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martedì 20 aprile 2021

Afghanistan... una pagina di getto


... diciannove aprile ore undici, momento più, meno.
 Il telefono squilla, sul display un numero sconosciuto, rispondo, la voce si presenta, è un nome del giornalismo di testata nazionale. Con voce gradevole mi chiede se sia possibile ch'io rilasci un'intervista sull'attuale situazione afghana, il cambiamento in atto, il ritiro delle truppe Nato. Sorrido, lui non lo sa ma io sorrido. Dice che andrebbe registrata domani intorno alle 16,30 se per me va bene. Sento che ha dato per scontato il mio consenso. Sorrido ancora. Chiedo se sarà riportata integralmente. Assicura di sì. Mi aspettavo una richiesta di questo tipo, dico, aggiungo: va bene. Ringrazia. Ricambio. Ci salutiamo. A domani, dice. A domani, dico. 

Dopo il click resto alla scrivania, mi accoccolo sui cuscini della poltrona come in un grembo. La mente prende un tragitto a ritroso, prende a riportare le volte in cui ho speso parole per l'Afghanistan, decine e decine di volte, migliaia e migliaia di parole. E' strano come la mente, spesso immemore, riesca a sciorinare immagini e suoni quando è il cuore a parlare. 

Intanto i luoghi nella mente si avvicendano lungo la nostra penisola, da sud a nord, sono molti, con essi ritorna anche qualche suono di parola: conferenze, convegni, incontri pubblici, privati, ufficiali, non. Poi s'affacciano i libri: storia, narrativa, anche in lingua inglese, quelli tradotti, anche quello in via di traduzione in lingua turca. Tornano alla mente le immagini della mostra fotografica, che volli itinerante in Italia, con gli scatti di Barat Alì Batoor. E tornano decine e decine di articoli, credo superino le due centinaia, non so con esattezza, non li ho mai contati, la lista è lunga, troppo. Di una cosa sono certa, tutto, sempre tutto sull'Afghanistan. Nel corso di venti anni, mentre laggiù imperava dolore e distruzione, le parole, le mie, ma non solo, facevano di tutto  per raccontare, specificare, comunicare, correggere quando si poneva il caso, narrare immagini di quella terra afghana che ancora oggi alcuni giornalisti, forse sprovvisti di attenzione, specificano: "Afghanistan, Stato orientale...", come fosse sconosciuto. Parole nel tempo che in alcuni attimi stento persino a riconoscere come mie, parole pronunciate, scritte per far sì che l'occidente potesse incontrare quella terra millenaria e complessa nella sua articolata storia, dalle origini ad ora, nell'archeologia, nei suoi vari credo religiosi, le sue etnie, nella sua musica, nelle ricchezze del sottosuolo, in tutta la sua realtà difficile da comprendere in Occidente, proprio perché estremamente sfaccettata, e per questo facilmente travisabile, strumentalizzabile se non la si conosce fino in fondo, se ci si muove per sentito dire o per ciò che interessi vari selezionano sì che si mostri o si taccia. 

Raccontare a dispetto d'ogni cronaca anche per quel suo essere stata millenni or sono, con la Mesopotamia, proiezione verso il futuro della Civiltà, una delle radici. Cosa incredibile oggi per chi non abbia studiato tutta la complessità di quella terra a cui nel 1747 si diede confine e nome Afghanistan facendolo divenire Regno a sé. Sì, sono un'infinità le parole spese per l'Afghanistan in questi venti anni, volendo prescindere da precedenti studi e ricerche, partendo solo da quella domenica del 7 ottobre 2001. 

