venerdì 7 ottobre 2011

Afghanistan, sette ottobre 2001- 2011. Prima parte

  "...io sono nel coro di chi non vi parla, perché siete nati. Io che nato non sono..."
Mazar-i-Sharif /piazza della Moschea
La luce era nel cielo, ancora. E l'aria tersa. E il desco preparato per la sera. E silenzio. Una casa come tante laggiù. Piccola, di fango e paglia, non lontana dalla grande moschea. E un piatto di verdure e kebab, lì sul desco, al centro del tappeto. E due cuscini. E un uomo e una donna. Giovani, giovanissimi. Diciotto anni lei ventidue lui. E un bambino, piccolo, invisibile ad occhi esterni, visibile a loro, nell'immagine. Presente in lei, nei loro cuori. Un bambino da far nascere. Poi rombi come di tuoni improvvisi. Come dal nulla. E la terra che trema.
Sta arrivando un temporale, dice Abdul. Si alza Marjan, va alla finestra. Piccola, stretta in quel muro di fango e paglia. Non ci sono nuvole, dice. E torna al desco. Ma il rombo ritorna, vicino, ancora di più e di più. E la terra trema ancora di più e di più. E il tempo si ferma. All'istante. In una frazione di istante finisce. Il tempo finisce per Marjan. Per il suo bambino. Alì, sarebbe stato il suo nome se fosse stato maschio, Sonja se fosse stata femmina. 
Non so se sia stato il solo angelo a volare quella sera. M'ha detto Abdul. Ha parlato in dari. Ho capito. Sette anni dopo. Qui, in occidente. Un ragazzo fra tanti che sono giunti poi. Qui, in occidente. Senza più casa né patria. Senza più amore.
Questa è solo una di migliaia di storie saltate in aria da quel sette di ottobre del 2001. Un anno da dover dimenticare se non fosse per il suo quotidiano ripetersi da allora. Moltiplicarsi.
L'occidente nella sua calcolata razionale follia attaccò allora un paese inerme. Dispiegando vili forze di cielo poi di terra. I suoi figli presero a saltare in aria come corpi leggeri sollevati dal vento. E non hanno più smesso.
Marika Guerrini

mercoledì 5 ottobre 2011

Quetta ultim'ora

l'autobus protagonista incendiato per protesta 
...neppure il tempo di rientrare nelle loro case italiane, straniere. Il tempo di riporre i cartelli. Il tempo di riflettere sul positivo esito della manifestazione. Qui, a Roma sabato 1° ottobre. Come segnalato. Neppure il tempo di un respiro, una speranza, un'illusione. E la tragedia in una notizia. Ancora. A soli tre giorni dal pensiero d'un futuro.
Oggi, mattina del 4 ottobre. Pakistan ancora. Balucistan ancora. Akhtar Abad periferia di Quetta ancora. Sferrato attacco mortale. Ancora. Autobus  ancora. 12 morti, 11 sciiti 1 sunnita. 6 feriti, 4 sciiti 2 sunniti. Hazara quasi tutti.
Pakistan
Non sono pellegrini stavolta. E' gente che va al lavoro in un mercato ortofrutticolo. 
Poi un commando di miliziani armati: due uomini. Altri, diversi, in moto. Costringono l'autista a fermarsi, i passeggeri a scendere. Allinearsi. E: FUOCO. 
Chi erano e sono? Nessuno lo sa. Sono fuggiti. Le tracce si sono perse. 
Occiriente si è già espresso. Ha dato le spiegazioni. Ha raccontato. Ha chiesto firme. Le ha ottenute. Ha accolto l'appello degli Hazara. Lo farà ancora. Convocherà una conferenza stampa. A breve. Ha fatto i suoi appelli. Europa. ONU. Per quanto tempo si starà a guardare. Ancora?
Marika Guerrini

