lunedì 10 novembre 2014

Afghanistan, Isis e le armi"perse"

... non fa piacere sentirsi dire: avevi ragione, specie se non è la prima volta e se questa ragione implica azioni di bellica follia. L'ammissione è giunta da Kabul questo pomeriggio ch'erano le 16 ora italiana, 19,30 ora afghana, è giunta via etere da una voce amica, oggi contrisa, amico che fino ad oggi, appunto, altro non aveva fatto, per anni, che sostenere la presenza militare Usa in terra afghana, la sua terra, prima che si trasferisse negli States e quasi la rinnegasse. Prima del 2001.
Ma la goccia è giunta, la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso, evidentemente colmo e tenuto nascosto per orgoglio. E la goccia è stata la notizia di qualche giorno fa e diceva della "perdita", da parte dell'esercito statunitense, di materiale bellico di vario tipo, del valore di 240 milioni di dollari. Sì, 240 milioni di dollari di materiale militare in dotazione all'esercito americano, tra cui attrezzature di comunicazione, dispositivi di crittografia, veicoli Humvees ed altro, tra cui anche armi sensibili. Tutto materiale "perso" non si sa come, materiale che prima di venir "perso", era nelle due basi principali, quella di Bagram e quella di Kandahar. 
Possibile situazione-occasione della "perdita", il ritiro delle truppe statunitensi e, per la precisione, l'inizio del ritiro. Sì, perché l'inconveniente, anzi gli inconvenienti, dato che le basi in questione sono due, risale al 2013.
Per inciso: comunicare al lettore la netta sensazione di un desiderio di scomparsa nella voce al telefono, è dir poco o nulla, detto questo e tornando alla "perdita", sta di fatto che gli addetti alla sorveglianza, ovviamente americani, non siano stati tempestivi nella segnalazione, motivo per cui la notizia è saltata fuori ultimamente. A completare la "perdita" c'è che, sempre a detta degli esperti americani, il materiale non potrà essere recuperato, tra l'altro i veicoli Humvees sono quelli usati in alcuni attentati suicidi. Eh, sì, perché la cosa più interessante è che, questo materiale bellico "perso" sia stato "trovato" dal "nemico", chi?, ma l'Isis o Isil, come preferite. Ecco, la voce non ha pronunciato altro contenuto, oltre alla scuse che non finivano mai e che, a dire il vero, ci hanno disturbato non poco, ah, no, un momento, c'è un'altra cosa:  "nessuno sarà ritenuto finanziariamente responsabile né per le sparizioni né per non aver rispettato le scadenze dei rapporti", dichiarazione ufficiale.
Ecco la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una voce amica, oggi, a Kabul.
Marika Guerrini
foto: Reuters
    

sabato 25 ottobre 2014

Hazara- Muharram 1436- sacrificio

... è così tanto il tempo trascorso da che, un giorno, ci trovammo per la prima volta a salire su uno di quei bus che trasportano da un luogo all'altro la vita degli uomini, laggiù. Uno di quei bus che, come i camion, al passaggio rallegrano la via, quelli che, di giorno, narrano la  storia contingente e non, snodandola in colorate immagini dipinte, e di notte, rallegrano il buio accendendolo di colori lampeggianti da decine di piccole luci che li incorniciano. E' così tanto tempo che quegli stessi bus si sono fatte tombe, spesso, molto spesso, quasi sempre ormai, tombe del popolo Hazara. 
E' quel che si è consumato a Quetta ancora una volta. Quetta la città pakistana di cui spesso abbiamo trattato, la città al confine con l'Afghanistan di Kandahar e con l'iran, lì, nel Baluchistan meridionale, in quella martoriata regione in cui vive la più cospicua comunità del popolo Hazara in Pakistan. Quetta, con la sua città nella città, Hazara Town, appunto, con le sue scuole, la tradizione della sua gente, il suo indipendente tutto, e lì, ancora lì, e sempre lì, continua, nel silenzio del mondo, a consumarsi il genocidio di quel popolo. 
In quest'ultimo mese di ottobre gli attentati mirati hanno consegnato ancora vittime hazara alla storia. Dinamiche sempre le stesse, per mezzo di un suicida, come nei primi giorni del mese, con cinque vittime o, come due giorni fa, con motociclisti che assaltano un autobus dei colori, della storia, della tradizione, che ora raccontano anche gli attentati nei loro disegni con scoppi di fuoco. Otto le vittime questa volta, lì al mercato ortofrutticolo di Quetta, a due giorni dall'inizio di Muharram, un mese sacro, il mese del dolore per gli sciiti, quello del ricordo di Kerbala nel 61° anno dell'Egira, 680 del nostro Anno Domini. Kerbala, la battaglia, in cui perse la vita terrena Husayn Ibn Alì, cuore pulsante dello Sciismo. E ancora e sempre Hazara ad essere immolati, colpevoli di nulla se non che di vivere in un luogo ricco di risorse minerarie, non certo d'essere sciiti come si vuole si creda, luogo che, ricordiamo a chi l'avesse dimenticato, si vuole sgombro sì da farne un immenso sito minerario con agglomerato urbano ad uso e consumo straniero.
Tutto mentre continua l'inettitudine del governo centrale pakistano e del governo provinciale del Baluchistan, tutto con il via libera ai vari Lashkar-e-Jhangvi, forse, data l'assenza d'ogni recente rivendicazione. Ma per noi i gruppi terroristici sono sigle senza alcun valore, che sia  nome o attribuzione o motivazione o rivendicazione, poiché la sostanza non cambia, il sacrificio hazara non cambia, il dolore non cambia. Ora è così tanto tempo che denunciamo il genocidio del popolo Hazara che le parole si sono fatte vane, le consegniamo per questo a Hùshal Hàn, a quell' antica poesia da lui vergata ch'era il diciassettesimo secolo del tempo gregoriano, da noi già citata in altre pagine, quella sua poesia che dice:

