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martedì 29 ottobre 2019

Kèrbala e Baghdad sotto la zampa del gatto


 ... le immagini giunte dalla città santa di Kèrbala in questi giorni, sembrano uscire dalle pagine di un mio libro, quello ambientato a Baghdad, che questa città cita nel titolo, lo vedete qui, a lato, con la storia di un giornalista embedded americano racchiusa tra le pagine, un giornalista che, per amore di verità, svela il dietro le quinte del marzo 2003, quando la terra irachena, spettatrice di se stessa, si vide bombardata dalla coalizione Usa-Gran Bretagna a cui, in un primo momento si accodarono Spagna e Bulgaria, malgrado il divieto dell'Onu si fosse mosso per salvarla data la falsità dell'accusa.
Ricordiamo tutti quel casus belli, l'accusa a Saddam Hussein circa la presenza sul territorio di Armi di Distruzione di Massa, armi proibite dagli accordi internazionali, benché questa sia cosa marginale per chi sia solito infischiarsene. Del resto questo stesso genere di armi, tra cui atomiche e batteriologiche in grado di procurare sterminio a uomini, animali e cose compreso il suolo, e protrarlo nel tempo, furono della stessa tipologia delle armi usate dalla Nato guidata, come da prassi, dal gatto e dalla volpe, nell'ottobre del 2001, per bombardare l'Afghanistan. Tipologia di ordigni già usati dagli Usa negli anni sessanta per disboscare la giungla in Vietnam, cosa che toglie ogni dubbio alla cognizione di causa da parte degli attori avvezzi all'uso di tali ordigni e ai loro devastanti effetti. 
Ora però, rinfrescata la memoria, ritorniamo ad oggi. Pare che in Iraq le rivolte sanguinarie e sanguinose stiano dilagando sempre più a circa un mese dall'inizio. Negli ultimi giorni ai ribelli si sono uniti studenti dei licei e delle università, il che non fa presagire la fine dei moti. Eppure gli iracheni hanno uno Stato "libero", si direbbe, un Presidente, Barham Salih, curdo che ha operato nella civiltà americana, ha studiato in Gran Bretagna, uno che ai tempi del " despota" Saddam Hussein era stato anche in prigione, perché curdo, perché ribelle. Uno che tempo fa si espresse attribuendo agli Stati Uniti la "liberazione " dell'Iraq. E ancora e ancora. Quindi gli iracheni dovrebbero sentirsi fortunati e non protestare contro il primo ministro Adel Abdul Mahdi rivendicando possibilità lavorative, giustizia e un drastico cambiamento del Governo ritenuto corrotto. Ma più di ogni altra cosa gli iracheni dovrebbero sentirsi liberi. E allora ci chiediamo: come potrebbe l'antica grande Mesopotamia sentirsi libera tra i resti delle sue rovine, come potrebbe sentir cantare il Tigri sulle sue sponde calpestate da 5.200 soldati statunitensi di stanza nel Paese, che, dopo l'obamiana finzione di ritiro delle truppe che determinò il premio Nobel per la Pace all'allora Presidente Usa, sono inesorabilmente stati presenti, come sempre accade loro? 
Dalla distruzione dell'Iraq del 2003, dalla defenestrazione di Saddam Hussein, con la finzione dell'abbattimento della statua del Rais eseguita da soldati americani mentre la folla non era quella mostrata al mondo, ma quattro miseri iracheni pagati ad essere protagonisti del film, dall'esecuzione di colui che, pur dittatore, aveva portato il paese a livelli di modernità equiparati a livelli europei, con leggi a favore del popolo come, ad esempio, la casa a chi non poteva permetterselo, l'istruzione accessibile a tutti, borse di Studio per l'estero a studenti universitari meritevoli, e così via. Da allora, quando non sbarcavano immigrati iracheni sulle nostre coste, dopo una storia che può, se pur in maniera totalmente diversa, paragonarsi a quella dell'Iran al tempo dello Shah Reza Pahlavi: progresso, ammodernamento, aiuto americano e tradimento al momento opportuno, non poteva essere che l'Iraq dopo l'armistizio (1988) seguito alla guerra per i confini iniziata e provocata dall'Iraq (1980), con l'aiuto anche degli americani che rifornivano di armi sia l'Iraq che l'Iran, si fosse riappacificata, anche se a loro modo, con l'Iran, non poteva essere perché il pericolo per gli Usa era, ed è, la possibilità che l'Iran si facesse padrone dell'intera regione, con tutte le ingenti risorse naturali, quindi economiche, di cui la natura ha dotato quei luoghi. E allora eccoci qui a tracciare questa pagina perché anche ora è così e sarà sempre così finché non si avrà il ridimensionamento dei segreti patti che legano il gatto e la volpe.
L'Iraq si trova tra due fuochi ancor più da quando, lo scorso anno Trump ha deciso di tradire l'accordo sul nucleare (Jcpoa) inasprendo così la tensione con l'Iran, si trova ad un bivio tra Stati Uniti e Iran. Ma qualche mese fa, se non erro lo scorso luglio, il Presidente Barham Salih ha parlato di indipendenza da entrambi gli attori che alitano sulla sua terra, si è tenuto equidistante con una leggera propensione, più che legittima, verso il confinante Iran. Ma questo l'orso Grizzly non può permetterlo. E non può farlo neppure il suo amico Israele. E allora si fomentano proteste per le vie di Kèrbala. Proteste per le vie di Baghdad. E allora figure incappucciate sparano sulla folla e non si sa chi siano, o da chi abbiano ricevuto l'ordine. E allora decine e decine di morti e centinaia di feriti.  E allora ... 
Noi ci fermiamo qui, stiamo a guardare, mentre il Tigri piange.
Marika Guerrini




lunedì 9 settembre 2019

a proposito di Ahmad Shah Massoud e di suo figlio Ahmad Massoud

Risultati immagini per Massoud l'afghano. Il tulipano dell'Hindu Kush Marika Guerrini
... nel settembre di cinque anni fa, occiriente pubblicò la lettera ufficiale nella versione da me letteralmente ed integralmente tradotta e che ora, per rinfrescare il ricordo si riporta in calce a questa pagina. La pubblicazione del 2014 fu fatta al fine di divulgare quanto più possibile non solo le richieste di Ahmad Shah Massoud fatte agli Stati Uniti dì'America ed il silenzio che ne seguì, ma, cosa più importante le idee, le intenzioni, il modo di concepire il Paese, l'anima di Ahmad Shah che s'affaccia ad ogni sua parola, quella di un uomo che è stato un faro e avrebbe continuato ad esserlo, non solo per il suo Paese ma per l'intero assetto internazionale occidentale in rapporto al vicino, medio ed estremo oriente, se fossero state attese le sue parole. La qual cosa si evidenziò nella sua unica visita in Occidente, avvenuta nell'aprile del 2001, a pochi mesi dall'attentato mortale, e di certo in stretto collegamento con esso, infatti a Strasburgo, all'Assemblea delle Nazioni Unite, Ahmad Shah Massoud così si espresse: " Come fate a non capire che se io lotto per fermare l'integralismo dei Taliban lotto anche per voi e per l'avvenire di tutti?". Quando seppi di queste sue parole da un amico giornalista lì presente, immediato, in me balenò il pensiero che l'occidente avrebbe, in una qualche modalità, offuscato il faro o spento. E così fu il seguente 9 di settembre. Oggi, in ricorrenza di quel giorno siamo qui a tracciare questa pagina per qualcosa di nuovo: la figura del giovane Ahmad Shah, figlio del "Leone del Panjshir" o, come da me denominato "il Tulipano dell'Hindu Kush" per via del simbolismo regale che il tulipano da secoli ha assunto in quella regione e per la purezza degli intenti di Ahmad Shah, che usò, sì, anche la forza, a volte portata alle estreme conseguenze, ma perché costretto da una guerra infida di liberazione del suo Paese, non solo dall'allora presente occupazione sovietica, ma anche e dopo l'avvenuta liberazione dall'Urss, dall'ancor più infida e serpentina invasione dei Taliban voluta ed organizzata in anni di lavoro, dall'occidente.
Ma veniamo al giovane Ahmad Shah riportando le parole di suo padre a lui dirette un giorno di poco precedente quel 9 di settembre: " Se dovessi morire per le idee che ho difeso per tutta la vita, non devi piangere, non devi essere triste" e ancora, sempre al giovane Ahmad, passando accanto ad un salice piangente del giardino, uscendo da casa per recarsi con un amico a quello che sarebbe stato il suo ultimo appuntamento: " Quest'albero sarà il ricordo che conserverai di me". 
E' questo che si spera venga ricordato dal giovane Ahmad, ora trentenne: la consapevolezza di suo padre che riteneva molto probabile l'azione assassina, quale poi si consumò, perché conosceva la realtà delle cose oltre la loro facciata. E va ricordato anche che suo padre Ahmad Shah, per scelta, non parlava inglese bensì francese e che anche la lingua dei suoi studi era stata il Francese. Che amava Victor Hugo, Dante Alighieri e Hàféz e che una volta ad un amico disse " Quando mi è possibile leggo Hàféz, perché le sue odi, i suoi ghazàl sono i miei canti". 
Il giovane Ahmad ha svolto i tuoi studi in occidente, prima a Sandhurst alla Royal Military Academy, poi al King's College di Londra conseguendo un master in Politica Internazionale alla London University, ottima preparazione per affrontare la difficilissima situazione del suo Paese, se si è consapevoli che gli studi formano le menti, spesso a nostra insaputa ed anche la lingua di studio lo fa e che questo torna più che utile in situazioni difficili ed internazionali, indispensabile in quel suo Paese. Ricordare anche che: " Oltre le costrette battaglie, oltre le religioni, oltre i credo, Massoud apparteneva alla poesia, a quella più alta, quella dei celesti mondi. Attingeva alla poesia a cui attingono i veri poeti che non scrivono poesie, ma luce di pensieri", questo, estratto dal mio libro-canto su di lui *, che l'editore, in quarta di copertina ha così presentato: - Tra passato e Presente l'epopea di un guerriero ispirato dall'Islam verso la Libertà. Come un tempo una leggenda.-
Dalle stelle, attraverso i pensieri, si può trarre molta più saggezza che da taluni studi pur se ottimi e specifici. Suo padre lo faceva. Basta ricordarlo.

