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lunedì 31 ottobre 2011

Hazara genocidio sulla scacchiera


Pakistan

                                                                                                                       
               A completamento del sit in internazionale del 01 ottobre 2011                                    
         Conferenza Stampa
Hazara: Desiderio-Diritto di un Popolo
Roma 09 novembre 2011 ore 12
Libreria Odradek 
Via dei Banchi Vecchi, 57 
    intervengono
        Aftab Mogul  -presidente dell’ Hazara Community –Italia
Hassan Rahimi – Secretary general
          Abdul Khaliq- Presidente dell’HDP (Hazara Democratic Party) in                                                         
                                                     diretta rete da Quetta-Pakistan                                 
                                                   presenta 
                                                          Marika Guerrini-scrittrice indologa storica dell’Afghanistan


 Sulla scacchiera afghano-pakistana si stanno tirando le sorti del futuro strategico di tre quarti del pianeta.
La guerra da tempo si manifesta in entrambi i paesi con la stessa violenza. L’azione bellica non si fermerà fin quando l’intera regione afghano –pakistana non verrà integrata nel sistema internazionale. 
confine lungo la Linea Durand
La Linea Durand, frontiera da sempre discussa e fonte di instabilità tra i due paesi, s’è fatta perno intorno a cui ruota l’odierno Grande Gioco in Asia Centrale.
L’area sulla Linea, altamente interessata dal Grande Gioco, s’allunga dalle pendici dell’Hindu Kush al Mare Arabico. Province coinvolte in azioni quotidiane in territorio afghano vanno dal Nuristan al Khyber fino a Kandahar e Hilmand; in territorio pakistano dal NWFP (Province di Frontiera del Nord Ovest)  al FA (Aree Tribali di cui il Waziristan) al Baluchistan.
Scacchisti in prima mossa: Usa Cina India; in seconda: Russia Iran.
Afghanistan e Pakistan sono la scacchiera più o meno interagente a seconda dei momenti e delle azioni. Nel  bailamme ludico, infatti, le azioni belliche si distinguono in diverse tipologie. E di diversa tipologia sono le armi usate. Militari, “civili”.
Nello stesso contesto della “guerra al terrore” che ha soggiogato l’Afghanistan e continua a soggiogarlo, il Pakistan accusato di cospirazione prima con al-Qaeda ora con la rete di Haqqani, viene attaccato quotidianamente. Nelle regioni di Nord-Ovest (NWFP e FA) con i droni Predator americani che falciano centinaia di civili inermi bambini compresi, e con strane periodiche presenze di patologie virali oltre agli attentati suicidi e non. Nella regione di Ovest e Sud Ovest ( Baluchistan) agli attentati suicidi e non contro bersagli spesso istituzionali o esponenti della politica e cultura locali, si aggiungono rivolte etno-religiose chiaramente fomentate che sfociano in eccidi di cui sono vittime, principalmente, gli Hazara.
In Baluchistan, la più grande Unità Federale pakistana (44% dell’intero territorio di Stato) che ha come capitale invernale Quetta, sul confine a pochi kilometri dall’afghana Kandahar, e capitale estiva Gwadar sul Mare Arabico, è presente una folta comunità di Hazara –sciiti- fuoriusciti in vari momenti dall’Afghanistan per motivi storico-politici. Comunità che per oltre due secoli ha convissuto con i Pashtun -sunniti-, senza alcun tipo di differenziazione da entrambe le parti, né problemi inerenti. Negli ultimi anni, elementi infiltratisi seminano contrasti ed odio, coinvolgendo le due etnie in scontri e sommosse che vanno ad alimentare anche il movimento Indipendentista Baluchi contrastante il controllo dell’intelligence pakistana di governo (ISI). I continui eccidi che si stanno trasformando in genocidio, rientrano così nella guerra silenziosa. E stragi come quelle dello scorso settembre ( Quetta, giorno 07, viene fatta esplodere un auto, 15 morti e 40 feriti, non rivendicata; giorno 19, morti 23 pellegrini sciiti di rientro dall’Iran a Quetta, rivendicata dal gruppo jihadista Lakhkar-e-Jhangvi) e come le innumerevoli precedenti e seguenti, non sono che apici di un susseguirsi di azioni omicide.
Afghanistan
Lo scacco matto è ambitissimo, la posta in gioco altissima. Secondo alcuni disegni di strategia bellica sulla regione, il Pakistan così come l’Afghanistan andrebbero smembrati per essere facilmente controllabili dall’interno anche in futuro e poter usufruire delle loro ingenti risorse di cui il Baluchistan è grande protagonista con le ricchezze del sottosuolo.
Inoltre tra i tanti motivi che lo rendono oggetto di contesa, il Pakistan ha lo sbocco sul mare, confina con l’Iran, fa da corridoio al petrolio dall’Iran alla Cina, ha stretti rapporti con quest’ultima, ospita un suo sbocco marittimo a Gwadar, già oggetto di desiderio delle multinazionali americane e saudite dagli anni ’80 in poi proprio per il trasporto di gas dal Caspio al Mare Arabico. E Gwadar a breve potrebbe trasformarsi anche in base navale cinese. A questo si aggiunge che il Pakistan ha in sospeso con l’India la questione del Kashmir, possiede armamenti atomici e riguardo alle risorse minerarie di cui sopra David Cameron ha chiesto di incrementarne gli scambi.
Il Baluchistan, nella grande partita di scacchi è la porta che fa da terminale di passaggio nord-sud per tutto il su accennato. Dal trasporto di petrolio ed ogni altro bene, direttamente in Cina lungo tutta la Linea Durand e il Gilgit-Baltistan, regione di confine nord pakistano cinese,
In questa babele una stima recente di Amnesty International riguardo al Baluchistan, riporta che dall’ottobre 2010 al maggio 2011, i baluchi sono stati vittime di 108 esecuzioni extragiudiziarie ed oltre 70 sparizioni. L’80% ha riguardato gli Hazara. Si può ben parlare di genocidio  che va ad integrare e rafforzare l’indebolimento del Governo Centrale pakistano favorendo l’innescarsi d’una guerra civile molto più che probabile. Esattamente quel che gioca a favore degli scacchisti.
Marika Guerrini