martedì 4 ottobre 2011

risposta su Massoud


  ...l'immediatezza, la sincerità di un commento, la perplessità di chi scrive nello scorrere l'articolo su H.S.Massoud - al cui margine si trova il commento- dopo aver letto sugli Hazara, hanno fatto sì che la risposta al commento si dia sotto forma di post personalizzato. Come fosse una  lettera.
Grazie. Perché il commento s'è fatto occasione di chiarimento del punto di vista storico che non sempre coincide con il ben pensare e a volte può  trovarsi con esso in apparente contraddizione. Ma entriamo nel vivo della risposta.
La tragicità degli episodi di Afshar, di cui venni informata a distanza di qualche mese, è talmente indubbia che sarebbe retorica sottolinearla. Sì, ci fu un massacro e gli Hazara subirono un genocidio. Questo è un fatto. Non si è mai avuta certezza da chi fosse partito l'ordine. Questo un altro fatto. Si ebbe certezza che fu H.S.Massoud ad ordinarne il termine. Ancora un fatto. Gli Hazara non hanno dimenticato. Ancora un altro fatto. 
Si può andare avanti e indietro nella storia afghana, attraversare decenni, secoli, millenni, prima dell'unificazione, dopo, ci si troverà dinanzi a migliaia di episodi raccapriccianti in cui i ruoli periodicamente si sono scambiati, hanno ruotato. Da un'etnia all'altra, da una regione all'altra e così via. E' tra le storie più complesse del pianeta quella afghana. E continua ad esserlo. Molti antichi momenti di grande luce, sono stati oscurati a volte da episodi crudeli e controversi. Ma è stata sempre storia costellata da indomiti guerrieri. E storia sempre a tutti gli effetti. Questo nulla toglie alla drammaticità, all'efferatezza, nulla. Eppure, l'occhio dello storico deve andare oltre il fatto. Oltre l'azione immediata.
La storia non è un susseguirsi di fatti è un susseguirsi di pensieri, riflessioni, significati di cui i fatti sono solo azione immediata. Sono parvenza, quel che appare. E dietro il fatto, ovvero l'azione, c'è l'agente, colui che pensa, elabora l'azione. Da questi lo storico non può prescindere. Il cronista può prescindere, lo storico no. E' come se di una parola volessimo  tener conto solo della struttura, della semeiotica senza badare alla semantica, al significato ed ancor più al senso. No, la storia non è creata dai fatti ma da chi i fatti genera attraverso pensieri. Ed è nella natura di questi pensieri il senso della storia. Ed anche i fatti cambiano valore nella diversità degli impulsi da cui muovono e da cui sono mossi. La guerra, ogni tipo di guerra è quel che è: atrocità. Qualunque forma abbia. E porta con sé atrocità. E genera atrocità. Ma anche questi sono fatti. E lo storico, proprio se e in quanto tale, ha il dovere morale di non fermarsi ad essi. Di andare oltre. Guardare dall'alto. Gentile corrispondente, il paragone tra Massoud, non cito Rabbani perché ha avuto un significato più politico che ideale per l'Afghanistan, e i talebani non può esistere dal punto di vista storico. Massoud è stato un guerriero che, nel bene e nel male, ha combattuto per amore di una terra, la propria, per un ideale, una libertà, un'indipendenza, una modernità nel rispetto delle tradizioni. A questo ha sacrificato la vita. Sì certo, un antico guerriero, come l'occidente non può più comprendere. Ma l'occidente non comprende neppure Alessandro Magno quando viene a conoscenza delle sue gesta a 360°e non solo dalla propria unilaterale angolatura storica. Ricorda Persepolis? 
I talebani ben lungi da Massoud, dagli Hazara etc. etc., sono umane macchine da guerra costruite all'uopo da una fetta dell'occidente per poi arrivare dove siamo. In loro in quanto a formazione non c'è alcun senso che sia degno d'essere nominato. Sono dei robot. Sebbene anche qui andrebbero fatte distinzioni tra il prima il dopo l'attuale e quel che sarà. E non sono invasati studenti delle madrasse. Gli studenti coranici, ovvero delle madrasse, corrispondono ai gesuiti della nostra cultura. 
I talebani di cui si parla sono mercenari d'altro tipo assoldati in altro modo a cui è stato dato  un aspetto religioso e un ruolo pseudo storico giocando sull'ignoranza dell'occidente circa quelle culture. A volte, in questi tempi spesso, guardare dall'alto è molto più complesso di quanto si immagini. La storia, nella sua temporalità è. atemporale. E Occiriente, non si è dato come compito la condanna delle atrocità per le atrocità, dei fatti per i fatti punto e basta. Non vuole essere un j'accuse. Prova solo a guardare dall'alto lo scibile umano, andare oltre i fatti per comprendere. Qualunque sia l'argomento. E quel che segna pur citando i fatti, altrimenti sarebbe un discorso tra muti, va oltre i fatti. Vuol sottolineare l'oltre. Ancora un sentito sincero grazie.
Marika Guerrini.