Il dolore è una cosa
che bisogna tenere ben cucita nel cuore
tenerla a disposizione
sì che forse se ne accorga
un certo giorno 
il Signore

Marika Guerrini
foto: Barat Alì Batoor
si consiglia   http://occiriente.blogspot.it/2013/01/baluchistan-dietro-le-stragi.html


lunedì 20 ottobre 2014

Nuovo Ordine Mondiale e consapevolezza

... sono giorni, questi ultimi, in cui tutto ciò che riguarda azione terroristica con annessi belligeranti con annesse vittime con annesso espandersi dei disordini armati, sembrerebbe entrato sotto una leggera coltre d'ovatta, è una sensazione, l'eco di questo tutto che da anni attanaglia gran parte della sfera terrestre, tranne qualche richiamo all'attenzione, vedi Turchia che apre ai peshmerga mentre nessuno aiuta al-Assad, sembrerebbe essersi attutita, come fosse l'eco dell'eco. Questa fase dà modo di osservare noi stessi al di fuori dell'azione dell'evento, sì da comprendere il nostro approccio a tutto ciò che giunge come notizia, sì da comprendere in che modo ci relazioniamo alla notizia stessa. 
Generalmente si è portati ad osservare gli accadimenti come uno derivante dall'altro, esattamente come, trovandosi dinanzi al mare, si è portati a pensare che l'onda in arrivo sia causata da quella che la precede, la quarta dalla terza, la terza dalla seconda, la seconda dalla prima e così via. In realtà nel mare il fenomeno si verifica perché, al di sotto della superficie dell'acqua, agiscono forze che determinano il rompersi delle singole onde. Ora, tenendo ferma quest'immagine del mare e dei suoi moti, se pensiamo all'uomo, a noi tutti, ci rendiamo conto che può essere fatta la stessa considerazione, ovvero riteniamo gli accadimenti uno derivante dall'altro. Se poi applichiamo a quest'ultima considerazione la storia contingente, ma potremmo farlo anche con la storia propriamente detta, ci rendiamo conto che la nostra mente, in automatico, davanti ad un accadimento compie, immediato, lo stesso moto di derivazione dal o dai precedenti. Applicando questo concetto alla  contemporaneità, prendendo un esempio non a caso, quando è stato delle Twin Towers fu logica l'azione degli Usa su quel territorio che s'era detto sede degli artefici del disastro,  conosciamo a memoria il tutto. Allo stesso modo è successo con l'Iraq, a detta, sede di armi nucleari rivelatasi poi irreale, ma intanto la sequenza risultata logica fu, per questo, giustificata, anzi, ritenuta necessaria. Si potrebbe continuare, e si invita il lettore a farlo, ma comunque, riportando la causa-effetto a tutti gli accadimenti di questi ultimi anni, non troverete mai, ma proprio mai, un evento bellico, parabellico, un'azione violenta o costrittiva o restrittiva eccetera, perpetrata dalle forze occidentali sui paesi che sappiamo, che non sia giustificata dalla sua propria immediata causa-effetto. Che non sia logica, esattamente come l'onda che appare derivare dalla sua precedente e che se si fa tsunami è uno tsunami di derivazione, uno tsunami logico.
In realtà, come nel mare, il quadro è ben più complesso e allo stesso tempo estremamente semplice. Tale infatti risulta se si tiene conto di un a-priori, del fatto che sul pianeta da secoli è stato tracciato un disegno globale, come in una forma ereditaria dovuta ad alcuna genealogia consanguinea bensì una sorta di conformazione interiore, come una sottile predisposizione.  Questo disegno globale include un obiettivo: il controllo internazionale a scopo di dominio. Non ha alcuna importanza se il dominio sia economico, geopolitico o ancor più sottilmente vada a toccare l'evoluzione dell'umanità, quel che importa è che si realizzi, che sia. 
