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mercoledì 31 dicembre 2014

le macerie d'occidente e il signore distinto: i bambini non si toccano

... F. Dostoevskij: I Fratelli Karamazov, parte IV- libro undicesimo- protagonisti Ivàn Fedorovic e il signore distinto... incubo fantasia allucinazione... forse ti vidi solo in sogno e non da sveglio... che altri non è se non il diavolo e, allo stesso tempo l'alter ego di Ivàn. Ed è il signore distinto che dopo aver detto: io amo i sogni dei miei giovani amici esuberanti, assetati di vivere,  ricorda ad Ivàn le parole da quest'ultimo pronunciate, ascoltiamo:  
Là c'è della gente nuova... essi si propongono di distruggere tutto e di ricominciare dall'antropofagia. Stupidi, non mi hanno consultato! Secondo me non c'è bisogno di distruggere proprio nulla, basta solo cancellare dall'umanità l'idea di Dio, ecco da che parte bisogna cominciare! Da questo, sì, da questo dobbiamo cominciare, ciechi che non capite nulla! Una volta che l'umanità in massa abbia rinnegato Dio ( e io credo che una tale epoca, parallelamente alle epoche geologiche, verrà), tutta la vecchia concezione del mondo cadrà da sé, senza bisogno di antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e ogni cosa si rinnoverà. Gli uomini si riuniranno per prendere dalla vita tutto ciò che essa può dare, ma lo faranno unicamente ed esclusivamente per avere la gioia e la felicità in questo mondo. L'uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e allora apparirà l'uomo-dio. Trionfando di continuo e senza più barriere sulla natura, grazie alla propria volontà e alla scienza, l'uomo, appunto per questo, proverà un godimento di continuo così elevato  che esso prenderà per lui il posto di tutte le antiche speranze di godimenti celesti. Ognuno saprà di essere mortale per intero, senza possibilità di resurrezione, e accetterà la morte con tranquilla fierezza, come un dio. Nella sua fierezza capirà ch'egli non deve lamentarsi se la vita è un attimo e amerà il proprio fratello senza nessuna ricompensa. L'amore riempirà solamente quell'attimo di vita, ma la consapevolezza della sua fugacità basterà da sola a ravvivarne tanto la fiamma, quanto, invece, tale fiamma si disperdeva prima nelle speranze di un amore ultraterreno e infinito... a questo punto il diavolo commenta le parole di Ivàn esclamando il superlativo:  Bellissimo! mentre Ivàn: se ne stava lì seduto con le mani sulle orecchie e con gli occhi bassi...
E il tempo è giunto, quel tempo intuito da Ivàn, applaudito dal signore distinto, e noi l'abbiamo sotto gli occhi, quotidianamente, ma non vogliamo scorgerlo, eppure basterebbe   riflettere sui bambini, sulle azioni da noi perpetrate su di loro, sulla nostra volontà di strappare all'infanzia i valori che le sono propri, quindi distruggere l'infanzia. Basterebbe questo per vedere quel che abbiamo sotto gli occhi, quel che si vuole sia: distruggere l'idea di Dio nell'uomo. 
Molte sono le vie per intraprendere il percorso di distruzione, questo percorso, la distruzione dell'infanzia è la più diretta, la più efficace perché la più infida, subdola. Non concorrono ad essa coloro che uccidono fisicamente l'infanzia nei corpi dei bambini, che siano bombe o patologie infettive diffuse ad hoc, o provocazioni d'aborto a scopo "sociale" per sovrappopolazione che negano a milioni di esseri umani il naturale destino di nascere,  no, non solo, concorrono tutti coloro, tutti, che distruggono i valori dell'infanzia, i naturali punti di riferimento atti da sempre in natura, compreso il mondo animale, allo sviluppo psicofisico dell'essere vivente. Si può uccidere in due modi: nel corpo o nell'anima, quest'ultimo è, paradossalmente e tristemente, il più efficace al fine di cancellare dall'umanità l'idea di Dio. 
Questo si sta muovendo in occulto tra le quinte del nostro occidente diretto protagonista o mandante, attraverso guerre e distruzioni di popoli, dell'azione di cui sopra: cancellare dall'umanità l'idea di Dio. Questo si sta muovendo anche quando, custodendo e propagandando  la menzogna, attacca l'unico paese, non a caso d'occidente e d'oriente, che stia preservando l'infanzia, con essa l'idea di Dio, paese in cui negli ultimi 20 anni hanno preso vita più di 800 monasteri ed oltre 30.000 chiese ortodosse si sono aperte, lo stesso paese patria dell'autore di cui sopra il frammento: la Russia, la Grande Madre Russia. 
Paese unico in occidente che preservi anche e non solo, dalle manipolazioni genetiche che altrove stanno assemblando eserciti di cloni di signore distinto, unico paese del "civile" occidente che preservi da termini quali genitore 1 e genitore 2 in sostituzione degli insostituibili madre e padre, sì da avallare il gender-bender, ovvero il sessualmente invertito, e con esso spronare i bambini verso quelle persone che trasgrediscono, rinnegando, il loro stesso genere di nascita. No, non è solo questione di valore cristiano, attribuendo a questo  aggettivo l'universalità oltre ogni credo consona al termine stesso nella sua accezione originaria, no, è questione di Natura visto che anche gli animali hanno un padre, occasionale o stanziale che sia, ed una madre. E l'infanzia viene allontanata così dallo svolgere il compito che la Natura gli ha affidato nella e per la vita. 
Follia, pura assoluta malefica follia degna del signore distinto e suo parto, follia a costituire, formare le macerie d'occidente con cui ci stiamo soffocando, macerie che attraverso l'azione d'annullamento di cui sopra, proiettano nel futuro il loro ampliarsi, il loro fortificarsi. Ma non staremo qui a dibattere sui motivi né speculeremo su di essi, lasciando a prossime pagine di libro il tutto, ché questa sede sarebbe inadeguata, ci limitiamo solo a sottolineare la patologia sociale del tutto è permesso, come sostiene Ivàn in accordo con il signore distinto, per cui: all'uomo nuovo è lecito organizzarsi come gli pare, secondo i propri princìpi. E ancora: anche se un'epoca simile non dovesse avverarsi mai, tuttavia, poiché Dio e l'immortalità comunque non esistono, all'uomo nuovo, fosse pure uno in tutto il mondo, è lecito diventare l'uomo-dio e, naturalmente nella sua nuova qualità gli è lecito scavalcare a cuor leggero tutte le barriere morali dell'antico uomo-schiavo, se ciò dovesse essere necessario. Al di sopra di Dio non ci sono leggi! Dove si mette Dio lì è il suo posto! E dove mi metterò io quello sarà subito il primo posto. Così svelandosi e confessando se stesso il diavolo, signore distinto, si esprime e conclude: Tutto è permesso e basta!
Marika Guerrini

  

mercoledì 24 dicembre 2014

la stella e il poeta

... frammento: "... allora, oltre lo spazio e il tempo, una stella soleva in disparte osservare quel che altri astri andavano nella danza a formare. Forme seguivano precedendo forme, più o meno luminose, più o meno dense. Man mano che le forme si delineavano nel cosmo lasciando impronta di se stesse, nuovi mondi venivano a crearsi come da un armonico nulla di quel tempo senza tempo. Così, da quella cosmica danza nacquero, frammenti d'astro, sole, luna e terra. Così, in quel tempo senza tempo, la stella fu rapita da quella vista, conquistata.
Sull'ultimo di quei frammenti corpi andavano delineando le stesse forme della danza astrale.  Quel che la stella aveva scorto nel suo cielo, ora, benché rimpicciolito, benché densificato, lo andava scorgendo su quel frammento d'astro, su quel corpo celeste dall'immobile luce.
Anche lì forme seguivano precedendo forme. Tra esse alcune fatte di luci colori e armonie come tutto ciò che nell'universo era, si muovevano avvolte in involucri mai visti prima. Strani involucri. negli involucri non cessavano di danzare allo stesso modo che gli astri. In quella loro segreta danza andavano scoprendo le cose del corpo celeste su cui si trovavano. Tutto era nuovo. Tutto antico. La stella osservava le strane creature che nel loro scoprire inventavano la vita.
Luci e tenebre iniziarono ad alternarsi, iniziarono a sorgere aurore, a spegnersi tramonti, sì che giorni precedessero seguendo notti, sì che tutto si scandisse in precisi ritmi, esatti, anche il soggiornare delle creature sul pianeta.
Le creature inventarono il tempo.
Nel tempo la memoria, nella memoria diedero nome a se stessi, lo diedero al corpo celeste che li ospitava, alle cose, che fossero su di esso o nel cielo di esso. Fu allora che la stella lasciò il suo canto. Entrò nel loro cielo, sfiorò il loro tempo.
Nel farlo frantumò parte della sua luce, formò una scia. Si trasformò in cometa. Dagli involucri le creature la scorsero, le diedero un nome, un nome da cometa. 
pronunciarono quel nome da allora. Da allora l'eco di quel nome s'espanse nell'universo giungendo alla stella. Sempre. Sempre a quell'eco la stella lasciava il suo canto, illuminava il pianeta. Trascorsero millenni del nostro tempo. Umani millenni finché l'eco più non giunse alla stella. Le creature, che tra loro si chiamavano uomini, immerse nel loro tempo avevano perso la memoria della sua esistenza, con la memoria il suo nome. 
Le creature avevano dimenticato. 
La dimenticanza avvolse la stella, nube carceriera la costrinse. Non poté che tornare nel suo canto. Tornò, ma sempre cercò uno spiraglio, acuì lo sguardo, sempre sperò che qualcosa la liberasse. Qualcuno. Forse. 
Nulla accadde. 
Trascorsero terrestri anni di silenzio, di nulla, poi, un attimo. 
In un attimo del suo non tempo, la stella s'avvide d'un soffio sottile, sottile come un desiderio che s'alzava fino al suo cielo. Laggiù qualcuno pronunciava il suo nome. Cantilena, preghiera, poesia, chissà.
Sull'eco del soffio si mosse la stella, s'avvicinò al pianeta, guardò: stretta in un involucro una creatura seduta a un tavolo, con tra le dita una penna, dinanzi a un foglio bianco....  la stella avvertì una fitta sconosciuta, proprio lì, al centro della sua luce. Una fitta che s'espandeva fino a raggiungere il pianeta. Pur non sapendo cosa fosse si fece guidare, si fece guidare finché si trovò sospesa in un'atmosfera anch'essa sconosciuta, in un luogo sconosciuto anch'esso. Fu lì che ebbe paura di perdersi..." La stella, affascinata dalla Terra, dalla sua bellezza, sperimenterà, così come le umane creature, la dimenticanza del cielo, delle origini, poi, qualcuno le passerà accanto, una figura esile, quasi fragile, e la stella: " Riconobbe la creatura, era la stessa del soffio, del desiderio, del richiamo. La stella ricordò il motivo della sua venuta..." e fu allora che, in un tempo che sulla terra si fermò facendosi sospeso, la stella prese a narrare al poeta: "La stella narrava. Armonie di spazi celesti in cui tutto è presente sempre, affioravano ai pensieri del poeta. Tutto narrò la stella... tutto si mostrò al poeta, gli si svelarono sì grandi misteri ch'egli stentava a riconoscere se stesso ed i suoi simili.... Soltanto una cosa la stella non disse al poeta, non disse della dimenticanza. Di quella degli uomini. La lasciò alla libertà...".
Marika Guerrini 