Lettera ufficiale

 Marika Guerrini

M.Guerrini, Massoud l'Afghano il tulipano dell'Hindhu Kush, Venexia, Roma 2005 

sabato 7 settembre 2019

dell'Afghanistan e dell'ignoranza: un aneddoto


...  a proposito della pagina pubblicata ieri, vi voglio raccontare un aneddoto che ritengo "ufficiale" come fosse una firma, sebbene sia uno dei tanti, nel suo genere, occorsomi negli anni.
Immagine correlataNell'ora tarda di una mattina romana, eravamo in pochi ospiti nel giardino dell'Ambasciata dell'Afghanistan mentre un tiepido sole di primavera, scaldava le nostre parole per lo più incentrate su tristi situazioni del Paese orientale. Tra gli ospiti tre americani, un architetto di giardini, la sua compagna e un ingegnere civile, responsabile per il Governo statunitense della ricostruzione del Paese orientale. Dopo presentazioni e convenevoli vari consumando un aperitivo, si viene invitati a prendere posto a tavola nei rispettivi posti assegnati. Caso, o forse non caso, vuole che io mi ritrovi con alla mia sinistra l'architetto e alla mia destra l'ingegnere. Si parla ovviamente di Afghanistan e i miei due improvvisati compagni di colazione vantano le "grandi" cose attuate e in via di attuazione dall'amministrazione d'oltre oceano in "collaborazione" con il Governo afghano. Così parlando si passa poi ai rispettivi compiti compreso il mio che, a sentir loro, non era privo di interesse e responsabilità, anche se si rammaricavano che io non scrivessi direttamente in inglese. Poi il riflettore si accende sull'architetto, che, con aria di chi dona la sua sapienza e competenza dice rivolgendomisi: " Sa, è un vero peccato vedere quanto quella gente non sappia cosa fare per abbellire le città", "In che senso", chiedo e lui, guardando il conterraneo che annuiva, continua: " Capisco che i Talebani abbiano distrutto tutto, ma, si capisce che anche prima i luoghi fossero piuttosto squallidi", mi guarda ammiccando con sufficienza e continua: " Ho fatto ultimamente un breve giro di ricognizione in varie città, non ho trovato altro che abbandono e desolazione, non so, un'aiuola, un fiore, assolutamente nulla" poi mi sorride forse per un barlume di coscienza o solo per mostrare la sua bravura, della serie: ora ci penso io, e continua: "Ma vedrà, ho già progettato un giardino a Kabul, l'ho disegnato fiorito, fiori semplici, resistenti, s'intende, anche per il mantenimento futuro, che ne dice?" " Per esempio tulipani", dico e sorrido " Tulipani? ma non si adattano al clima" risponde con sufficienza a quella che ritiene la mia ignoranza, al che io: "Beh, Kabul era chiamata il Giardino dei tulipani e degli alberi di Giuda, pensi che Babùr ne parla in pagine e pagine del suo Babùr Nama, un diario, anche se è riduttivo definirlo talema, sto parlando del XVI secolo", concludo sorridendo anche tra me e me per la provocazione alla sua, anzi loro, palese ignoranza. I due ancora si guardano, riprendo la parola: " Al tempo dei grandi viaggi verso oriente, qualcuno se ne innamorò, furono portati da noi e trovarono nei Paesi bassi la loro ambientazione. Pensi che la parola turbante viene proprio da tulpan, per via della forma " avevo incalzato e per qualche attimo me ne sono dispiaciuta, ma non più di tanto. A questo, l'architetto. " Non sapevo di questa cosa, ma il nome di questo Babur non mi è nuovo", dice, " Non sapeva di Babùr e dei tulipani?" fingo di chiedere. "No, no, non sapevo dei tulipani, ma che ruolo aveva Babur a quel tempo" ripete interrogativo sempre sbagliando la pronuncia. "Beh, a quel tempo ed oltre, a dire il vero, è stato il fondatore e primo Imperatore dell'Impero Moghul" specifico. Ricordo che il mio tono fosse decisamente tra l'ironico ed il sarcastico mentre continuavo sotto i loro sguardi ignoranti:" Babùr amava Kabul pur essendo nato a Samarcanda. Fu lui ad architettarne i giardini poi passati alla Storia mondiale dell'Architettura, non mi dica che non lo sapesse?"  Steve, questo il nome dell'architetto, in evidente imbarazzo: " Beh, devo dire che ora proprio quest'aspetto architettonico mi era sfuggito. " Già, capisco" dico e continuo rivolta anche all'ingegnere: "Sappiano che queste genti appellate "barbare" dal vostro Presidente in realtà sono discendenti di grandi imperi le cui città erano ricche di giardini e magnifiche opere di ingegneria e architettura, in questo sono stati maestri" dico, sorrido e aggiungo con aria di falsa meraviglia: " Strano che non lo sapeste." Soddisfatta se pur con amarezza non aggiungo altro. 
La mousse di fragoline di bosco su di un letto di crema chantilly occhieggiava dalla coppa. Eravamo giunti al dessert. Per fortuna.