Ed ora mi si chiede di parlare in merito a quel che sta accadendo, che non sarebbe dovuto mai accadere, perché quel 7 ottobre del 2001, non avrebbe dovuto mai vedere  bombardamenti radere al suolo città e città di quella terra, per un inganno, una menzogna. Perché da una menzogna ben programmata ma non ben congeniata, non ben gestita in una fallace sorpresa, da quel Ground Zero, quel foro newyorkese dell'11 settembre del 2001 con il crollo per implosione delle Twin Towers, anzi, per la precisione, dal 9 settembre 2001, giorno dell'assassinio di Ahmad Shah Massoud, capo carismatico dell'Afghanistan, ucciso nell'attentato attuato, si disse, da giornalisti forse marocchini, da servizi segreti occidentali, anche si disse. Da quel momento, da quell'esplosione, sarebbe partita la distruzione dell'Afghanistan. Lungo venti anni di guerra, torture, soprusi, violenze d'ogni tipo, estremo impoverimento del paese, totale indebolimento della gioventù, dei bambini, quelli che alcune nostre Onlus dicevano di proteggere, finiti come cavie farmaceutiche occidentali, spesso, molto spesso, troppo, o nel circuito dell'eroina, offerta loro, gratuita, per farli finire sotto i ponti di Kabul. In base all'età. Così si annienta la possibilità di futuro.  Molti troppi, come i campi di papaveri d'oppio spontanei, fatti moltiplicare e moltiplicare perché la nostra richiesta fosse soddisfatta, perché fosse sempre più proficuo il traffico in occidente. 

Il futuro afghano sotto i ponti di Kabul per un inganno, una conclamata menzogna a cui ancora oggi ci si riferisce, si nomina come fosse verità la dichiarazione ufficiale, verità persino a dispetto di leggi ingegneristiche, a dispetto di scatti fotografici, di chiara denuncia del falso. Fatta da molti tecnici del settore.

Ed ora ancora si chiede di parlare! E lo si chiede riportando la dichiarazione del neopresidente americano e la sua menzione dell'11 di settembre quale data finale del ritiro delle truppe Nato. Si chiede di parlare ancora, lo si è fatto per venti anni, in molti, si è detto tutto quel che c'era da dire e molto di più. Non è valso a nulla. Ora di cosa si dovrebbe parlare del fallimento d'occidente? Del nuovo Vietnam americano? Per dignità mi fermo qui.

Sì, questo, e tanto altro, mi ha riportato la mente stamattina. Quando le immagini si sono chiuse, le voci zittite, ho lasciato il grembo della poltrona, preso il telefono, cercato il numero, ancora impresso, della precedente telefonata, schiacciato il pulsante verde, la voce ha risposto al primo squillo: Pronto, ho detto, sono Marika Guerrini, ho ripensato la proposta, La ringrazio, ma non rilascio alcuna intervista. Spiacente, ancora grazie. Buongiorno!

Ho parlato di getto, non ho lasciato neppure un attimo ad un'eventuale replica. Ho chiuso la comunicazione. Se dicessi che non mi sia dispiaciuto averlo fatto, mentirei, mi è dispiaciuto aver accettato e poi rifiutato, avrei dovuto rifiutare subito, alla richiesta, sarebbe stato più elegante, ma non è andata così, il pensiero è andato all'Afghanistan, subito, alla richiesta, la mente per qualche attimo era stata immemore dei fatti, delle menzogne, del non detto, delle mie stesse parole, di quelle veritiere degli altri. Per qualche istante ho avvertito l'impulso di voler parlare di quella terra, ancora e ancora. Poi la mente s'è fatta memore. A ritroso. Completa. E il desiderio di silenzio s'è fatto avanti. Forte, molto forte. Rispetto all'Afghanistan, alla sua verità, alle mie parole orali, scritte, in pagine e pagine e pagine. Rispetto alle parole altrui, di verità anch'esse. 

Sì, è andata così, stamattina.

Ed ora due brevi stralci in chiusura di quest'ulteriore pagina, questa di getto,

ecco il primo:

"... c'è un'antica leggenda, così tanto antica da far incontrare nel contenuto due mondi geograficamente lontani, se pur uniti nella storia che fu, il mondo dei nativi americani e delle genti che vivevano in terra poi afghana millenni or sono... dice così: soffierò nel cavo della canna per ricordare al passero della neve quello che è stato, e che forse sarà ancora, se Dio vorrà." (1)

ecco il secondo:

" ... c'è tanta polvere ora dove c'era una volta l'Afghanistan...     C'è tanta polvere ovunque. 

