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martedì 5 novembre 2013

popeye sbarca a Napoli- II parte

... sì, sono tornati. Sono tornati nel 2007, ufficialmente, quando il Comando Supremo della Marina degli Stati Uniti da Londra fu trasferito a Napoli. In realtà già nel 1996 erano iniziati i lavori di costruzione, poi, nel 2005, iniziate le manovre di trasferimento. Se ne parlò? Si bisbigliò. 
La base aeronavale di Capodichino ospitò il Comando Supremo, allora, poi l'ampliamento. Ora la base, circondata da prati verdi e ben curati, veste l'aspetto di un centro commerciale. Questione d'impatto visivo, si dice, questione di riservatezza, si ironizza. Appalti di costruzione, terreni, trentennale contratto di locazione su una cifra stimata 400 milioni di dollari: tutto con la Camorra. Sì, Camorra. Ma non c'è di che meravigliarsi, tutto così come iniziò, un tempo, in quel lontano infausto 1945. Come iniziò il contrabbando d'ogni cosa, come iniziò con gli alleati distributori di cioccolata, come iniziò rifocillando la vecchia Guapparia che, da delinquenza con codice d'onore prese a farsi delinquenza e basta, Camorra, mentre le "bionde americane", sigarette, facevano sempre più spazio a stupefacenti di vario tipo. Come iniziò. Per quanto assurdo possa suonare. Sì, so' turnate!, constata la voce del popolo.
Sono tornati e stanno tornando. Oggi, ora, a seguito dello spostarsi d'attenzione dal Nord Atlantico all'Africa, al Medio Oriente, al Mar Nero. A seguito della creazione di AFRICOM, con sede in Germania fino a poco fa. E il punto si fa nevralgico: qui le recenti manovre, qui l'ulteriore focalizzarsi delle Forze Usa, oggi, ora a Napoli.
Ora, oggi, Napoli è la sede del Commander Navy Region Europe, Africa, Southwest Asia ( Comando Navale della Regione Europa, Africa, Asia sud occidentale). Di recente, molto recente, è sede anche di AFRICOM (Comando Forze Armate Usa in Africa).  
Così la USS Nimitz, l'oscura macchia galleggiante nel Golfo partenopeo, chiarisce la sua presenza. E' giunta dal Mar Rosso. E' lenta ma veloce per quel che è, molto, si muove sui 30 nodi ( 56 km. in un'ora) . Era in quel mare per la Siria, pronta all'attacco, alla guerra, la guerra ora nascosta dietro il ciador occidentale, il velo della menzogna che continua ad armare i ribelli contro Assad. E' qui per questo la USS Nimitz, lontana ma vicina alla Siria. Nimitz è il nome della classe delle dieci portaerei nucleari statunitensi, USS Nimitz il nome di questa che galleggia da noi, la più grande sul pianeta. E' vecchiotta oramai, ha i suoi quarant'anni circa, ma un'economia nucleare di rifornimento di cinquanta anni. E i suoi 333 metri di superficie occupata in lunghezza e i suoi 76,8 in larghezza. E le sue 100.000 tonnellate a pieno carico e le sue 5000 unità  d'equipaggio tra avieri e marinai. E i suoi 90 aerei ed elicotteri sul ponte. Città, una città con la sua televisione il suo giornale quotidiano il suo codice postale. Con il suo esercito armato di tonnellate d'armi. Nucleari e non e oltre. Sì, so' turnate! pensierosa osserva la voce del popolo. 
E' lei, la USS Nimitz, lei, protagonista della Guerra del Golfo, dell' Iraq e ancora e ancora, è persino quella che al tempo della presidenza Reagan fu teatro di morti e feriti tra l'equipaggio, causati da uno dei suoi piloti sotto effetto di droga. Oh, sì, partì un provvedimento: tolleranza zero nell'ambito delle Forze Armate. Sì, andò in vigore. Ma i risultati che s'aggirano ora, oggi, per le vie di Napoli, quei giovanissimi soldati alla ricerca di forti sensazioni, quei ragazzi dall'espressione assente quando non aggressiva quando non ingenua quando non violenta, di cui il racconto nella prima parte di queste pagine, lascia seri dubbi, molto seri.
Qui, ora, nel Golfo, la USS Nimitz non è sola, l'affiancano due navi da guerra. Galleggiano anch'esse, verso sud e verso nord, nel Porto una, a largo del molo Beverello un'altra. La South Carolina e la California, potrebbero essere visto che da sempre sono il suo corpo d'azione. E questo moltiplica la sensazione di disagio, a dir poco. 
No, non sono buone le novelle che le tre presenze suscitano per l'attualità e nel ricordo, come se venti di guerra stessero per spirare. E la memoria degli anziani va al nefasto '45. Va ai palazzi sgretolati dalle bombe, alla povertà, no, non quella provocata dalla guerra, quella provocata dal calpestio degli stivali a stelle e strisce sulla loro terra, sulla loro dignità. Va agli stupri, ai bambini di colore scuro che sarebbero nati poi, abbandonati subito, mentre tanti piccoli sciuscià, bambini anch'essi, lucidavano quegli stessi stivali per qualche centesimo di dollaro o pezzo di cioccolata o per una madre avvenente che avrebbe guadagnato di più. E' una malattia genetica la loro, a quanto pare, non certo le romantiche storie che i film hanno propinato a propaganda del falso. Questo suscitano le tre presenze nel Golfo, non la storia narrata poi, dopo, in pagine di libri da riscrivere. Storia narrata sui vinti dai vincitori, storia sulla liberazione alleata. E' qui, ora, oggi, galleggia nel golfo la liberazione alleata, la nostra libertà. La vediamo. So' turnate... e mo'...? pensierosa domanda la voce del popolo.
" I funzionari della Difesa degli Stati Uniti riconoscono che il posizionamento strategico in Italia, sul Mediterraneo e vicino al Nord Africa, la dottrina antiterrorismo dei militari italiani, così come la favorevole disposizione politica del paese verso le forze Usa, sono fattori importanti per la decisione del Pentagono di mantenere una grande base e la presenza delle truppe lì." Così Alexander Cooley, esperto Basi, in "The italian Job: How the Pentagon Is Creating the New European Lanchpad for US Wars". E il titolo parla da sé. 
Le Basi statunitensi in Italia son 59. Sono state tutte ampliate, rafforzate, ulteriormente armate, spesso con nomi di facciata, spesso camuffate. Proteste reclami lamentele paura non hanno avuto alcuna presa, incisione, non hanno, non avranno. Dalle basi s'involano droni si addestrano uomini alla guerra si spediscono armi. L'Italia è la piattaforma di lancio Usa per le guerre che sono e che saranno. Il suo lanchpad autorizzato. E non c'è altro da dire.
Marika Guerrini

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