domenica 2 ottobre 2011

Pakistan sull'orlo della guerra civile


                               
...il Pakistan è sull'orlo della guerra civile. Studiata. Voluta. Creata. Ad uso e consumo. Su questo occiriente si ripete, si ripeterà. I giovani hazara che a Roma ieri l'hanno manifestato, non hanno accusato, hanno detto. Semplicemente. Compostamente. L'hanno detto in dari, la loro lingua. In inglese la non lingua di tutti. Perché l'inglese non è lingua per un linguista, è elaborazione di più dialetti, agglomerato di suoni vocalici e consonantici. Anch'esso ad uso e consumo.
Gli Hazara ieri a Roma hanno manifestato. C'era dolore, chiarezza di pensiero. C'era denuncia senza acredine, senza odio. C'era dignità. E l'aria ferma, calda, come d'un agosto italiano protrattosi, non è stata attraversata da urla di slogan, da voci deformate da megafoni e simili. C'erano giovani figure dagli occhi mongoli, e reggevano cartelli. In piedi. In silenzio. 
I ruoli tra loro erano fatti, stabiliti per impulso, per umana individuale intuizione. Secondo quelle antiche leggi naturali per cui il capo non si elegge, è. Nasce tale. Per tanto viene riconosciuto dal popolo.
Anche a questo ha assistito chi, come noi, ha avuto la sorte di sostare lì o di transitare. Ieri, tra le due e le quattro post meridiane, Roma s'è affacciata su di una terra lontana. Sui suoi giovani figli. L'ha fatto sul sagrato di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.  
Martiri, sì. Il caso non esiste. E due foto. Piccole rispetto ai cartelli. Due volti di bambini. Sorridente l'uno, triste, dal volto seminascosto dietro il cappuccio d'una felpa, l'altro. Due piccoli hazara che non giocano più. Non corrono. Né fanno volare gli aquiloni. Non più. Solo volti di bimbi su foto. Due. Qui. A Roma. Centinaia a Quetta. Senza foto. Non più e basta. Per questa guerra civile che sta oltrepassando l'orlo.
Gli Hazara stanno attraversando un silenzioso genocidio. Di guerra. Fra etnie? Di religione? No. Occiriente non pensa questo. Pensa il rituale genocidio da gioco della parvenza con  stabiliti obiettivi internazionali. Da parte di chi, è parvenza anch'essa. 
Il Pakistan è stato voluto terra di spionaggio. Da tempo. La portata è altissima. Anche per questo non c'è un chi che sia uno.     
Il Pakistan è sull'orlo della guerra civile. La zona più calda è sul confine afghano. Quelle genti diverse che, sappiamo aver vissuto un'unica vita, a breve potrebbero entrare in una guerra fratricida. Per agevolare chi? Quale conquista? Quale espansione? Quale controllo? Non il manzoniano:... ai posteri l'ardua sentenza...ma alle genti in corso spetterà la sentenza.  
Per quanto l'Europa si renderà complice col suo silenzio? E l'ONU dov'è? Nella sfera dell'uso e consumo? Affondatovi da tempo? Anch'esso?
Marika Guerrini
p.s.
Per maggior chiarezza, si consiglia, a chi non l'abbia già fatto, di visionare gli articoli subito precedenti. 


venerdì 30 settembre 2011

Hazara: desiderio diritto di un popolo

luogo dell'incontro
Domani, sabato1°ottobre, a Roma, in piazza della Repubblica, angolo Santa Maria degli Angeli e Martiri, alle ore 14, la Hazara Community, (comunità afghano pakistana di etnia hazara), esprimerà il desiderio di cessazione delle stragi che stanno falciando gli hazara, insanguinando vie e case di quella terra di confine che è il Balucistan pakistano. La Hazara Community chiede con una manifestazione stanziale e silenziosa, che si faccia luce sui reali perché degli accadimenti. Che si realizzi umana giustizia. Occiriente ha accolto il loro appello ed ospita firme di amici che hanno fatto ugualmente. Occiriente ringrazia.                                                                        
Roma, 30 settembre 2011
.Appoggiamo e sosteniamo il diritto e la volontà della comunità hazara di Roma che, come le comunità hazara in Pakistan e in molte altre parti del mondo, manifesta sabato pomeriggio a Roma per condannare la strage in Pakistan di 26 pellegrini hazara. Il 19 settembre scorso i pellegrini sciiti, che viaggiavano dall'Iran a Quetta (Beluchistan), sono stati vittime di un'imboscata nell'area di Ganjidori (Mastung), azione rivendicata dal gruppo jihadista Lashkar-e-Jhangvi (LeJ) da tempo messo al bando dalle autorità pachistane. In particolare appoggiamo e sosteniamo la chiave con la quale gli hazara manifestano e cioè respingendo scelte che, oltre a uccidere, spingono a uno scontro che ha per oggetto le divisioni religiose ed etniche. Appoggiamo infine la loro richiesta di avere giustizia e garanzie per un futuro di sicurezza e pacifica convivenza.