lunedì 24 ottobre 2011

i lunghi effetti dell'ignoranza

una delle Vie della Seta

..mentre le sponde dell'Africa e del Vicino Oriente continuano ad affondare  nel Mediterraneo la loro storia. Antica e non. La loro storia privata d'ogni dignità da chi ha rinunciato alla propria. La loro storia minata sobillata armata a dispetto di diritti, di doveri d'ogni popolo per motivi noti ai lettori d'occiriente. Mentre un popolo della sponda sud del Mediterraneo aizzato all'odio da se stesso e da altri, trucidava, allora, nel clou d'una giornata da  dimenticare, sulla sponda nord dello stesso mare, qui, in Italia, una mostra ha aperto i battenti. 
E immagini racconti suoni hanno preso a scorrere allo sguardo degli invitati. 
" a oriente.Città uomini e Dei sulle Vie della Seta" questo il titolo. 
La sua portata: internazionale. 
Il luogo: Roma, tra le mura delle Terme di Diocleziano, quelle lì, in piazza della Repubblica, adiacenti. Le stesse del Museo Nazionale Romano. Che lo ospitano. 
Giorno: 20 ottobre ore 18, giovedì, inaugurazione. 
I battenti al pubblico si sarebbero aperti il giorno seguente, 21, data ufficiale d'inizio mostra.
Durata dell'esposizione: quattro mesi e... fino al 26 febbraio prossimo venturo.
Nota positiva la mostra. Necessaria quasi, opportuna. In giorni gravati da una drammaticità  fattasi  routine. Nazionale, internazionale. Nota colorata di azzurro, di verde come i cieli dipinti sui manufatti esposti. Un respiro culturale da vivere malgrado tutto. Un respiro non per tutti. 
Non per chi nel retroscena, tra le quinte dell'evento. Per costoro un respiro soffocato. Costoro, un Istituto. Un intero Istituto. 
" a oriente. Città uomini e Dei sulle Vie della Seta" potrebbe essere il canto del cigno proprio per l'Istituto che ha ideato voluto curato la mostra. La probabilità è altissima. Quasi certezza. L'Istituto è l'IsIAO. Il suo comitato scientifico, da oltre un secolo, di generazione in generazione è stato, è, nelle sue formazioni, un fiore all'occhiello della cultura italiana all'estero.
Eppure pochi sono stati i giornalisti e facsimili ad averlo citato. Ad aver citato la fonte, la cura scientifica dell'evento. Pochi ad aver citato l'IsIAO. Il perché sarà evidente a breve. Tra qualche riga.
Palmira-busto funerario femminile-
IIsec.d.C. 
IsIAO, dunque, Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, nato dall'incontro, nel 1995, dell'IsMEO, Istituto per il Medio ed Estremo Oriente -1933- con l'IIA, Istituto Italo Africano -1906-. Una grossa fetta della storia italiana che annovera tra i suoi presidenti dell'allora IsMEO, Giovanni Gentile e Giuseppe Tucci.
Ma è come IsIAO, con le sue scuole di lingue e letterature, le sue sezioni Italiane ed estere, la sua attività editoriale tra cui periodici quali Africa, East and West, Cina, Giappone. E' con le sue missioni archeologiche dall'Africa all'Asia. Afghanistan Iran Cina Arabia Pakistan  Tagikistan Turchia Thailandia e così via  paesi africani compresi, che è in pericolo.
L'IsIAO a cui di recente, lo scorso anno e  per trenta mesi, la Commissione Europea ha finanziato il progetto, IDEAS -Integrating   and Developing European Asian Studies - verrà commissariato. Con molta probabilità. Ora. A breve. Dopo una miriade di forse, chissà, non è detto, quando, si, no. Agonia che ha caratterizzato da mesi, qualche anno, la sua atmosfera. A nulla è valso alcun intervento che fosse nazionale o internazionale. Che fosse di studiosi o di capi di Stato. Firme e suppliche.  Perché si scongiurasse la fine. A nulla è valso nulla. Fino ad ora. 
Motivo della possibile chiusura, della liquidazione: modesto deficit di bilancio.
Origine della richiesta:sconosciuta. 
La situazione si commenta da sé.. 
Eppure IDEAS con il suo apporto all'attualità, denota tutta la secolare competenza dell'Istituto. Lo fa coi e nei contenuti scientifico umanistici e storico-culturali di cui il progetto si avvale. 
Ma l'ignoranza governativa regna sovrana. Sovrana malgrado l'Europa. Malgrado il riconoscimento europeo della validità dei contenuti di cui sopra ritenuti essenziali per una migliore comprensione geopolitica dell'Asia. Da cui una maggiore distensione, un  incremento politico economico etc. etc.Si potrebbe avere.
Il pericolo in cui versa l'IsIAO è emblematico di questa nostra storia. Potrebbe oltrepassare il limite dell'umano, sfiorare il subumano. oltre ad annegare nell'ignoranza come nel mediterraneo le sponde sud e ad oriente.
rotolo di seta dipinta, sec.XVI -particolare
Sì, l'Europa ha mostrato di capire, ha appoggiato, finanziato. Ma non basta.
C'è un solo bene: il Sapere. E un solo male: l'Ignoranza. Sosteneva Socrate. 
Ma Socrate è ben lungi dagli elementi umani  a nostra guida. E l'ignoranza è un dato. S'è fatta ragione di Stato. 
Eppure "a oriente. Città uomini e Dei sulle Vie della Seta" è una bella mostra. E racconta. Lo fa con immagini video e non, con voci fuori campo, suoni ammalianti.. Racconta nel ricreare atmosfere di luoghi, di tempi. E, come su di un tappeto volante, che compare e scompare in una bella illusione ottica di proiezione, si viaggia.
E si parte dall'antico Turkestan, dall'antica Palmira. E s'aprono la Turchia la Siria. E i loro reperti parlano. E si va avanti. 
Tur 'Abdin, Ctesifonte,Taq-e-Borton, Merv, Samarcanda, Ghazni, Kucha, Turfan, Dunghuang, Xi'an. E siamo in Cina. E il viaggio termina sul dispiegarsi di un rotolo di seta dipinto. 
Un rotolo del XVI secolo a mostrare il territorio mongolo sulla Via, questa Via della Seta. Un rotolo alto meno di 60 centimetri lungo 32 metri. Un rotolo alla sua prima visibilità mondiale.
Ma non è solo questo  " a oriente. Città uomini e Dei..." è molto altro. E' un incontro. 
E occiriente non avrebbe potuto tacere su di esso. Né sui suoi retroscena. Né sul pericolo dell'ignoranza che incombe sulla fonte di quest'incontro. Fonte che da anni ha fatto di quest'incontro la propria vita, il proprio interesse nonché il proprio lavoro. Ora ha voluto mostrarlo. 
Per quest'incontro occiriente ringrazia l'IsIAO e i suoi curatori scientifici nelle persone di Francesco D'Arelli e Pierfrancesco Callieri. 
Marika Guerrini
per conoscenza 
www.isiao.it/istituto


