq, oltre, partiti a formare da allora una consistente fetta di ciò che si sarebbe chiamato Stato Islamico, per poi approdare in Europa, anche, tornare a casa, forse, o fingere di tornare. 
E a loro altri bambini di allora, altri adolescenti di allora si sono uniti da molto, giovani al maschile e al femminile, giovani dal puro pedigree europeo, ad accompagnare la stessa ricerca, condividerla perché s'è fatta anche loro.
E i genitori degli ibridi figli d'occidente così come quelli dei figli dall'immacolato pedigree europeo, pregano in moschea o nelle chiese cristiane o restano a guardare in silenzio i propri figli armarsi, partire e tornare, o partire, armarsi e tornare, se il tornare si verifica,  altro non possono.
I cappucci c'erano allora ed ora, e dietro di essi, dietro la rabbia di allora e di ora, dietro l'odio, c'era, c'è, la ricerca di un'identità, questo innanzi tutto, e la ricerca di una spiritualità, c'era, c'è, forse, la stessa che  questo nostro mondo da tempo, sottilmente, ha negato agli uni e agli altri, che ha rinnegando. Alcuna differenza separa i bambini di allora  dai convertiti di ora, da questi giovani jihadisti alla ricerca di tutto quel che è stato tolto loro, alcuna differenza, solo lo scorrere del tempo misurato.
Eppure c'è stato un altro tempo, misurato anch'esso, in cui, a differenza, le europee conversioni all'Islam avevano altro significato, altro senso, basta volgersi al XIX secolo  per vedere un'ondata di intellettuali europei convertìrsi alla fede coranica in ragione del contatto coloniale con i popoli di quella fede, conversioni che avevano sapore d'incontro comunque, malgrado il colonialismo. E poi ancora, a seguire, nel XX secolo, la sua seconda metà, quando numerosi figli di quel '68 che abbiamo conosciuto, provocarono un'altra ondata di conversione in seguito ai viaggi in Asia Centrale e Afghanistan, ondata spesso caratterizzata dall'approdo nel misticismo sufico. Ma entrambi questi momenti storici appaiono ora ben più lontani di quanto le date possano sottolineare, di quanto sottolinei la scansione del tempo misurato. Altra era allora la ricerca, o forse no, forse riguardava la stessa spiritualità perduta, forse si era solo agli albori di qualcosa che si sarebbe palesato poi, ora, nei risultati di quella perdita, in tutto quel che si sta vivendo, che colpisce gli occhi, il cuore e l'anima. E colpisce ancor più per un elemento ora presente che prima non era  in gioco, non con l'attuale potenza: la strumentalizzazione. E' la strumentalizzazione da parte di chi sa e vuole a rendere cruenta la ricerca, a trasformarla in guerra. Che sia su fronte staniero o sull'uscio di casa, non ha alcuna importanza, la sostanza di certo è la stessa.  
La loro è una sincera protesta, una richiesta di punti di riferimento per attraversare il deserto della vita, per dirla con Tareq Oubrou, imam della moschea di Bordeaux, quella francese città di Bordeaux, ma non solo essa, che con le sue sessanta, settanta persone convertite ogni anno e da alcuni anni, ci dà la misura del fenomeno palesemente in crescita. 
Così, mentre donne d'occidente, sull'onda delle conquiste della propria storia, ma aliene all'altrui, incitano le donne musulmane ad abbandonare il velo, come se la libertà fosse in un simbolo, giovani donne d'occidente, spesso poco più che adolescenti, lo scelgono, lo indossano per una fede riconosciuta, ritrovata, per un ideale rincorso, per un'identità perduta, o spesso, molto spesso per amore di un uomo lontano da una cultura che sta perdendo se stessa.