Marika Guerrini


Afghanistan, 18 anni di guerra per una farsa

militare afghano in occasione del centenario di liberazione
  5 settembre 2019, ore 23,55 

... ore otto, la mente annebbiata dal recente risveglio, i piedi scalzi cercano sul pavimento le pantofole, il trillo meccanico del cellulare perfora le prime luci nella stanza. Lo sguardo va al display, il numero è di Kabul. Annullo la ricezione. Non voglio sapere. Ritiro i piedi dal pavimento, torno a sdraiarmi, chiudo gli occhi. So di non voler sapere. E' l'unica cosa che so. E' la seconda volta nell'arco di quarantotto ore. Non voglio sapere ma so.
Quarantotto ore prima, poco più, erano le tre del mattino, stessa condizione: il trillo, il display, il numero di Kabul, il desiderio di non sapere, quello di dormire, solo la luce cambiava lo stato, il buio era padrone della stanza, ed anche un'altra diversità: avevo concesso alla voce lontana la parola. Ci hanno fatto evacuare, aveva detto. Perché, avevo chiesto. Una bomba, qui, al Green Village, aveva risposto. Avevo taciuto. Il buio s'era fatto tenebra annullando in sé il sonno. Si sarebbe saputo nel corso della mattinata che l'esplosione era stata causata da un trattore carico di esplosivo, che aveva provocato una voragine, 16 morti e 119 feriti, tra cui alcuni gravi. L'avrebbe dichiarato Nasrat Rahimi, portavoce del Ministero degli Interni afghano.
Così, all'affacciarsi del recente ricordo, stamattina, dopo il rifiuto, ho composto il numero di Kabul. Scusa, forse ti ho svegliata, ha preceduto la mia la voce da Kabul. Non preoccuparti, ero sveglia... cosa c'è, ci risiamo? chiedo. Sì, ci risiamo, stamattina a Shah Darak, hai presente, la zona dell'Ambasciata Americana, lì, ad un posto di blocco. Un attacco suicida. Non so ancora quanti morti ma di certo ce ne sono anche oggi, si vocifera  che tra le vittime ci siano anche due soldati dell'Onu., dice. Mi dispiace, ma per i civili mi dispiace di più, dico di getto, poi mi pento e aggiungo: Loro sono davvero innocenti. La voce da Kabul tace ed io ancora di getto: Non se ne può più!
Si è saputo in giornata che nell'attentato di questa mattina i morti accertati sono stati 10 e i feriti 20, così sembra ma c'è chi dice 4 e 10. Con Kabul non è stato più possibile comunicare in diretta nel corso delle ore. Sicurezza, disturbi di linea, tecnici? Non ha alcuna importanza. Si è saputo che Zabihullah Mujahid, portavoce dei Taliban, ha di nuovo rivendicato l'attentato e definito martire l'attentatore suicida. 

***

6 settembre 2019, ore 9,30 

...in assoluta conformità all'immagine che, ben costruita, si vuole tenere ferma circa i Taliban, l'idea del martirio per la liberazione del Paese abbraccia sia il fanatismo islamico che il patriottismo, sia l'ignoranza del codice civile che ogni libertà, mentre la realtà è ben diversa e ben mascherata, con essa la verità storica. 
Qui mi permetto un inciso: se c'è un elemento che ancor più l'occidente d'oltreoceano, ma anche europeo, ha imparato alla perfezione per quel che riguarda l'Afghanistan, ma non solo, è l'uso smisurato del Great Game, il Grande Gioco con cui Rudyard. Kipling, non a caso nato a Bombay benché da genitori inglesi, ma conoscitore della cultura indiana che l'aveva adottato e che lui aveva adottato, definì il comportamento colonialista dell'Impero Britannico al tempo presente in India, la cui strategia di conquista era basata letteralmente su spionaggio, infamia e menzogna, con il suo pullulare di spie e con la sua grande capacità di muovere le fila dietro l'apparire delle cose, sì da restarne indenni mentre altri venivano accusati perché spinti a manifestarsi. Ebbene, il Grande Gioco afghano mai nella storia è stato così usato come in questi nostri tempi. Esso si è trasformato in forma mentis oltre che strategia politica di conquista e i Taliban fanno parte di questo processo, così come al-Qaeda così come l'Isis.
Ma questo è argomento da libro, per comprendere realmente non solo i perché, che sono eclatanti, ma i come ed ancor più i motivi storici, in base ai quali costruirsi una visione chiara e completa di quel che la cronaca, spesso monca di conoscenza, propina quasi sempre a metà. Ma a chi davvero interessi tutto questo non saprei, certo è che, ora è un anno, mi è stato detto da un' amica, docente di Storia in una nostra Università: Peccato che con la bella penna che hai, scrivi di cose che non interessano nessuno.  Ovvio che da quel momento per me l'amica si sia trasformata in pseudo, oltre a coprirsi di una spessa patina di ignoranza. Va detto però che la sua è stata una battuta ago della bilancia, perché è vero, l'italiano medio si ferma all'apparenza, troppo pigro per ricercare quel che non lo tocchi da vicino, e l'Afghanistan è molto lontano. Ma la pseudo amica e tutti gli altri che si beano delle loro conoscenze monche, quindi ignorano, non s'avvedono, nel loro ignorare, che quel che appare lontano nello spazio, può essere molto vicino nel tempo. E l'Afghanistan s'è fatto emblema di una guerra di potere basato sulla menzogna e la mistificazione, una guerra chiamata alle armi dall'urlo di un Presidente americano che di ignoranza ne aveva da vendere: " Andiamo a civilizzare i barbari" in cui i barbari erano i Taliban identificati con gli afghani, che avevano osato attaccare gli Stati Uniti d'America e che per di più costringevano le loro donne ad indossare il burqa, cosa falsa perché è caratteristica della sola etnia Pashtun, l'etnia dei Taliban. Ma chiedere di far distinzione tra le etnie ad un popolo privo di storia quale quello statunitense, tenuto nell'ignoranza di massa, privato persino dell'insegnamento della Geografia internazionale, se non che per studi superiori specialistici, sarebbe stato chiedere troppo, quindi nulla di più facile per G.W. Bush che portare le masse a credere nella barbarie afghana da civilizzare con la redenzione della Democrazia esportata senza sapere nulla della vera storia del popolo che avrebbero bombardato. Senza sapere che quel variegato popolo, benché antico  in parte del suo costume, benché ancorato a molte antiche tradizioni, discende da grandi imperi e bellezze sin da quando l'odierno evoluto occidente non sapeva neppure coltivare il grano, tanto meno scrivere ed attuare Codici di Legge. Così sono ancora lì, ancora lì ad esportare Civiltà e Democrazia fattesi, per uso ed abuso da parte di chi vive ancora con la legge del taglione, le cronache lo mostrano, parole blasfeme.
Non ci sarà mai una totale fuoriuscita degli Stati Uniti dall'Afghanistan e lo dimostrano anche le dichiarazioni danzanti: tutte le truppe fuori dall'Afghanistan;  poi: su 14000 unità ne lasciamo 4500; poi: ne resteranno 5000; mentre  i Taliban presenti a Doha, ovvero ai così detti colloqui di Pace, anziché attuare un cessate il fuoco, aumentano gli attentati portando quindi l'opinione pubblica a pensare: gli americani non possono lasciare il Paese, gli afghani non sono in grado di autogovernarsi. 
Bisogna smetterla con questa farsa. Gli afghani hanno vinto sull'Impero Britannico, hanno vinto sull'Unione Sovietica, riuscirono in antico a ridimensionare l'Impero Mongolo, da cui nacque l'Impero Moghul in India ed una delle regioni di confine era proprio l'Afghanistan, hanno partecipato alla creazione di architetture di giardini e palazzi,  poi copiate dal nostro Rinascimento, hanno avuto scuole di poesia, in quella che era la sua parte appartenente all'Impero persiano, che ora è la zona di Heràt, a cui ha attinto un Wolfang Goethe, per dirne uno e potrei continuare e continuare, ma ho scritto libri su libri di storia* e articoli su articoli quindi per oggi mi fermo qui.
Smettiamola di cantare l'ignoranza ed ancor più fare da seguito all'ignoranza che cammina per il mondo. Non è un caso che con il passar del tempo il conflitto sia diventato sempre più cruento, che, malgrado le migliaia di morti procurate tra le fila del Taliban dai bombardamenti americani, non si riesca a por fine a questa guerra. Il fatto è che non lo si vuole. Afghanistan sullo scacchiere vuol dire Russia, Cina , India, Pakistan, Iran ed anche Arabia Saudita. vuol dire questo per gli Stati Uniti e per Israele, innanzi tutto. Quindi per l'economia mondiale. Non se ne andranno mai.
Chi procura soldi per le armi ai "ribelli", la droga?  Chi ha costruito le raffinerie che non esistevano in Afghanistan prima del 2002? Chi compra l'eroina? Chi distribuisce l'eroina gratuitamente ai giovani afghani riducendoli a larve umane per poi spesso ingaggiarli per attentati suicidi? Chi li costringe ad espatriare e semmai morire lontani dalla propria terra? Chi?  
Non ho mai avuto simpatia per l'Unione Sovietica e tutto quel che ha comportato, ma non c'è paragone tra i dieci anni di occupazione sovietica e questi anni di distruzione compiuta dalle forze Nato a comando americano. Orrori di ogni tipo in ogni dove, spesso fatti passare come errori involontari. L'applicazione del Great Game è stata assoluta e molto ben programmata. Dall'attentato dell'11 settembre 2001, il casus belli, al precedente attentato omicida ad Ahmad Shah Massoud il 9 settembre 2001, alla creazione e poi formazione dei Taliban, a quella del precedente al-Qaeda, al successivo Isis. Tutto programmato, voluto, attuato in barba a qualunque fantasiosa idea di complottismo da cinepresa.
E ancora una volta in maniera che mi disturba perché non elegante, sono costretta a segnalare al lettore che voglia conoscere l'intera Storia dell'Afghanistan per comprendere realmente gli accadimenti contemporanei, alcuni miei libri. Ne cito due in calce*. 
Marika Guerrini