frammenti tratti da "Massoud l'Afghano il tulipano dell'Hindu Kush" dello stesso autore, Venexia, Roma 2005; 
fonte immagine Chome Temporary

venerdì 19 dicembre 2014

Peshawar e la pietà del Natale

... non per dimenticanza né distrazione abbiamo taciuto sulla strage di Peshawar consumatasi tre giorni fa. Abbiamo osservato il silenzio, per i tre giorni, perché trascorressero, si affievolissero in essi le fiammelle delle lampade, i singhiozzi perdessero il moto iniziale, si facessero silenziosi, sprofondando ancor più nell'anima a farsi indelebili. Sì, è per rispetto che abbiamo fino ad ora taciuto, e per le parole, ci sono venute meno le parole e ci hanno infastidito le altrui, quelle dei media, ci hanno infastidito contro ogni lecito diritto alla comunicazione, ogni necessità, mentre noi si preferiva guardare in alto, ad una realtà che non è della terra. Nulla c'è da dire quando il mondo ti porta incontro storie come questa dei bambini, 132 tra i dodici e i sedici anni, bambini sì, che la vita non aveva ancora toccato, bambini rei di nulla. Ma i bambini così come i ragazzi non sono mai rei. 
E il senso di responsabilità, quest'atroce senso di responsabilità, quest'assurdo, a farsi sempre più grande, ogni giorno di più, e più acuto, insostenibile per il solo fatto di vivere nell'emisfero di questo nostro occidente. Quest'occidente che in maniera diretta ha creato, a suo tempo le mostruosità che ora vanno da Islamabad a Tripoli, da Kabul ad Al Bayda passando per Damasco, per Bagdad e ancora e ancora, a seminare morte e distruzione, annientando popoli tramite uccisione o esilio, non fa differenza. Ed ora, ancora una volta, questo stesso occidente, quello del far west, urla la propria ipocrisia. E la menzogna continua.
Non vi sarebbe questo stato di sporca guerra al "terrore" e nel "terrore", se questo terrore non l'avessimo voluto, creato, alimentato, non lo usassimo. Il "nemico" che si chiami Isis o al-Qaeda o tutte le loro ramificazioni, tutte, agisce in un disegno e sotto copertura e viene armato da noi e alla luce del sole e alcun mistero li avvolge che non sia farsa, e sappiamo tutto questo. E lo sappiamo tutti.
A chi fa gioco tutto questo, è quel che bisogna chiedersi. A chi fa gioco ancor più ora che le truppe Nato stanno "per lasciare" l'Afghanistan compresa la storica quanto da sempre controversa linea Durand, a chi fa gioco. Il "terrore" presente in quelle terre, con saltuarie minacce ad alcune d'occidente, ad una sola cosa porta, oltre che alla tragicità delle sue nefande azioni assassine, porta a dimostrare la "necessità" di presenza occidentale armata in quelle terre. Vale a dire: controllo occidentale armato di e su quelle terre. Geopolitica. Strategia. Patologico senso di supremazia mondiale. E si sta facendo l'impossibile per crearlo anche in Europa, sui suoi confini, si sta facendo da anni, agendo all'inverosimile per azzerare la Russia: due piccioni con una fava, dice il proverbio, lì dove le fave sono Russia ed Europa. E a Bruxelles non si lavora per la fantomatica quanto inesistente Europa Unita, ma contro, e il motivo è lo stesso di cui sopra. Chi non lo vede è orbo. 
Cosa vedranno invece di questa terra quelle 132 anime che hanno messo le ali. Cosa penseranno. Elaboreranno per noi la pietà sotto il nostro albero di Natale?
Marika Guerrini
immagine da web

domenica 14 dicembre 2014

Afghanistan e non solo: i colori della tortura

...ed ora, ora hanno chiuso il carcere di Bagram, sì, due giorni dopo lo "scandalo". Bagram, quell'inferno che più e più volte le nostre pagine, a partire dal 2012, hanno segnalato, denunciato, quel luogo di abusi d'ogni tipo, torture d'ogni fattura a cui venivano sottoposti i prigionieri "di guerra al terrore", compresi centinaia di bambini di cui il più grande aveva si e no tredici anni. E colori, sì con colori venivano e vengono segnalati nei rapporti i luoghi delle prigioni segrete della Cia, quelle in cui s'aprivano le porte dell'inferno. E quattro erano i colori-codice riguardanti l'Afghanistan: grigio, blu cobalto, arancio e marrone. Già, quattro colori a nascondere indicibili sofferenze. Ma non solo lì, non solo in quella terra si consumava e si consuma questa crudele danza colorata, vi sono paesi come la Romania il cui colore in codice è il nero, come la Thailandia il cui colore è verde, come la Lituania il cui colore è violetto, mentre l'azzurro corrisponde alla Polonia, tutte prigioni segrete a marchio Cia. E' il colorato quadro in codice delle nefandezze subumane statunitensi. Sì, statunitensi perché la Cia è solo il braccio nascosto, neanche troppo, di quel paese, dei suoi governanti, qualunque sia il nome, da anni in qua. Non si diventa presidenti Usa se non si è pronti a far eseguire  anche questo genere di azioni, e, quando e se accade che qualcuno si ribelli, fosse presidente o non, si viene assassinati. Eppure nulla accadrà agli esecutori di tutto questo, tanto meno ai mandanti e comandanti, nulla accadrà, tutt'al più qualche parvenza di punizione, tutt'al più qualche capro espiatorio pagherà per tutti o si fingerà che paghi, mentre l'ipocrisia continuerà a regnare sovrana.
Dov'erano gli attuali urlatori dell'Human Rights Watch, dov'erano tutti i media, anche nostri, che come loro ora urlano indignati appellandosi all'organizzazione di cui sopra, al suo dovere di tutelare i diritti umani anziché rendersi complice con il suo silenzio. Dov'erano tutti mentre noi e pochi altri si urlava all'obbrobrio denunciando quelle stesse prigioni. Dov'erano i Governi d'occidente, quando nel 2013 si rese noto che medici militari Usa torturavano i prigionieri, che lo facevano in Afghanistan come in Iraq, come a Guantanamo, altro inferno a cielo aperto che il Nobel "per la pace" Obama, consapevole di mentire, promette di chiudere dal tempo del suo primo insediamento alla Casa Bianca. Dov'erano tutti costoro che sapevano, che hanno sempre saputo. Sì abbiamo speso intere pagine su queste atrocità passate sotto silenzio ed ora ci vengono a dire cosa, cosa ci vengono a svelare, i metodi della Cia? E a cosa serve questo dire, a cosa serve questo svelare della stessa Cia circa i propri "metodi perfezionati d'interrogatorio", perché così si chiamano le torture, così si esprimono al proposito i vari John Brennan, i vari James Clapper, rispettivamente direttore della Cia e capo dell'intelligence nazionale Usa, cosa ci vengono a svelare, le aberrazioni di cui sono affetti i loro uomini, dato che non ci si presta a tutto questo se non si sia affetti da ben precise patologie psichiche e psichiatriche? E noi dovremmo credere alla buona fede di questo svelare? Dovremmo stare ancora una volta al loro gioco? No, noi non ci stiamo. Eppure, un moto di pietà va indirizzato verso questi esseri, tutti, anche torturatori, perché "non sanno quel che fanno". Forse.
Marika Guerrini
fonte immagine : The Washington Post