 

mercoledì 19 ottobre 2011

due aspetti della menzogna -seconda parte

...anche un altro nero avrebbe preso spazio a Roma il 15 di ottobre. Quattro giorni fa.
Lì, mentre l'inoltrarsi della sera stemperava la violenza della Black Bloc lungo la via. Mentre i suoi ragazzi, spogli della vestizione rituale, si diramavano verso casa o verso i luoghi della legge, silenziosa potente intelligente sottile una violenza in sembianza di mimesi corporea stava per prendere corpo all'interno del Teatro Argentina. Allo scoccare delle ore ventuno. Avrebbe sciorinato parole su parole. Veloci accavallate a non far capire. Quasi. Nel suono, nelle didascalie. come a provocare confusione nella mente nelle immagini. Tecnica psicologica usata altrove, di prassi, tecnica d'annebbiamento delle coscienze. Sarebbe stata qui. A Roma all'Argentina. 
gesto dello spettacolo rivolto
alla cultura sotto accusa 
Ideazione e regia: Lloyd Newson. Compagnia, la sua: DV8 Physical Theatre. Alcuni attori di origine medio orientale e o indiana. Forse. Titolo: Can we talk abaut this? " Possiamo parlarne?" in traduzione. 
Sì. Ma noi. Ora.
Luci basse. Scena con elementi essenziali da aula scolastica. Voce fuori campo. Raccomandazioni di prassi poi: su richiesta della Compagnia nessuno può allontanarsi dalla sala durante tutto lo spettacolo. Lo spettacolo durerà un'ora e...pochi minuti. 
Si scoprirà dopo: assoluto divieto di avvicinarsi ai camerini e alle aree di transito della Compagnia. Sempre su richiesta della  Compagnia. Su ordine.
Luci direzionali in scena. Un attimo. In laterale un attore danzatore in pura lingua inglese dice: chi tra voi si sente moralmente superiore ai talebani? 
Lo spettacolo si apre.
Da lì tutto e oltre. Molto oltre. 
Multiculturalismo integrazione tolleranza coercizione al femminile libertà di espressione scritta parlata, libertà di religione...denuncia, denuncia, denuncia. Denuncia sull'Islam. Dell'Islam. Tutto circa l'Islam. E canti blasfemi citando versi sacri alla Religione islamica. Contro dal primo suono verbale, la prima nota, il primo movimento, la prima mimica facciale all'ultimo attimo di quell'ora di infinita avversione al mondo islamico. Ora interminabile  e fugace come un secondo. Tutto su falsa riga di apparente presunta imparzialità. 
E tutto è stato nominato, dall'Afghanistan con i suoi bambini uccisi, secondo i britannici, dai talebani, all'Iraq distrutta a causa del suo vecchio capo musulmano giustiziato. In nome della britannica giustizia esportata. Anche gli Hazara, di cui nelle nostre pagine. Persino loro sarebbero vittime esclusive della violenza dell'arretratezza dell'incivile cultura. Sempre secondo i britannici. Il gioco bellico politico assente nella parola inglese in scena. Assente ogni più piccola implicazione straniera ai venti di guerra delle terre nominate. Pakistan più d'ogni altra. Continuamente. A far entrare il nome nelle menti dei presenti. Chi segue occiriente capisce perché. Poi l'elenco.
Uno dietro l'altro gli episodi di cronaca nera riguardanti esponenti del mondo islamico colpevoli. Dall'episodio di Martin Amis scrittore a Saman Rushdie scrittore da David Cameron conservatore ad Ann Cryer deputato laburista a Theo Van Gogh regista e ancora ancora la lunga lista nera. Tutte vittime esclusivamente della crudeltà di cui sopra. Secondo la britannica opinione. 
Tutto attraversato sì che l'accusa avesse valenza di verità. Senza pietà. Dalle violenze sulle figlie pakistane alle vignette danesi su Maometto, al Corano bruciato negli Usa episodi questi due di alcuna importanza all'occhio britannico, quasi un gioco innocente. Grave invece al loro occhio l'episodio dei dimostranti di fede islamica che hanno osato bruciare libri dinanzi al tempio della libertà d'espressione che ha nome Westmister...e bla bla bla. 
E l'occhio britannico si arrogava universalità d'opinione. 
Così mentre la parola mai lasciava la pura lingua inglese nella sua più pura accezione, in riferimento agli anglo musulmani immigrati, un personaggio diceva all'altro:...ci rimettiamo anche denaro per insegnare loro la lingua inglese, mentre io quando vado in Francia entro nella cultura francese e parlo francese, in Germania parlo tedesco...etc.etc. 
E le didascalie in italiano scorrevano veloci e il suono inglese della parola anche.
Non c'è commento. Occiriente  non scade al loro livello. 
In questo modo sul palco del teatro Argentina, quattro sere fa si sono annullate le atrocità belliche e non degli ultimi dieci anni. Tutte. Capovolte le responsabilità. In uno sguardo anglocentrico da premio Oscar. Assoluto. Emblematico della storia inglese sul pianeta. Storia all'inglese. Passata, presente e... futura. Purtroppo. 
Sul palco del teatro Argentina hanno sfilato ipocrisia falsità menzogna violenza istigazione al razzismo allo sfascio del multiculturalismo. Ha sfilato ogni giustificazione a guerre ingiustificabili ponendo come metro l'errore altrui da dover correggere per giustizia civiltà libertà. Sempre lo stesso addotto monotono motivo. 
Sul palco dell'Argentina, da un'aula in scena per un pubblico allievo, tutto è stato INSEGNATO in puro stile inglese. Non britannico come si fregiano, occiriente  preferisce separare l'Irlanda e la Scozia che fu molto tempo fa. Quel puro stile assente d'ogni etica che da secoli vuole insegnare al mondo quel che non possiede. Malgrado, ovunque abbia occupato, colonizzato, depredato, abbia cercato di raccattare a far proprio: rispetto altruismo conoscenza senso di verità moralità altezza di pensiero libertà. In sintesi: Civiltà. Senza riuscirvi.
Questo è accaduto al teatro Argentina. Questo accadrà altrove. Come una missione di guerra tra popoli. Senza smentirsi. Non ci ha meravigliati. Dopo. Ci ha posti dinanzi alla gravità dell'evento. Subito. Alla prima infausta battuta. All'ingresso. Ci ha fatto male. Ci siamo espressi. Dopo. Fuori dallo stabile. Malgrado i divieti. Le inglesi paure. E' stato inutile. La convinzione della menzogna era in ogni più piccola cellula di chi ci stava dinanzi assente di sguardo. E una sensazione di freddo.
Un'indubbia bravura artistica s'è fatta tecnica d'una propaganda di menzogna. Pericolosa. Inaccettabile. 
Occiriente s'inventa la compassione.
Marika Guerrini  



