lunedì 12 settembre 2011

11-09-2011: il giorno dopo

...abbiamo assistito, visto, riflettuto, pensato...forse. Le fontane si scioglievano in acqua così come lacrime dagli occhi dei presenti nel Ground Zero. I presidenti commemoravano e il vecchio sindaco e tutti in nome di un dio misericordioso con il popolo degli States. E bambini e bandiere e divise d'ogni tipo d'ogni foggia. E volti d'ogni razza d'ogni colore. Erano tutti lì a piangere. E noi ci siamo chiesti, ancora chiesti, per quell'incredulità che comunque ci spinge a cercare risposta. Che lo fa sempre. Ci siamo chiesti perché. Come sia possibile guardare negli occhi migliaia di persone, vedere le loro lacrime, respirare il loro dolore, accondiscendere ad esso, incrinare la voce, addolcire lo sguardo nel sorriso del buon padre senza che nulla trapeli sulla verità. Ci siamo chiesti se ci siano delle coscienze nei vari Bush, Obama, Giuliani & company. Ci siamo chiesti se ci fosse una voce, un barlume di voce, un infinitesimale bisbiglio che ricordasse loro: tu c'eri, tu sapevi. Ci siamo chiesti cosa alberghi in loro, in tutti coloro che sapevano, sanno. Ci siamo chiesti a che punto sia giunto il subumano. Quanto potere abbia in quella terra. E non solo.  E abbiamo provato pietà. Un sentimento di pietà ci ha colti di sorpresa per tutta quella gente assiepata, addolorata, fiduciosa all'ascolto delle parole dei capi. Quella gente dimentica. E tenerezza abbiamo provato e quasi un desiderio d'abbraccio, di consolazione. Come una pacca sulle spalle ad ognuno di loro a dire: non preoccuparti popolo, non soffrire, finirà, questo finirà. Vedrai. Crescerai anche tu. Ti sveglierai anche tu. Uscirai dalla tua adolescenza.   
Marika Guerrini

domenica 11 settembre 2011

undici settembre: oltre il coro

oggi, settembre, undici del duemilaundici.
"...il popolino non s'accorge mai / d'aver dinanzi il diavolo in persona / neppur se per il bavero lo tiene..." così Mefistofele nel Faust, a intendere l'incapacità dell'uomo d'accorgersi della menzogna che lo condiziona nella quotidianità della propria vita. Spesso. Troppo spesso. 
Oggi, 11 settembre di dieci anni dopo, occiriente avrebbe taciuto se non avesse ricevuto richiesta di parola scritta. Sarebbe rimasto in silenzio, fuori dal coro. Fuori da questo trionfo dell'artificio, fuori dal protrarsi della menzogna che nell'ultimo decennio altro non ha fatto che partorire menzogna. Fuori perché quando le menzogne sono troppe la verità perde di valore. Se sottolineata, proclamata anche se sussurrata. Si insudicia.
L'evento-catastrofe simboleggiato dal dissolvimento delle Torri nel World Trade Center di Manhattan. L'evento allargatosi da lì a tutte le guerre orientali mediorientali nonché africane che sono venute. L'evento improvviso per i più nel mondo, atteso da alcuni e non pochi. L'evento matrice di occupazioni, colonizzazioni, distruzioni, infamie e stragi di innocenti. L'evento che nell'esplodere quel mattino newyorkese  ha mietuto 3.000 vittime per mieterne poi circa 6.060 nel decennio appena terminato: è stato voluto, elaborato, pianificato, realizzato, girato come fosse un film. Uno di quei film hollywoodiani o di imitazione sulle catastrofi naturali e non. Con una differenza, piccola, infinitesimale, insignificante: nessun attore tra le comparse, tra i figuranti, tra i coprotagonisti, tra i protagonisti, tutti uomini donne bambini reali vivi o morti che fossero. In scena per caso, quel caso che non esiste. E veri, con la loro vita o ex vita. Anche gli scenari reali, reali gli sfondi fatti di luoghi, case, cose, popolati da strategie, da armi d'ogni tipo, d'ogni azione, d'ogni effetto. Tutto vero. Tutto reale. Eppure gli attori ci sono stati: alla regia, all'ideazione, l'organizzazione, il comando dell'azione. Attori dinanzi al mondo. Attori in abiti d'occidente con un pizzico d'oriente. Quello venduto. Attori credibili, nella recitazione come veri, anch'essi. Poi: ciak: si gira. E la macchina da presa è andata. E va. Ancora. E chissà per quanto. Ancora.
Ma ora basta, ad occiriente piace tornare al Faust, a Goethe. A quella sua opera che, universale, contiene l'antico e le cose ultime. Il loro senso. Ad occiriente piace fermarsi sul Prologo in cielo, un attimo, un solo attimo di beatitudine in questo mare burrascoso, ostile. Un attimo lì dove il Signore, a colloquio con Mefistofele dice che non gli impedirà di agire. Poi, dopo, dopo l'azione di lui, quando il tempo non tempo si sarà svolto, distoltosi da Mefistofele e rivoltosi ai figliuoli autentici, pronuncia queste parole: " Ciò che ferve in perenne divenire / d'operanti energie tutti vi stringa / entro i vincoli sacri dell'amore. / E ciò che ondeggia in labile parvenza / si concreti per voi / in durevole forma di pensiero."
E' un auspicio.
Marika Guerrini