Torneranno a zampillare le fontane? I cavalli selvaggi torneranno al galoppo? Ancora risplenderà il verde degli smeraldi? Tornerà a fiorire il tappeto erboso del tulipano? Tornerà la primavera o non sarà solo sogno?

 Indiscussa certezza di Dio... Tornerà.".(2)

Marika Guerrini

immagine: scatto di Barat Alì Batoor- collezione privata

(1) Marika Guerrini- Afghanistan Passato e Presente- Storia- ed. Jouvence 2014

(2) Marika Guerrini- Massoud l'Afghano-il tulipano dell'Hindu Kush- ed. Venexia 2004


venerdì 19 marzo 2021

Dante Alighieri ".. fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza..." (Inferno canto XXVI- Ulisse)

  .. dinanzi all'oceano che si apre col suo mistero e la sua solitudine, dinanzi a quelle Colonne d'Ercole, limite estremo del conosciuto mondo, Ulisse parla ai compagni, ricorda i perigli attraversati e superati con coraggio, rileva il loro esser giunti da oriente ad incontrare un occidente ancora in parte ignoto, li sprona a portarsi oltre il limite, immergersi in quell'inconosciuto e misterioso mondo, lì dove Europa ed Africa si fronteggiano, quel passo obbligato che avrebbe preso nome di Gibilterra. Parlando ai compagni, parla in realtà agli uomini tutti, come se fosse lui giunto ad una tale altezza spirituale da permettersi una visione d'insieme. Ulisse è ora al di sopra della stessa vita, la domina dall'alto e a quel vertice vuole attrarre l'intera Umanità, consapevole di una coscienza morale che sola può condurre alla canoscenza di cui sopra, quell'amore per la sapienza che sola, lasciandosi incontrare, può portare l'uomo a se stesso, condurlo alla parte più alta e profonda di sé. Ed è a questo proposito che alfine dice: fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. 
In questo brevissimo accenno di discorso che lo stesso eroe definisce orazion picciola, Ulisse tocca i più alti valori e sentimenti umani richiamando al contempo la fugacità della vita. Fa intendere come e quanto questa sia vana se non si ponga quale dardo teso verso ideali conquiste. 
E' un volo quello che Ulisse chiede ad ogni uomo, verso cui lo sprona, un ideale volo che prende vita nel cuore degli uomini tutti. E il volo si palesa ancor più folle, ancor più ardito, perché gli uomini hanno sprezzato quei limiti che facevano da monito a tutti i mortali. Ora, gli uomini sono chiamati a non aver paura di oltrepassare quel limite che la società, ormai lungi da ogni rispetto per l'essere umano e la sacra libertà, ha posto e pone all'armonico scorrere della vita, ha posto e pone agli stessi umani sensi, al loro essere desti, al loro agire secondo se stessi, come se la stessa vita non fosse più tale, ma morte, in cui i sensi non sono più desti. 
Ecco perché in quel folle volo c'è l'orgoglio di tentare una così sublime follia che si ponga in opposto a chi vorrebbe fermare la vita che, sola, attraversata in libertà, può portare alla conoscenza. E noi, nel cammino dell'eroe, nei suoi uomini, in quegli uomini che aveva spronato con tale appassionato discorso, scorgiamo un così assoluto ardore nel cammino che a stento lo stesso Ulisse avrebbe potuto trattenere, se avesse voluto.
Ed ecco che il cammino figurato per mare a portarsi oltre le Colonne d'Ercole, immergersi nell'inconosciuto senza alcuna paura di lasciarsi alle spalle i limiti della società, persino delle leggi da essa volute e rese inique, per giungere attraverso coscienza alla virtù e alla conoscenza, si fa metafora di vita, oggi più che mai, a ricordare ancora una volta agli uomini tutti, le iniziali parole di Ulisse che ci si ripresentano: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. Ove in virtute sta la coscienza delle proprie ed altrui azioni senza di cui è impossibile giungere alla virtù, indi alla conoscenza, indi alla Libertà. E se accade che il raggiungimento di quest'ultima comporti la disobbedienza al nefando limite, a quelle Colonne d'Ercole poste dalla società ad impedire il cammino verso la conoscenza, ebbene, si attraversino, le si lascino alle spalle, sì che il tragitto dell'uomo possa riprendere a seguire il corso del sole, per quanto periglioso possa mostrarsi ed essere, possa continuare la navigazione da oriente all'ostacolante occidente secondo libertà, agognata meta nel percorso conoscitivo dell'Umanità.
Così, cari lettori, ancora una volta quel Sommo Poeta che la Storia e il destino d'una terra vollero italiano, ci viene in soccorso indicando, stavolta per voce di Ulisse, la via che conduce dalla costrizione del limite alla libertà, via che sola, scevra d'ogni paura, può condurre dalla tenebra alla luce.

