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martedì 18 ottobre 2011

due aspetti della menzogna -prima parte

Roma, 15 ottobre 2011. Tre giorni fa.
...il giorno degli indignati della guerriglia degli incendi dei luoghi cristiani profanati, del crocifisso frantumato della statua della Vergine calpestata. Il giorno dei sampietrini divelti lanciati. A far male. Di più. Il giorno del Black Bloc. Perché Black Bloc è una tattica, una tattica distruttiva. Tattica per una macchina da guerra altra, di altro tipo. La Black Bloc non è organizzazione ma è organizzata. Non esiste sede in alcun luogo fisico che sia Italia o altrove ma esiste luogo in rete. Luogo senza luogo e in ogni luogo. Non esiste giornale che rappresenti i suoi applicatori ma parole vanno, scorrono da un cellulare all'altro da un'email all'altra. Parole nell'etere. Senza calore vitale ma agenti nel vivente. Non c'è ideologia su cui poggi, da cui parta, a cui si ispiri. E l'Anarchismo Insurrezionale, a cui vengono associati gli attivisti della Black Bloc non è che l'apparenza, il primo aspetto, rispondente alla logica dell'azione. Null'altro.  
Non c'è politica né intellettualismo nella Black Bloc, nei suoi applicatori. C'è un solo dato, assoluto, unico, reale, quasi un motto: Assenza di Pensiero. E' l'unica realtà enunciata se agli attivisti viene chiesto da cosa partono. Noi non pensiamo, non dobbiamo, non vogliamo! rispondono. E il linguaggio è aspro, secco, freddo. Di chi non ha nulla da perdere né da comunicare. Di chi ha paura di pensare. Le teste chine nella risposta, gli sguardi sfuggenti, le mani nelle tasche: parlano. Questo parla in loro. E non si fidano. Ecco la reale risposta ai perché ai cosa. 
Azione per l'azione quindi. Azione che richiede una condizione: capacità distruttiva, forza distruttiva. In essa si riconoscono. In essa annullano la ricerca di quel senso superiore dell'esistenza che è stato loro negato. E richiede un abbigliarsi quest'azione: felpa, cappuccio, maschera, colore. Nero. Come fosse vestizione in un antico ordine cavalleresco capovolto. Come fossero impulsi, desideri di impulsi che si riaffacciano dal passato. Deviati corrotti rovesciati distrutti. Vestizione per nascondersi, ancor più uniformarsi tra di loro. Riconoscersi simili l'uno all'altro. Potersi fidare. Sapere di chi potersi fidare. Anche questo c'è. 
Sì, ritornano felpe e cappucci in occiriente. E disperazione dentro, dietro essi. Non esistono i Black Bloc esistono ragazzi che applicano la Black Bloc. L'impulso s'aggira nell'etere. Dall'etere viene colto. Nell'etere programmato. Una sorta d'intesa globale. Poi, in strada, nel mondo reale basta un cenno, un'occhiata, un gesto, i fumogeni ed è fatta. Nascosti dal fumo si vestono. Il nero li copre. Tutti per uno. Poi a suo tempo, altro gesto altra occhiata altro segno altro fumo e il nero scompare. Nel ritorno alla normalità: s'annullano tra gli altri. 
E' nichilismo questo. E ci riporta a Nietzsche. Al suo nichilismo. A quello della decadenza, del degrado, del crepuscolo di un occidente che ha fatto frantumi degli ideali, che sta facendo frantumi  dei valori. Quelli, gli stessi che hanno creato la storia della sua civiltà.    
E c'è il nero. E impongono il nero. A se stessi innanzi tutto. Il nero. Questo colore non colore. Quest'assenza di luce. Questo colore che non esiste nel vivente in natura se non dopo, quando  la natura non vive più, nella sua morte. Persino il pistillo del papavero è viola non nero. Ma nero è l'albero bruciato, l'albero morto: il carbone.
E' a questo che s'identificano i ragazzi nella violenza della Black Bloc. Portano se stessi al buio coprendosi di tenebra. E in molti non hanno ventuno anni. In troppi. Neppure l'età del passaggio dall'adolescenza all'essere adulti secondo evoluzione naturale. Ma anche questo abbiamo dimenticato. E la legge sottolinea la dimenticanza documentando la maggiore età a diciotto anni. Adolescenza. La legge non sempre è giusta sovrana. 
Nostri figli di questi nostri anni, i nostri respiri, i nostri pensieri, le nostre paure, le ipocrisie, le menzogne, i ragazzi della Black Bloc. Di questi nostri tempi. Della macchina da guerra in cui viviamo. In cui li facciamo vivere.
Marika Guerrini

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