martedì 18 ottobre 2011

due aspetti della menzogna -prima parte

Roma, 15 ottobre 2011. Tre giorni fa.
...il giorno degli indignati della guerriglia degli incendi dei luoghi cristiani profanati, del crocifisso frantumato della statua della Vergine calpestata. Il giorno dei sampietrini divelti lanciati. A far male. Di più. Il giorno del Black Bloc. Perché Black Bloc è una tattica, una tattica distruttiva. Tattica per una macchina da guerra altra, di altro tipo. La Black Bloc non è organizzazione ma è organizzata. Non esiste sede in alcun luogo fisico che sia Italia o altrove ma esiste luogo in rete. Luogo senza luogo e in ogni luogo. Non esiste giornale che rappresenti i suoi applicatori ma parole vanno, scorrono da un cellulare all'altro da un'email all'altra. Parole nell'etere. Senza calore vitale ma agenti nel vivente. Non c'è ideologia su cui poggi, da cui parta, a cui si ispiri. E l'Anarchismo Insurrezionale, a cui vengono associati gli attivisti della Black Bloc non è che l'apparenza, il primo aspetto, rispondente alla logica dell'azione. Null'altro.  
Non c'è politica né intellettualismo nella Black Bloc, nei suoi applicatori. C'è un solo dato, assoluto, unico, reale, quasi un motto: Assenza di Pensiero. E' l'unica realtà enunciata se agli attivisti viene chiesto da cosa partono. Noi non pensiamo, non dobbiamo, non vogliamo! rispondono. E il linguaggio è aspro, secco, freddo. Di chi non ha nulla da perdere né da comunicare. Di chi ha paura di pensare. Le teste chine nella risposta, gli sguardi sfuggenti, le mani nelle tasche: parlano. Questo parla in loro. E non si fidano. Ecco la reale risposta ai perché ai cosa. 
Azione per l'azione quindi. Azione che richiede una condizione: capacità distruttiva, forza distruttiva. In essa si riconoscono. In essa annullano la ricerca di quel senso superiore dell'esistenza che è stato loro negato. E richiede un abbigliarsi quest'azione: felpa, cappuccio, maschera, colore. Nero. Come fosse vestizione in un antico ordine cavalleresco capovolto. Come fossero impulsi, desideri di impulsi che si riaffacciano dal passato. Deviati corrotti rovesciati distrutti. Vestizione per nascondersi, ancor più uniformarsi tra di loro. Riconoscersi simili l'uno all'altro. Potersi fidare. Sapere di chi potersi fidare. Anche questo c'è. 
Sì, ritornano felpe e cappucci in occiriente. E disperazione dentro, dietro essi. Non esistono i Black Bloc esistono ragazzi che applicano la Black Bloc. L'impulso s'aggira nell'etere. Dall'etere viene colto. Nell'etere programmato. Una sorta d'intesa globale. Poi, in strada, nel mondo reale basta un cenno, un'occhiata, un gesto, i fumogeni ed è fatta. Nascosti dal fumo si vestono. Il nero li copre. Tutti per uno. Poi a suo tempo, altro gesto altra occhiata altro segno altro fumo e il nero scompare. Nel ritorno alla normalità: s'annullano tra gli altri. 
E' nichilismo questo. E ci riporta a Nietzsche. Al suo nichilismo. A quello della decadenza, del degrado, del crepuscolo di un occidente che ha fatto frantumi degli ideali, che sta facendo frantumi  dei valori. Quelli, gli stessi che hanno creato la storia della sua civiltà.    
E c'è il nero. E impongono il nero. A se stessi innanzi tutto. Il nero. Questo colore non colore. Quest'assenza di luce. Questo colore che non esiste nel vivente in natura se non dopo, quando  la natura non vive più, nella sua morte. Persino il pistillo del papavero è viola non nero. Ma nero è l'albero bruciato, l'albero morto: il carbone.
E' a questo che s'identificano i ragazzi nella violenza della Black Bloc. Portano se stessi al buio coprendosi di tenebra. E in molti non hanno ventuno anni. In troppi. Neppure l'età del passaggio dall'adolescenza all'essere adulti secondo evoluzione naturale. Ma anche questo abbiamo dimenticato. E la legge sottolinea la dimenticanza documentando la maggiore età a diciotto anni. Adolescenza. La legge non sempre è giusta sovrana. 
Nostri figli di questi nostri anni, i nostri respiri, i nostri pensieri, le nostre paure, le ipocrisie, le menzogne, i ragazzi della Black Bloc. Di questi nostri tempi. Della macchina da guerra in cui viviamo. In cui li facciamo vivere.
Marika Guerrini

sabato 15 ottobre 2011

oltre il ridicolo

immagine che gira sul web / fatta passare come documento / dice: un drone iraniano
-chiara immagine dipinta-

...solo gli Usa posseggono i droni. Qualcosa la Cina sta iniziando a fare. 
...martedì11 ottobre 2011. Tre giorni fa l'accaduto. Due giorni fa per la stampa europea Italia compresa. Tempo quasi reale sul web. 
Accaduto: sventato attentato. Vittima designata e salvata: Adel Al-Jubeir ambasciatore saudita a Washington.
Eroi salvatori: servizi segreti statunitensi. Presunti assassini: due iraniani mandati da Téhéran i cui nomi Occiriente si rifiuta di citare.
Risposta dell'Iran: messa in scena. 
Tutto su tutti i giornali. Tutto su tutto il web. Tutti consapevoli della menzogna. Tutta l'ufficialità occidentale riporta la notizia. Tutta la sottoscrive. Qualcuno dubita. Altri tacciono per non esprimere la certezza della fandonia.
 Hillary Clinton rassicura sulla fondatezza delle accuse. Il pacifista Obama accenna a possibili azioni militari.Catherine Ashton, l'Alto Rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea, parla di serie complicazioni internazionali. Complicazioni da intendersi conseguenze. Ma c'è l'ONU, da non crederci, l'ONU frena la corsa: è questione diplomatica, dice. Stanchezza, subentrato timore del ridicolo, spreco di armamenti, ipocrisia? Chissà.
Intanto i sauditi chiedono al loro Regno di provvedere. 
L'Iran nega tutto. Il tutto. Parla di messa in scena. Solito film americano per deviare l'attenzione da altro.  Téhéran smentisce. A ragione. 
Ma non basta. Oggi, 14 ottobre 2011. tre giorni dalla  storiella americo-saudita di cui sopra, un'altra storiella a conferma della menzogna. 
Europa, Parigi, Le Figaro, prima pagina, scrive : l'Aiea, Agenzia internazionale energia atomica, dichiara che l'Iran sta costruendo la bomba atomica. L'Aiea può provarlo. Lo farà il17 novembre a Vienna, in occasione del Consiglio dei Governatori. Così dice Le Figaro. Il giornale di quella Francia che s'è scoperta amica degli States. Così, in un improvviso chiamato Libia. Qualche mese fa.
Le Figaro dice anche: sarà il rapporto più duro e più completo mai scritto prima dall'Aiea sull'avanzamento del programma nucleare iraniano. Occiriente si meraviglierebbe del contrario. 
Intanto M. ElBaradei, egiziano, patron dell'Aiea, è uscito di scena. Per tempo, troppo, ha sottovalutato l'Iran. Parola di esperti. 
Occiriente non ha nulla da commentare. Sarebbe superfluo. Non c'è neppure nulla o quasi da riflettere. Da memorizzare, sì. Qui di reale c'è soltanto il tempo sul web. Se pure. 
E c'è il confine afghano pakistano e l'americanizzazione dell'Afghanistan e le accuse al Pakistan e il Balucistan e le stragi di Quetta e Putin che potrebbe tornare a Mosca e l'avanzamento della Cina e Karzai che incontra l'India  e i distrutti fragili recenti cenni distensivi India Pakistan e le fomentate primavere medio orientali e la distruzione del nord Africa e la futura frammentazione e... 
Ma  non passeranno queste ultime due storielle. Il ridicolo ha un suo limite.Si spera.
Marika Guerrini