Sappiamo bene: quel che andiamo dicendo non è una novità poiché  sono anni ed anni che, prima in cerchie ristrette quali logge, aggregazioni, società segrete e cose simili, poi, come ora e da tempo ormai, in maniera visibile, si parla si traccia si pensa si discute su quello che viene chiamato Nuovo Ordine Mondiale, che di nuovo non ha più nulla data la diffusione della denominazione, ma proprio perché nominato, trattato, discusso e così via, in numerosi ambienti, pagine di giornali, di libri, ovunque ormai e da molti, viene sottovalutato, a ragion veduta, tra l'altro, visto che si avverte sempre, o quasi sempre, un retroscena di faziosità in chi ne parla, qualcosa che oscilla tra  complottismo e derisione. Ci sono quindi coloro che urlano a questo Nuovo Ordine come ad una piaga per l'umanità, qualcosa di ineluttabile, inelusibile, altri che ne negano l'esistenza o, tutt'al più la ritengono qualcosa di circoscritto, di elitario, qualcosa che riguarda alcuni. In entrambi i casi, le forze che agiscono in sottofondo, al di sotto della superficie quali idee del Nuovo Ordine, vengono a trovarsi indisturbate, nel primo caso perché chi potrebbe contrastarle in realtà ne resta vittima, indebolito dall'eccesso di considerazione, si trova a subirne la paura, nel secondo caso perché la negazione della loro esistenza, ma potremmo dire l'ostinazione alla non conoscenza della verità, lascia indisturbato il campo d'azione delle forze. Il fatto è che il fenomeno in sé è assolutamente lineare e smetterebbe di esistere, o comunque di agire, se ognuno, presa consapevolezza dell'esistenza del fenomeno, vale a dire dell'esistenza del disegno globale, agisse di conseguenza, in questo caso smascherando la menzogna di cui il fenomeno si serve per realizzare se stesso. Questo semplice pensiero di consapevolezza porterebbe l'uomo, nel nostro momento storico, all'indipendenza dagli avvenimenti, o per meglio dire, all'indipendenza dalle notizie sugli avvenimenti. Questo comporterebbe un risvegliarsi delle capacità di osservazione con seguente capacità di formulazione di pensieri liberi dall'apparire del contingente. E' ovvio che la stragrande responsabilità è proprio degli addetti ai lavori, tutti coloro che formano la comunicazione, innanzi tutto e di qualsiasi tipo. Utopia il venirne fuori, forse sì, ma non irrealizzabile, anche perché basterebbero pochi validi esempi di correttezza e verità. 
A questa luce si può ben capire come tutte le notizie che ci giungono tipo quella di Joe Biden, vice di Obama, che nel parlare agli studenti di Harward smaschera l'azione di forza perpetrata sull'Europa ai fini di sanzioni alla Russia, e, nello stesso incontro, riferito all'Isis:  Non stiamo correndo nessun pericolo di vita, né alcun pericolo  per la nostra sicurezza. E' due volte più probabile che siate colpiti da un fulmine per strada che restiate vittima di un'azione terroristica negli Stati Uniti, ci risulti ovvietà in quanto, avendo ben osservato ed ancor più liberamente, sappiamo che tutto è costruito, che l'Isis, anche i precedenti gruppi, sono macchine umane da guerra costruite né più né meno che un kalashnikov, solo più complesse, macchine che agiscono dove come e quando secondo programmazione. E risultano ovvietà anche le decapitazioni, queste messe in  scena professionali, con tanto di scenografia costumi eccetera, tra l'altro anche senza fantasia come quell'assoluta assenza di sangue mentre la lama si muove a segare il collo. E ovvietà sono tutti questi giornalisti prima prezzolati dalla Cia che si "pentono" e spifferano la verità, e ovvietà è il bailamme sull'Ebola, virus brevettato nel 2010 e potenziato in laboratorio, e ovvietà... ma la lista sarebbe troppo lunga e ci fermiamo qui, l'invito è guardare con attenzione, ascoltare con attenzione, osservare con attenzione, ad ogni nuova, pensare a cosa possa portare la sua logica conseguenza, si scoprirebbe così che la Siria è nel disegno di distruzione, che lo sarà l'Iran che si sta agendo sul Pakistan, e sul Pacifico, Hong Kong e l'Argentina e così via, tutte cose che sappiamo e tutto architettato inerente a quel che suggerisce la storia del luogo d'azione, sì che tutto risulti logico. Si scoprirebbe così che le paure indotte con il preciso scopo di indebolire i popoli perché siano manovrabili, potrebbero iniziare a frantumarsi ed un barlume di libertà di pensiero prenderebbe timidamente ad albeggiare.
Marika Guerrini