Marika Guerrini

venerdì 14 agosto 2015

voci di guerra ovunque

... qui non si capisce più chi uccide chi, e perché. Taliban, Isis, cani sciolti contro lo straniero, infiltrati, mercenari, è guerra, questo si capisce, guerra e basta. E' guerra che ti entra nei polmoni quando non salti in aria, che striscia nel tuo corpo, che attacca tessuti, organi, li corrode, ci si ammala, qui si muore e non si sa perché... 
 Ascolto, come sempre, come sempre non faccio domande, come sempre vorrei non sentire.
Tre sole cose abbondano in questa terra: povertà, armi ed eroina, l'oppio, l'antico oppio usato dai vecchi è solo un ricordo, come la libertà.
Altan si esprime in perfetto italiano, come quasi tutti gli appartenenti all'etnia hazara, ha grande faciltà nell'apprendimento delle lingue straniere, è così che la sua espressione rende  incisivo il contenuto ancor più, che fa ancor più male, benché nulla abbia di nuovo fa ancor più male. Sono anni, che quella terra per me, quando sono a Roma, s'è fatta voce, voce con accenti diversi, timbri diversi, suoni diversi, diversi respiri, ma voce. Ed oggi, ora, mentre il suono di Altan sciorina quest'ultima settimana di cronaca della sua terra e mi si para dinanzi l'attacco all'Accademia di Polizia con la morte di 21 ragazzi cadetti, e l'attentato alla base militare di Camp Integrity con 11 morti tra cui un militare della Nato,  e l'esplosione del camion bomba a Shah Shaheed, zona residenziale di Kabul con tra le vittime  47 donne e 33 bambini, e mi si parano dinanzi due esplosioni nel quartiere di Qasaba vicino all'aeroporto con 5 morti e decine di feriti, e la bomba di Kunduz con 21 vittime, un'altra voce, questa emessa dalla mia radio in precedenza accesa poi portata in sordina, parla di bombe ad Aleppo, di bombe a Baghdad, di bombe a Sirte, di missili Scud puntati sull'Italia, 15 dice. Siria, Iraq, Libia sfilano come in una giaculatoria, poi approda all'Italia, la voce alla radio approda in Italia e parla ancora di bombe, bombe diverse, d'acqua, stavolta, bombe a dissestare questa nostra terra dissestata, violata, e di adolescenti parla, come laggiù morti per droga, diversamente da laggiù per alcool o miscela dei due, ma non fa differenza, solo che qui sono da "sballo" per "sballo", ma anche questo non fa differenza che all'origine. E parla di migranti migranti migranti la voce alla radio, e li colloca sulle nostre coste, e li colloca in mare, sul fondo, con i loro poveri abiti, con le scarpe, con i loro sogni infranti. Poi li colloca in Grecia, è lì che poi li colloca, e sono afghani e sono siriani, così dice, e sono disperati, e non vorrebbero essere dove sono ma nelle loro case, nella loro terra, così dice che dicono la voce in sordina alla radio. 
Ed io, qui, oggi, ora, a Roma, qui sotto i fuochi incrociati di questa guerra una, questa guerra frammentata, questa guerra dislocata, questa guerra voluta, costruita, sguinzagliata. Ed io qui, oggi, ora, a Roma ad annegare in questo dolore trasmessomi che si fa ancor più acuto per impossibilità d'azione, per impotenza, qui, oggi, ora a chiedermi perché.
Marika Guerrini 
foto di Barat Alì Batoor

lunedì 3 agosto 2015

Mullah Omar l'uomo che morì due volte: analisi di un perché

... incredibile come l'informazione neghi l'ufficialità delle dichiarazioni e propagandi, malgrado avvenute smentite, notizie invero false, e incredibile è come l'informazione italiana, per le notizie dal mondo, si affidi quasi esclusivamente ai comunicati delle agenzie di stampa senza vagliare la notizia, o facendolo su testate estere, cartacee oppure online, senza tener conto degli interessi che muovono tali informazioni nei paesi di cui dette testate sono portavoce, questo mal governo giornalistico non risparmia neppure le nostre testate importanti che purtroppo cadono nello stesso circuito. 