lunedì 10 ottobre 2011

Afghanistan, sette ottobre 2001-2011 -seconda parte

...non c'è altro da dire dopo Abdul e Marjam, la loro storia. la storia del loro bambino mai nato. Ora, qui, non faremo altro che  tracciare la legenda di quel giorno  lontano. Nefasto. In quella terra che non esiste più, di quella terra in cui l'ombra della sera è luminosa come fosse un perenne leggero imbrunire.
Il"go" di George W Bush, il via libera, fu dato ch'era l'ora alta a Washington, ch'erano le 12,30. Le 18,30 italiane. Le 20,56 afghane.
Ed era domenica. Il giorno del Signore per i Cristiani. Ancor più per George W Bush, l'unto dal Signore. Estrapolando le sue parole dallo scritto autobiografico.
In quel giorno del Signore, scelto per questo, perché fosse più evidente il senso che avrebbe rivestito l'atto di guerra. Perché avesse sapore di infinita giustizia, duratura libertà: Enduring Freedom
E il Presidente degli Stati Uniti d'America telefonò a Putin, Blair, Chirac, Chretien, Schroeder ovvero Russia, Inghilterra, Francia, Canada, Germania. L'Italia no, l'avrebbe chiamata poi Dick Cheney, il suo vice.
In quell'ora alta negli States, crepuscolare in Afghanistan, contemporaneamente: 
cinquanta missili cruise e tomahwk lanciati da navi americane e sottomarini di cui uno britannico, da giorni basati nel Golfo Persico, si scaraventarono sull'Afghanistan. Venticinque caccia,  di quelli celebri per via di "Top Gun", per via d'un film, li accompagnarono decollando da portaerei stanziate nell'Oceano Indiano. Centocinquanta bombardieri navali decollarono anch'essi. Centinaia di bombe d'ogni tipo sganciate da ogni tipo di aereo da guerra si aggiunsero al tutto.
Tutto, proprio tutto su quella terra dalla polvere bianca che ammantava deserti, accompagnava fiumi, lambiva montagne. Tutto in meno di cinque ore.
Kabul, Kandahar, Herat, Helmand, Jalalabad, Kunduz, Balkh, Mazar-i-Sharif. Le città colpite.
Dalle ore 20,56 circa alla prima ora del giorno dopo. Circa. 
Mazar -i-Sharif la città di Abdul, di Marjam, del loro bambino.
Eppure, quello fu solo il primo giorno. Ci sarebbe stata la coda, subito dopo. E bombe a grappolo. Le stesse  di cui ora, poco fa, gli States hanno accusato Gheddafi. Quelle che hanno dichiarato essere da sempre fuori legge. Avrebbero sterminato centinaia di bambini le bombe a grappolo. Involucro giallo, così, come i viveri, paracadutati quasi in contemporanea. per "bontà". E la coda di quel giorno avrebbe portato le "Blu 2" anche. Armi da distruzione di massa. Usate  dagli Usa in Vietnam per il disboscamento della giungla. Ma la giungla in Afghanistan non c'è mai stata. Case, uomini, donne bambini, sì. E i taleb o talebani o talibani come dir si voglia, sono rimasti sempre lì. Stranamente sempre lì. Con qualche piccola perdita. Di tanto in tanto.
Ma ora Occiriente si ferma qui. Su quella giornata e la sua coda lunga dieci anni e chissà quanto ancora. Non c'è altro da dire. Occiriente non vuol dire altro. Come nella storia di Abdul, la storia di Marjam, la storia del loro bambino mai nato. Quella storia finita. Solo un rispettoso silenzio.
Marika Guerrini
  foto di Barat Alì Batoor 