* M. Guerrini, "Afghanistan Passato e presente"; Jouvence  Milano 2014;
M.Guerrini a cura di, "Aman Ullah il Re Riformista Afghanistan 1919-1929", Jouvence Milano 2018



                           

lunedì 5 agosto 2019

Conoscenza: il senso della vita

Risultati immagini per gabbiani in volo









Bhagavad Gita, shloka 15 /16 - trad. dal sanscrito di Marika Guerrini 


"Colui che tutto compenetra
non assume su di sé il merito di alcuno
né l'errore di alcuno
La conoscenza è avvolta dall'ignoranza
per questo le creature sono smarrite 
/
Coloro nei cui spiriti
l'ignoranza è distrutta dalla conoscenza
di costoro la conoscenza manifesta
(è) simile a splendente sole
(è) il Sommo Essere"


versione originale

"na 'datte kasyacit papam
na cai 'va sukrtamvibhuh
ajnanena 'vrtam jnanam
tena muyanti jantavah

jnanena tu tad ajnanam
yesam nasitam atmanah
tesam adityavaj jnanam
prakasayati tat param " 

***
Versi su cui riflettere mentre frammenti di guerra sotto spoglie diverse o mentite spoglie, da occidente ad oriente da oriente ad occidente, incendiano segnando i nostri torridi giorni d'estate. Per questo occiriente prenderà per sé qualche momento in cui con distacco osservare ancor più, ascoltare ancor più, riflettere ancor più. Tacere. Riprendere poi a raccontare.

Marika Guerrini





venerdì 19 luglio 2019

Europa: " il passato precipita, mutano i tempi e nuova vita rampolla dalle rovine" F. Schiller* -II parte

... si è accennato, nella prima parte di questa pagina, alla Coscienza della Libertà di cui necessita oggi l'Europa, affermando che i bagliori si sono avuti nell'Alto Medioevo, portiamoci quindi, con una brevissima indagine storiografica retrospettiva, alle radici di quell'impulso. Così facendo ci si troverà, innanzi tutto, al cospetto di continue migrazioni di popoli, siano essi interni al continente o esterni, ci si troverà dinanzi al rapporto tra germanesimo e romanità, contemporaneamente al cospetto dei Franchi, alla cultura araba che agisce, a partire dal IX secolo lungo tutto il XIII, sulle scienze tutte e la filosofia, ci si troverà dinanzi alla così detta "eresia" dei Catari, accusati e sottoposti al giogo dell'Inquisizione ecclesiale, indi mandati a morte. Ci si troverà dinanzi alle Crociate tutte, le prime, ovvero le pure, e quelle della decadenza, alle ripercussioni del luteranesimo sulla lingua tedesca, ci si troverà dinanzi all'elemento celtico presente in Gallia e non solo. Ci si troverà dinanzi all'autorità imperiale di Federico Barbarossa sui signori di Germania e la sua lotta ai Comuni d'Italia. Intanto all'inizio si sono incontrati grandi poeti persiani della levatura di Omar Khayyam la cui fama aveva varcato ogni confine entrando nel vecchio continente, ci saranno poi, in quel periodo "oscuro" tempestato da abbaglianti luci come non si sono più avute, altri grandi in ogni campo e come sempre interni a quest'Europa ed estranei ad essa, ma da essa abbracciati, così troveremo Federico II di Svevia, amato Imperatore del Sacro Romano Impero, e ancora e ancora figure ineguagliate d'occidente e d'oriente come il sommo Dante Alighieri e immediatamente dopo di lui ad oriente il sommo Mohammad Hafez-e Shirazi, per restare nella poesia, tutte luci transitate sulla terra in quel tempo ad arricchire il germogliare di quello spirito luminoso che avrebbe formato la successiva storia del continente, fornendo ad essa centinaia di sfaccettature che rendono culturalmente unica l'Europa nel mondo.
Ora, dopo questo quadro d'insieme, per entrare ancor più nella comprensione dell'oggi, dell'ora e qui, fermiamoci a riflettere per qualche attimo su due "elementi" che hanno fatto da iniziale fulcro al formarsi dello Spirito Europeo di cui sopra, e che ancora oggi vediamo incontrarsi e scontrarsi nelle pagine della cronaca: il popolo dei Franchi e i Germani nonché il contrasto di fondo che li animava e che era da collegarsi all'elemento del Cristianesimo subentrato e vissuto in maniera diversa dai due. Contrasto anch'esso, al di là d'ogni apparenza, ancora distinguibile tra i due blocchi, pur se nascosto e inconsapevole perché estremamente sottile. Incontriamoli in un breve sguardo con l'aiuto anche di Tacito e del suo Germania.
Il popolo dei Franchi, era in realtà, benché sempre in ambito germanico, un insieme di tribù stanziate sul Reno sin dal III secolo d.C. e caratterizzate, diversamente dalle altre popolazioni barbariche germaniche, da un estremo senso di indipendenza evidenziato dallo stesso nome: Frank, traslitterato in latino tardo francu ovvero libero. I Franchi non miravano a collaborare con le genti vicine, bensì a dominarle, era in loro un impulso, anche se, contrariamente agli altri, quando avevano occupato la Gallia, si erano amalgamati con i locali sì da fondersi, testimone ne sarà poi la futura lingua francese, su cui, dal punto di vista linguistico, ci sarebbe molto da trattare, ma non è questo luogo atto a. 
L'amalgamarsi dei Franchi però non aveva minimamente intaccato in loro lo spirito di indipendenza, né l'aveva intaccato l'incontro con la Chiesa cattolica da poco uscita dalle persecuzioni, anzi questo aveva favorito nei Franchi quel carattere di trascendenza che avrebbe poi visto fiorire la Scolastica e ancora e ancora. Ed è il pensiero della trascendenza, quindi della visione del mondo da esso derivante, a prescindere dalla successiva corrente laico-razionalista, il punto che va ricordato per la comprensione dei nostri giorni, quel pensiero che oggi risulta capovolto per via della diversa costituzione interiore dell'uomo contemporaneo rispetto all'uomo medioevale. 
Di contro, l'elemento caratterizzante le popolazioni germaniche poggiava da sempre sull'idea del mondo come di una realtà pervasa da forze divine, basti pensare al primigenio Pantheon nordico, per cui ogni singolo uomo era pervaso da forze divine a tal punto che il divino si faceva immanente, si faceva concreto non restava astratto come per i Franchi. Questo era tra le quinte del pensiero germanico medioevale circa l'immanenza, così la visione del mondo risultò essere immanentistica. In questa caratteristica atavica si innestò il luteranesimo e giocò la sua parte, attraverso di esso lo spirito germanico impregnerà l'intera cultura affidandola alle sole forze e capacità umane non già per un pensiero in difetto di trascendenza bensì in eccesso. 
Da allora in poi, in maniera sempre diversa, con occasioni sempre diverse, in pace o in guerra,  in quella che andrà in seguito delineandosi quale Europa, ci si troverà sempre dinanzi a questo dualismo, anche lì dove esso sarà nascosto dagli eventi e/o dagli attori del momento, anche quando si mostrerà sotto spoglie economiche e/o politiche. I conflitti così come gli accordi saranno sempre caratterizzati dall'antagonismo tra l'indole devozionale francese e l'indole conoscitiva germanica, l'una ligia all'abnegazione verso il trascendente derivante da un antico misticismo, anche quando mostrerà e mostra il contrario, l'altra fedele al retaggio indoeuropeo, vedi i Celti, e all'impulso verso la conoscenza. Ancora oggi, qui, ora. 
E siamo giunti alla chiosa di questa pagina, consapevole, chi scrive, dell'assoluta sintesi in cui ha costretto un argomento di enorme portata, che meriterebbe pagine e pagine di trattazione, cosa che probabilmente avverrà in un prossimo libro ad esso dedicato, chiudiamo quindi con l'auspicio che la consapevolezza dell'origine possa generare in questa claudicante Unione Europea, il desiderio di una reale unità, quale si era paventata con il Sacro Romano Impero, rimasta però anche allora monca di molti suoi figli che ora potrebbero formare un assetto maggiore e migliore, dati i tempi e la passata storia. Ma anche un'altra cosa ci si auspica e riguarda la lingua comune, essa nulla dovrebbe avere a che fare con quell'agglomerato di dialetti che è l'inglese, che impoverisce, riducendola, la capacità pensante, ma quella della lingua europea comune, ricordate l'Esperanto, è una proposta e una prova avvenuta da tempo e affondata per mille motivi, non da ultimo la forzata supremazia socio-economica-geopolitica delle genti e degli accordi, oggi, anglo-americani, in seguito, ma già preesistente, alla "vittoria" basata su tradimenti, del secondo conflitto bellico mondiale terminato nel 1945 con apposta la firma della vile bomba su Hiròshima.  
E qui si chiude la pagina, che come spesso accade ad occiriente, è anche desiderio di scrittore nonché, in questa occasione, di linguista, che spera in una evoluzione dei popoli europei verso un'Unione che sorga e rechi in sé una effettiva Coscienza di Libertà, dovuta all'incontro di uomini liberi in senso platonico: sottomissione dell'elemento bestiale a quello divino come riportato nella chiosa della prima parte. Altresì si spera che il lettore, nella consapevolezza delle accennate origini dell'odierna storia di quest'Europa claudicante, voglia fermarsi a riflettere, ricercare a sua volta, per dare impulso con i pensieri, che "acqua non sono", come dice il proverbio, e conseguenti azioni, al formarsi della Coscienza di cui sopra, senza dimenticare che: Natura di cose altro non è che che nascimento di esse in altri tempi e in altra guisa, riportando un pensiero di Giambattista Vico.*
Marika Guerrini