E' quel che è accaduto alla controversa notizia circa la morte di Muhammad Umar Mujahid, della tribù Hotak, nato nel 1960 nel villaggio di Chah-i-Himmat, distretto di Khakrez, provincia di Kandahar, Afghanistan. Colui che divenuto Mullah, nel 1996 ottenne il titolo di amir-al-mu'minin, vale a dire comandante dei fedeli, colui il cui segno distintivo era un occhio mancante perso combattendo per la libertà del suo paese durante l'occupazione sovietica, come in seguito avversasse Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord e reale artefice della liberazione, questo l'abbiamo trattato in nostri libri ed è storia.  Lo stesso Mullah ricercato dal 2001 sulla cui testa pendeva una taglia di 10milioni in dollari statunitensi, lo stesso Mullah che, nella primavera dello stesso 2001, si rifiutò di ordinare la distruzione dei Buddha di Bamiyan, cosa che pochi sanno e tanto meno dicono, fatti poi esplodere da un commando di taliban non ben identificato né allora né poi. Lo stesso Mullah attore della rocambolesca fuga in motocicletta, quanto mai permessa da chi  lo inseguiva e se lo inseguiva, per deserti e montagne afghane nel 2002, fuga che gli permise di sfuggire all'assedio di Baghram da parte delle truppe americane. Fuga cjhe fece allora comodo allo straniero che avrebbe poi usato il protagonista, di quanto e se questi fosse consapevole non ci è dato sapere. Sempre lo stesso Mullah  che abbiamo creduto di conoscere per poi ignorarne la morte avvenuta nella primavera del 2013, in Pakistan, notizia divulgata allora e dopo, come ora, ma lasciata poi al dimenticatoio. Chissà, forse, per una spiegazione in merito potremmo interrogare il destino di  Muhammad Umar il Mujiahid, poi Mullah, destino che a quanto pare, al tempo, non aveva preso accordi con chi di dovere, per cui, come il suocero Osama-ben-Laden, deceduto nel 2002 e fatto nuovamente decedere nel 2011, anche ad Omar è toccato morire due volte. 
Fin qui nulla di eccezionale in questi nostri tempi, quel che continua ad indisporre, invece, è la credulità, ma potremmo dire superficialità di cui sopra, quella degli addetti ai lavori, no, non i politici che altro non fanno che il loro mestiere, ma di coloro che si ritengono e dovrebbero essere dispensatori nonché divulgatori di notizie il più possibile veritiere, se non altro per etica professionale, e non di pacchiane menzogne. Per soddisfare il senso etico basterebbe porsi nel dubbio, indi astenersi dal divulgare, tacere, intanto ricercare ricercare ricercare nei meandri della notizia, in quel che non si dice ad alta voce, poi esprimersi, oppure attendere che lo scorrere delle ore, a volte giorni, segnali la chiave di volta da cui la comprensione della verità, data la grande responsabilità verso l'opinione pubblica ed i pensieri che in essa, con le proprie parole, si vanno a formare. Ma riprendiamo il filo. 
Il portale internet dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan, e non solo, tre giorni fa, 30 luglio, ha riportato in pashtu, lingua madre dell'etnia Pashtun o Pathan o Patha, come dir si voglia, etnia da cui proviene la maggior parte dei Taliban, per lo meno quelli iniziali, ma qui il capitolo è lungo, alcune affermazioni in riferimento al Mullah Omar, fornite dai familiari, il fratello Abdul Manan, Mullah anch'egli e il figlio Mohammad Yakub, che hanno detto: ... qualche tempo fa è stato colto da malattia che lo ha condotto alla morte. 