Emanuele Giordana (giornalista)

Marika Guerrini (scrittrice)
Germano Dottori (docente)                                                        
Monika Bulaj (Fotografa)
Enzo Mangini (dir Lettera22)
Romano Martinis (fotografo)                                                                  

Nino Sergi (pres Intersos)
Umberto Sinatti (dir. gen. IsIAO)
Nicola Minasi (diplomatico)
Afgana.org
Leopoldo Tartaglia (Cgil internazionale)
Daniela Colombo (pres Aidos)
Magda Tomei (F. Basso -diritti popoli)

Beatrice Alfonzetti (docente)

Dilio Lambertini (fotografo)

Gianluca Bazzoli (attore)

Ornella Palumbo (giornalista)
Jacopo di Bonito (pubblicista)
Michela Cozza (docente)
Giuseppe del Rossi (giornalista)
Diana Guerrini (docente)
Biancamaria Melasecchi (sceneggiatrice)
Riccardo Noury (Amnesty International)
Franco Nerozzi (giornalista)
Carlo Giorgetti  (da Viareggio)
Federica Bertini ( stud. univ.)
Antonio Di Bonito (imprenditore)
Clementina Gily ( doc. univ. Federico II)


chi volesse firmare non ha che da inviare una mail ad occiriente, con nome, cognome, qualifica. Grazie.

martedì 27 settembre 2011

IL CONFINE -afghano-pakistano-

terra di confine 
...le notizie s'accavallano, s'incontrano, si scontrano, si susseguono a ritmo incalzante annullando Il tempo della verifica, del confronto. Nella babele di parole pronunciate e taciute occiriente sorvola i luoghi e s'immerge, in continua ascesa e discesa, per ritrovarsi lì, sempre, nello stesso angolo di mondo, ad est ed ovest di quella linea Durand, quel confine afghano-pakistano che potremmo definire: IL CONFINE. Occiriente sa. Sa che basterebbe fermarsi lì per comprendere il tutto. Fermarsi nel fulcro, nel nucleo, nel bandolo di quella matassa aggrovigliata dai veri Signori della Guerra che non sono più, da tempo, capi tribali e non tribali afghani. Quella matassa radicata ormai in quel luogo non luogo. Lì... il fuoco arde ogni giorno ogni notte.
Le notizie date per non darle, su quel luogo infuocato, sfuggono ai più in occidente, a molti più. Troppi. Notizie secondo cui il Pakistan, in accordo con e tramite Haqqani ( rete terroristica per chi non sapesse) attacca l'Afghanistan nei suoi attuali contenuti: forze NATO, Isaf e coalizioni varie nonché esponenti di spicco del paese, e l'Afghanistan, con i presunti talebani, risponde e bla bla bla...Parole. Mezze verità. Menzogne. In ogni caso.
L'Afghanistan non esiste. Non esiste più. L'Afghanistan è terra estranea a se stessa. Ora. Nulla di quel che era è. Tutto è nel Gioco straniero. Sotto il giogo straniero. Tutto  manovrato. Tutto falso. Tutto architettato ad uso e consumo di potenze mondiali. Vecchie, emergenti, questo non ha importanza. E' stata fatta terra da usa e getta. Non c'è nulla che possa essere creduto di quel che avviene come si dice avvenga. Occiriente non smetterà mai di dirlo. Mai. 
E' un suo dovere.   
E il Pakistan non è quel che si dipinge al mondo. Non è la culla del terrore. Il Pakistan è sotto accusa. Opportuna. Comoda. Deve esserlo. Così come gli scontri fratricidi devono insanguinare le sue vie, le case. Bisogna che siano. Ma non sono menti pakistane a generare il terrore che dilaga tra quelle vie, in quelle case. Occiriente lo ripete, si ripete: le etnie presenti, Hazara e Pashtun, quelle ora soggette a continui scontri, hanno convissuto per oltre un secolo. L'hanno fatto gomito a gomito in quella terra. Il rispetto era reciproco. 
Sì, il Pakistan è ambivalente, lo è sin dalla sua nascita. E' sua caratteristica. Ghandi lo sapeva. Forse non esisterebbe se così non fosse stato, ma questo non basta per demonizzare. E poi, da chi? Da chi proviene l'accusa? Da una terra dell'estremo occidente che ora ha come capo il Nobel par la Pace. A cui quest'investitura, sconsacrata, è stata data per legittimare il motivo delle politiche internazionali, delle azioni belliche. Perché fossero ancor più all'insegna di giustizia, libertà, democrazia, fraternità.
L'ambivalenza del Pakistan è stata la forza degli Stati Uniti d'America negli ultimi trenta e più anni. Senza il "fianco" pakistano gli States non avrebbero mai raggiunta la postazione centro asiatica afghana. Questa una verità. Ne hanno fatta terra di spie. Per questo. 
Il Pakistan ora è tra Stati Uniti travestiti da Afghanistan e Iran. Questa una verità. Il Baluchistan, sua regione di confine nord- nord ovest, ne è sintesi. Questa una verità.
Ma occiriente si scusa. Si scusa con chiunque legga le sue pagine in questi giorni e da un po'. Coloro che invita a partecipare per iscritto. Si scusa se quel che dice si allontana da quel che dovrebbe essere la bellezza della vita. La positività della vita. Sì, è doloroso vedere questi accadimenti, percorrerli in immagini. E' doloroso, molto, essere consapevoli delle realtà oltre l'apparenza delle cose. E' doloroso doverle comunicare. Segnarle nero su bianco.
Marika Guerrini
p.s. foto di Barat Alì Batoor 