* nota
 Gianbattista Vico, Natura di scienza nuova, libro primo, ed.1744

venerdì 28 giugno 2019

Europa: " il passato precipita, mutano i tempi e nuova vita rampolla dalle rovine" F. Schiller* -prima parte-

... di certo invertebrata Platone appellerebbe quest'Europa. Invertebrata in un oceano di decadenza che l'osserva andare alla deriva e la cui unica via di salvezza sarebbe il naufragio, ma noi rifiutiamo quest'idea e, ancora una volta, ci rifugiamo in pensieri di chi, fuori da ogni tempo misurato, da ogni spazio, parla con chiarezza di idee mai contaminate dall'umano intelletto spesso deviante malgrado l'intento, malgrado se stesso. Al contempo confidiamo nell'ultima dea: Speranza, affinché la potenza dei pensieri possa, in una qualche misura, in un qualche modo, essere d'ausilio, se pur sottile, al rinnovarsi d'una forza che, libera, torni a guidare la storia autrice di idee attinte sì a quell'antico Oriente madre di saggezza e lungimiranza, ma pervase dal più giovane Spirito di un Occidente europeo egregiamente espresso, lungo il tempo, dai suoi poeti. Oggi, quella che Platone avrebbe chiamato: "la parte appetitiva dello Stato" ci si mostra senza veli, lampante, la parvenza legata al possesso materiale, ha schiacciato la parte eroica e conoscitiva. La civiltà caduta, grava sì che l'opaca mole del cemento nelle città, ma quel che non si contempla, o non si vuole, è che questo mondo sì fatto rechi in sé i germi della propria decomposizione. 
Ad occhio attento non sfugge il motivo sottile della decadenza, motivo politico-economico, o per meglio dire economico-politico, fatto di menzogna, opportunismi, separazioni, falsi incontri e così via, ben lungi da quel che il più grande pensatore della Grecia ritenne perno del proprio sistema politico: "far coincidere la gerarchia spirituale con la gerarchia politica". Non sfugge questa sorta di inettitudine dell'intelligenza che non riesce a dare ordine alla vita per via della profonda scissione tra Spirito e Materia. Che sia chiaro, qui non si tratta di adeguare la politica ad idealistiche fumose astrazioni, ma di uno sforzo eroico di disciplinata trasformazione individuale, che possa poi farsi collettiva, ma anche dei più come di pochi, una via "regale" che conduca al di là della tragica scissione di cui sopra.
Quel che ci vorrebbe perché quest'Europa potesse tornare a vantare la propria grandezza, perché riprendesse a reggersi sulla propria spina dorsale e non già sulla colonizzazione  sotto il cui peso giace e a volte si dimena, di cui si è resa complice, è il coraggio della libertà. Ma il tragitto è lungo e perché possa prendere avvio bisognerebbe ci fosse una rivoluzione culturale europea, bisognerebbe che l'Europa si riappropriasse della propria storia antica, la ricordasse, la riconoscesse, perché è nell'antico che vanno cercate le cause del presente e gli impulsi per il futuro, è nel risalire alla storia antica, molto antica, che si ritrovano le cause dei successivi sviluppi. A tale proposito e per tale scopo conoscitivo, questa che stiamo tracciando sarà la prima pagina di altre a seguire, in cui, in estrema sintesi, si proverà, a ricordare le lotte e i destini delle varie stirpi che hanno popolato in un remoto passato il vecchio continente e, giungendo attraverso esse al Medioevo, periodo che di oscuro in realtà aveva ben poco, ci si porterà all'idea di Libertà, a quel che i poeti avrebbero cercato: la Coscienza della Libertà, nata a quel tempo. 
Sì, è per amore dell'idea di un'Europa davvero Unita, per il desiderio di essa, che si è deciso di attraversare con i lettori il percorso storico di sintesi che si andrà a tracciare e che ci si è presentato riflettendo sull'attualità del vecchio continente, sugli scontri, le violazioni di Sovranità di Stato, le reciproche critiche, avversioni, falsità, ipocrisie, eccetera eccetera come già detto,  tutte cose che di unione non hanno nulla, neppure il preludio, eppure, malgrado tutto, sempre riflettendo, siamo convinti che, una volta unita, quest'Europa avrebbe il compito internazionale di impulsare popoli altri alla Coscienza di Libertà di cui sopra, nata nel suo grembo, operazione realizzabile facendo rifiorire lo spirito di sacrificio, così come d'obbedienza sì da attuare quella capacità di " sottomettere l'elemento bestiale dell'anima a quello divino", per dirla ancora con Platone. -continua-
Marika Guerrini 

*nel titolo: da Friederich Schiller, Guglielmo Tell, atto IV, scena II.



mercoledì 15 maggio 2019

Tehrān come Baghdad?

