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domenica 27 agosto 2017

c'era una volta l'Afghanistan- seconda parte

Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan
... Omaggio a Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan.

Sua Maestà la Regina Soraya d'Afghanistan, sposa di Re Aman Ullah (Regno 1919-1929), pilastro della modernizzazione afghana del tempo, donna energica e coraggiosa, fu, ante litteram, ispiratrice, promotrice, divulgatrice e fautrice dell'emancipazione femminile in Afghanistan in quei dieci anni, così come del lascito futuro in tal senso. La prima scuola femminile "Masturat" fu istituita nel 1921, Sua Maestà la Regina Soraya ne fu madrina. Nel 1928 il numero di ragazze scolarizzate in Afghanistan era  di 800 unità, numero che potrebbe sembrare irrisorio secondo i nostri parametri e neppure, data l'esigua scolarizzazione al femminile che da poco aveva preso ad allargarsi in occidente, in Italia ad esempio. Tanto più le 800 unità ci si palesano come numero consistente nella terra afghana del tempo, esse stanno a significare, appunto, emancipazione femminile rispetto alle restrizioni della società tradizionale, stanno a significare emancipazione per l’intero Paese,  ponte lanciato verso il futuro, essendo le bambine e le giovani donne potenzialmente madri, quindi educatrici delle future generazioni. Questo il pensiero, il desiderio di S.M. la Regina Soraya. 
A Lei si deve quella che poi, negli anni a venire, sarebbe stata la "libertà" al femminile del e nel paese afghano. Ecco alcune Sue parole: "Voi donne afghane rappresentate il 50% della popolazione, ma contate pochissimo nel nostro Paese. Bisogna che vi istruiate, che prendiate penna e libri per imparare a leggere e a scrivere, così da poter partecipare pienamente allo sviluppo del nostro Paese tanto amato, sotto la direzione del nostro Emiro". In sala, presenti, vi erano circa 3000 donne ad ascoltarLa. Questo si deve a Lei, così come all'Emiro, poi Re, Aman Ullah, Sovrano e Suo sposo, si deve la prima ed ultima modernizzazione dell'Afghanistan, cosa di cui i successivi Re e governanti avrebbero usufruito, poiché altro non hanno fatto, ivi compresa la Costituzione. Tutto questo chi scrive ha incontrato e vissuto, fino a che l'Oscurantismo voluto, creato e armato dall'occidente e da collusi d'oriente, non ha riportato l'Afghanistan ad arretrare di centinaia di anni. 
Questa è la Storia, quella vera, quella con la S maiuscola, non quella che si blatera da anni fattisi troppi. E questa Storia, la vera Storia, tra qualche mese sarà a disposizione dei lettori interessati e non, spinti da simpatia o antipatia, spinti ad accogliere o denigrare. Sarà a disposizione con l'uscita di un libro sui dieci anni di Regno di Re Aman Ullah e della Regina Soraya, libro stilato da Loro figlio, Principe Ehsan d'Afghanistan (Kabul ottobre1926-Ginevra luglio 2017) e curato da chi scrive, ovvero da me con orgoglio.
A questo punto, di seguito, avendo precisato per merito di chi e quando si fosse concretizzata la possibilità di modernizzazione poi, ora, negata agli occhi del mondo, possiamo segnalare il link di un sito che ha pubblicato alcune foto sugli anni successivi al Regno dI Re Aman Ullah e della Regina Soraya, foto indicative di una verità e dimostrative di quanto l'impulso di questi due Sovrani avesse lasciato la sua impronta nel tempo, quanto e fino a che punto questa impronta sia stata poi calpestata, negata, cancellata per uso e consumo di profitti internazionali con il beneplacito di traditori nazionali venduti all'offerente. Il link:  http://www.curioctopus.it/read/5946/sapete-com-e-l-afghanistan-oggi-ma-quando-vedrete-come-era-50-anni-fa-non-ci-crederete