foto dal web

giovedì 9 ottobre 2014

Afghanistan: il patto della condanna

elemosina
... abbiamo atteso, sperato, forse pregato che quella firma non venisse apposta. Abbiamo mentito a noi stessi, con consapevolezza mentito a noi stessi, coltivato un'illusione, così, tanto per sognare, ma l'Afghanistan ha firmato il patto della condanna. 
E' strano pensare, dire, scrivere questo di quella terra da anni sofferta, è strano sentirla   violata ora, come non fosse mai accaduto prima, strano malgrado distruzione e morte le appartengano dagli stessi anni, strano, incomprensibile ai più ma non a noi a cui la speranza, perenne dea, non era mai venuta meno, chissà, forse per amore. Un amore antico come le montagne che ancora s'ergono laggiù benché violate anch'esse, come i silenzi, la  storia millenaria, i laghi di Band-e-Amir, i Buddha di Bamiyan, le leggende, i fiumi segreti a custodire segreti, i minareti, la voce del muezzin, i gioielli racchiusi nel grembo di quella  madre di alture e deserti, sì, per amore non era mai venuta meno la speranza. Ora è diverso, ora vacilla, pare si sia infranta, in frantumi per una firma, una firma a sottoscrivere una vendita, un contratto di vendita lungo dieci anni, contratto che potrebbe rinnovarsi, andare oltre e ancora oltre. Ha sottoscritto il Bilateral Security Agreement Ashraf Ghani, colui che avrebbe dovuto proteggere quella terra, la sua storia, le sue genti, Ghani e la sua firma. Il patto stipulato con gli Stati Uniti d'America è patto di condanna per l'Afghanistan, è consegnare quella terra al nemico, autorizzarlo ad impossessarsene, a suo piacimento a suo modo. Altro non è per noi che alto tradimento. 
E' stato una settimana fa, abbiamo preso a preteso altri impegni, ci siamo rifiutati di parlarne,  era per metabolizzare, ma la novella ci è giunta immediata, immediata ha attraversato la linea diretta Kabul-Roma, Roma-Kabul, linea abituale. Ma ora è fatta, tutto si sta organizzando, tutti sono indaffarati, tutti quelli che "contano". Il popolo no, il popolo si sente tradito, appunto.
L'elezione di Ashraf Ghani, che per l'occasione ha rafforzato la sua appartenenza etnica pashtun mostrando il nome tribale Ahmadzai, era scontata, scontata per la formazione del candidato alla Columbia University, il suo ruolo di economista alla Banca Mondiale, quello di ministro delle Finanze (2002-2004) comprensivo di scandalo (si ricordi la Kabul Bank) protetto e coperto da Washington, era scontata dopo mesi di brogli, scontati anch'essi, finti interventi Onu e controlli Isaf, scontati anch'essi, e ancora e ancora. E scontato era il seguente accordo con Abdullah Abdullah, la nomina di questi a Capo dell'Esecutivo. E scontata era anche la vice presidenza affidata a Rashid Dostum, losca figura politica di quel paese, ma scontata non era la celerità con cui gli Stati Uniti d'America si sarebbero precipitati a richiedere la firma del patto della condanna. Ghani aveva appena giurato sulla Costituzione e sul Corano, infatti, aveva appena lasciato il luogo deputato quando mister Cunnigham, Ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul, sottolineava al consulente afghano che il Bilateral Security Agreament di cui sopra, era in attesa di assenso. E' così che, obbedendo agli ordini, Ghani ha firmato la condanna entro le successive 24 ore. Obbedendo al padrone. Sì, non ci ha mai ingannato il suo aspetto volutamente afghano nell'abbigliamento e nella falsa espressione, non ci ha mai ingannato.  
Ora, con la cessione della sovranità di stato allo straniero invasore e nemico, nulla si sa per certo tranne la conferma della permanenza Nato fino al 2024, tranne la libertà d'azione dei soldati Usa e company, oltre 10mila unità, inizialmente, il che vuol dire alcuna formazione di militari locali, che da formare non c'è più nulla dopo tredici anni, ma libertà di interventi d'ogni tipo come quando su qualunque cosa su chiunque. Interventi senza alcun permesso, richiesta, segnalazione al Governo o chi per. Nulla si sa per certo tranne l'ampliamento delle basi aeree e militari di Mazar-i-Sharif, Bagram, Kabul, Shindand, Jalalabad, Kandahar, che, per chi conosca la geografia di quel paese, vuol dire presidi Nato da nord a sud, da est ad ovest. E si sa il non detto, ovvero che nelle aree rurali continueranno a circolare enormi quantità di armi così che le multinazionali delle armi, veri vincitori di questi anni di guerra, continuino il profitto, si sa che i campi di oppio si moltiplicheranno, così come le raffinerie così come lo spaccio così come le giovani morti, tutto a favore internazionale mafie comprese. E si sa  che Iran e Pakistan hanno urlato al patto della condanna, al perpetrarsi dell'invasione straniera oltre confine, e si sa, perché dichiarato, che questo inciderà negativamente sui rapporti interni. Ma non si sa nulla di India, Russia e Cina, loro hanno taciuto, o quasi, e sì che l'interesse di quest'ultima per  alcune aree del sottosuolo ricco di minerali, il cui valore complessivo su territorio ammonta a circa 3 triliardi di dollari, è molto forte. Eppure, silenzio. Chissà forse silenzio dovuto a quella certa alleanza che, in compagnia del Brasile e forse del Sudafrica questi paesi stanno andando a formare oltre l'interesse economico? Come se il vecchio Brics stesse cambiando aspetto, sostanza? Come si stesse trasformando in un vero asse a bilanciare la più vecchia Nato? Forse qualcosa potrebbe affacciarsi all'orizzonte, il che spiegherebbe ancor più la recrudescenza delle violenze di questi giorni, Isis compreso, e le sommosse di Hong Kong e tutti i parti criminali di questa dilagante ameba d'occidente. Forse qualcosa potrebbe affacciarsi all'orizzonte a mutare il corso di questa  storia afghana che di afghano ha solo il sacrificio di quella terra e le sue genti. Chissà. E la speranza potrebbe rivivere.
Marika Guerrini
foto Barat Alì Batoor
   