...
Persépoli-Palazzo dell'Apadana
mentre scrivo, un amico di vecchia data sta sbarcando a 
Tehrān. Mi ha telefonato qualche giorno fa, comunicando l'imminenza del viaggio e il desiderio di incontrarmi perché gli parlassi della Persia storica. Gli ho consigliato dei libri, mi ha risposto: vorrei che me la raccontassi. Ci siamo incontrati, ho raccontato. 
Le antiche bellezze si affacciavano alla mente e le immagini si facevano parola mentre Matteo, nome di fantasia dell'amico, seguiva le une e le altre come fosse già in viaggio. Eccoci così a sorvolare Tehrān con la sua forma d'uccello ad ali spiegate e la catena degli Alborz, le cime più alte del Medio Oriente, ecco il deserto pietroso e ad oriente Mashhad ed ecco le azzurre cupole fondersi col cielo e i musei colmi di  storiche preziosità, e Tabriz e Esfahan e Shiraz e lì accanto Persépoli la bianca e dorata Persépoli. E' incredibile quanto sia intatta ancora la regalità achemenide, malgrado il tempo, i terremoti, malgrado il fuoco di Eskandar, in occidente Alessandro, in occidente il Grande. Ed ecco il prezioso Palazzo  dell'Apadana voluto da Dario e completato da Serse e la grande scalinata che conduce alla Porta delle Nazioni voluta da Serse con i geni alati a fare da guardiani e il Palazzo di Dario con il corteo di figure lungo le mura, e la Sala delle Cento Colonne, entrambi se ne stanno lì, come a  ricordo di solennità le une, quali trait-d'union tra cielo e terra le altre. Poi le immagini sono cambiate, con esse le parole hanno suonato versi e Firdusi e Nizami e Jami e Haféz e ancora e ancora, da prima di Cristo giù giù fino a poco fa, hanno fatto sentire la loro voce, ricordato la grandiosità della Poesia di quest'antica terra a cui anche Goethe, e non solo, si ispirò. Il pomeriggio di quel giorno del racconto a Matteo è trascorso così finché la luce meridiana è scivolata nel crepuscolo. 

E' stato dopo, dopo l'immersione nella storia in terra iraniana che ci siamo svegliati all'attualità, è stato allora che abbiamo visto tutta la bellezza ritrarsi, accucciarsi in un angolo, come in attesa. E' stato triste. Ci siamo guardati e abbiamo preso a parlare di oggi, di ora.  
Ma l'attualità racconta altre storie, storie irrispettose della bellezza, fatte di menzogna, fatte di violenza, fatte di possibili imminenti pericoli, pericoli da scongiurare, fatte di tradimenti. Tra questi ultimi la fuoriuscita degli Stati Uniti dal JCPOA, acronimo di Joint Comprehensive Plan of Action, firmato nel luglio del 2015, dopo circa 24 mesi di trattative e negoziati d'ogni tipo, firmato  dai membri permanenti dell'Onu: Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina, Francia e da Germania, e dall'intera Unione Europea. Accordo il cui obiettivo è impedire sì all'Iran di sviluppare una tecnologia tale da sviluppare la costruzione di ordigni nucleari ad uso militare, ma consentire allo stesso Stato di continuare lo sviluppo del programma volto alla produzione di energia nucleare ad uso civile. E' in seguito a quest'accordo che nel 2016 sono state rimosse le sanzioni economiche all'Iran imposte dagli Usa, dall'Unione Europea e dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu ( risoluzione 1747). E quest'accordo l'Iran l'ha mantenuto, testimone l'Aiea e continua a farlo malgrado le altrui menzogne. Ma ora la tensione nel Golfo sta salendo sempre più e alla vecchia esplicita richiesta di Netanyahu (aprile-maggio 2018) rivolta a Trump di tradire l'accordo per via, sempre secondo il leader israeliano, di un presunto venir meno ai patti da parte dell'Iran, cosa ovviamente falsa, ora  ci sono anche gli Emirati Arabi e l'Arabia Saudita a blaterare presunti sabotaggi a loro petroliere nello stretto di Ormuz, costoro sebbene non abbiamo accusato direttamente l'Iran, hanno lasciato e lasciano subdolamente che si sottintenda, ma l'essere subdoli è nel Dna degli Emirati e dei sauditi. 

Così mentre gli Usa (alle numerose basi americane- vedi cartina laterale- con cui accerchiano il paese ora hanno aggiunto missili patriot, veicoli anfibi e aerei tutto a bordo della nave da guerra "Arlington") e loro accoliti, stanno in tutti i modi cercando di portare Tehrān all'errore, provocandolo sì da poter poi accusare quindi attaccare l'Iran con l'alibi della difesa o simili, il mio amico Matteo ed io siamo tornati all'Iraq, alle menzogne sulle presunte, e mai trovate, armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein, menzogna, alla distruzione del Paese iniziata nel 2003, al seguente, ancora attuale, inferno. 
Ed è stato a questo proposito che Matteo ha citato il mio romanzo "Oltre le mura di Baghdad" (1)  per via della similitudine che accomuna le due capitali, così ho pensato di far vivere al lettore quel che Matteo ed io abbiamo vissuto nel pomeriggio di qualche giorno fa, riportando, a seguire, uno stralcio del romanzo. Ecco dunque la lettera che Richard Schwan, protagonista del libro, giornalista del New York Times ed embedded inviato a Baghdad, trova nel necessaire del padre Wilhem, che era stato ispettore alle Nazioni Unite ed inviato dell'Unscom, poi deceduto per un male incurabile dovuto alla guerra di occupazione del 2003.

"Caro Richard, stai leggendo questa mia, quindi sei a Baghdad. Non avresti preso il mio necessaire che per andare a Baghdad. È già stato lì questo necessaire, ricordi quando sono partito per Boston, per accertare la mia malattia, in realtà la diagnosi c’era già stata, io non andai a Boston ma a Baghdad. No, anche la mamma non sapeva nulla, non me l’avrebbe permes­so, ma io volevo salutare questa città che ho tanto amato, volevo salutarla da uomo libero. Se ricordi, all’epoca, avevo già rassegnato le dimissioni. È sem­pre stato ambiguo il mio mestiere dovendo rispondere più agli intrighi e agli inganni che alla verità. Non ba­sta, Richard, essere leali nel mestiere delle armi, per­ché il mio è stato un mestiere di armi. I prodromi di un imminente nostro attacco alla città, erano nell’aria da tempo. Bombardamenti vi erano già stati durante l’embargo. Non sapevo quando, ma sapevo che si sa­rebbe verificato a breve, l’unica certezza era che quella sarebbe stata la mia ultima volta laggiù. Il mio saluto. Ti chiedi se avessi sperato di finire sotto le bombe. Non lo so. Figlio mio, non lo so. Forse sì. Sono giunto a Baghdad quattro giorni prima che nel suo cielo e sul suo suolo si scatenasse l’inferno. Non avevo mai pensato, o sospettato, che ci si potesse scatenare sugli innocenti indiscriminatamente e con tale crudeltà. I bombardamenti falciavano tutto e avvenivano quasi sempre di notte, quando la gente era ancor più inerme e con maggior difficoltà a trovare riparo. È stato usato di tutto, dai missili ad ogni tipo di bombe, anche le mi­cidiali bombe a grappolo, quelle dall’involucro giallo come gli involucri degli aiuti umanitari, del cibo. E i bambini accorrevano per sfamarsi e saltavano in aria. Ogni tipo di arma è stata usata, sperimentata, anche a carica atomica. Ricordi la nostra Baghdad, quella del­le nostre passeggiate in quel Natale dell’89, la vedevo crollare. E ancor più vedevo sgretolarsi le mura della mia Baghdad, quella della mia prima volta. Allora era primavera, la città era rigogliosa, ricca di ogni bellezza antica e moderna, non vi era povertà, tutti i servizi pubblici, scuola, sanità erano gratuiti, anche la casa veniva data a chi ne avesse bisogno. Perché non si può negare che i suoi governanti tutti, compreso Saddam Hussein, nel governare non abbiano provveduto al progresso e alle bellezze artistiche proteggendo le an­tiche e incentivando la creazione di nuove. Appartiene a quella gente, quella che ora ti circonda, la grandiosi­tà da millenni, la dignità.
È stato grande il dolore per me, molto grande. I pri­mi luoghi ad essere presi a cannonate nel nostro avan­zare, nostro sì perchè era il nostro paese e i britannici, sono stati gli alberghi dei giornalisti, lì dove si sapeva alloggiassero giornalisti stranieri, in genere erano due gli alberghi: l’al-Mansur e il Palestine. Ho visto con i miei occhi colpire l’al-Mansur, morire giornalisti e operatori. Questo serviva a spegnere le voci che fos­sero diverse da ciò che si voleva il mondo sapesse, e il mondo doveva sapere solo attraverso i giornalisti al seguito del nostro esercito, come cani addestrati alla guardia. A questo servì anche l’abbattimento della sta­tua di Saddam Hussein in piazza Firdos. Orchestrata, Richard, orchestrata da noi, dal nostro esercito, per­sino la bandiera irachena issata al posto della statua, fu fornita da un nostro soldato, così come la mazza per abbattere la statua. Tutto mentre Cnn e giornalisti al seguito documentavano e comunicavano il falso a tutto il mondo. Ma, vedi figlio mio, senza quell’abbattimento non si sarebbe potuto dire “Missione compiuta”, come di­cemmo. Accadde di tutto quel giorno in città, saccheg­gi ai palazzi del governo, ai musei, anche agli ospedali. Fu terribile. Ma il mondo non lo seppe.
Io ero ospite in casa di amici iracheni, un professore di archeologia, forse tu lo ricordi Abdel Nassir al Nassiri, loro sapevano della mia “fuga”, della mia malattia.
Tua madre non ha mai saputo di quella mia fuga a Baghdad, neppure dopo, né sa di queste pagine, non me lo avrebbe perdonato. Mi avrebbe accusato di aver accelerato la mia fine, e avrebbe avuto ragione, ma dirglielo sarebbe stato solo scaricarmi la coscienza dalla bugia, arrecarle ulteriore dolore. Ed io l’ho ama­ta molto. Diglielo. E ho amato te, molto.