Questa vaga ammissione non datata è tipico atteggiamento di quelle genti, innanzi tutto perché si collocano in un'idea di tempo completamente diversa dalla nostra in cui nascita e morte non vengono segnate, poi perché, come in questo caso, la vaga ammissione diviene un modo di dire la verità senza dire la verità, senza delinearla, è un mentire senza mentire, per cui bisogna saper leggere tra le righe per comprendere. E' questione di modalità ed uso del pensiero con cui ed entro cui quei popoli si muovono, che in realtà segna la differenza  con il pensiero occidentale e allo stesso tempo la possibilità di reciproca compensazione... ma è un campo che ora ci porterebbe lontano e questa pagina non è luogo adatto.
Tornando al Mullah Omar e a tutto l'emisfero che ha girato e gira intorno al suo recente decesso, potremmo andare avanti a smentire l'affermazione confermata dall'intelligence americana e cavalcata dai media in barba anche alla smentita ufficiale dei governi afghano e pakistano e ai rispettivi servizi, ma ci annoia, quindi vagliamo un'ipotesi del perché questo bailamme. 
Innanzi tutto bisogna prendere atto di quanto in questi giorni, tra l'altro non ultimi, si stia agendo per promuovere la presenza Isis in Afghanistan, presenza da noi fortemente ridimensionata con tanto di prove in altre pagine, ma che si vuole far credere forte,  per cui la morte del capo carismatico, e il Mullah Omar lo era,  gioca alla destabilizzazione  delle fila degli studenti coranici e ancor più di chi volesse entrare nelle fila, non dimentichiamo che ora come ora molti taliban altro non sono che mujaheddin afghani, nel bene e nel male patrioti combattenti per la libertà dallo straniero. Se poi a questo aggiungiamo la figura di Akhtar Mansour, vice di Omar e a sua volta Mullah, eletto suo successore, quindi avanzato di grado, a Quetta (Pakistan)  il giorno dopo la notizia del presunto decesso del capo, vediamo che malgrado la dichiarazione: dovremmo tutti lavorare per preservare l'unità, e ancora: le divisioni tra le nostre file faranno contenti solo i nostri nemici e possono causarci ulteriori problemi, la sua figura risulta e resta assolutamente debole, non incisiva e tanto meno carismatica, una sorta di burattino, in mani di chi bisogna vedere, sta di fatto che l'assenza di carisma sia cosa di enorme importanza in quel contesto.
A questo processo destabilizzante a cui senz'altro nel prossimo futuro si aggiungeranno voci su voci, parole su parole, vere e false, aggiungiamo una voce già stata, fatta circolare e rientrata, di un'altra morte, quella di Jalaluddin Haqqani, capo della Rete Haqqani finanziata dalla Cia (metà anni '70) poi alleata con al-Qaeda e Taliban, il cui figlio, Sirajuddin Haqqani, è stato designato come uno dei due vice di Mansour lo stesso giorno della successione, ovvero sempre il 30 di luglio, questo movimento destabilizzante, ha fatto sì che i colloqui di pace fissati per questi stessi giorni da tenersi in Pakistan presentii oltre ai taliban esponenti del Governo afghano e Cina, sono stati rimandati a data da destinarsi. Questa una parte del quadro, a cui va aggiunta l'altra fetta della torta vale a dire l'Isis.
L'Isis con la sua funzione espansionistica, malgrado gli arruolamenti europei, ed anche perché il mondo qualcosa inizia a capire,  sta vivendo un momento di instabilità, per cui si vorrebbe convogliare verso il suo capo Abu Bakr al-Baghdadi, ex Guantanamo da non dimenticare, da tempo in competizione con il Mullah Omar, il ruolo di amir-al-mu'minin  capo dei fedeli. Allo stesso tempo per motivare ulteriormente il tutto, ci si adopra a che l'Isis continui a mostrare la propria ferocia, in parte reale in parte cinematografica, così alle immagini delle decapitazioni l'AMI, American Media Institute, addiziona e rende noto un documento di 32 pagine stilato in lingua Urdu, idioma ufficiale del Pakistan, che tra le altre cose dice: L'Isis ha intenzione di costruire un nuovo esercito terrorista in Afghanistan e Pakistan innescando una guerra in India per provocare la fine del mondo, ed ecco che siamo in territorio, ma andiamo avanti: l'obiettivo strategico è sbagliato. Invece di sprecare energie in un confronto diretto con gli Stati Uniti, dovremmo concentrarci su una rivolta armata nel mondo arabo per l'istituzione del califfato, ed ecco l'esclusione degli Usa dall'obiettivo, ma procediamo ancora: tutto il mondo musulmano dovrà riunirsi sotto il leader dello Stato Islamico, unico capo riconosciuto e sovrano dell'imperoi musulmani devono accettare il fatto che questo califfato vivrà per prendere il sopravvento sul mondo intero e non avrà pace fino a quando non avrà decapitato ogni infedele che si ribellerà ad Allah. Questo è il nostro credo. 