venerdì 7 ottobre 2011

Afghanistan, sette ottobre 2001- 2011. Prima parte

  "...io sono nel coro di chi non vi parla, perché siete nati. Io che nato non sono..."
Mazar-i-Sharif /piazza della Moschea
La luce era nel cielo, ancora. E l'aria tersa. E il desco preparato per la sera. E silenzio. Una casa come tante laggiù. Piccola, di fango e paglia, non lontana dalla grande moschea. E un piatto di verdure e kebab, lì sul desco, al centro del tappeto. E due cuscini. E un uomo e una donna. Giovani, giovanissimi. Diciotto anni lei ventidue lui. E un bambino, piccolo, invisibile ad occhi esterni, visibile a loro, nell'immagine. Presente in lei, nei loro cuori. Un bambino da far nascere. Poi rombi come di tuoni improvvisi. Come dal nulla. E la terra che trema.
Sta arrivando un temporale, dice Abdul. Si alza Marjan, va alla finestra. Piccola, stretta in quel muro di fango e paglia. Non ci sono nuvole, dice. E torna al desco. Ma il rombo ritorna, vicino, ancora di più e di più. E la terra trema ancora di più e di più. E il tempo si ferma. All'istante. In una frazione di istante finisce. Il tempo finisce per Marjan. Per il suo bambino. Alì, sarebbe stato il suo nome se fosse stato maschio, Sonja se fosse stata femmina. 
Non so se sia stato il solo angelo a volare quella sera. M'ha detto Abdul. Ha parlato in dari. Ho capito. Sette anni dopo. Qui, in occidente. Un ragazzo fra tanti che sono giunti poi. Qui, in occidente. Senza più casa né patria. Senza più amore.
Questa è solo una di migliaia di storie saltate in aria da quel sette di ottobre del 2001. Un anno da dover dimenticare se non fosse per il suo quotidiano ripetersi da allora. Moltiplicarsi.
L'occidente nella sua calcolata razionale follia attaccò allora un paese inerme. Dispiegando vili forze di cielo poi di terra. I suoi figli presero a saltare in aria come corpi leggeri sollevati dal vento. E non hanno più smesso.
Marika Guerrini

mercoledì 5 ottobre 2011

Quetta ultim'ora

l'autobus protagonista incendiato per protesta 
...neppure il tempo di rientrare nelle loro case italiane, straniere. Il tempo di riporre i cartelli. Il tempo di riflettere sul positivo esito della manifestazione. Qui, a Roma sabato 1° ottobre. Come segnalato. Neppure il tempo di un respiro, una speranza, un'illusione. E la tragedia in una notizia. Ancora. A soli tre giorni dal pensiero d'un futuro.
Oggi, mattina del 4 ottobre. Pakistan ancora. Balucistan ancora. Akhtar Abad periferia di Quetta ancora. Sferrato attacco mortale. Ancora. Autobus  ancora. 12 morti, 11 sciiti 1 sunnita. 6 feriti, 4 sciiti 2 sunniti. Hazara quasi tutti.
Pakistan
Non sono pellegrini stavolta. E' gente che va al lavoro in un mercato ortofrutticolo. 
Poi un commando di miliziani armati: due uomini. Altri, diversi, in moto. Costringono l'autista a fermarsi, i passeggeri a scendere. Allinearsi. E: FUOCO. 
Chi erano e sono? Nessuno lo sa. Sono fuggiti. Le tracce si sono perse. 
Occiriente si è già espresso. Ha dato le spiegazioni. Ha raccontato. Ha chiesto firme. Le ha ottenute. Ha accolto l'appello degli Hazara. Lo farà ancora. Convocherà una conferenza stampa. A breve. Ha fatto i suoi appelli. Europa. ONU. Per quanto tempo si starà a guardare. Ancora?
Marika Guerrini

martedì 4 ottobre 2011

risposta su Massoud


  ...l'immediatezza, la sincerità di un commento, la perplessità di chi scrive nello scorrere l'articolo su H.S.Massoud - al cui margine si trova il commento- dopo aver letto sugli Hazara, hanno fatto sì che la risposta al commento si dia sotto forma di post personalizzato. Come fosse una  lettera.
Grazie. Perché il commento s'è fatto occasione di chiarimento del punto di vista storico che non sempre coincide con il ben pensare e a volte può  trovarsi con esso in apparente contraddizione. Ma entriamo nel vivo della risposta.