lunedì 1 dicembre 2014

la Grande Madre Russia: Dostoevskij

da taccuino ottobre 2014
...la via che ieri brulicava di genti, razze, etnie, molti ceceni, oggi s'adagia nel biancore della prima neve in questo fine d'ottobre di San Pietroburgo. Il quartiere è quello "dei mercati", la prospettiva è quella di Nevskij, il vicolo è il Kuznecnij, il numero civico il 5/2, l'edificio è un museo. Un museo speciale custode d'una casa, una casa di sei stanze, non più, sei stanze ricomposte esattamente come al tempo della loro vita. Sei stanze ricomposte così tanto bene da permettere la comunione con quel padrone di casa che le aveva animate con il suo genio, un genio a nome Dostoevskij, Fjodor Michailovic Dostoevskij.
E ti senti camminare in esse come scaturito dal pennino, attraverso l'inchiostro segnato sul foglio prima immacolato come la neve che respriri. E ti senti personaggio delle sue pagine, uno qualunque anche se Aljosha è quello che ami di più, come lui l'ha amato. Ma potresti chiamarti Nàstenka, Ivàn o in qualsiasi altro suo modo. E, suo personaggio, guardi la città con occhi raccontati e vedi la pace delle cupole d'oro innalzarsi dalle acque, la regalità  delle architetture dai colori pastello e vedi tutto questo sposarsi, come in ossimoro verbale, con le sue parole: " ... luogo di mezzi pazzi. Difficilmente si potranno trovare tanti influssi cupi, repentini e strani sull'anima umana come qui...", in questa splendida città "estrema".
E, personaggio, varchi la soglia dello studio, il suo, e lì, sulla scrivania dal ripiano verde, intatta nel suo tempo andato, ti trovi accanto la piccola risma di cartelle manoscritte, l'ordine dei libri impilati, i candelieri come fossero accesi e il bicchiere del tè. E allora, sempre personaggio, ti senti denudato nella tua stessa anima, mentre la penna, la sua, scorre sul foglio a comporre, a comporti. E solo allora puoi lasciare la stanza a chi dopo di te sarà personaggio diverso da te, sarà altro, se avrà la fortuna di entrare in comunione con lui, con Fjodor Michajlovic.
E varcherai al contrario la porta, e non ti parrà di farlo, e lo sguardo, il tuo, cadrà sull'immagine della Madonna Sistina, la Madonna del vento, come tu la chiami, e cadrà sul divano su cui essa posa, lo stesso divano fiorato che ospitò l'ultimo sonno di lui, il sonno del genio in quel gennaio innevato del 1881. E mentre uscirai da quella casa ricomposta e vera, rintocchi di campane ti giungeranno vicini dalla Chiesa della Madonna di Vladimir. E allora, solo allora, ti tornerà alla mente una sua frase letta tanto tempo fa, un pensiero tracciato in una lettera: " Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità". E incontrerai lo Spirito russo. Ancora, oggi, ora. E vi entrerai.
Marika Guerrini

lunedì 24 novembre 2014

Afghanistan il Gioco riscaldato

... nulla vi è più di certo in quella terra d'Afghanistan, nulla. Nella nostra pagina del 9 ottobre scorso, avevamo definito la firma di Ashraf Ghani al Bilateral Security Agreament, il patto della condanna, avevano parlato di cessione di sovranità di Stato, tutto questo e molto altro era stato espresso con profondo rammarico, ora, con lo stesso rammarico, maggiore, confessiamo che avremmo desiderato una smentita alla nostra tesi, non è stato, non è così.  Questa firma della condanna ha rafforzato la violenza, violenza per di più senza firma, violenza generata da violenza, come fosse autoproduzione. E' così che oggi, 23 novembre, dopo la reiterazione, in mattinata, a Kabul, della famosa firma del patto da parte della Camera dei Rappresentanti, alle ore 17 afghane, 13,30 italiane, durante una partita di palla a volo, chiamata ovviamente volley, un attentatore suicida senza nome né volto, ha lasciato sul terreno, oltre che se stesso, 50 vittime e 60, forse 70, feriti in gravi condizioni, con una percentuale di ragazzi e bambini altissima in entrambi i casi. Ma nessuna rivendicazione è giunta, di alcun tipo, che fosse ufficiale o non, e Zabihullah Mujahid, portavoce dei Taliban, ha taciuto, esattamente come lo scorso 15 luglio aveva negato un'altra strage (90 morti), quella volta in un mercato. La zona però è la stessa, la zona calda, quella ad oriente, quella più facile da accusare, per chi conosca quella terra, lì, nella provincia di Paktika, sul confine pakistano. 
Il fatto è che malgrado l'apparenza, a governare si sono voluti ( dagli Usa) due nemici, dato che questo sono Ghani e Abdullah, Presidente e Capo dell'Esecutivo, riscaldando così ancor più il Grande Gioco Afghano a favore degli Usa e della Nato. Ma questa è solo una parte, l'interessante è tra le quinte: la possibilità di incontro politico tra Afghanistan e Pakistan. Il 15 c. m., infatti, Muhammad Ashraf Ghani ha incontrato in Pakistan Nawaz Sharif, Primo Ministro pakistano, l'eloquente frase conclusiva di Ghani è stata: " In 3 giorni abbiamo superato gli ostacoli di 13 anni". E non finisce qui, c'è anche l'India che sta dimostrando la sua solidarietà al paese afghano sostenendolo economicamente, per non parlare della Cina che ha promesso aiuti per 330 milioni di dollari entro il 2017 non solo, ma ultimamente, al vertice di Pechino " Processo di Istanbul",  ha espresso con determinazione l'ipotesi di un forum per la pace nella regione, con la partecipazione di Afghanistan, Pakistan e rappresentanti dei Taliban, oltre ovviamente se stessa.
A noi sembra sufficiente questo brevissimo flash riassuntivo di una parte delle quinte, e ci chiediamo: come possono sentirsi gli Usa in questa situazione che va creandosi, se non assaliti da un magone? E allora si inizia col mettere in circolazione la voce di alcuni analisti, a nostro avviso ignoranti o ben pagati, a cui dei giornali italiani hanno fatto eco, si inizia con le loro insinuazioni circa la possibilità di un nuovo Iraq afghano nell'eventualità che gli Usa, Nato al seguito, possano lasciare quella terra, analisi oltremodo errata che fa il Gioco di cui sopra, sempre lo stesso. Analisi che non tiene conto della posizione geografica innanzi tutto, nonché dei rapporti interregionali storicamente diversi, nel bene o nel male che sia, ma diversi. Però le "analisi" sottolineano non solo la necessità della presenza Usa sul suolo afghano, ma anche un ulteriore aumento numerico circa le unità e gli armamenti. Ad avallare tutto questo, giustificandolo, ecco che giunge l'incrementarsi degli attentati "terroristici" di varia misura e portata.
Non c'è altro da dire. Per ora.
Marika Guerrini
foto web-ansa



