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mercoledì 24 febbraio 2021

Afghanistan terra di dolore e poeti




... quanto ampia sia, per l'animo umano, la capacità di immagazzinare dolore, si può svelare da un momento all'altro e allora può accadere di ignorare lo squillo del telefono, ignori il nome comparso sul display, ignori il cuore che suggerisce: rispondi, e non lo fai, ignori, sebbene lo squillo giunga da un paese che ami, così come il nome sul display, ma il paese ha il dolore radicato nella roccia, da tanto, da troppo, e tu non vuoi, non puoi. E' stato oggi, qualche ora fa, mentre mi accingevo
a segnare opinioni su questa sventurata Italia tradita da chi dovrebbe proteggerla, su quest'Italia falsamente liberata dall'ignoranza di governanti-lacchè per venire scaraventata tra le fauci di un inappuntabile drago. E' stato oggi, qualche ora fa, che il telefono ha squillato, che l'occhio ha riconosciuto il numero sul display, che la mente è tornata a Kabul. Non ho risposto. Poi ancora qualche istante e lo squillo si è riprodotto e un altro numero è apparso, altro numero ma stessa provenienza geografica. Ancora qualche istante e un terzo squillo, un terzo numero, stessa provenienza, ancora. Non ho risposto. Ho posato la penna, ho fatto silenzio in me come a temere che il respiro potesse azionare nuovamente lo squillo d'un qualsiasi telefono lontano, molto lontano. Le riflessioni sulle itale sventure se n'erano andate con tutto il loro interesse. Ho atteso ancora attimi, poi la mano si è mossa di moto proprio, il dito anche: ho digitato l'ultimo numero. La voce è giunta immediata. Ho ascoltato. Ho digitato poi il penultimo numero. Ho ascoltato. Infine ho digitato il primo. Voci diverse e simili, lontane raccontavano dolore e dolore e dolore. Non si fa l'abitudine al dolore, chi afferma il contrario è perché non sa viverlo fino in fondo. 

E' tanto che non scrive di noi, perché? Questo, tra le altre parole, ha detto la voce del primo squillo. Ho taciuto. Anche la voce ha taciuto ma in attesa. Poi con uno sforzo che ho vissuto sovrumano: Perché dopo anni di massacri, rivolte, stragi, distruzioni, anni di menzogne, di denunce, si diventa saturi, io sono andata oltre la saturazione, ho superato anche quella, non so più cosa dire, non so più che linguaggio usare, forse non so più cosa pensare, anche. E' quel che ho risposto all'attesa per poi pentirmi delle mie parole. All'altro capo, nell'etere: silenzio. E' a questo punto che gli ho raccontato una storia, una storia in versi che tempo addietro, molto tempo, lui, la voce, aveva raccontato a me, una storia scritta da Firdusi, il grande poeta, versi come una fiaba in cui a volte dolore e sofferenza servono a formare esseri speciali che possono far nascere la luce dalle tenebre, una storia poetica che ora racconto a voi. Ascoltate.

        " ... V'era un monte a nome Alburz, vicino al sole, remoto da umano consorzio. Ivi aveva il nido il Simurg, in luogo ignaro del genere umano. Su quel monte lo deposero e tornarono via. L'innocente figlio dell'eroe non poteva ancora distinguere il bianco dal nero. Il padre recise il legame d'amore gettandolo via spregiato, ma quando il padre lo gettò via spregiato, lo raccolse Iddio nutritore. In quel luogo giorno e notte se ne stava abbandonato quel piccolo senza riposo, ora si succhiava la punta delle dita, ora piangeva. Quando i piccoli del Simurg ebbero fame, l'uccello si levò alto al volo dal suo covo: ed ecco vide un lattante che gemeva e la terra intorno come un mare fluttuante. Sua culla era la  roccia, nutrice la terra, il corpo senza veste, il labbro senza latte. A lui dintorno nera terra squallida, alto sul piccolo batteva il sole... Il Simurg calò giù dalle nubi, protese l'artiglio, lo sollevò su da quelle rocce brucianti e lo portò via di volo fino ai vertici dell'Alburz. Così passò lungo tempo che il piccolo si trattenne segretamente in quel luogo. Egli divenne un uomo pari a un nobile cipresso, il petto come un monte d'argento, la vita come un giunco. La fama di lui si diffuse pel mondo. Il male e il bene non restarono mai celati... "                                                                                   