  

giovedì 18 settembre 2014

Europa Siria... esercizio bellico

... mentre l'occidente è catturato dalla sigla Isis o Isil, come dicono gli arabi, dalle immagini che incalzano in cui teste cadono al momento opportuno, riportando alle pagine di Lawrence d'Arabia, alle denunce di Kipling, agli orrori perpetrati nell'India coloniale britannica e fugando così ogni dubbio sulla loro origine e formazione, se mai dubbio ci sia stato, il reale pericolo continua ad animarsi  all'interno dei nostri confini in cui, in questo caso, includiamo la Siria a dispetto d'ogni geografia. La strategia è sempre la stessa, quella dal sapore stantio per gli avvezzi alle dinamiche un tempo anglo ora anglo-americane: deviare l'attenzione da quel che si vuole si consolidi in sordina o a mezza luce perché esploda quando il suo arrestarsi sia divenuto impossibile.
E allora noi riportiamo in asse il riflettore, qui, tra Europa e Siria, un'Europa imprigionata nei suoi stessi confini fisici dai presidi Nato lungo il suo perimetro e la Siria di Assad ma anche di Putin e della Cina e dell'Iran. Questo il collegamento. A noi europei basta uno sguardo d'insieme dall'alto per realizzare le sbarre, ai siriani, i pochi che ancora resistono agli attacchi dei "ribelli" alleati ed armati dall'occidente e ai bombardamenti Usa che come facciata usano l'Isis quale obiettivo, basta affacciarsi sulla loro stessa costa per scorgere gli schieramenti, per capire la realtà d'una guerra pronta ad esplodere. Così, mentre noi nella provincia ucraina di Leopoli vediamo carri armati tedeschi farsi testimoni dell'avvio alle esercitazioni  militari con 1200 soldati di ben 14 paesi, sotto la supervisione di Oleksandr Syvak, colonnello ucraino e il coordinamento Nato, cosa che sarà fino al 26 di questo stesso mese, mire e piano bellico permettendo, mentre, come da tradizione, pronunciamo il nome hollywoodiano della campagna: Rapid Trident 14 immaginando al comando un Tom Cruise di turno, lì, i siriani, sul loro mare vedono, a loro distruzione  la flotta americana e alleati vari, ma vedono anche a loro difesa cacciatorpedinieri, incrociatori lanciamissili, fregate, navi da sbarco con a bordo missili destinati alla Siria, navi da soccorso, da distanza, da ricognizione, corvette lanciamissili, motovedette, portaerei, incrociatori lanciamissili e sommergibili nucleari tutto  della grande madre Russia. E vedono unità navali cinesi con tanto di autorizzazione egiziana a navigare il Canale di Suez per affiancare la Russia, autorizzazione accordata immediata e di buon grado, cosa che dovrebbe far riflettere l'occidente europeo ché l'altro, accecato com'è da ignoranza e arroganza, di riflessione e pensiero non ha idea. Ed anche la flotta siriana vedono, con motocannoniere, corvette, unità da sbarco, pattugliatori eccetera, tutto un po' agé ma funzionante. L'Europa e la Siria vanno di pari passo, è tanto che lo diciamo, è tanto che le parole sono al vento. L'Isis o Isil a proposito di cui Ekrina Sabrì, capo della Commissione Islamica Suprema si è espresso: Chi sono questo Isil, da dove vengono... indossare un turbante nero non vuol dire essere islamici. Questo Isis  è la donna dello schermo dietro cui si cela quel che da anni ed anni è stato deciso, come ci risulta anche dalle pagine di " Vincere le guerre moderne" di Joint Chief e Wesley Clark, direttore di Strategia Politica l'uno, ex Comandante in capo della Nato in Europa, nonché ex generale pluridecorato con campagne dal Vietnam al Kosovo, l'altro. Ed è questo altro che in una pagina: "... nel novembre 2001, al Pentagono, ho avuto modo di fare una chiacchierata con uno degli ufficiali dello staff militare. Eravamo pronti ad andare contro l'Iraq qualche giorno dopo l'11 settembre, ha detto. Ma c'era di più. Oggetto di discussione era un piano di campagna quinquennale d'occupazione, con un totale di sette paesi a partire dall'Iraq, poi la Siria, poi il Libano, poi  Libia, Iran, Somalia e Sudan".      
La polvere del Ground Zero era ancora calda quando tutto era già pronto, deciso. Ma mai dubbio in noi ha sfiorato questa realtà.
I tempi si sono protratti, il quinquennio non è stato rispettato, incidenti di percorso, forze altrui non calcolate per questi signori della guerra da non confondere con quelli afghani che rispetto a questi sono mammole al vento. E sete di dominio in dismisura, esattamente ciò di cui accusano chi vogliono colpire o fingono di colpire. Come ora.
Così, mentre gli aerei bombardano la Siria, violando ogni diritto di Stato Sovrano, mentre l'incremento delle sanzioni piove sulla Russia e la Nato rifornisce di armi i combattenti dei filo-russi, dichiarazione del ministro ucraino agli Esteri, e Kiev firma un accordo con Washington per 34 milioni di dollari per lo sviluppo dell'economia ucraina, vendendo così un altro pezzo d'Europa all'oltre Atlantico, noi lasciamo all'ingenuità del popolo americano, tenuto sotto giogo, la sfilata dei cartelli su Washington di qualche giorno fa: " Stato islamico+raid Usa = più terrorismo" e lasciamo loro gli slogan urlati in aula Senato: " Gli americani non vogliono la guerra... gli Usa devono andarsene dall'Iraq e dalla Siria, fermateli". Fermateli. Lasciamo alla loro ingenuità che ci riporta ai tempi del Vietnam, quando non cartelli né slogan fermarono nulla, ma la sconfitta. Speriamo si ripeta se dovesse essere l'ultima spiaggia. 
Marika Guerrini
foto web