venerdì 9 settembre 2011

ricordando Ahmad Shah Massoud

oggi 9 settembre 2011
"... Era nato nella valle del Panjshir o come loro dicono del Panj Shir, dei Cinque Leoni, cinque come le vette che l'incoronano. Quella valle del nord, alle pendici dell'HIndu Kush. Era nato a Jangalak, il villaggio affacciato sul torrente, Lì l'infanzia e le vacanze. 
Poi Kabul, l'adolescenza, la scuola francese, la prima giovinezza, gli studi di architettura. Il governo afghano è filosovietico, al tempo. Ahmad Shah prende il nome di Massoud.
L'educazione ricevuta tra tradizione e modernità, spinge la sua curiosità, poi interesse, a conoscere il panorama storico politico internazionale.
Legge Mao, Guevara, De Gaulle, si interessa di tutto senza mai perdere la propria identità. Ama Dante, Victor Hugo, Hafez....
Amò il gioco degli scacchi dall'infanzia, la poesia da sempre. Gli scacchi gli avrebbero dato la logica strategica, la lungimiranza, la poesia, la ricerca della verità, della libertà attraverso il pensiero filosofico, esoterico, attraverso la coscienza di sé, del mondo. 
Massoud era amato dalla gente semplice... fu amato anche da quei pochi giornalisti occidentali che lo conobbero...Unico pensiero: i fili della tradizione sono la trama della sua gente, non possono essere interrotti, la sua terra non può perdere la propria dignità.
Unico obiettivo: cacciare l'invasore, ridare alla sua terra, alla sua gente la libertà...Dieci anni di battaglia (1979-'89) per la liberazione dalla cultura sovietica, dal governo fantoccio...Uno dei suoi crucci: la risposta alla violenza non poteva che essere violenza...la sua disgrazia: trovarsi al centro del Grande Gioco d'occidente e delle forze deviate d'oriente...
Un uomo capace di partorire ideali sino all'immolarsi della vita..."
Ahmad Shah Massoud, con la sua Alleanza del Nord, diversa dall'attuale, costrinse l'allora Armata Rossa al ritiro. Liberò dallo straniero l'Afghanistan. Fu Ministro della Difesa del Governo Rabbani-Massoud. Governo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Combatte i talebani, macchine umane da guerra volute e costruite da un certo occidente con alcune forze deviate d'oriente. Nel 2000 fu a Strasburgo, le sue parole furono: - Come fate a non capire che se io lotto per fermare l'integralismo talebano, lotto anche per voi e per l'avvenire di tutti?- La risposta sarebbe stata di indifferenza. In qualche caso, per noi scellerato, di derisione. 
Fu assassinato il 9 settembre 2001. Due giorni prima dell'evento delle Twin Towers.  Si menti sugli autori dell'attentato. La sua figura carismatica avrebbe ostacolato qualsivoglia invasione di qualsivoglia tipo per qualsivoglia motivo vero o falso. Avrebbe ostacolato l'ampliarsi di quel Grande Gioco, al tempo solo all'inizio, che avrebbe portato a tutto quel che vediamo, viviamo da dieci lunghi anni. Il gioco partito con l'Afghanistan per andare oltre. 
Marika Guerrini