Marika Guerrini

mercoledì 3 febbraio 2021

L'Uomo e la Libertà



... Les dieux s'en vont, così Chateaubriand si espresse a proposito degli idoli caduti a Roma in seguito ad una strage di martiri. Così noi, scorrendo i giornali di oggi, come le cronache d'un ieri cumulativo di giorni, mesi, anni, ci scopriamo a pensare. E la storia rafforza il pensiero col suo sottolineare un graduale, costante, imbarbarimento dell'umanità. 
Quel mondo che oggi avrebbe, o dovrebbe avere proprio per motivi storici maturati in seno ad una rinascita d'occidente, i requisiti atti a definirsi "libero", quel mondo che da anni ritiene se stesso paladino contro tirannia, contro ogni forma di costrizione, rispettoso di una convivenza civile all'interno della società, quel mondo che sotto il vessillo della libertà dice di custodire la libertà di pensiero, di espressione, libertà da schiavitù politiche ed economiche, libertà per ogni individuo di sviluppare la propria personalità, di vivere alieno da paure per la propria vita e la propria sicurezza, quello stesso mondo abituato quindi da molto più di un secolo a considerarsi portatore, quando non elargitore, di principi universali in difesa di tutti i Diritti Umani, quello stesso mondo ha tradito e sta tradendo tutti i suoi principi. Tutti.
Principi, valori, si sono fatti orpelli, si sono fatti mere, effimere parole, in tali vesti hanno perso persino l'apparenza della maschera, la dignità per quanto falsa, di nascondersi dietro di essa.  Allora ecco dimostrato quanto dicevano gli antichi a proposito delle parole: ogni discussione è inutile ed ogni accordo è vano se prima non si è stabilita, su scala universale, una giusta concezione dell'Uomo. E poiché l'Uomo di cui sopra, non è l'uomo che si fa da sé in seno alla storia, come dettato da vecchie correnti post-hegeliane, tantomeno è il risultato di elementi materici d'aggregazione, tuttavia è quest'uomo che da tempo agisce, questo piccolo uomo s'è fatto, e continua a farsi, sconosciuto a se stesso. Ha dimenticato, e continua a farlo, di essere un'unità, ha dimenticato d'essere un Uomo-unità. Ha dimenticato e continua a dimenticare, che non può separare l'anima dal corpo, che i due agiscono di concerto, ha dimenticato il tempo in cui, per propria costituzione, sentiva le forze agenti nel moto dei pianeti sottendere alle proprie azioni. Allora, ad esempio, non sarebbe stato possibile per la scienza analizzare un metallo come l'oro senza rapportarlo all'azione del sole prima, dell'organo cardiaco poi, l'uomo comune percepiva se stesso microcosmo nel macrocosmo e questo elargiva conoscenza di per sé. Quel tempo è stato presente fino a circa la metà del XV secolo, poi ha iniziato a farsi passato, un passato sempre più remoto. In questo trascorrere l'uomo ha smesso di utilizzare le sue facoltà immaginativo-intuitive per percepire l'immortale che è in lui, benché l'immortale comunque esista. 
Da qui l'azione dell'intelletto ha preso a divenire intellettualismo, ha raffinato sempre più la parte "materica" di sé, così agendo, ha azionato un meccanismo che a sua volta ha fatto sì che il pensiero scientifico, un tempo riconosciuto nel suo moto primo, quale frutto di pura intuizione, quale moto di ricerca in cui le idee sempre contenevano di per sé un impulso morale consono all'Uomo-unità, negando a se stesso la scintilla, si sia affidato esclusivamente al calcolo materico-razionale circa tutto ciò che esiste, che sia evidente o infinitesimale dal punto di vista fisico. L'uomo portatore di tale pensiero, negandosi l'origine superiore dell'idea-intuizione che accoglieva plasmandolo il proprio pensiero, ha creato una gabbia e, rinchiudendovelo, vi si è rinchiuso. 
Imprigionato il puro principio del pensiero e inconsapevole di quest'azione fattasi stato effettivo, ha continuato ad ampliare la ricerca circa il pianeta e il fuori da esso, ad analizzare ogni campo dello scibile, senza accorgersi che il meccanismo precedentemente azionato aveva un pedaggio: la rinuncia all'Uomo-unità.  
Il campo della Genetica e della più giovane Epigenetica, sono i luoghi in cui, a saper osservare, questo pedaggio si evidenzia in larga misura e sono altresì i cavalli di battaglia del piccolo uomo contemporaneo che, con orgoglio, afferma d'essere in grado di creare la vita mentre in realtà dimentica un banale dettaglio che sin dall'infanzia avrebbe dovuto assimilare: la creazione è tale quando si fa dal nulla e con il nulla. Il piccolo uomo infatti non crea, agglomera, differenzia, feconda, modifica, struttura, pone in sequenza, procura moto ad una materia in realtà già esistente, agendo su di essa sempre comunque e ovunque, si muove in un circolo vizioso nel partire da essa per agire di poi su di essa, ancora sempre comunque e ovunque, per quanto infinitesimale possa essere o apparire l'esistenza della materia stessa. E questo lo fa per amore di se stesso, subordinando sempre e comunque tutto al suo utile, ai suoi fini, entro il suo limite che sempre e comunque è tale anche quando, e forse ancor più, ritiene d'agire per "amore" della società, e o dell'intero scibile umano. Così, agendo nella negazione dell'impulso primario del pensiero e della primaria sostanza dell'anima, entrambi in-creabili, l'uomo figlio dello spirito scientifico, nella sua prigionia, privo di conoscenza di sé quanto dell' Immortale in sé, contempla soltanto e sempre la materia morta, anche quando sembra vivente per via di moto autonomo solo in apparenza, vive quindi in una oscura perenne menzogna da cui si sprigiona la paura. Così, svuotato, ha creato una sorta di dualismo in cui, da un lato alberga l'uomo svuotato, dall'altro lo stesso uomo che, spinto da impulso prenatale e immortale comunque esistente in lui malgrado se stesso, vaga smarrito nell'oscurità alla ricerca di una luce, quindi di una verità, quindi di una reale libertà di poter Essere divenendo libero.
il piccolo uomo genera e si muove nella menzogna e nella paura da essa generata, negando a se stesso la conoscenza, negando a se stesso la libertà di Essere divenendo libero. 
Les dieux s'en vont? No, è l'uomo che, immemore di sé, li tiene lontani.      

 Marika Guerrini

immagine: Erfurt (Turingia), Chiesa dei Domenicani-1340/1445- Portale-  fonte Wikipedia