giovedì 11 settembre 2014

undici di settembre ancora

... stralci dal nostro "Rossoacero" per essere nel coro e fuori dal coro.
" ... Ore quindici, minuto più, meno... Un ristorante, qui, a Trastevere, l'esterno di esso... e tavoli rigorosamente vuoti... qualcuno poggia su quel tavolo una piccola radio portatile... sono lì, sto passando... Il volume è piuttosto alto. Rallento. Distinguo rumori, sirene. Una voce ansima, sovrasta i rumori, prova a farlo... Mi fermo.
New York colpita... Twin Towers... paura... ecco... Parole scollegate in un contesto sconosciuto.... Penso ad un racconto radiofonico. Di quelli che danno a volte sulla Rai. Sorrido. Cammino. La voce c'è di nuovo, continua nell'affanno. Retrocedo di qualche passo. Affanno, voce, rumori, sirene, troppo realistico. Tutto troppo. Sospetto. penso: reale.
Np. non è possibile. Ma ci credo. Subito.
L'atmosfera è ferma. Intorno silenzio... c'è un bar non distante... Vado verso il bar... un televisore acceso. Una delle Torri Gemelle di New York ha un aereo in un fianco, si vede la coda. Fumo nero fuoriesce dallo stesso fianco. L'immagine va a ripetizione. Fantocci volano dalle finestre. Sembrano corpi umani.
Mi guardo intorno. Immobile nella sua postazione, il barman ha un bicchiere vuoto in una mano. Nell'altra una fetta di limone all'estremità d'un coltello. Lo sguardo allo schermo.
Ho certezza delle immagini: sono reali, è una diretta. E' accaduto. Le parole dell'inviato neppure le sento... Una manciata di minuti, s'interrompe il replay, cambia il vociare, urla ancora in diretta, altra torre, altro aereo, altra facciata. Stessa dinamica. 
Ci guardiamo, il barman, le quattro o cinque persone, io. Nello scorrere dello sguardo scorgo due persone in più, alle mie spalle.... Sono americani, si vede, si sente dall'accento della lingua bisbigliata tra loro. Nessun altro parla né bisbiglia. nessuno si muove... Sguardi scorrono tra noi. Poi il crollo sul video in tempo reale. Le torri si sono afflosciate su se stesse. Hanno ceduto. 
Il simbolo economico d'occidente, della potenza, la modernità, della nostra civiltà è crollato su se stesso.
E la polvere. Bianca a imbiancare corpi umani vivi e morti. A imbiancare case, cose. E il rimbombo lontano come d'un tuono.
... E io non ho provato nulla. a quel crollo, quel vuoto, quel ground zero, come l'hanno chiamato, lo chiamano... Alcun pensiero che non fosse silenzio.
Poi sono uscita dal bar. Li ho lasciati lì, gli altri, ancora esterrefatti... i due americani erano andati via prima di me.
Era stato un film. Come fosse un film. Ancora un film. Di quelli visti, rivisti, sui disastri, le sciagure, le catastrofi. naturali o provocate, dagli uomini o dagli dei. Ce n'è una vasta gamma. Tutti hollywoodiani o di imitazione.
E tutti finiscono con gli eroi, l'inno nazionale... The day after. E la bandiera. E i protagonisti piangono, di dolore, di gioia, tra pacche sulle spalle e abbracci... E' la fiaba americana... 
... E quel giorno ho pianto l'assenza del dubbio in me. Ho pensato: andranno in Afghanistan. E ho visto. Quella gente. Ignara. lontana da quest'America che qui, ora, alla radio, sul video, stava piangendo... Lì bombe sarebbero state sganciate su chi non avrebbe saputo perché né dove fosse l'America...".
Marika Guerrini 
da M. Guerrini, Rossoacero, Citta del Sole, Reggio Calabria, 2013