mercoledì 19 novembre 2014

Gerusalemme in breve

 .... manca poco e raggiungeremo le 24 ore di tam tam mediatico sull'attentato a Gerusalemme, nel sobborgo di Har Nof, in Agasi street, per essere precisi. Sappiamo tutto di tutto, che è stata una risposta al falso suicidio di un autista palestinese, che l'attentato è avvenuto in Sinagoga, che gli attentatori erano palestinesi, che sono stati freddati subito dopo aver ucciso quattro rabbini, tre americani e uno britannico. E sappiamo che erano le prime ore del mattino, che le vittime, i rabbini, stavano pregando, sì, come fanno anche i musulmani, in questo caso palestinesi, che iniziano a pregare al mattino presto, e poi ancora, quando e se viene loro permesso. 
In questo tam tam, voci s'innalzano indignate, severe, voci d'accusa, di condanna per l'efferato assassinio-suicidio, e già, perché anche suicidio è stato. Non si entra in una Sinagoga alla stessa ora della propria preghiera, con volto scoperto, armati di asce e pistole, urlando Allah-u-Akbar, Dio è Grande, senza la certezza d'essere uccisi  nell'immediato, senza essere votati alla morte. Non si entra, anche perché alcuna voce s'indignerà per noi. E nessun tam tam mediatico ci sarà per noi, come non c'è stato per chi come noi prima di noi. 
No, qui non si parla del sedicente Stato Islamico dell'ultim'ora, si parla di palestinesi, di un popolo da anni ed anni quotidianamente immolato alla prepotenza di Israele, senza che vi sia alcun tam tam mediatico, se non qualche finzione di, qualche breve finzione. Ma ora, come spesso, il tam tam così che tutti, proprio tutti sappiano delle "nefaste" azioni palestinesi e sorvolino su quelle israeliane. Così Kerry ha urlato al "puro terrore", Cameron "inorridito" ha pensato alle famiglie delle vittime, Obama ha urlato agli ingiustificabili "attacchi sui civili", il neo Gentiloni ha condannato "l'ignobile attacco armato" mentre altri in Europa seguivano le orme come da copione e Benyamin Netanyahu ripeteva la giaculatoria " reagiremo duramente", come se non la si conoscesse.
Noi invece ci siamo chiesti come mai due palestinesi armati di asce e pistole, siano entrati indisturbati in una Sinagoga, proprio lì, nella terra in cui, ultimamente, si sono alzati persino piccoli muri in cemento alle pensiline degli autobus, "per la sicurezza degli israeliani", in cui le famiglie israeliane con due figli, mandano a scuola i figli su due autobus diversi così "se su un autobus vi è un attentato, uno dei figli si salva perché sull'altro autobus", lì dove misure di sicurezza su misure di sicurezza affollano la terra, è per questo che la risposta  data non ci è piaciuta: le Sinagoghe a Gerusalemme non sono protette dalla sicurezza. Che strano. Ora però provvederanno così come per le scuole. Questo è stato detto. 
E pensare che a Roma, Italia, la Sinagoga, è sorvegliata notte e giorno, giorno e notte, e la scuola ebraica, sempre a Roma, Italia, ha i cecchini sul tetto che a turno montano la guardia. Eppure, stranamente a Gerusalemme, Israele-Palestina, tutto questo non c'era, queste misure non c'erano, c'erano tutte ma non queste, i luoghi più significativi, più esposti, più vulnerabili non avevano la protezione, oh, ma ora l'avranno. Sì, che l'avranno. Sarebbe bene la fornissero anche alle Moschee, visto che nel solo mese di novembre, questo novembre, nell'arco di quindici giorni, ben due Moschee sono state date alle fiamme dagli israeliani, e la Spianata delle Moschee è stata chiusa, e la Moschea di Al-Aqsa, quartiere Issawiya, è occupata ogni giorno dalle forze israeliane che impediscono ai palestinesi di entrare a pregare, anzi, per onestà, permettono l'ingresso ad un massimo di cinquanta palestinesi al giorno sotto sorveglianza, sì, all'Al-Aqsa si prega sotto sorveglianza, quando ti viene permesso di pregare e se. Eh, già, persino la preghiera è stata vietata e limitata a quella gente figlia di Palestina. Persino la preghiera. E poi ci si meraviglia si urla si accusa si condanna.
Molto ci sarebbe da raccontare, molto racchiuso solo nei primi quindici giorni di questo mese di novembre del 2014. Tracceremo solo qualche immagine. La storia di Muataz, ad esempio, storia del 3 novembre che dice di Muataz, il giovane palestinese ritenuto, senza certezza, responsabile del ferimento del rabbino Yehuda Glick, Muataz viene quindi catturato e trascinato dai soldati israeliani sul terrazzo di casa, lì torturato per ore anche con un trapano, fino alla morte, mentre i genitori, legati e sorvegliati, udivano le sue urla, genitori a cui non è stata lasciata neppure la salma del figlio. O potremmo raccontare dei quattro ragazzi palestinesi rapiti nel quartiere Suwwana e al-Bustan da soldati israeliani, quattro ragazzi che avevano, hanno, non sappiamo se parlare al presente o al passato, 19, 17, 19 e 16 anni, notizia questa di mercoledì 5 novembre.
E c'è l'11 di novembre e la breve storia di Hamza Hatem della famiglia Zaidani, la cui casa viene assediata, subisce un'irruzione da parte di soldati israeliani della sicurezza capeggiati da un ufficiale, cercano lui, Hamza Hatem, hanno un mandato di arresto per lui, Hamza Hatem, devono portarlo via per interrogarlo, trovano i genitori, lui è nella casa accanto, lui ha 2 anni, sì, 2 anni. E' la verità.
Ma c'è anche il 12 di novembre e la notizia che un comitato di pianificazione, ovviamente israeliano, ha approvato il progetto per la costruzione di 200 case per coloni,  200 per ora, ma saranno 1000. E sempre il 12 di novembre Amnesty International dichiara il " disprezzo scioccante" per la vita dei civili palestinesi da parte dell'esercito israeliano che ha sganciato bombe aeree sulle abitazioni, risultato: 104 civili morti tra cui 62 bambini, di contro la risposta palestinese: razzi sparati che hanno provocato 6 morti civili tra cui 1 bambino. 
Il fatto è che sono giorni e giorni che la polizia israeliana sottopone, nei quartieri arabi, i palestinesi ad ogni sorta di "punizioni", dalle incursioni nelle case, ai raid, ai rapimenti alle esecuzioni eccetera eccetera, "punizioni" perché esistono. 
Con la breve, ma emblematica notizia del 13 novembre chiudiamo quest'assaggio di brevi, dopo di che tutte le parole si fanno vento: il 13 c.m. viene negato l'ingresso in Israele alla Commissione delle Nazioni Unite guidata dal giudice canadese William Schabas, incaricato Onu per i Diritti Umani, in questo caso incaricato di indagare sulla recente guerra di 50 giorni a Gaza ( 2194 vittime palestinesi di cui 70% civili tra cui 519 bambini), ma non solo l'ingresso viene negato, viene negata anche la collaborazione: Israele non collaborerà con la Commissione d'inchiesta dell'Onu, lo dichiara il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahashon.  
E pensare che al check-point 300, quello tra Gerusalemme e Betlemme, dalla torretta sul muro pende un cartello pubblicitario del Ministero del Turismo israeliano, " LA PACE SIA CON VOI" c'è scritto.
Marika Guerrini
foto: originale 

lunedì 10 novembre 2014

Afghanistan, Isis e le armi"perse"

... non fa piacere sentirsi dire: avevi ragione, specie se non è la prima volta e se questa ragione implica azioni di bellica follia. L'ammissione è giunta da Kabul questo pomeriggio ch'erano le 16 ora italiana, 19,30 ora afghana, è giunta via etere da una voce amica, oggi contrisa, amico che fino ad oggi, appunto, altro non aveva fatto, per anni, che sostenere la presenza militare Usa in terra afghana, la sua terra, prima che si trasferisse negli States e quasi la rinnegasse. Prima del 2001.
Ma la goccia è giunta, la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso, evidentemente colmo e tenuto nascosto per orgoglio. E la goccia è stata la notizia di qualche giorno fa e diceva della "perdita", da parte dell'esercito statunitense, di materiale bellico di vario tipo, del valore di 240 milioni di dollari. Sì, 240 milioni di dollari di materiale militare in dotazione all'esercito americano, tra cui attrezzature di comunicazione, dispositivi di crittografia, veicoli Humvees ed altro, tra cui anche armi sensibili. Tutto materiale "perso" non si sa come, materiale che prima di venir "perso", era nelle due basi principali, quella di Bagram e quella di Kandahar. 
Possibile situazione-occasione della "perdita", il ritiro delle truppe statunitensi e, per la precisione, l'inizio del ritiro. Sì, perché l'inconveniente, anzi gli inconvenienti, dato che le basi in questione sono due, risale al 2013.
Per inciso: comunicare al lettore la netta sensazione di un desiderio di scomparsa nella voce al telefono, è dir poco o nulla, detto questo e tornando alla "perdita", sta di fatto che gli addetti alla sorveglianza, ovviamente americani, non siano stati tempestivi nella segnalazione, motivo per cui la notizia è saltata fuori ultimamente. A completare la "perdita" c'è che, sempre a detta degli esperti americani, il materiale non potrà essere recuperato, tra l'altro i veicoli Humvees sono quelli usati in alcuni attentati suicidi. Eh, sì, perché la cosa più interessante è che, questo materiale bellico "perso" sia stato "trovato" dal "nemico", chi?, ma l'Isis o Isil, come preferite. Ecco, la voce non ha pronunciato altro contenuto, oltre alla scuse che non finivano mai e che, a dire il vero, ci hanno disturbato non poco, ah, no, un momento, c'è un'altra cosa:  "nessuno sarà ritenuto finanziariamente responsabile né per le sparizioni né per non aver rispettato le scadenze dei rapporti", dichiarazione ufficiale.
Ecco la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una voce amica, oggi, a Kabul.
Marika Guerrini
foto: Reuters
    

sabato 25 ottobre 2014

Hazara- Muharram 1436- sacrificio

... è così tanto il tempo trascorso da che, un giorno, ci trovammo per la prima volta a salire su uno di quei bus che trasportano da un luogo all'altro la vita degli uomini, laggiù. Uno di quei bus che, come i camion, al passaggio rallegrano la via, quelli che, di giorno, narrano la  storia contingente e non, snodandola in colorate immagini dipinte, e di notte, rallegrano il buio accendendolo di colori lampeggianti da decine di piccole luci che li incorniciano. E' così tanto tempo che quegli stessi bus si sono fatte tombe, spesso, molto spesso, quasi sempre ormai, tombe del popolo Hazara. 
E' quel che si è consumato a Quetta ancora una volta. Quetta la città pakistana di cui spesso abbiamo trattato, la città al confine con l'Afghanistan di Kandahar e con l'iran, lì, nel Baluchistan meridionale, in quella martoriata regione in cui vive la più cospicua comunità del popolo Hazara in Pakistan. Quetta, con la sua città nella città, Hazara Town, appunto, con le sue scuole, la tradizione della sua gente, il suo indipendente tutto, e lì, ancora lì, e sempre lì, continua, nel silenzio del mondo, a consumarsi il genocidio di quel popolo. 
In quest'ultimo mese di ottobre gli attentati mirati hanno consegnato ancora vittime hazara alla storia. Dinamiche sempre le stesse, per mezzo di un suicida, come nei primi giorni del mese, con cinque vittime o, come due giorni fa, con motociclisti che assaltano un autobus dei colori, della storia, della tradizione, che ora raccontano anche gli attentati nei loro disegni con scoppi di fuoco. Otto le vittime questa volta, lì al mercato ortofrutticolo di Quetta, a due giorni dall'inizio di Muharram, un mese sacro, il mese del dolore per gli sciiti, quello del ricordo di Kerbala nel 61° anno dell'Egira, 680 del nostro Anno Domini. Kerbala, la battaglia, in cui perse la vita terrena Husayn Ibn Alì, cuore pulsante dello Sciismo. E ancora e sempre Hazara ad essere immolati, colpevoli di nulla se non che di vivere in un luogo ricco di risorse minerarie, non certo d'essere sciiti come si vuole si creda, luogo che, ricordiamo a chi l'avesse dimenticato, si vuole sgombro sì da farne un immenso sito minerario con agglomerato urbano ad uso e consumo straniero.
Tutto mentre continua l'inettitudine del governo centrale pakistano e del governo provinciale del Baluchistan, tutto con il via libera ai vari Lashkar-e-Jhangvi, forse, data l'assenza d'ogni recente rivendicazione. Ma per noi i gruppi terroristici sono sigle senza alcun valore, che sia  nome o attribuzione o motivazione o rivendicazione, poiché la sostanza non cambia, il sacrificio hazara non cambia, il dolore non cambia. Ora è così tanto tempo che denunciamo il genocidio del popolo Hazara che le parole si sono fatte vane, le consegniamo per questo a Hùshal Hàn, a quell' antica poesia da lui vergata ch'era il diciassettesimo secolo del tempo gregoriano, da noi già citata in altre pagine, quella sua poesia che dice:

Il dolore è una cosa
che bisogna tenere ben cucita nel cuore
tenerla a disposizione
sì che forse se ne accorga
un certo giorno 
il Signore

Marika Guerrini
foto: Barat Alì Batoor
si consiglia   http://occiriente.blogspot.it/2013/01/baluchistan-dietro-le-stragi.html


lunedì 20 ottobre 2014

Nuovo Ordine Mondiale e consapevolezza

... sono giorni, questi ultimi, in cui tutto ciò che riguarda azione terroristica con annessi belligeranti con annesse vittime con annesso espandersi dei disordini armati, sembrerebbe entrato sotto una leggera coltre d'ovatta, è una sensazione, l'eco di questo tutto che da anni attanaglia gran parte della sfera terrestre, tranne qualche richiamo all'attenzione, vedi Turchia che apre ai peshmerga mentre nessuno aiuta al-Assad, sembrerebbe essersi attutita, come fosse l'eco dell'eco. Questa fase dà modo di osservare noi stessi al di fuori dell'azione dell'evento, sì da comprendere il nostro approccio a tutto ciò che giunge come notizia, sì da comprendere in che modo ci relazioniamo alla notizia stessa. 
Generalmente si è portati ad osservare gli accadimenti come uno derivante dall'altro, esattamente come, trovandosi dinanzi al mare, si è portati a pensare che l'onda in arrivo sia causata da quella che la precede, la quarta dalla terza, la terza dalla seconda, la seconda dalla prima e così via. In realtà nel mare il fenomeno si verifica perché, al di sotto della superficie dell'acqua, agiscono forze che determinano il rompersi delle singole onde. Ora, tenendo ferma quest'immagine del mare e dei suoi moti, se pensiamo all'uomo, a noi tutti, ci rendiamo conto che può essere fatta la stessa considerazione, ovvero riteniamo gli accadimenti uno derivante dall'altro. Se poi applichiamo a quest'ultima considerazione la storia contingente, ma potremmo farlo anche con la storia propriamente detta, ci rendiamo conto che la nostra mente, in automatico, davanti ad un accadimento compie, immediato, lo stesso moto di derivazione dal o dai precedenti. Applicando questo concetto alla  contemporaneità, prendendo un esempio non a caso, quando è stato delle Twin Towers fu logica l'azione degli Usa su quel territorio che s'era detto sede degli artefici del disastro,  conosciamo a memoria il tutto. Allo stesso modo è successo con l'Iraq, a detta, sede di armi nucleari rivelatasi poi irreale, ma intanto la sequenza risultata logica fu, per questo, giustificata, anzi, ritenuta necessaria. Si potrebbe continuare, e si invita il lettore a farlo, ma comunque, riportando la causa-effetto a tutti gli accadimenti di questi ultimi anni, non troverete mai, ma proprio mai, un evento bellico, parabellico, un'azione violenta o costrittiva o restrittiva eccetera, perpetrata dalle forze occidentali sui paesi che sappiamo, che non sia giustificata dalla sua propria immediata causa-effetto. Che non sia logica, esattamente come l'onda che appare derivare dalla sua precedente e che se si fa tsunami è uno tsunami di derivazione, uno tsunami logico.
In realtà, come nel mare, il quadro è ben più complesso e allo stesso tempo estremamente semplice. Tale infatti risulta se si tiene conto di un a-priori, del fatto che sul pianeta da secoli è stato tracciato un disegno globale, come in una forma ereditaria dovuta ad alcuna genealogia consanguinea bensì una sorta di conformazione interiore, come una sottile predisposizione.  Questo disegno globale include un obiettivo: il controllo internazionale a scopo di dominio. Non ha alcuna importanza se il dominio sia economico, geopolitico o ancor più sottilmente vada a toccare l'evoluzione dell'umanità, quel che importa è che si realizzi, che sia. 
Sappiamo bene: quel che andiamo dicendo non è una novità poiché  sono anni ed anni che, prima in cerchie ristrette quali logge, aggregazioni, società segrete e cose simili, poi, come ora e da tempo ormai, in maniera visibile, si parla si traccia si pensa si discute su quello che viene chiamato Nuovo Ordine Mondiale, che di nuovo non ha più nulla data la diffusione della denominazione, ma proprio perché nominato, trattato, discusso e così via, in numerosi ambienti, pagine di giornali, di libri, ovunque ormai e da molti, viene sottovalutato, a ragion veduta, tra l'altro, visto che si avverte sempre, o quasi sempre, un retroscena di faziosità in chi ne parla, qualcosa che oscilla tra  complottismo e derisione. Ci sono quindi coloro che urlano a questo Nuovo Ordine come ad una piaga per l'umanità, qualcosa di ineluttabile, inelusibile, altri che ne negano l'esistenza o, tutt'al più la ritengono qualcosa di circoscritto, di elitario, qualcosa che riguarda alcuni. In entrambi i casi, le forze che agiscono in sottofondo, al di sotto della superficie quali idee del Nuovo Ordine, vengono a trovarsi indisturbate, nel primo caso perché chi potrebbe contrastarle in realtà ne resta vittima, indebolito dall'eccesso di considerazione, si trova a subirne la paura, nel secondo caso perché la negazione della loro esistenza, ma potremmo dire l'ostinazione alla non conoscenza della verità, lascia indisturbato il campo d'azione delle forze. Il fatto è che il fenomeno in sé è assolutamente lineare e smetterebbe di esistere, o comunque di agire, se ognuno, presa consapevolezza dell'esistenza del fenomeno, vale a dire dell'esistenza del disegno globale, agisse di conseguenza, in questo caso smascherando la menzogna di cui il fenomeno si serve per realizzare se stesso. Questo semplice pensiero di consapevolezza porterebbe l'uomo, nel nostro momento storico, all'indipendenza dagli avvenimenti, o per meglio dire, all'indipendenza dalle notizie sugli avvenimenti. Questo comporterebbe un risvegliarsi delle capacità di osservazione con seguente capacità di formulazione di pensieri liberi dall'apparire del contingente. E' ovvio che la stragrande responsabilità è proprio degli addetti ai lavori, tutti coloro che formano la comunicazione, innanzi tutto e di qualsiasi tipo. Utopia il venirne fuori, forse sì, ma non irrealizzabile, anche perché basterebbero pochi validi esempi di correttezza e verità. 
A questa luce si può ben capire come tutte le notizie che ci giungono tipo quella di Joe Biden, vice di Obama, che nel parlare agli studenti di Harward smaschera l'azione di forza perpetrata sull'Europa ai fini di sanzioni alla Russia, e, nello stesso incontro, riferito all'Isis:  Non stiamo correndo nessun pericolo di vita, né alcun pericolo  per la nostra sicurezza. E' due volte più probabile che siate colpiti da un fulmine per strada che restiate vittima di un'azione terroristica negli Stati Uniti, ci risulti ovvietà in quanto, avendo ben osservato ed ancor più liberamente, sappiamo che tutto è costruito, che l'Isis, anche i precedenti gruppi, sono macchine umane da guerra costruite né più né meno che un kalashnikov, solo più complesse, macchine che agiscono dove come e quando secondo programmazione. E risultano ovvietà anche le decapitazioni, queste messe in  scena professionali, con tanto di scenografia costumi eccetera, tra l'altro anche senza fantasia come quell'assoluta assenza di sangue mentre la lama si muove a segare il collo. E ovvietà sono tutti questi giornalisti prima prezzolati dalla Cia che si "pentono" e spifferano la verità, e ovvietà è il bailamme sull'Ebola, virus brevettato nel 2010 e potenziato in laboratorio, e ovvietà... ma la lista sarebbe troppo lunga e ci fermiamo qui, l'invito è guardare con attenzione, ascoltare con attenzione, osservare con attenzione, ad ogni nuova, pensare a cosa possa portare la sua logica conseguenza, si scoprirebbe così che la Siria è nel disegno di distruzione, che lo sarà l'Iran che si sta agendo sul Pakistan, e sul Pacifico, Hong Kong e l'Argentina e così via, tutte cose che sappiamo e tutto architettato inerente a quel che suggerisce la storia del luogo d'azione, sì che tutto risulti logico. Si scoprirebbe così che le paure indotte con il preciso scopo di indebolire i popoli perché siano manovrabili, potrebbero iniziare a frantumarsi ed un barlume di libertà di pensiero prenderebbe timidamente ad albeggiare.
Marika Guerrini
foto dal web