Il documento, è stato tradotto da esperti di Harvard, recensito da USA Today, da tutte le agenzie di intelligence degli Stati Uniti d'America e da tutti costoro ritenuto autentico, non solo, ma con certezza, infatti questi esperti di Islam nonché linguisti, affermano che lo stile di scrittura, il linguaggio utilizzato e i riferimenti religiosi sono tipici elementi dei terroristi. 
Ora, è vero sì che da una traduzione non si scorga quasi mai la costruzione ma la semantica dovrebbe fuoriuscire, se non altro per una rispondenza di significati, e per quel che conosciamo, e conosciamo, della  struttura sintattica nonché semantica di quella lingua, pur non avendo letto di persona il documento,  abbiamo i nostri grandi dubbi sulla sua autenticità, o comunque sull'autenticità dei suoi compositori. In sintesi abbiamo modo di ritenerlo un falso o comunque un documento voluto e steso ad uso e consumo. Da chi come e quando anche questo non ci è dato sapere.
La quasi certezza di falso risulta anche dagli argomenti trattati nel documento stesso, come se gli autori fossero estranei all'intera storia della regione, ad esempio lì dove lascia intendere che l'India sarebbe il luogo sacro, mai conquistato dall'Islam, per i jihadisti dell'Asia Meridionale, dimenticando che la storia, senza neppure andare tanto indietro ( metà XVI - primi XVIII sec.) cosa che invece fanno i jihadisti, ci mostra il ruolo di grandezza musulmana nel grande impero Moghul, indiano per adozione nonché musulmano nonché sincretico  nonché illuminato e illuminante finché l'Inghilterra con i tipici suoi inganni storici non ne corrose le radici, ma quest'elemento ad un jihadista, per quanto estremista, per quanto avverso ad ogni trasformazione, per quanto ignorante non sarebbe potuto sfuggire.  E' sfuggito però agli studiosi di Harvard o a chi per, è sfuggito alla traduzione o forse alla composizione della traduzione, chissà. 
Certo è che se tutta questa follia, dalla seconda morte di Omar all'occupazione dell'Afghanistan da parte dell''Isis, alla distruzione della potenza nucleare India, alla decapitazione d'ogni infedele in nome di Allah, e ancora e ancora, se tutto questo non comportasse comunque morte e devastazione, sarebbe esilarante in ogni suo punto. Potremmo partire da qualunque parola anche ad esempio, dall'uso del termine impero, termine che un esponente di un qualsiasi Califfato non userebbe mai o comunque non in questi termini. Sono questi errori grossolani che pur non potendo sfuggire allo studioso giocano sull'impreparazione culturale delle masse, in tal modo tutto si può raccontare e tutto può mostrarsi verità sì che azioni altrimenti inaccettabili si rendano necessarie o comunque si giustifichino, con l'uso della menzogna. Ma tutto questo, l'abbiamo detto tante volte, è solo un dei tanti confusi tasselli del grande puzzle che si vuole comporre, a noi l'onore e l'onere di portare l'attenzione alle voci sussurrate o anche taciute e distoglierle da quelle urlate, come non fossero o quasi o comunque da vagliare.
Marika Guerrini

immagine dal web, Magnum,Reuters, AP