la parte in corsivo, dello stesso autore, è tratta da "Massoud l'Afghano, il tulipano dell'Hindu Kush"  Venexia, Roma 2005 

giovedì 1 settembre 2011

tra Europa ed Africa

deserto libico

...non ci siamo meravigliati nell'apprendere circa l'ospitalità che l'Algeria ha riservato ai Gheddafi. Ancor meno nel leggere il messaggio algerino inviato all'Occidente. Messaggio immediato diretto chiaro, messaggio fuori da ogni dubbio: non ci fidiamo di voi! E' questo che ha detto l'Algeria. L'ha detto innanzi tutto a monsieur le president, in nome, in memoria di quell'oltre un secolo, 132 anni, di colonizzazione o, per meglio dire, persecuzione francese nella loro terra. La stessa che la primavera così detta araba ha provato e prova a coinvolgere senza riuscirvi. Ma potrebbe accadere. Potrebbe essere nel prossimo futuro, ora, nei prossimi giorni. Potrebbe darsi un ulteriore ipocrita motivo. Lo stesso noioso motivo come da copione, il déjà vu, la buffonata di turno, come la decennale caccia al principe saudita che fu, quell'Osama ben-Laden assassinato poi resuscitato a piacimento Usa & company. Company perché coalizione aziendale. L'Algeria non si presta al gioco d'Occidente tanto meno a quello dei paesi arabi. L'Algeria non tradisce l'amicizia.  L'Algeria vuole proteggere le risorse. Proprie e altrui. Dei suoi altrui, quelli a lei vicini, dei fratelli di tempo religione storia, geografia. Le ingenti risorse che tutti conosciamo o dovremmo. Il motivo reale della nostra presenza in Africa. Nord, centro o sud che sia. 
giacimenti ferrosi
Così mentre monsieur le president sempre più affetto da mania di grandezza, dall'Eliseo accarezza Israele e Abu Mazen come da proverbio un colpo al cerchio ed uno alla botte. Mentre accusa Tehran di ambizione balistica e nucleare insinuando chissà quali possibili attacchi missilistici per poi scimmiottare il vecchio Bush con la minaccia di attacco preventivo. Mentre il resto d'Europa sta a guardare il tentativo di scalata al podio dell'internazionalità di uno dei suoi nani, noi ricordiamo che l'Africa nord sahariana non è il lontano Afghanistan. Impreparato antico innocente nella sua antichità. Non è la sua gente, un tempo da fiaba, che non sapeva neppure dove fosse l'America tanto meno cosa volesse da loro. L'Africa nord sahariana non è all'oscuro dell'occidente. L'ha incontrato nel bene e nel male. Già. L'ha incontrato che non è molto tempo. L'ha incontrato da tempo. Noi vogliamo ricordare a noi stessi che quest'ultima decade lastricata di menzogna qualcosa avrà pur insegnato. Forse. L'Africa nord sahariana potrebbe farsi una novella Waterloo. Per restare nel cuore d' Europa.
Marika Guerrini  

martedì 30 agosto 2011

un flash nel mito

Eneide, Libro Sesto versi 336-383
Enea con la sacerdotessa Sibilla nella palude Stigia, scorge le anime insepolte.