Marika Guerrini

immagine Wikipedia 

mercoledì 24 febbraio 2021

Afghanistan terra di dolore e poeti




... quanto ampia sia, per l'animo umano, la capacità di immagazzinare dolore, si può svelare da un momento all'altro e allora può accadere di ignorare lo squillo del telefono, ignori il nome comparso sul display, ignori il cuore che suggerisce: rispondi, e non lo fai, ignori, sebbene lo squillo giunga da un paese che ami, così come il nome sul display, ma il paese ha il dolore radicato nella roccia, da tanto, da troppo, e tu non vuoi, non puoi. E' stato oggi, qualche ora fa, mentre mi accingevo
a segnare opinioni su questa sventurata Italia tradita da chi dovrebbe proteggerla, su quest'Italia falsamente liberata dall'ignoranza di governanti-lacchè per venire scaraventata tra le fauci di un inappuntabile drago. E' stato oggi, qualche ora fa, che il telefono ha squillato, che l'occhio ha riconosciuto il numero sul display, che la mente è tornata a Kabul. Non ho risposto. Poi ancora qualche istante e lo squillo si è riprodotto e un altro numero è apparso, altro numero ma stessa provenienza geografica. Ancora qualche istante e un terzo squillo, un terzo numero, stessa provenienza, ancora. Non ho risposto. Ho posato la penna, ho fatto silenzio in me come a temere che il respiro potesse azionare nuovamente lo squillo d'un qualsiasi telefono lontano, molto lontano. Le riflessioni sulle itale sventure se n'erano andate con tutto il loro interesse. Ho atteso ancora attimi, poi la mano si è mossa di moto proprio, il dito anche: ho digitato l'ultimo numero. La voce è giunta immediata. Ho ascoltato. Ho digitato poi il penultimo numero. Ho ascoltato. Infine ho digitato il primo. Voci diverse e simili, lontane raccontavano dolore e dolore e dolore. Non si fa l'abitudine al dolore, chi afferma il contrario è perché non sa viverlo fino in fondo. 

E' tanto che non scrive di noi, perché? Questo, tra le altre parole, ha detto la voce del primo squillo. Ho taciuto. Anche la voce ha taciuto ma in attesa. Poi con uno sforzo che ho vissuto sovrumano: Perché dopo anni di massacri, rivolte, stragi, distruzioni, anni di menzogne, di denunce, si diventa saturi, io sono andata oltre la saturazione, ho superato anche quella, non so più cosa dire, non so più che linguaggio usare, forse non so più cosa pensare, anche. E' quel che ho risposto all'attesa per poi pentirmi delle mie parole. All'altro capo, nell'etere: silenzio. E' a questo punto che gli ho raccontato una storia, una storia in versi che tempo addietro, molto tempo, lui, la voce, aveva raccontato a me, una storia scritta da Firdusi, il grande poeta, versi come una fiaba in cui a volte dolore e sofferenza servono a formare esseri speciali che possono far nascere la luce dalle tenebre, una storia poetica che ora racconto a voi. Ascoltate.