Gut Glück per la tua vita, Richard.


Con infinito amore
Wilhelm tuo padre "

Marika Guerrini

nota
(1) Marika Guerrini , "Oltre le mura di Baghdad", ed. Jouvence, Milano 2017

immagini-
 fonti : web e L'Antidiplomatico 

lunedì 8 aprile 2019

all'Italia: " O mia patria sì bella e perduta"

... ore 7,15, la radio sintonizzata sulla Rai, organo pubblico, il giornale radio è appena terminato, spengo l'apparecchio, il mio pensiero va all'Italia, alla sua storia passata, alla recente, va all'attuale, questa che ancora storia non è. E un senso di tristezza mi invade. E scatta la rabbia e sale. Lascio il letto, il luogo del sonno, del riposo. Un incontenibile bisogno d'aria mi spinge ad uscire sul terrazzo, respiro un profondo respiro, verso il sole, la luce. Cammino, parlo alle rose in boccio, sono carnicino, il colore che preferisco, penso ai fiori di pesco e ai sakura i ciliegi che in primavera creano rosati archi di profumo lungo i viali giapponesi. E vado al melograno, è tempestato di gemme, prepara l'apertura a corolle aranciate, e all'ulivo impreziosito dalla rugiada, o forse dalla pioggia notturna, che mostra timide infiorescenze odorose di miele posate su di esso come polvere. L'aria è tersa, frizzante, respiro un altro profondo respiro, poi rientro, in casa, nello studio. Il pensiero torna all'Italia, la luce del mattino e l'aria frizzante hanno trasmesso speranza ma i sintomi della rabbia sono ancora presenti, è un misto di opposte sensazioni. Poi un impulso mi spinge a cercare tra miei vecchi articoli qualcosa che non so. Lo seguo, vado ai faldoni, sono colmi di stesure a penna, quelle che precedono la stampa, la pubblicazione, ne prendo uno, mi è capitato sotto gli occhi, sul dorso azzurro porta scritto" anno 2016". Lo apro, inizio lo sfoglio delle cartelle. Scorro gli articoli di quell'anno, li rileggo, mese per mese, sono a novembre e lo stomaco brontola, chiede la colazione, lo ignoro, giungo a dicembre, all'ultimo articolo: " Coro Alexandrov addio", questo il titolo, la data: 27 dicembre 2016. Ritengo inutile scorrerlo, sto per chiudere il faldone, vado a fare colazione, penso, ma ne prendo un altro, sto per aprirlo, mi fermo. Riprendo il 2016, leggo l'ultimo articolo, le prime righe ed ecco, il ricordo del concerto riaffiora, l'ultimo del coro Alexandrov, chiamato anche Armata Rossa. Nella memoria il ricordo è nitido e la musica è italiana cantata in lingua nazionale e in lingua napoletana. Un brivido corre lungo la schiena. Sì, l'ultimo concerto del Coro Alexandrov di quel tempo fu un moto d'amore dedicato all'Italia, non avevo mai riflettuto su questo: le sessantaquattro giovani voci costrette al silenzio nel cielo di Sochi, avevano salutato la vita cantando l'Italia. La commozione mi invade e lo fa ancor più perché collego i pensieri del mattino a queste voci, questa musica, questi testi che ora riaffiorano alla mente. Cos'era accaduto in quel Natale del 2016, che senso aveva avuto quella tragedia nei confronti dell'Italia? Quei ragazzi inconsapevoli della loro fine imminente, di cosa erano stati messaggeri? Cosa era stato affidato alla loro voce? Il mio pensiero mattutino, pregno di sofferenza e rabbia, aveva trovato una risposta?
Ho chiuso il faldone, di nuovo ho varcato la soglia del terrazzo. In assoluto silenzio interiore ho camminato e camminato, avanti e indietro giungendo alla conclusione che le parole in musica di quel coro era la risposta ai miei pensieri mattutini, il perché è dato dall'esistenza del caso che non esiste, così com'era occorso a Giuseppe Verdi quando "per caso" gli capitò tra le mani il testo di Temistocle Solera che, scrivendo una preghiera del popolo ebraico per la Gerusalemme lontana, ispirò a Verdi l'Inno del "Nabucco" dedicato all'Italia, alla sua sofferenza ante unificazione. 
Sono rientrata, ho avviato il CD di quell'ultimo concerto, ascoltato. Le voci, al tempo straniere all'Italia, ora chissà dove nell'Universo, hanno preso a suggerire sentimenti d'amore per una terra in sofferenza da tanto, da troppo, la nostra. E mentre la musica andava, voci possenti e gentili hanno cantato la lontananza e l'amore, e tutta la forza e la bellezza di quest'Italia ha preso a sprigionarsi, in essa si palesava sempre più la particolare intelligenza di cui il popolo italiano è portatore, l'intelligenza del cuore, la capacità più alta che in un essere umano possa albergare, capacità che nulla avrebbe di sentimentale, bensì di Amore allo stato puro, se non fosse imbastardita, oggi più che mai, da un insieme di fattori degenerati e degradanti che fanno vivere sempre più al popolo, la lontananza da se stesso, dalla propria storia, la propria cultura, i propri ideali, persino le fondamenta della propria Costituzione, nonché la propria etica. Così, questa terra di poeti, scienziati, eroi, si trova ad essere bestemmiata di continuo nella sua identità da coloro che, tradendo innanzi tutto se stessi, hanno presunto e presumono essere innovatori della società e in nome di questa presunzione, agiscono quali distruttori, costringendo il popolo ad accettare, sotto forma persino legislativa, astrazioni cariche soltanto di vis istintiva. Da qui le azioni internazionali anticostituzionali come la partecipazione a violazioni di sovranità di Stato, la partecipazione alle guerre che altri provocano e decidono, da qui l'impoverimento della facoltà pensante nei nostri giovani, la cui causa, non ultima, è dovuta alla miseria mentale di chi fa informazione, di chi fa cultura che risulta poi essere pseudo o monca, di chi usa le altrui disgrazie o azioni malefiche o delinquenziali o immorali, o devianze d'ogni tipo, per farne merce di profitto sia carrieristico  che economico, abbassando il livello umano a livello animale, riducendo la rappresentazione della vita a bruta fattualità quotidiana, a meschinità di particolari, costoro, fingendo combatterli, risultano elogiare gli aspetti deleteri, spesso violenti, quando non degradanti l'individuo, vedi "Gomorra" non unico nel suo genere ma emblematico di una categoria. Così come leggi che sottoscrivono azioni contro ogni sana natura e ancora e ancora. In realtà quel che ha allontanato e allontana dalle immagini positive e dalla bellezza di quest'Italia suscitate dalle voci del Coro Alexandros quale testamento virtuale, è caricare di forza psichica l'apparire delle cose nella loro istintività animale e così produrre, quando non rafforzare se già esistente nel singolo, l'incapacità di cogliere la verità dell'idea che muove oltre l'apparenza. E' un consacrare la veste sensibile della vita ignorando ciò di cui la vita è veste, ovvero l'impulso immateriale che muove i pensieri, di poi le cose. E' ora di ricostruire il tessuto culturale e morale di questo Paese, prendere consapevolezza della deriva a cui il Paese è stato guidato e abbandonato, prendere consapevolezza della decadenza perché solo dalla consapevolezza individuale prima, collettiva poi, può scaturire la comprensione della verità, piuttosto che messinscena della fraternità, o violenza in nome della fraternità. Solo con la consapevolezza si può colmare la lontananza creatasi tra questa nostra terra ed il suo popolo, lontananza nei valori, negli ideali, nel costume, lontananza che fa guardare alla propria terra come altro da sé, senza riconoscerla né volerla conoscere in veste non sua. 
Pagina di follia, questa? Le solite elucubrazioni dello scrittore che si chiede  e chiede il perché d'ogni cosa, d'ogni accadimento? Non sta a me rispondere. Ora, il lettore che lo desideri, clicchi sul sito in calce ed ascolti il Coro Alexandros nella carrellata italiana del suo ultimo concerto. Grazie.
Marika Guerrini