mercoledì 21 settembre 2011

Burhanuddin Rabbani - 24 ore fa

cavalieri giocano al buzkashi
...era tagiko, Burhanuddin Rabbani, come Ahmad Shah Massoud di cui abbiamo ricordato ch'è poco, qui, in occiriente. Presidente Burhanuddin Rabbani dal 1992 fino al giorno in cui la storia non ha preso a giocare a buzkashi con la sua terra. Presidente eletto per libere elezioni. Le prime nella storia dell'Afghanistan. Perché furono quelle le prime elezioni, non le successive a proposito di H. Karzai. Quelle elezioni del '92, volute dal popolo, allora, attuate, allora. Senza bisogno di stranieri a fingere libertà di voto. Presidente quindi di quello Stato Islamico dell'Afghanistan riconosciuto dall'ONU e da chiunque. Abbandonato poi dall'ONU e da chiunque. Motivo immediato dell'abbandono: "...qualcosa intralcia le mire del Mar Caspio: il legittimo Governo di Coalizione Rabbani-Massoud si oppone al passaggio dell'oleodotto e del gasdotto attraverso il territorio afghano..." Al tempo la compagnia petrolifera statunitense UNOCAL e la saudita DELTA OIL avevano già progettato, senza alcun tipo di permesso, oleodotto e gasdotto per 1500 km., in terra afghana. Il Presidente Rabbani e il suo Ministro della Difesa H.S.Massoud, dissero, no. Motivo patrio: ".. il paese appena uscito da anni di occupazione, di distruzione, ha bisogno di totale indipendenza per risollevarsi, inoltre all'interno ci sono gravi difficoltà con esponenti di alcuni mujaheddin ...tra questi il Primo Ministro Gulbuddin Hekmatyar, di area islamica estremista..." Fu quel:  NO, il principio della fine.
E  il Grande Gioco prese sempre più corpo. In esso la formazione di quelle macchine da guerra umane a nome poi noto di Talebani. Nel gioco tutto quel che sappiamo. Che non ci va di ripetere. 
Viene deciso lì dove tutto si decide, che il Presidente Rabbani e il suo Governo debbano essere annullati. "...novembre 1996: i Talebani entrano a Kabul...febbraio 1997: i Talebani inviano a Washington una loro delegazione...maggio 1997: il Pakistan riconosce il loro Governo...26 ottobre 1997: viene proclamato l'Emirato Islamico...il Governo viene riconosciuto anche dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi..." Il Governo legittimo, l'unico legittimo,  per tutti è come se non esistesse. L'ONU sta a guardare, gli States muovono i fili, l'Europa non c'è. 
Rabbani finisce nel silenzio. Il suo Governo con lui. E poi, e poi...
Ora, in questi anni bui, Burhanuddin Rabbani, il vecchio tagiko, che ha da sempre disapprovato H.Karzai. il vecchio a cui era stato permesso di diventar vecchio, occupava un ruolo un po' fantasma un po' no: Presidente per la Riconciliazione Nazionale. Ieri era al suo posto. Qualcuno s'è fatto saltare in aria davanti a lui. Con lui. Come per Massoud. A dieci anni e undici giorni di distanza. 
Dicono sia stato un talebano. Dicono che Barack Obama si sia dispiaciuto, molto, che abbia condannato l'accaduto.  
Ci sarebbe di che ridere se il riso non fosse espressione d'una farsa di amare lacrime trasformate in smorfia.  
Marika Guerrini
p.s.
i brani riportati, dello stesso autore, sono in "Afghanistan, Profilo storico di una cultura" Jouvence, Roma 2006; 
foto di Barat Alì Batoor