 "...s'arrestò il figlio di Anchise e fermò i passi pensando e commiserando in cuor suo l'iniqua sorte. Ma ecco che si fa avanti Palinuro, il nocchiero da poco caduto da poppa tra le onde, mentre durante la navigazione libica, guardava le stelle. Quando (Enea) nella nera ombra a stento lo riconobbe, per primo così gli parlò: -O Palinuro, quale dio ti ha strappato a noi e ti sommerse nel profondo del mare? Orsù, parla. Apollo, che mai prima d'ora ho trovato bugiardo, col suo responso ha deluso il mio animo, quando ha profetizzato che saresti scampato al mare e saresti giunto sulle terre di Ausonia. E' questa forse la fede promessa? E Palinuro rispose: - Né il tripode di Apollo ti ingannò, o duce figlio di Anchise, né un dio mi sommerse nel mare. Allora, strappato con forza il timone a cui ero aggrappato, che mi era stato dato da custodire e con cui governavo la navigazione, lo trascinai con me. Giuro sui mari tempestosi di non aver mai provato un così grande spavento, tanto per me quanto per la tua nave, che, spogliata degli strumenti e privata del nocchiero avrebbe potuto naufragare allo scatenarsi di così grandi marosi. Noto, il violento, per tre tempestose notti mi trascinò sulle acque degli immensi mari, poi, al primo sorgere della quarta alba, sollevato in cima ad un'onda, scorsi l'Italia. M'avvicinavo lentamente a nuoto alla terra, in salvo l'avevo già raggiunta se col ferro una gente crudele non mi avesse assalito e, ignara non mi avesse giudicato facile preda, gravato com'ero dalla veste bagnata mentre cercavo di afferrare con le mani adunche le aspre sporgenze d' una rupe. Ora mi tiene l'onda e sul lido mi rivoltano i venti. Quindi ti prego, per lo splendore giocondo del cielo e per le brezze, per il genitore e per le speranze di Iulo che cresce, ti invito, strappami da questi mali, ricoprimi di terra e cerca i porti di Velia. Oppure, giacché non credo che ti prepari a traversare così grandi fiumi e la palude Stigia senza la volontà degli dei, segui quel che la divina tua madre ti suggerisce e porgi la destra a un infelice e conducimi con te sulle onde affinché almeno nella morte io possa riposare in una dimora tranquilla.
Aveva detto queste parole, quando la veggente così gli rispose:
- Da dove ti giunge, o Palinuro, un così empio desiderio? Come puoi pensare di vedere, insepolto, le acque Stigie, il crudele fiume delle Eumenidi e di raggiungere la riva senza aver ricevuto l'ordine di Caronte? Smettila di sperare che i decreti degli dei si possano mutare pregando. Piuttosto, riconoscente ascolta queste parole a conforto della tua dura sorte. I popoli vicini, infatti, spinti in lungo e in largo per le città da prodigi celesti, cercheranno di placare le tue ossa e innalzeranno un tumulo e sulla tua tomba condurranno vittime sacre e il luogo avrà in eterno il nome di Palinuro.
Rimuovono queste parole gli affanni e scacciano per un po' la tristezza dal cuore. Si rallegra Palinuro per il nome dato alla terra..." 
Un attimo d'immersione nei miti degli dei. Qui, al fragore dei marosi rapidi ad imbiancare l'alta costa. Dei marosi forieri del prossimo autunno. Qui dove i delfini ancora s'incurvano nelle acque. E l'eco delle guerre si fa lontano. Un attimo. Un lungo eterno attimo d'immersione. Soltanto. 
Marika Guerrini
versi in traduzione originale