giovedì 9 ottobre 2014

Afghanistan: il patto della condanna

elemosina
... abbiamo atteso, sperato, forse pregato che quella firma non venisse apposta. Abbiamo mentito a noi stessi, con consapevolezza mentito a noi stessi, coltivato un'illusione, così, tanto per sognare, ma l'Afghanistan ha firmato il patto della condanna. 
E' strano pensare, dire, scrivere questo di quella terra da anni sofferta, è strano sentirla   violata ora, come non fosse mai accaduto prima, strano malgrado distruzione e morte le appartengano dagli stessi anni, strano, incomprensibile ai più ma non a noi a cui la speranza, perenne dea, non era mai venuta meno, chissà, forse per amore. Un amore antico come le montagne che ancora s'ergono laggiù benché violate anch'esse, come i silenzi, la  storia millenaria, i laghi di Band-e-Amir, i Buddha di Bamiyan, le leggende, i fiumi segreti a custodire segreti, i minareti, la voce del muezzin, i gioielli racchiusi nel grembo di quella  madre di alture e deserti, sì, per amore non era mai venuta meno la speranza. Ora è diverso, ora vacilla, pare si sia infranta, in frantumi per una firma, una firma a sottoscrivere una vendita, un contratto di vendita lungo dieci anni, contratto che potrebbe rinnovarsi, andare oltre e ancora oltre. Ha sottoscritto il Bilateral Security Agreement Ashraf Ghani, colui che avrebbe dovuto proteggere quella terra, la sua storia, le sue genti, Ghani e la sua firma. Il patto stipulato con gli Stati Uniti d'America è patto di condanna per l'Afghanistan, è consegnare quella terra al nemico, autorizzarlo ad impossessarsene, a suo piacimento a suo modo. Altro non è per noi che alto tradimento. 
E' stato una settimana fa, abbiamo preso a preteso altri impegni, ci siamo rifiutati di parlarne,  era per metabolizzare, ma la novella ci è giunta immediata, immediata ha attraversato la linea diretta Kabul-Roma, Roma-Kabul, linea abituale. Ma ora è fatta, tutto si sta organizzando, tutti sono indaffarati, tutti quelli che "contano". Il popolo no, il popolo si sente tradito, appunto.
L'elezione di Ashraf Ghani, che per l'occasione ha rafforzato la sua appartenenza etnica pashtun mostrando il nome tribale Ahmadzai, era scontata, scontata per la formazione del candidato alla Columbia University, il suo ruolo di economista alla Banca Mondiale, quello di ministro delle Finanze (2002-2004) comprensivo di scandalo (si ricordi la Kabul Bank) protetto e coperto da Washington, era scontata dopo mesi di brogli, scontati anch'essi, finti interventi Onu e controlli Isaf, scontati anch'essi, e ancora e ancora. E scontato era il seguente accordo con Abdullah Abdullah, la nomina di questi a Capo dell'Esecutivo. E scontata era anche la vice presidenza affidata a Rashid Dostum, losca figura politica di quel paese, ma scontata non era la celerità con cui gli Stati Uniti d'America si sarebbero precipitati a richiedere la firma del patto della condanna. Ghani aveva appena giurato sulla Costituzione e sul Corano, infatti, aveva appena lasciato il luogo deputato quando mister Cunnigham, Ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul, sottolineava al consulente afghano che il Bilateral Security Agreament di cui sopra, era in attesa di assenso. E' così che, obbedendo agli ordini, Ghani ha firmato la condanna entro le successive 24 ore. Obbedendo al padrone. Sì, non ci ha mai ingannato il suo aspetto volutamente afghano nell'abbigliamento e nella falsa espressione, non ci ha mai ingannato.  
Ora, con la cessione della sovranità di stato allo straniero invasore e nemico, nulla si sa per certo tranne la conferma della permanenza Nato fino al 2024, tranne la libertà d'azione dei soldati Usa e company, oltre 10mila unità, inizialmente, il che vuol dire alcuna formazione di militari locali, che da formare non c'è più nulla dopo tredici anni, ma libertà di interventi d'ogni tipo come quando su qualunque cosa su chiunque. Interventi senza alcun permesso, richiesta, segnalazione al Governo o chi per. Nulla si sa per certo tranne l'ampliamento delle basi aeree e militari di Mazar-i-Sharif, Bagram, Kabul, Shindand, Jalalabad, Kandahar, che, per chi conosca la geografia di quel paese, vuol dire presidi Nato da nord a sud, da est ad ovest. E si sa il non detto, ovvero che nelle aree rurali continueranno a circolare enormi quantità di armi così che le multinazionali delle armi, veri vincitori di questi anni di guerra, continuino il profitto, si sa che i campi di oppio si moltiplicheranno, così come le raffinerie così come lo spaccio così come le giovani morti, tutto a favore internazionale mafie comprese. E si sa  che Iran e Pakistan hanno urlato al patto della condanna, al perpetrarsi dell'invasione straniera oltre confine, e si sa, perché dichiarato, che questo inciderà negativamente sui rapporti interni. Ma non si sa nulla di India, Russia e Cina, loro hanno taciuto, o quasi, e sì che l'interesse di quest'ultima per  alcune aree del sottosuolo ricco di minerali, il cui valore complessivo su territorio ammonta a circa 3 triliardi di dollari, è molto forte. Eppure, silenzio. Chissà forse silenzio dovuto a quella certa alleanza che, in compagnia del Brasile e forse del Sudafrica questi paesi stanno andando a formare oltre l'interesse economico? Come se il vecchio Brics stesse cambiando aspetto, sostanza? Come si stesse trasformando in un vero asse a bilanciare la più vecchia Nato? Forse qualcosa potrebbe affacciarsi all'orizzonte, il che spiegherebbe ancor più la recrudescenza delle violenze di questi giorni, Isis compreso, e le sommosse di Hong Kong e tutti i parti criminali di questa dilagante ameba d'occidente. Forse qualcosa potrebbe affacciarsi all'orizzonte a mutare il corso di questa  storia afghana che di afghano ha solo il sacrificio di quella terra e le sue genti. Chissà. E la speranza potrebbe rivivere.
Marika Guerrini
foto Barat Alì Batoor
   
  

giovedì 18 settembre 2014

Europa Siria... esercizio bellico

... mentre l'occidente è catturato dalla sigla Isis o Isil, come dicono gli arabi, dalle immagini che incalzano in cui teste cadono al momento opportuno, riportando alle pagine di Lawrence d'Arabia, alle denunce di Kipling, agli orrori perpetrati nell'India coloniale britannica e fugando così ogni dubbio sulla loro origine e formazione, se mai dubbio ci sia stato, il reale pericolo continua ad animarsi  all'interno dei nostri confini in cui, in questo caso, includiamo la Siria a dispetto d'ogni geografia. La strategia è sempre la stessa, quella dal sapore stantio per gli avvezzi alle dinamiche un tempo anglo ora anglo-americane: deviare l'attenzione da quel che si vuole si consolidi in sordina o a mezza luce perché esploda quando il suo arrestarsi sia divenuto impossibile.
E allora noi riportiamo in asse il riflettore, qui, tra Europa e Siria, un'Europa imprigionata nei suoi stessi confini fisici dai presidi Nato lungo il suo perimetro e la Siria di Assad ma anche di Putin e della Cina e dell'Iran. Questo il collegamento. A noi europei basta uno sguardo d'insieme dall'alto per realizzare le sbarre, ai siriani, i pochi che ancora resistono agli attacchi dei "ribelli" alleati ed armati dall'occidente e ai bombardamenti Usa che come facciata usano l'Isis quale obiettivo, basta affacciarsi sulla loro stessa costa per scorgere gli schieramenti, per capire la realtà d'una guerra pronta ad esplodere. Così, mentre noi nella provincia ucraina di Leopoli vediamo carri armati tedeschi farsi testimoni dell'avvio alle esercitazioni  militari con 1200 soldati di ben 14 paesi, sotto la supervisione di Oleksandr Syvak, colonnello ucraino e il coordinamento Nato, cosa che sarà fino al 26 di questo stesso mese, mire e piano bellico permettendo, mentre, come da tradizione, pronunciamo il nome hollywoodiano della campagna: Rapid Trident 14 immaginando al comando un Tom Cruise di turno, lì, i siriani, sul loro mare vedono, a loro distruzione  la flotta americana e alleati vari, ma vedono anche a loro difesa cacciatorpedinieri, incrociatori lanciamissili, fregate, navi da sbarco con a bordo missili destinati alla Siria, navi da soccorso, da distanza, da ricognizione, corvette lanciamissili, motovedette, portaerei, incrociatori lanciamissili e sommergibili nucleari tutto  della grande madre Russia. E vedono unità navali cinesi con tanto di autorizzazione egiziana a navigare il Canale di Suez per affiancare la Russia, autorizzazione accordata immediata e di buon grado, cosa che dovrebbe far riflettere l'occidente europeo ché l'altro, accecato com'è da ignoranza e arroganza, di riflessione e pensiero non ha idea. Ed anche la flotta siriana vedono, con motocannoniere, corvette, unità da sbarco, pattugliatori eccetera, tutto un po' agé ma funzionante. L'Europa e la Siria vanno di pari passo, è tanto che lo diciamo, è tanto che le parole sono al vento. L'Isis o Isil a proposito di cui Ekrina Sabrì, capo della Commissione Islamica Suprema si è espresso: Chi sono questo Isil, da dove vengono... indossare un turbante nero non vuol dire essere islamici. Questo Isis  è la donna dello schermo dietro cui si cela quel che da anni ed anni è stato deciso, come ci risulta anche dalle pagine di " Vincere le guerre moderne" di Joint Chief e Wesley Clark, direttore di Strategia Politica l'uno, ex Comandante in capo della Nato in Europa, nonché ex generale pluridecorato con campagne dal Vietnam al Kosovo, l'altro. Ed è questo altro che in una pagina: "... nel novembre 2001, al Pentagono, ho avuto modo di fare una chiacchierata con uno degli ufficiali dello staff militare. Eravamo pronti ad andare contro l'Iraq qualche giorno dopo l'11 settembre, ha detto. Ma c'era di più. Oggetto di discussione era un piano di campagna quinquennale d'occupazione, con un totale di sette paesi a partire dall'Iraq, poi la Siria, poi il Libano, poi  Libia, Iran, Somalia e Sudan".      
La polvere del Ground Zero era ancora calda quando tutto era già pronto, deciso. Ma mai dubbio in noi ha sfiorato questa realtà.
I tempi si sono protratti, il quinquennio non è stato rispettato, incidenti di percorso, forze altrui non calcolate per questi signori della guerra da non confondere con quelli afghani che rispetto a questi sono mammole al vento. E sete di dominio in dismisura, esattamente ciò di cui accusano chi vogliono colpire o fingono di colpire. Come ora.
Così, mentre gli aerei bombardano la Siria, violando ogni diritto di Stato Sovrano, mentre l'incremento delle sanzioni piove sulla Russia e la Nato rifornisce di armi i combattenti dei filo-russi, dichiarazione del ministro ucraino agli Esteri, e Kiev firma un accordo con Washington per 34 milioni di dollari per lo sviluppo dell'economia ucraina, vendendo così un altro pezzo d'Europa all'oltre Atlantico, noi lasciamo all'ingenuità del popolo americano, tenuto sotto giogo, la sfilata dei cartelli su Washington di qualche giorno fa: " Stato islamico+raid Usa = più terrorismo" e lasciamo loro gli slogan urlati in aula Senato: " Gli americani non vogliono la guerra... gli Usa devono andarsene dall'Iraq e dalla Siria, fermateli". Fermateli. Lasciamo alla loro ingenuità che ci riporta ai tempi del Vietnam, quando non cartelli né slogan fermarono nulla, ma la sconfitta. Speriamo si ripeta se dovesse essere l'ultima spiaggia. 
Marika Guerrini
foto web