La tragicità degli episodi di Afshar, di cui venni informata a distanza di qualche mese, è talmente indubbia che sarebbe retorica sottolinearla. Sì, ci fu un massacro e gli Hazara subirono un genocidio. Questo è un fatto. Non si è mai avuta certezza da chi fosse partito l'ordine. Questo un altro fatto. Si ebbe certezza che fu H.S.Massoud ad ordinarne il termine. Ancora un fatto. Gli Hazara non hanno dimenticato. Ancora un altro fatto. 
Si può andare avanti e indietro nella storia afghana, attraversare decenni, secoli, millenni, prima dell'unificazione, dopo, ci si troverà dinanzi a migliaia di episodi raccapriccianti in cui i ruoli periodicamente si sono scambiati, hanno ruotato. Da un'etnia all'altra, da una regione all'altra e così via. E' tra le storie più complesse del pianeta quella afghana. E continua ad esserlo. Molti antichi momenti di grande luce, sono stati oscurati a volte da episodi crudeli e controversi. Ma è stata sempre storia costellata da indomiti guerrieri. E storia sempre a tutti gli effetti. Questo nulla toglie alla drammaticità, all'efferatezza, nulla. Eppure, l'occhio dello storico deve andare oltre il fatto. Oltre l'azione immediata.
La storia non è un susseguirsi di fatti è un susseguirsi di pensieri, riflessioni, significati di cui i fatti sono solo azione immediata. Sono parvenza, quel che appare. E dietro il fatto, ovvero l'azione, c'è l'agente, colui che pensa, elabora l'azione. Da questi lo storico non può prescindere. Il cronista può prescindere, lo storico no. E' come se di una parola volessimo  tener conto solo della struttura, della semeiotica senza badare alla semantica, al significato ed ancor più al senso. No, la storia non è creata dai fatti ma da chi i fatti genera attraverso pensieri. Ed è nella natura di questi pensieri il senso della storia. Ed anche i fatti cambiano valore nella diversità degli impulsi da cui muovono e da cui sono mossi. La guerra, ogni tipo di guerra è quel che è: atrocità. Qualunque forma abbia. E porta con sé atrocità. E genera atrocità. Ma anche questi sono fatti. E lo storico, proprio se e in quanto tale, ha il dovere morale di non fermarsi ad essi. Di andare oltre. Guardare dall'alto. Gentile corrispondente, il paragone tra Massoud, non cito Rabbani perché ha avuto un significato più politico che ideale per l'Afghanistan, e i talebani non può esistere dal punto di vista storico. Massoud è stato un guerriero che, nel bene e nel male, ha combattuto per amore di una terra, la propria, per un ideale, una libertà, un'indipendenza, una modernità nel rispetto delle tradizioni. A questo ha sacrificato la vita. Sì certo, un antico guerriero, come l'occidente non può più comprendere. Ma l'occidente non comprende neppure Alessandro Magno quando viene a conoscenza delle sue gesta a 360°e non solo dalla propria unilaterale angolatura storica. Ricorda Persepolis? 
I talebani ben lungi da Massoud, dagli Hazara etc. etc., sono umane macchine da guerra costruite all'uopo da una fetta dell'occidente per poi arrivare dove siamo. In loro in quanto a formazione non c'è alcun senso che sia degno d'essere nominato. Sono dei robot. Sebbene anche qui andrebbero fatte distinzioni tra il prima il dopo l'attuale e quel che sarà. E non sono invasati studenti delle madrasse. Gli studenti coranici, ovvero delle madrasse, corrispondono ai gesuiti della nostra cultura. 
I talebani di cui si parla sono mercenari d'altro tipo assoldati in altro modo a cui è stato dato  un aspetto religioso e un ruolo pseudo storico giocando sull'ignoranza dell'occidente circa quelle culture. A volte, in questi tempi spesso, guardare dall'alto è molto più complesso di quanto si immagini. La storia, nella sua temporalità è. atemporale. E Occiriente, non si è dato come compito la condanna delle atrocità per le atrocità, dei fatti per i fatti punto e basta. Non vuole essere un j'accuse. Prova solo a guardare dall'alto lo scibile umano, andare oltre i fatti per comprendere. Qualunque sia l'argomento. E quel che segna pur citando i fatti, altrimenti sarebbe un discorso tra muti, va oltre i fatti. Vuol sottolineare l'oltre. Ancora un sentito sincero grazie.
Marika Guerrini.