https://youtu.be/99Af4Dd5sUo




      

giovedì 14 febbraio 2019

Fuggire per non morire- Murtaza, Aylan e i bambini-angeli della guerra




... ancora brucia l’immagine di Aylan Kurdi, 3 anni, il bambino siriano dai pantaloncini blu e la maglietta rossa, il cui corpicino si è mostrato al mondo riverso su di una spiaggia, quando già aveva messo le ali per volare in un altrove lontano. Ad Aylan, poi immortalato in una piccola statua, occiriente aveva dedicato una sua pagina: “Sulaimāniya: Aylan Kurdi e il trail of tears”, ch’era il 9 marzo del 2016. La pagina racconta della piccola statua dalle bianche sembianze di Aylan, adagiata sul Tigri, sì che andasse, scivolasse sulle acque ad attraversare paesi e genti e storie, sì che scivolasse sullo storico fiume della Civiltà, a ricordare al mondo la storia odierna, una storia in cui si permette alla guerra di uccidere bambini più d’ogni altra cosa, d’ogni altro essere. E, quando, per destino, fortuna o per quel caso che non esiste, non li uccide nel fisico, uccide la loro infanzia, la loro anima, recide in loro le forze vitali. Il futuro del mondo.
E mentre Aylan scivolava sul Tigri a testimoniare nel 2016, un altro bambino s’incamminava verso un destino da sogno e da incubo. E nulla avrebbe cambiato l’odierna storia, né Aylan che ora abita un mondo diverso in cui tutti i bambini sono forniti di ali, né il bambino di cui racconteremo tra qualche riga, così, altri bambini, piccoli o meno che siano stati e siano, avrebbero continuato a mettere le ali o a fuggire dalla loro terra, dalla loro vita, dalla loro storia. Fuggire con o senza affetti familiari, spesso tra sconosciuti che hanno perso ogni speranza in patria e ne cercano un’altra. Fuggire perché non viene data loro altra possibilità. Sono migliaia, centinaia di migliaia. A volte hanno così pochi anni di vita da lasciarci sgomenti per la loro forza, altre volte, quando hanno pochi più anni, quando si fermano un po’ con noi, anche solo per un po’, ci sgomenta la loro saggezza. Fuggire per non morire o, a volte, morire altrove. Soli.
In questi giorni, in Afghanistan, lì dove la guerra dal 2001 non si è mai arrestata malgrado notizie da tempo, e periodicamente, comunichino aleatori incontri, più o meno realizzati, ai fini della parola “pace”, tra coloro che hanno programmato, voluto, scatenato guerra, per “combattere il terrorismo”, ed ora con quello stesso “terrorismo” intavolano negoziati di “pace”, parola abusata e bestemmiata che si fa così testimone della farsa in atto su quel palcoscenico bellico in terra afghana, in scena tutti i giorni e le notti  da 18 anni. Ebbene in quella stessa terra sul cui suolo, nel recente trascorso anno 2018, l’aviazione americana, pur non avendo mai smesso negli anni, ha sganciato altre 7.632 bombe, lì, tra tanti bambini falciati dagli infernali ordigni, ve n’è uno, tra i pochi a non essere caduto, ma “colpevole “ di amare il calcio, di avere quale idolo Messi, Lionel Messi, centrocampista e attaccante, della squadra del Barcellona e della Nazionale  Argentina. Miliardario, specifica che sottolineiamo e che si capirà tra qualche riga. Ma passiamo alla sintesi della storia di Murtaza, perché è questo il nome dell’involontario protagonista su accennato, definito: un altro bambino, è Murtaza Ahmadi, 7 anni nello stesso anno del viaggio di Aylan sul Tigri, il 2016 e iniziato, nel cielo, sempre per Aylan, a fine 2015.
Non tutti sanno che  il gioco del calcio in Afghanistan è da sempre molto amato, specie tra gli adolescenti ed i bambini, anche nel periodo di occupazione dei Taliban malgrado il divieto ufficiale, non si è mai fermato. Murtaza vive a Ghazni (1), antica città ricchissima di storia nel centro orientale del Paese, con la sua famiglia povera ma onesta, ama il calcio ed è un fan di Lionel Messi. Un giorno del 2016, appunto, trasforma una busta di plastica a strisce bianche e azzurre, colori della Nazionale Argentina, in una maglietta da calcio, scrivendovi sopra, in caratteri occidentali, MESSI 10, numero del calciatore. Sarà questo l’inizio di quel sogno trasformatosi in incubo, di cui sopra.
L’immagine della busta-maglietta varca montagne, attraversa deserti finché giunge a Lionel Messi. Alla sua sensibilità. Circa un anno dopo, Murtaza viene invitato da Messi a Doha, dove il calciatore soggiorna per una partita, vi sono foto di gruppo con la squadra e il piccolo Murtaza. La fama del giocatore investe Murtaza che, non solo è afghano, ma anche di etnia Hazara e fede Sciita, etnia oggetto di persecuzioni sia storicamente parlando (2) che nell’attualità, etnia di cui il lettore di occiriente e dei miei libri sulla Storia dell’Afghanistan, conosce l’ampia trattazione proprio a causa dell’incessante genocidio che subisce (3).
Essere hazara e sciita, per Murtaza, ha fornito un’arma ai gruppi terroristici, Taliban ma non solo, tutti di fede sunnita, che hanno perseguitato e stanno perseguitando, la sua famiglia, uccisi alcuni membri, tutto a scopo di rapimento di Murtaza, a scopo di estorsione, per un riscatto indirizzato al calciatore Messi, miliardario. Ecco come si fa arma da guerra non solo la povertà, ma anche l’innocente passione per un gioco. Ora, nel tempo del comporsi di questa pagina e della sua chiosa, come in una diretta da film, la vita di Murtaza continua ad essere in pericolo. Il bambino si sta spostando nel Paese di città in città, di luogo in luogo, è con la sua coraggiosa madre, coraggiosa come molte donne afghane. E qui ci fermiamo, volutamente tralasciamo i luoghi e rispettiamo il loro silenzio anche se ultimamente un appello della madre ha raggiunto il calciatore affinché intervenga per portar via il bambino dal Paese.
Fuggire per non morire.

Marika Guerrini

Note

(1)- Ghazni: anticamente Ghazna, capitale, con Mahmud di Ghazna, dell'Impero Ghaznavide (inizio I
      millennio dell'èra volgare)  che si estendeva dal Mar Caspio all'attuale Punjab (India)

(    (2) – Unico sovrano a non aver perseguitato e neppure emarginato l’etnia Hazara fu Re Aman Ullah       d’Afghanistan (1919-1929) A Questo proposito si segnala: Ehsanullah d’Afghanistan,”Il Re Riformista” Marika Guerrini a cura di, Jouvence 2018; 
          
((    (3)– Marika Guerrini, “Afghanistan passato e presente” Jouvence 2014, unico testo italiano di Storia dell'Afghanistan che tratti l’intera e complessa storia di quel Paese e delle sue genti sin dai primordi.