giovedì 11 settembre 2014

undici di settembre ancora

... stralci dal nostro "Rossoacero" per essere nel coro e fuori dal coro.
" ... Ore quindici, minuto più, meno... Un ristorante, qui, a Trastevere, l'esterno di esso... e tavoli rigorosamente vuoti... qualcuno poggia su quel tavolo una piccola radio portatile... sono lì, sto passando... Il volume è piuttosto alto. Rallento. Distinguo rumori, sirene. Una voce ansima, sovrasta i rumori, prova a farlo... Mi fermo.
New York colpita... Twin Towers... paura... ecco... Parole scollegate in un contesto sconosciuto.... Penso ad un racconto radiofonico. Di quelli che danno a volte sulla Rai. Sorrido. Cammino. La voce c'è di nuovo, continua nell'affanno. Retrocedo di qualche passo. Affanno, voce, rumori, sirene, troppo realistico. Tutto troppo. Sospetto. penso: reale.
Np. non è possibile. Ma ci credo. Subito.
L'atmosfera è ferma. Intorno silenzio... c'è un bar non distante... Vado verso il bar... un televisore acceso. Una delle Torri Gemelle di New York ha un aereo in un fianco, si vede la coda. Fumo nero fuoriesce dallo stesso fianco. L'immagine va a ripetizione. Fantocci volano dalle finestre. Sembrano corpi umani.
Mi guardo intorno. Immobile nella sua postazione, il barman ha un bicchiere vuoto in una mano. Nell'altra una fetta di limone all'estremità d'un coltello. Lo sguardo allo schermo.
Ho certezza delle immagini: sono reali, è una diretta. E' accaduto. Le parole dell'inviato neppure le sento... Una manciata di minuti, s'interrompe il replay, cambia il vociare, urla ancora in diretta, altra torre, altro aereo, altra facciata. Stessa dinamica. 
Ci guardiamo, il barman, le quattro o cinque persone, io. Nello scorrere dello sguardo scorgo due persone in più, alle mie spalle.... Sono americani, si vede, si sente dall'accento della lingua bisbigliata tra loro. Nessun altro parla né bisbiglia. nessuno si muove... Sguardi scorrono tra noi. Poi il crollo sul video in tempo reale. Le torri si sono afflosciate su se stesse. Hanno ceduto. 
Il simbolo economico d'occidente, della potenza, la modernità, della nostra civiltà è crollato su se stesso.
E la polvere. Bianca a imbiancare corpi umani vivi e morti. A imbiancare case, cose. E il rimbombo lontano come d'un tuono.
... E io non ho provato nulla. a quel crollo, quel vuoto, quel ground zero, come l'hanno chiamato, lo chiamano... Alcun pensiero che non fosse silenzio.
Poi sono uscita dal bar. Li ho lasciati lì, gli altri, ancora esterrefatti... i due americani erano andati via prima di me.
Era stato un film. Come fosse un film. Ancora un film. Di quelli visti, rivisti, sui disastri, le sciagure, le catastrofi. naturali o provocate, dagli uomini o dagli dei. Ce n'è una vasta gamma. Tutti hollywoodiani o di imitazione.
E tutti finiscono con gli eroi, l'inno nazionale... The day after. E la bandiera. E i protagonisti piangono, di dolore, di gioia, tra pacche sulle spalle e abbracci... E' la fiaba americana... 
... E quel giorno ho pianto l'assenza del dubbio in me. Ho pensato: andranno in Afghanistan. E ho visto. Quella gente. Ignara. lontana da quest'America che qui, ora, alla radio, sul video, stava piangendo... Lì bombe sarebbero state sganciate su chi non avrebbe saputo perché né dove fosse l'America...".
Marika Guerrini 
da M. Guerrini, Rossoacero, Citta del Sole, Reggio Calabria, 2013


martedì 9 settembre 2014

Afghanistan 1996-2014 la storia in una lettera

  ... riportiamo  qui la lettera integrale di Ahmad Shah Massoud agli Stati Uniti d'America perché la riteniamo ancora emblematica dell'attuale situazione internazionale.

"8 ottobre 1998- da Ahmad Shah Massoud Ministro della difesa stato Islamico dell'Afghanistan
per mezzo del
Comitato del senato degli Stati Uniti sugli Affari esteri
A riguardo degli eventi in Afghanistan
Nel nome di dio
Signor Presidente, onorati rappresentanti del popolo degli Stati Uniti d'America. vi mando oggi questo messaggio in nome della libertà e del pacifico popolo dell'Afghanistan, dei Mujaheddin che lottano per la libertà e che hanno combattuto e vinto il comunismo sovietico, degli uomini e delle donne che stanno ancora resistento all'oppressione e all'egemonia straniera e nel nome di più di un milione e mezzo di martiri afghani che hanno sacrificato le loro vite per aver sostenuto alcuni degli stessi valori e ideali ugualmente condivisi dagli Americani e dagli Afghani. Questo è un momento unico e cruciale nella storia dell'Afghanistan e in quella del mondo, un tempo in cui l'Afghanistan ha oltrepassato ancora un altro limite e sta entrando in un nuovo periodo di lotta e di resistenza per la propria sopravvivenza come nazione libera e stato indipendente.   
Ho trascorso gli ultimi venti anni, la maggior parte della mia giovinezza e maturità, insieme ai miei compatrioti, al servizio della nazione afghana, combattendo un'ardua battaglia per conservare la nostra libertà, l'indipendenza, il diritto all'autodeterminazione e la dignità. Gli Afghani hanno combattuto per dio e per la patria, a volte da soli, altre volte con il supporto della comunità internazionale. Contro tutte le aspettative noi, ossia i popoli liberi e gli Afghani, abbiamo arrestato e dato scacco matto all'espansionismo sovietico dieci anni fa. Ma il vigoroso popolo del mio paese non ha saputo conservare i frutti della vittoria. al contrario è stato spinto in un vortice di intrighi internazionali, inganni, strapotere dei grandi e lotte intestine. Il nostro paese e il nostro nobile popolo è stato brutalizzato, vittima di avidità mal riposta, disegni di egemonia e ignoranza. anche noi afghani abbiamo sbagliato. La nostra povertà è il risultato di innocenza politica, inesperienza, vulnerabilità, vittimismo, liti e personalità boriose. Ma in nessun caso questo giustifica ciò che alcuni dei nostri, così detti alleati nella Guerra Fredda, hanno fatto per minare proprio questa vittoria e scatenare i loro diabolici piani per distruggere e soggiogare l'Afghanistan. Oggi il mondo vede chiaramente i risultati di azioni così scellerate e malvagie. Il centro-sud dell'Asia è in tumulto. Alcuni paesi sono sull'orlo della guerra. Produzione illegale di droga, attività e piani terroristici stanno nascendo. Stanno avvenendo omicidi di massa etnici motivati religiosamente, migrazioni forzate e i basilari diritti degli uomini e delle donne, vengono impunemente violati.
Il paese è stato gradatamente occupato da fanatici, estremisti, terroristi, mercenari, trafficanti di droga e assassini professionisti. Una fazione, i Taliban (che non rappresentano in alcun modo l'Islam, né l'Afghanistan, né il nostro patrimonio culturale antico di secoli), ha inasprito questa situazione esplosiva, con la diretta assistenza straniera. Non cercano né desiderano discutere né vogliono raggiungere un accordo con nessuna delle altre fazioni afghane. Sfortunatamente questi oscuri avvenimenti non si sarebbero potuti verificare senza il diretto supporto di circoli governativi e non governativi del Pakistan. i nostri servizi segreti ci indicano che, oltre a ricevere appoggio e logistica militare, carburante e armi, incluso personale paramilitare e consiglieri militari, 28mila pakistani fanno parte delle forze di occupazione in varie parti dell'Afghanistan, al momento deteniamo più di 500 pakistani, che fanno parte del personale militare, nei nostri campi POW.
Tre grandi preoccupazioni: terrorismo, droga e diritti umani, nascono dalle aree conquistate dai taliban, ma sono istigate dal Pakistan, andando così a formare gli angoli interconnessi di un triangolo di crudeltà. Per molti Afghani, senza distinzione di etnia o religione, l'Afghanistan è un paese di nuovo occupato. Permettetemi di correggere alcune notizie fallaci che vengono diffuse dai seguaci dei Taliban e dai loro sostenitori in tutto il mondo. Anche nel caso di controllo dei Taliban nel breve e nel lungo termine, questa situazione non sarà favorevole a nessuno. Non porterà stabilità né pace né propsperità nella regione. Il popolo dell'Afghanistan non accetterà un regime così repressivo. Le varie regioni non si sentiranno più sicure, né al riparo. La resistenza non si fermerà in Afghanistan, prenderà dimensione internazionale passando per tutte le etnie afghane e per tutti gli stati sociali. L'obiettivo è chiaro. Gli Afghani vogliono riguadagnare il loro diritto all'autodeterminazione, attraverso un meccanismo democratico o tradizionale accettato dal nostro popolo. Nessun gruppo, fazione o individuo ha il diritto di dettare o imporre il proprio volere con la forza o procurare che siano altri a farlo. Ma innanzi tutto devono essere superati gli ostacoli, la guerra deve finire, solo dopo aver stabilizzata la pace e creato un governo di transizione ci potremo muovere verso un governo rappresentativo.
Vogliamo puntare a questo nobile obiettivo. Lo consideriamo come parte del nostro dovere, dovere di difendere l'umanità dal flagello dell'intolleranza, dal fanatismo e dalla violenza. Ma la comunità internazionale e le democrazie del mondo non dovrebbero perdere tempo, dovrebbero invece cercare, grazie al loro ruolo critico, di aiutare in ogni modo il valoroso popolo dell'Afghanistan a superare le difficoltà che vi sono verso la libertà, la pace, la stabilità e la prosperità. Dovrebbe essere esercitata grande pressione su quei paesi che si oppongono alle aspirazioni del popolo afghano. Vi esorto ad intraprendere discussioni costruttive e sostanziali con i vostri rappresentanti e con tutti gli Afghani che possono e vogliono far parte di un ampio consenso per la pace e la libertà dell'Afghanistan.
Con tutto il dovuto rispetto e i miei più sentiti auguri per il governo e il popolo degli Stati Uniti. 
Ahmad Shah Massoud"