martedì 16 agosto 2011

Troia brucia

...da inedito, lo stesso di cui in occiriente ad aprile. " Che civiltà è quella che escogita piani per uccidere bambini? Domanda Cassandra. E il dolore la riporta a Troia..." dice un frammento dell'inedito. Frammento da noi già citato, forse. Frammento che dopo qualche riga:" ...E Troia brucia, Oriana. La nostra Troia brucia..." ancora dice. Parole segnate ch'è più d'un anno. Suggerite da osservazione attualità contemporaneità. Dedotte dalla contingenza, l'esistenza. Attuali alla lettera. Parole in azione. 
Sì, Troia brucia. La nostra Troia. E brucia per mano di bambini. Poco più che bambini. 
Se ne stanno così, nascosti dentro le felpe. Se ne vanno così, le mani in tasca, i passi lunghi, sicuri, a calcare la terra. Se ne vanno chini come per un peso che grava sulle spalle. Come d'una croce. E cappucci occultano capo occhi sguardi. A farceli supporre immaginare. Che ognuno immagini secondo se stesso. Che faccia pure. Sembrano suggerire come in un novello così è se vi pare. Ha sapore di sfida tutto questo. Lo ha per il pellegrino. Quello della vita. Quello che non si ferma a pensare. Non può. Non sa. Non vuole. Ha sapore di sfida tutto questo. E' dolore. Represso. Nascosto. Incompreso. Antico dolore. Come dell'infanzia. La prima la seconda la terza. Quella che è stata loro rubata. Perché è questo che abbiamo fatto che continuiamo a fare. Siamo ladri d'infanzia. Abbiamo lasciato loro l'adolescenza con tutte le sue evolutive caratteristiche di accanita ricerca di sé, dopo averli defraudati dell'infanzia. Tutta.  E la ricerca s'è fatta disperata. In automatico ha seguito solo una parte della propria natura costituente. Con essa l'anelito alla scoperta, l'embrione della loro stessa vita. Disperato. Tutto.
Proviamo a immaginarli nei loro due tre quattro anni. Gli anni dei perché come cos'è dove. Gli anni della scoperta del mondo della vita. Per nostro tramite, obbligato. E' allora, in quel tempo ed anche prima e ancora poi che abbiamo inculcato loro l'idea della ricerca della felicità. La vita ha da essere la ricerca della felicità. Lì dove felicità è appendice della materia. Soltanto. Dovuta alla materia, basata sulla materia. Comunque produttiva. Che sia di cose o di sentimenti. Mentre violenza faceva mostra di sé dagli schermi, a riempire i loro giovani anni. E' allora che hanno perso il vero senso della vita. In quegli anni hanno iniziato a perdere il vero senso della vita. E noi eravamo lì quando c'eravamo. Sì, fa male. Questo fa male. 
Non v'è stato motivo poi, non v'è motivo ora, per cui dovrebbero amare rispettare accogliere comprendere questa vita senza vita in cui abbiamo imprigionato la loro infanzia dopo avergliela rubata. E il dolore ha camminato. Il dolore cammina. Ancor più quando si è infanti o giovani molto. E forma mondi ancor più. E se malsano, gratuito, incompreso, illegittimo e ancora e ancora, forma mondi malsani.
Ma, ora basta con questi contenuti, prendono troppo spazio in questa pagina.   Inadatti.Torneremo poi, in altra pagina, a breve. Occiriente  tornerà su questi pensieri per comprendere. E' una promessa. Intanto in questa pagina c'è il fuoco della disperazione di questi bambini o poco più. Sì, hanno dato fuoco. Danno fuoco.       
E le fiamme dei roghi sono state evidenti. E si sono innalzate. E c'era fumo a stordire, soffocare. Ad annebbiare. Occhi, cuore, animo. Londra a ferro e fuoco, è stato detto. Scritto. Prima pagina. Testata. E Liverpool, Manchester, Birmingham, Brixton. Oltre. Tutto qualche giorno fa. Ora si tace nell'odore di bruciato. Acre. Non avremmo voluto vedere. Non vorremmo parlarne. Ma non siamo pellegrini. No, noi non siamo pellegrini e non vogliamo esserlo. E il rogo non è spento. E non v'è pompiere che possa spegnere le sue fiamme. Né forze dell'ordine d'alcun tipo, d'alcun ordine. E le galere non sono altro che cenere a proteggere il fuoco. Quello della notte. Il fuoco arde comunque. Visibile e non. E non è anglosassone. Non solo. Anglosassone è l'origine di quel fuoco espatriato negli States. Da tempo ormai. Da lì dilagato. Come sempre le mode. Quelle d'un certo tipo. Ora, adesso, in questi ultimi tempi, giorni, il fuoco appartiene ad ogni nazione, ogni stato, ogni paese di quest' emisfero del tramonto. Europa compresa. Compresa Italia. Lo chiamano baby's gang, il fenomeno e, sì, dicono sia una moda. Il che quasi legittima l'esistenza. A noi sembra che stanzi ed emigri al contempo. E in ogni luogo assuma caratteristiche identità diversità. Ma la sostanza non muta. E' come nella formula: cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. E' ovunque ora la "gang del bambino". Questo per noi il suo nome. Potenza della lingua. Porta con sé la consapevolezza della realtà. A lei non ci si può nascondere o esser pellegrini. Sì, Troia brucia.
Marika Guerrini