martedì 9 settembre 2014

Afghanistan 1996-2014 la storia in una lettera

  ... riportiamo  qui la lettera integrale di Ahmad Shah Massoud agli Stati Uniti d'America perché la riteniamo ancora emblematica dell'attuale situazione internazionale.

"8 ottobre 1998- da Ahmad Shah Massoud Ministro della difesa stato Islamico dell'Afghanistan
per mezzo del
Comitato del senato degli Stati Uniti sugli Affari esteri
A riguardo degli eventi in Afghanistan
Nel nome di dio
Signor Presidente, onorati rappresentanti del popolo degli Stati Uniti d'America. vi mando oggi questo messaggio in nome della libertà e del pacifico popolo dell'Afghanistan, dei Mujaheddin che lottano per la libertà e che hanno combattuto e vinto il comunismo sovietico, degli uomini e delle donne che stanno ancora resistento all'oppressione e all'egemonia straniera e nel nome di più di un milione e mezzo di martiri afghani che hanno sacrificato le loro vite per aver sostenuto alcuni degli stessi valori e ideali ugualmente condivisi dagli Americani e dagli Afghani. Questo è un momento unico e cruciale nella storia dell'Afghanistan e in quella del mondo, un tempo in cui l'Afghanistan ha oltrepassato ancora un altro limite e sta entrando in un nuovo periodo di lotta e di resistenza per la propria sopravvivenza come nazione libera e stato indipendente.   
Ho trascorso gli ultimi venti anni, la maggior parte della mia giovinezza e maturità, insieme ai miei compatrioti, al servizio della nazione afghana, combattendo un'ardua battaglia per conservare la nostra libertà, l'indipendenza, il diritto all'autodeterminazione e la dignità. Gli Afghani hanno combattuto per dio e per la patria, a volte da soli, altre volte con il supporto della comunità internazionale. Contro tutte le aspettative noi, ossia i popoli liberi e gli Afghani, abbiamo arrestato e dato scacco matto all'espansionismo sovietico dieci anni fa. Ma il vigoroso popolo del mio paese non ha saputo conservare i frutti della vittoria. al contrario è stato spinto in un vortice di intrighi internazionali, inganni, strapotere dei grandi e lotte intestine. Il nostro paese e il nostro nobile popolo è stato brutalizzato, vittima di avidità mal riposta, disegni di egemonia e ignoranza. anche noi afghani abbiamo sbagliato. La nostra povertà è il risultato di innocenza politica, inesperienza, vulnerabilità, vittimismo, liti e personalità boriose. Ma in nessun caso questo giustifica ciò che alcuni dei nostri, così detti alleati nella Guerra Fredda, hanno fatto per minare proprio questa vittoria e scatenare i loro diabolici piani per distruggere e soggiogare l'Afghanistan. Oggi il mondo vede chiaramente i risultati di azioni così scellerate e malvagie. Il centro-sud dell'Asia è in tumulto. Alcuni paesi sono sull'orlo della guerra. Produzione illegale di droga, attività e piani terroristici stanno nascendo. Stanno avvenendo omicidi di massa etnici motivati religiosamente, migrazioni forzate e i basilari diritti degli uomini e delle donne, vengono impunemente violati.
Il paese è stato gradatamente occupato da fanatici, estremisti, terroristi, mercenari, trafficanti di droga e assassini professionisti. Una fazione, i Taliban (che non rappresentano in alcun modo l'Islam, né l'Afghanistan, né il nostro patrimonio culturale antico di secoli), ha inasprito questa situazione esplosiva, con la diretta assistenza straniera. Non cercano né desiderano discutere né vogliono raggiungere un accordo con nessuna delle altre fazioni afghane. Sfortunatamente questi oscuri avvenimenti non si sarebbero potuti verificare senza il diretto supporto di circoli governativi e non governativi del Pakistan. i nostri servizi segreti ci indicano che, oltre a ricevere appoggio e logistica militare, carburante e armi, incluso personale paramilitare e consiglieri militari, 28mila pakistani fanno parte delle forze di occupazione in varie parti dell'Afghanistan, al momento deteniamo più di 500 pakistani, che fanno parte del personale militare, nei nostri campi POW.