        " ... V'era un monte a nome Alburz, vicino al sole, remoto da umano consorzio. Ivi aveva il nido il Simurg, in luogo ignaro del genere umano. Su quel monte lo deposero e tornarono via. L'innocente figlio dell'eroe non poteva ancora distinguere il bianco dal nero. Il padre recise il legame d'amore gettandolo via spregiato, ma quando il padre lo gettò via spregiato, lo raccolse Iddio nutritore. In quel luogo giorno e notte se ne stava abbandonato quel piccolo senza riposo, ora si succhiava la punta delle dita, ora piangeva. Quando i piccoli del Simurg ebbero fame, l'uccello si levò alto al volo dal suo covo: ed ecco vide un lattante che gemeva e la terra intorno come un mare fluttuante. Sua culla era la  roccia, nutrice la terra, il corpo senza veste, il labbro senza latte. A lui dintorno nera terra squallida, alto sul piccolo batteva il sole... Il Simurg calò giù dalle nubi, protese l'artiglio, lo sollevò su da quelle rocce brucianti e lo portò via di volo fino ai vertici dell'Alburz. Così passò lungo tempo che il piccolo si trattenne segretamente in quel luogo. Egli divenne un uomo pari a un nobile cipresso, il petto come un monte d'argento, la vita come un giunco. La fama di lui si diffuse pel mondo. Il male e il bene non restarono mai celati... "                                                                                   