martedì 9 agosto 2011

in Europa: riflessioni

...e l'uomo divenne un civis, un civis romanus. E il concetto di civiltà, di civilizzazione e derivati prese a farsi avanti. E l'idea di "uomo" venne sostituita dall'idea di civis. E con essa assunse carattere giuridico-politico. E pensare che Aristotele aveva attribuito la qualifica di "politico" all'animale. Politiko' zo'-πολιτικό ζώο- animale politico, diceva. Ma la romanità attribuì la qualifica di "politico" all'uomo. E l'uomo dimenticò parte di sé. Dimenticò quanto la libertà di pensiero dell' uomo filosofo fosse universo. Quanto avesse equilibrato le forze dell'evoluzione. Quanto le avesse armonizzate con la terra. Dimenticò l'aristotelica entelécheia -εντελέχεια-. Quel particolare stato di completezza a cui aspira ogni essere umano. Che ne sia  consapevole o non. Dimenticò la potenza delle immagini che avevano permesso quest'azione conoscitiva. Sì, l'uomo ora civis, dimenticò la luminosità ellenica che l'aveva accompagnato fino ad allora.  
Così, da allora, l'elemento concettuale chiamato da civis civiltà, civilizzazione e derivati, portò con sé tutta la mentalità politico-giuridica romana. L'espanse ovunque. Tra genti al tempo conosciute e quelle del poi. L'impresse nei pensieri del tempo e in quelli a venire. 
Arroganza, assenza di creatività, colonialismo e ancora e ancora. Questi alcuni elementi portanti del mondo romano. Ma quel che allora scaturì dall'aspetto materiale del pensiero romano, si fece grande. Fu poi, ma si fece grande. Fu poi, ma diede vita ad un equilibrio. Diverso dalla Grecia. Comunque equilibrio. Allora. Non ora. 
E invece è qui. Ancora. Oggi. La romanità è ancora qui. Nel nostro mondo europeo. E' qui. Non è mai finita. Quel ch'è finito è il tempo. Il suo tempo. Con esso il senso. Il suo storico motivo d'essere.
La grecità andrebbe ricercata. Quella delle origini. Ora. Adesso. Qui. In questo nostro tempo. Andrebbe ricercata quell'idea di "uomo" che non è civis. Non soltanto. L'uomo andrebbe ricercato. Lo stesso la cui assenza o coscienza di sonno, è dietro i fatti. Tutti gli infausti, difficili fatti di questo nostro tempo. Andrebbe ricercato perché si debelli il pericolo che da civis egli si  faccia homunculus. Arretri al subumano.
E' per questo che un intimo quasi recondito orrore accompagna l'ascolto del suono: civiltà e derivati, la pronuncia. E un brivido serpeggia. E' la memoria di chi scorge  il suo essere suono foriero di lutti e distruzioni lungo la storia. Di esserlo per diritto. Giuridico. Politico. Perché suono di civis.  Fuori tempo. Ora. Adesso. Qui. In questo nostro attuale tempo.
 Marika Guerrini