Tre grandi preoccupazioni: terrorismo, droga e diritti umani, nascono dalle aree conquistate dai taliban, ma sono istigate dal Pakistan, andando così a formare gli angoli interconnessi di un triangolo di crudeltà. Per molti Afghani, senza distinzione di etnia o religione, l'Afghanistan è un paese di nuovo occupato. Permettetemi di correggere alcune notizie fallaci che vengono diffuse dai seguaci dei Taliban e dai loro sostenitori in tutto il mondo. Anche nel caso di controllo dei Taliban nel breve e nel lungo termine, questa situazione non sarà favorevole a nessuno. Non porterà stabilità né pace né propsperità nella regione. Il popolo dell'Afghanistan non accetterà un regime così repressivo. Le varie regioni non si sentiranno più sicure, né al riparo. La resistenza non si fermerà in Afghanistan, prenderà dimensione internazionale passando per tutte le etnie afghane e per tutti gli stati sociali. L'obiettivo è chiaro. Gli Afghani vogliono riguadagnare il loro diritto all'autodeterminazione, attraverso un meccanismo democratico o tradizionale accettato dal nostro popolo. Nessun gruppo, fazione o individuo ha il diritto di dettare o imporre il proprio volere con la forza o procurare che siano altri a farlo. Ma innanzi tutto devono essere superati gli ostacoli, la guerra deve finire, solo dopo aver stabilizzata la pace e creato un governo di transizione ci potremo muovere verso un governo rappresentativo.
Vogliamo puntare a questo nobile obiettivo. Lo consideriamo come parte del nostro dovere, dovere di difendere l'umanità dal flagello dell'intolleranza, dal fanatismo e dalla violenza. Ma la comunità internazionale e le democrazie del mondo non dovrebbero perdere tempo, dovrebbero invece cercare, grazie al loro ruolo critico, di aiutare in ogni modo il valoroso popolo dell'Afghanistan a superare le difficoltà che vi sono verso la libertà, la pace, la stabilità e la prosperità. Dovrebbe essere esercitata grande pressione su quei paesi che si oppongono alle aspirazioni del popolo afghano. Vi esorto ad intraprendere discussioni costruttive e sostanziali con i vostri rappresentanti e con tutti gli Afghani che possono e vogliono far parte di un ampio consenso per la pace e la libertà dell'Afghanistan.
Con tutto il dovuto rispetto e i miei più sentiti auguri per il governo e il popolo degli Stati Uniti. 
Ahmad Shah Massoud"

Massoud attese invano una risposta che non giunse. Tutto gli risultò sempre più chiaro. Gli Usa continuarono a rifornire di armi non solo i mujaheddin ma molto più il Pakistan, a favorire qui i gruppi fondamentalisti, molti stranieri, attraverso i servizi segreti americani e pakistani. I Taliban, quello stesso anno, presero il controllo di Kabul.  La storia andò come andò. Massoud  a Strasburgo nel 2000: " Come potete non capire che se io lotto per fermare l'integralismo talebano lotto anche per voi e per l'avvenire di tutti". Molti lo derisero. Ma tutto questo l'abbiamo già detto in altre pagine. Ora lo ricordiamo.
Fu assassinato in un attentato compiuto da falsi giornalisti  macrebini suicidi due giorni prima delle Twin Towers. 
Era il 9 di settembre del 2001, a Khavajeh Baha od Din, nord dell'Afghanistan. Gli elicotteri non potevano decollare. C'era tanta polvere quel giorno. Ma anche questo è ricordo.
Marika Guerrini  
foto di copertina,  M. Guerrini "Massoud l'afghano il tulipano dell'Hindukush" Roma 2005