Marika Guerrini

mercoledì 3 febbraio 2021

L'Uomo e la Libertà



... Les dieux s'en vont, così Chateaubriand si espresse a proposito degli idoli caduti a Roma in seguito ad una strage di martiri. Così noi, scorrendo i giornali di oggi, come le cronache d'un ieri cumulativo di giorni, mesi, anni, ci scopriamo a pensare. E la storia rafforza il pensiero col suo sottolineare un graduale, costante, imbarbarimento dell'umanità. 
Quel mondo che oggi avrebbe, o dovrebbe avere proprio per motivi storici maturati in seno ad una rinascita d'occidente, i requisiti atti a definirsi "libero", quel mondo che da anni ritiene se stesso paladino contro tirannia, contro ogni forma di costrizione, rispettoso di una convivenza civile all'interno della società, quel mondo che sotto il vessillo della libertà dice di custodire la libertà di pensiero, di espressione, libertà da schiavitù politiche ed economiche, libertà per ogni individuo di sviluppare la propria personalità, di vivere alieno da paure per la propria vita e la propria sicurezza, quello stesso mondo abituato quindi da molto più di un secolo a considerarsi portatore, quando non elargitore, di principi universali in difesa di tutti i Diritti Umani, quello stesso mondo ha tradito e sta tradendo tutti i suoi principi. Tutti.
Principi, valori, si sono fatti orpelli, si sono fatti mere, effimere parole, in tali vesti hanno perso persino l'apparenza della maschera, la dignità per quanto falsa, di nascondersi dietro di essa.  Allora ecco dimostrato quanto dicevano gli antichi a proposito delle parole: ogni discussione è inutile ed ogni accordo è vano se prima non si è stabilita, su scala universale, una giusta concezione dell'Uomo. E poiché l'Uomo di cui sopra, non è l'uomo che si fa da sé in seno alla storia, come dettato da vecchie correnti post-hegeliane, tantomeno è il risultato di elementi materici d'aggregazione, tuttavia è quest'uomo che da tempo agisce, questo piccolo uomo s'è fatto, e continua a farsi, sconosciuto a se stesso. Ha dimenticato, e continua a farlo, di essere un'unità, ha dimenticato d'essere un Uomo-unità. Ha dimenticato e continua a dimenticare, che non può separare l'anima dal corpo, che i due agiscono di concerto, ha dimenticato il tempo in cui, per propria costituzione, sentiva le forze agenti nel moto dei pianeti sottendere alle proprie azioni. Allora, ad esempio, non sarebbe stato possibile per la scienza analizzare un metallo come l'oro senza rapportarlo all'azione del sole prima, dell'organo cardiaco poi, l'uomo comune percepiva se stesso microcosmo nel macrocosmo e questo elargiva conoscenza di per sé. Quel tempo è stato presente fino a circa la metà del XV secolo, poi ha iniziato a farsi passato, un passato sempre più remoto. In questo trascorrere l'uomo ha smesso di utilizzare le sue facoltà immaginativo-intuitive per percepire l'immortale che è in lui, benché l'immortale comunque esista. 
Da qui l'azione dell'intelletto ha preso a divenire intellettualismo, ha raffinato sempre più la parte "materica" di sé, così agendo, ha azionato un meccanismo che a sua volta ha fatto sì che il pensiero scientifico, un tempo riconosciuto nel suo moto primo, quale frutto di pura intuizione, quale moto di ricerca in cui le idee sempre contenevano di per sé un impulso morale consono all'Uomo-unità, negando a se stesso la scintilla, si sia affidato esclusivamente al calcolo materico-razionale circa tutto ciò che esiste, che sia evidente o infinitesimale dal punto di vista fisico. L'uomo portatore di tale pensiero, negandosi l'origine superiore dell'idea-intuizione che accoglieva plasmandolo il proprio pensiero, ha creato una gabbia e, rinchiudendovelo, vi si è rinchiuso. 
Imprigionato il puro principio del pensiero e inconsapevole di quest'azione fattasi stato effettivo, ha continuato ad ampliare la ricerca circa il pianeta e il fuori da esso, ad analizzare ogni campo dello scibile, senza accorgersi che il meccanismo precedentemente azionato aveva un pedaggio: la rinuncia all'Uomo-unità.  
Il campo della Genetica e della più giovane Epigenetica, sono i luoghi in cui, a saper osservare, questo pedaggio si evidenzia in larga misura e sono altresì i cavalli di battaglia del piccolo uomo contemporaneo che, con orgoglio, afferma d'essere in grado di creare la vita mentre in realtà dimentica un banale dettaglio che sin dall'infanzia avrebbe dovuto assimilare: la creazione è tale quando si fa dal nulla e con il nulla. Il piccolo uomo infatti non crea, agglomera, differenzia, feconda, modifica, struttura, pone in sequenza, procura moto ad una materia in realtà già esistente, agendo su di essa sempre comunque e ovunque, si muove in un circolo vizioso nel partire da essa per agire di poi su di essa, ancora sempre comunque e ovunque, per quanto infinitesimale possa essere o apparire l'esistenza della materia stessa. E questo lo fa per amore di se stesso, subordinando sempre e comunque tutto al suo utile, ai suoi fini, entro il suo limite che sempre e comunque è tale anche quando, e forse ancor più, ritiene d'agire per "amore" della società, e o dell'intero scibile umano. Così, agendo nella negazione dell'impulso primario del pensiero e della primaria sostanza dell'anima, entrambi in-creabili, l'uomo figlio dello spirito scientifico, nella sua prigionia, privo di conoscenza di sé quanto dell' Immortale in sé, contempla soltanto e sempre la materia morta, anche quando sembra vivente per via di moto autonomo solo in apparenza, vive quindi in una oscura perenne menzogna da cui si sprigiona la paura. Così, svuotato, ha creato una sorta di dualismo in cui, da un lato alberga l'uomo svuotato, dall'altro lo stesso uomo che, spinto da impulso prenatale e immortale comunque esistente in lui malgrado se stesso, vaga smarrito nell'oscurità alla ricerca di una luce, quindi di una verità, quindi di una reale libertà di poter Essere divenendo libero.
il piccolo uomo genera e si muove nella menzogna e nella paura da essa generata, negando a se stesso la conoscenza, negando a se stesso la libertà di Essere divenendo libero. 
Les dieux s'en vont? No, è l'uomo che, immemore di sé, li tiene lontani.      

 Marika Guerrini

immagine: Erfurt (Turingia), Chiesa dei Domenicani-1340/1445- Portale-  fonte Wikipedia