domenica 2 ottobre 2011

Pakistan sull'orlo della guerra civile


                               
...il Pakistan è sull'orlo della guerra civile. Studiata. Voluta. Creata. Ad uso e consumo. Su questo occiriente si ripete, si ripeterà. I giovani hazara che a Roma ieri l'hanno manifestato, non hanno accusato, hanno detto. Semplicemente. Compostamente. L'hanno detto in dari, la loro lingua. In inglese la non lingua di tutti. Perché l'inglese non è lingua per un linguista, è elaborazione di più dialetti, agglomerato di suoni vocalici e consonantici. Anch'esso ad uso e consumo.
Gli Hazara ieri a Roma hanno manifestato. C'era dolore, chiarezza di pensiero. C'era denuncia senza acredine, senza odio. C'era dignità. E l'aria ferma, calda, come d'un agosto italiano protrattosi, non è stata attraversata da urla di slogan, da voci deformate da megafoni e simili. C'erano giovani figure dagli occhi mongoli, e reggevano cartelli. In piedi. In silenzio. 
I ruoli tra loro erano fatti, stabiliti per impulso, per umana individuale intuizione. Secondo quelle antiche leggi naturali per cui il capo non si elegge, è. Nasce tale. Per tanto viene riconosciuto dal popolo.
Anche a questo ha assistito chi, come noi, ha avuto la sorte di sostare lì o di transitare. Ieri, tra le due e le quattro post meridiane, Roma s'è affacciata su di una terra lontana. Sui suoi giovani figli. L'ha fatto sul sagrato di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.  
Martiri, sì. Il caso non esiste. E due foto. Piccole rispetto ai cartelli. Due volti di bambini. Sorridente l'uno, triste, dal volto seminascosto dietro il cappuccio d'una felpa, l'altro. Due piccoli hazara che non giocano più. Non corrono. Né fanno volare gli aquiloni. Non più. Solo volti di bimbi su foto. Due. Qui. A Roma. Centinaia a Quetta. Senza foto. Non più e basta. Per questa guerra civile che sta oltrepassando l'orlo.
Gli Hazara stanno attraversando un silenzioso genocidio. Di guerra. Fra etnie? Di religione? No. Occiriente non pensa questo. Pensa il rituale genocidio da gioco della parvenza con  stabiliti obiettivi internazionali. Da parte di chi, è parvenza anch'essa. 
Il Pakistan è stato voluto terra di spionaggio. Da tempo. La portata è altissima. Anche per questo non c'è un chi che sia uno.     
Il Pakistan è sull'orlo della guerra civile. La zona più calda è sul confine afghano. Quelle genti diverse che, sappiamo aver vissuto un'unica vita, a breve potrebbero entrare in una guerra fratricida. Per agevolare chi? Quale conquista? Quale espansione? Quale controllo? Non il manzoniano:... ai posteri l'ardua sentenza...ma alle genti in corso spetterà la sentenza.  
Per quanto l'Europa si renderà complice col suo silenzio? E l'ONU dov'è? Nella sfera dell'uso e consumo? Affondatovi da tempo? Anch'esso?
Marika Guerrini
p.s.
Per maggior chiarezza, si consiglia, a chi non l'abbia già fatto, di visionare gli articoli subito precedenti.