Marika Guerrini
immagine da archivio privato di Casa Reale d'Afghanistan- si ringrazia per la Gentile concessione


c'era una volta l'Afghanistan - prima parte

cielo afghano
... mi hanno raccontato di una terra, un'antica terra molto più vicina a noi di quanto noi si possa immaginare supporre sapere. Una terra sconosciuta che non si vuol conoscere, terra delle origini che nei millenni tutto ha visto fiorire. Mi hanno raccontato di uomini in transito su di essa da occidente ad oriente da oriente ad occidente. Nel tempo. Mi hanno raccontato di una terra che lasciava all'eternità delle sue nevi sorelle dell'Himalaya, la facoltà di contemplare ruscelli incamminati a dissetare  valli sì che mandorli potessero fiorire  e gialli zafferano e tulipani. Incamminati ad ingrossare fiumi sì che potessero lambire deserti. Mi hanno raccontato di quanto, nelle sue notti, qualunque fosse la stagione, le stelle fossero così vicine da poterle toccare ancor più che con la fantasia delle fiabe. 
Mi hanno raccontato che in quella terra, allora e per molto molto tempo, tutto era scorso e trascorso come fosse sogno. E come in un sogno la sua via  s'era fatta culla di pensieri e d'arte.  E come in un sogno aveva visto Regni e Imperi e  polvere in un alternarsi di vicende nascoste tra le pieghe delle sue montagne o tra i granelli di sabbia dei suoi deserti. Mi hanno raccontato che a quel sogno l'uomo aveva attinto per scrivere pagine e pagine della propria storia, quella conosciuta al mondo del visibile e quella conosciuta al mondo dell'invisibile. Soltanto.
Mi hanno raccontato che nel tempo, quella terra, non una sola volta s'era trovata a difendere se stessa e le sue genti diverse e simili, poste lì a formare un grande mosaico umano, come fosse rappresentanza nell'economia dell'umanità. Mi hanno raccontato come, sempre nel tempo, se posta in ginocchio per via di menzogna o tradimento, quella terra avesse ripreso la sua postura verticale, come verticale, da sempre, era stato il coraggio dei suoi uomini. Lo stesso coraggio che, sin dalle origini fino a tempi recenti, li aveva resi pronti a sconfiggere armate d'ogni tipo, qualunque idioma l'invasore pronunciasse. 
Mi hanno poi detto come un giorno una follia criminale e burattino, abbia impugnato il vessillo della menzogna, che al bagliore di quella tenebra abbia invaso il cielo di quella terra con macchine volanti cariche di armi esplosive. Cariche di viltà. Mi hanno detto come tutto abbia preso avvio da quel settembre del primo anno del secolo XXI. Mi hanno detto che da allora i ruscelli di quella terra si sono arrossati, che così hanno fatto i fiumi, così i deserti. Mi hanno detto che i fiori hanno ora un unico colore: viola. Che la follia criminale, accusando altri, mentendo, ha invaso di viola quella terra, che il viola dilaga anche lì dove un tempo fiorivano mandorli, zafferano e tulipani. Mi hanno detto che il viola viene alimentato e alimenta la menzogna della follia e dei suoi adepti. Che il viola di quei fiori, antichi figli un tempo innocenti, ora avvelena le genti di quella terra, le giovani genti ancor più per poi trasferirsi ad avvelenare il mondo. Mi hanno detto che quei fiori si sono fatti arma. Mi hanno detto che per il profitto sprigionato da essi a nutrire la follia criminale e internazionale, in quella terra tradimenti seguono tradimenti, povertà povertà, malattia malattia, morte morte. Mi hanno detto che è per via di quel viola, innanzi tutto, che la follia criminale non lascerà quella terra, non permetterà alle sue genti di riprendersi la propria storia. Qualunque essa sia o possa essere. Fino alla fine dei giorni. Forse.  
Quel che non mi hanno detto è la speranza. Non mi hanno detto della speranza. La speranza che la fine giunga per la follia criminale ancor prima che per la storia di quella terra. No, non mi hanno detto dell'ultima Dea che riluce tra le stelle del suo cielo. Che riluce come le stelle del suo cielo. La Speranza. Ancora. Adesso. Nel suo incredibile cielo.
Marika Guerrini

