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giovedì 5 marzo 2015

Afghanistan: i tesori perduti

Cibele sul suo carro mentre attraversa le montagne,
a destra sacerdote brucia incenso su di
un altare.
Aï Khanum. Circa 200 av. Cr.
Placca d'argento con intarsi in oro.
25 cm.
Museo di Kabul.
... Tepe, Shotor, Bamiyan, Tapa Sardor, Ai Khanum, Tillya Tepe, Kafir Kot, Tepe Zargaran, Mes Aynak e ancora e ancora, suoni sconosciuti di nomi sconosciuti ai più, nomi lontani nel tempo, nello spazio, sconosciuti o quasi a volte anche nella loro terra se fuori dalla regione d'appartenenza d'ognuno, dal distretto. Nomi amati da chi li ha incontrati percorrendo la propria vita, che sia stato per studio per viaggio o per caso. Da chi, baciato dalla fortuna, ne ha assaporato bellezza prima che la storia, contemporanea ancor più, negasse loro il diritto d'esistere, di continuare ad esistere. Nomi di siti archeologici e simili, pregni di antica testimonianza, di antica grandezza, che fossero giunti intatti dal passato o toccati da altrui storia, comunque  a noi giunti. Nomi di terra afghana.
Il pomeriggio domenicale del primo giorno di questo mese di marzo del 2015, i nomi citati, le loro immagini, si sono sgranati come perle di rosario allo sguardo di un pubblico attento e silenzioso, nella calda atmosfera dell'ISAS (International Institute of South Asian Studies) nel cuore di Roma, luogo in cui si assapora l'assenza di orpelli intellettualistici, luogo vero, deputato al dialogo culturale tra occidente e regione indiana, geograficamente parlando, ma anche oltre confine. E sui confini s'è aperta la bella conferenza " Afghanistan oggi e ieri" tenuta dal professor Giovanni Verardi dell'Istituto Universitario di Napoli "L'Orientale", sui confini afghani. Immagini hanno preso a scorrere tra mappe e grafici, sì che i luoghi e i perché ad essi inerenti, di questa terra ancora così tanto sconosciuta nella sua anima, venissero focalizzati, poi hanno preso a scorrere i suoi tesori. Mentre la sintesi altamente competente del professor Verardi illustrava i contenuti delle immagini, queste s'aprivano mostrandosi in quel che furono e in quel che più non sono, e millenni scivolavano anch'essi da quel III-II secolo a.C. del calendario gregoriano, giù, giù fino a ieri, ad oggi, ad ora. 
Quel che la cronaca di questi ultimi giorni ha mostrato di sacrilego, tale è stata l'azione, al Museo di Mosul, in Iraq, dove milizie Isis hanno frantumato la storia, in Afghanistan è accaduto, accade da tempo nel silenzio del mondo o quasi. E' accaduto, accade, per mano dei così detti estremisti che chiamiamo Taliban, ma non islamici perché chi li ha voluti in questa forma, islamico non è mai stato, ed è accaduto a causa di bombardamenti a scopo di Civiltà per mano di chi di Civiltà s'arroga ma non possiede, mentre affolla i propri musei di storia comprata, quando non sottratta.
Infatti: " più grave della vandalizzazione dei siti scavati è stato lo sfruttamento di quelli ancora intatti, numerosissimi in tutto il paese" ci illustra Verardi, e ancora: "Si è creato un commercio illegale di opere d'arte il cui smercio fa capo a Peshawar...". La dissacrazione, perché tale è rispetto alla storia, non è finita, chissà quando finirà, se finirà. Il frantumarsi continua sotto diverse spoglie. Urlerebbero le antiche città, i Tepe, i frammenti rimasti, se avessero voce, se si permettesse loro. Questo crimine contro l'umanità continua, alcuna è la differenza tra uccidere uomini e polverizzare antichi manufatti, antichi reperti, tra uccidere uomini nel corpo e uccidere il loro passato impedendo così all'uomo futuro il conoscere. Alcuna differenza.
Marika Guerrini    


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