Massoud attese invano una risposta che non giunse. Tutto gli risultò sempre più chiaro. Gli Usa continuarono a rifornire di armi non solo i mujaheddin ma molto più il Pakistan, a favorire qui i gruppi fondamentalisti, molti stranieri, attraverso i servizi segreti americani e pakistani. I Taliban, quello stesso anno, presero il controllo di Kabul.  La storia andò come andò. Massoud  a Strasburgo nel 2000: " Come potete non capire che se io lotto per fermare l'integralismo talebano lotto anche per voi e per l'avvenire di tutti". Molti lo derisero. Ma tutto questo l'abbiamo già detto in altre pagine. Ora lo ricordiamo.
Fu assassinato in un attentato compiuto da falsi giornalisti  macrebini suicidi due giorni prima delle Twin Towers. 
Era il 9 di settembre del 2001, a Khavajeh Baha od Din, nord dell'Afghanistan. Gli elicotteri non potevano decollare. C'era tanta polvere quel giorno. Ma anche questo è ricordo.
Marika Guerrini  
foto di copertina,  M. Guerrini "Massoud l'afghano il tulipano dell'Hindukush" Roma 2005



sabato 6 settembre 2014

promemoria d'una guerra di menzogna e malìa

... è qualcosa di più che il sonno delle coscienze, è una sorta di malìa che perfetta si sposa a quest'estate non estate trascorsa nel desiderio d'un tepore arso, senz'acqua, sì da poter liberare i pensieri, lasciarli andare per vie diverse che non siano quelle tracciate dalla storia di questi nostri giorni. Una sorta di malìa che fluttua nell'aria a spegnere le menti, far percorrere immagini obbligate, ripetere parole consumate. Le stesse, sempre le stesse, tutto sempre lo stesso. In verità non c'è nulla che ci interessi, non più, non a questo punto, di tutto quel che accade in relazione alla guerra frammentata che stiamo attraversando, nulla che ci interessi di questa guerra mai dichiarata nel suo insieme né nei frammenti, ideata da tempo, esplosa lontano, apparentemente lontano. E da tempo noi la seguiamo, da che, insospettata e insospettabile, invisibile, procurò la fine della potenza allora emergente nel cuore dell'Asia, la fine della sua espansione, la fine dell'Impero di Reza Pahlavi, lo Shah. Così da non incontrare ostacoli sulla via della futura regionale conquista. E da allora abbiamo visto serpeggiare ciò che al tempo era futuro, tracciato su volantini che passavano di mano in mano  nei corridoi e negli spazi esterni alle sedi universitarie, ora era Teheràn ora Mashàd. E l'abbiamo vista entrare ad Héràt e a Kabul l'abbiamo vista. E ancor più sfacciata l'abbiamo vista nella fine di quella sua sorella detta "fredda", molto molto di più l'abbiamo vista proprio lì dove s'era fatto credere che le tensioni fossero finite, crollate con il muro, a Berlino. No, serpeggiava in altra forma, libera ormai d'ampliare i suoi confini. E s'è affacciata nel Golfo, nelle armi procurate a Saddam Hussayn, in tutte quelle procurate a tutti i capi di Stato che sarebbero stati accusati, poi, dall'Asia all'Africa. Finché il volto non s'è mostrato dietro la maschera delle Twin Towers. E il bubbone di questa guerra bugiarda ha preso a frammentarsi e il nostro Afghanistan ha subìto tutte le sue menzogne, le sue torture, le sue atrocità, le sue malattie, la sua povertà, la sua distruzione fisica e morale, il proliferare di tutte quelle cellule del "terrore" che si sarebbero dovute spegnere, ma la cui proliferazione serviva e avrebbe servito questa guerra, sì che lo schiavo il suo padrone. E lo schiavo va alimentato perché possa servire il padrone, va addestrato, ammaestrato, armato perché possa attaccare sì che possa essere attaccato, distruggere sì che possa essere distrutto, accusare sì che possa essere accusato e più sono atroci le sue atrocità più il terrore ha motivo d'essere, più dilaga la paura. E più dilaga la paura più l'uomo si indebolisce, e la malìa dilaga con la paura che prende corpo sempre più, offende sempre più, lo sguardo, il cuore, l'animo, e l'uomo s'indebolisce sempre più e s'addormenta sempre più e si corrompe sempre più ed è manovrabile sempre più. E' questo il potere della malìa che avvolge questa guerra in quest'estate senza estate. 
Dalle pendici delle vette più alte del mondo, lì dove la terra scompare per unirsi al cielo, nel fragore delle vili armi velenose il bubbone s'è frammentato verso l'Iraq, verso il nord Africa con le false Primavere, verso la Siria, a sgretolare l'antica storia, quella delle origini, al suo passaggio, la Siria che si è vista rifiutare la collaborazione per liberare la propria terra dopo che chi ora la bombarda per "liberarla" dal terrore, ha armato, arma e controlla il terrore. Non v'è stata sovranità di alcuno Stato che abbia potuto fermare questa guerra, nulla, questa guerra  ha bisogno di Stati vassalli e di schiavi per essere ed agire. Ogni qualvolta qualcuno abbia provato a farlo è stato smentito, a torto o a procurata ragione, addizionata, moltiplicata, demonizzata. Oppure ha visto annientare il proprio popolo con l'uso di infiltrati, mercenari, assassini, o, accusato, è stato assassinato o fatto assassinare da schiavi. La guerra della liberazione, la chiamano, della protezione dai tiranni, la guerra della democrazia. Così la chiamano. Noi, come Platone, abbiamo un'altra idea di democrazia, e sappiamo di ripeterci. Ora, come volevasi dimostrare, questa guerra è qui ad abbracciare con la sua "sicurezza" l'Europa. Un'Europa, quella in qualche modo con un qualche valore, un'Europa che non vorrebbe essere abbracciata, ma non ha coraggio e lascia che l'abbraccio l'avvinghi, s'espanda con la sua morsa. Sempre più. Lascia che si attenti, circondandolo, ad un altro Stato sovrano, la Russia, accusato della stessa accusa nei confronti dell'Ucraina, lascia che in merito si diffondano un cumulo di menzogne smentite persino da agenti del Veteran Intelligence Professional for Sanity, in una lettera aperta alla Merkel, un'Europa che lascia sia la sovranità di questa guerra a regnare sulla sua "libertà". Eppure nulla ci dovrebbe interessare di questa guerra che siano accordi, disaccordi, vertici d'ogni tipo, non cambiando la matrice, come in un'equazione matematica, il risultato non può cambiare. Gli accordi di oggi saranno fatti tradire domani, i plausi di oggi saranno fatti zittire domani, qualunque sia il volere dei diretti interessati, qualcosa sarà provocato perché si spezzino o volgano comunque a favore degli interessi di questa guerra.
Da nulla dovremmo farci sfiorare, non più, non ci dovrebbe interessare neppure il parere della gente sulle nostre parole, i nostri intenti, il parere della gente dormiente,  ammaliata, sognante, incosciente, che sia per incapacità, assenza di obiettività o scelta d'inconsapevolezza per non vivere un incubo. 
Ma ora ci fermiamo qui. Era solo un promemoria che volevamo tracciare, un promemoria di superficie, mantenendo ben salda l'unica cosa che ci interessa di questa guerra intrisa, traboccante di menzogna persino nelle immagini dei più crudi orrori, l'unica cosa che vogliamo ci tocchi: il sacrificio di migliaia e migliaia di vittime innocenti e i bambini quelli morti e quelli vivi e il dolore di questo. Questo immenso dolore. E' l'unica cosa che vogliamo ci tocchi. Che vogliamo ci interessi. Che vogliamo custodire.
Marika Guerrini