sabato 5 agosto 2017

Maestà che brutta guerra - diretta da Palinuro

... Palinuro, estate 2017
... è un angolo nascosto il suo, ora. Accovacciato tra le rocce marine, con lenti gesti senza voracità né desiderio, si nutre con una fetta di focaccia mediterranea, così detta pizza, in questo caso  non arrossata dal pomodoro, né arricchita dalla mozzarella, ma semplice, bianca: farina acqua lievito sale. Mi domando se è la pizza che assapori o non è forse chapati o naan o altro tipo di pane della sua terra che gli giunge dal ricordo, a cui la pizza bianca assomiglia.
E' scarsa la sua mercanzia: una piccola scatola racchiude anelli e braccialetti d'argento, manifattura indiana, come molti propongono, null'altro, il che denota il suo recente sbarco sulle nostre coste,   mentre la scarsità dei monili accompagnata dal gesto d'offerta in cui il braccio non si tende, ma resta ancorato al fianco, sottolinea lo svogliato desiderio di contatto con probabili clienti.
Non giunge dall'Africa, il colore chiaro nella pelle abbronzata lo dichiara, così fa l'eleganza nei tratti del volto e i capelli neri e lisci lasciati cadere sulla fronte, allontanati a tratti dagli occhi con gesto nella mano leggera.
Viene dal Pakistan Rahmat, questo il suo nome, non so se risponda a verità. Dal Pakistan via Africa, via Libia, la rotta di tanti, di troppi, quella che prima attraversava Iran, Turchia, Grecia. L'attraversava un tempo fattosi lungo pur se recente, quando la quotidianità di questa guerra s'avviava ad esistere. Questa guerra globale attuale indegna e menzognera.
Quel che noto è che non guarda mai il mare, questo mare, qui a tre passi da lui, a due da me. Diversa per noi due la sensazione, l'azzurrità. Esilio e vacanza. Due mondi.
Non faccio domande personali oltre il nome e la provenienza. L'atteggiamento, il suo, impone riservatezza, incute rispetto.
E bambini giocano con le onde. E vociare rincorre vociare, benché sommesso sia. E sciacquio s'alterna a sciacquio sugli scogli levigati, profumati di salsedine.
Non mi ha proposto alcun anello, alcun bracciale, non so perché o forse sì, l'ho salutato nella sua lingua, nella sua lingua gli ho augurato serenità, in nome di Dio. Ha chinato il busto in un inchino, le labbra, ancor più lo sguardo, hanno comunicato sorriso e dignità.
Ora è lì accovacciato tra le rocce con una fetta di pizza, sì che all'inizio di questa pagina.
E' stato Mauro il Malandrino, come si autodefinisce, l'amico di tutti, come lo definisce la scritta sulla sua T-shirt bianca, a distogliermi dai pensieri della guerra globale, dal bagaglio di esseri umani sballottati da un mondo ad un altro, quando non ridotti in macerie, che Rahmat, con la sua storia da me intuita, mi ha riportato. 
Mauro dalla voce recitante un'antica poesia di questi luoghi d'approdo e passaggio che vide il nocchiero d'Enea sprofondare negli abissi per essere poi accolto in sepoltura su questi lidi. Mauro con i versi dialettali che riporto a seguire in originale e traduzione. Versi senza commento, versi che parlano da sé:
Viento de' terra te porta fora
Viento de' fora te porta n' terra
Maestà che brutta guerra
Mare da fora e viento da terra.
Traduzione
Vento di terra ti porta fuori ( a largo) / Vento di fuori ti porta a terra / Maestà che brutta guerra / Mare da fuori e vento da  terra.
 
Marika Guerrini
immagine- scatto originale