domenica 17 maggio 2015

Palmyra tra storia e cronaca

..ieri 16 maggio 2015 alle 18,30 circa, ora italiana, il nero vessillo di quell' agglomerato che ci rifiutiamo di chiamare Stato e Islamico, ha preso a sventolare issato su di un edificio della cittadina di Tadmor, meglio conosciuta come Palmyra, la nuova Palmyra. Lì, a poche centinaia di metri dal sito archeologico, le postazioni si combattono, mentre il Governo di Damasco ha inviato truppe di rinforzo al già presente esercito, e, consapevole della massiccia fornitura di armamenti al Daesh, o Isis come dir si voglia, procurata dall'occidente, per voce di Maanum Abdelkarim, direttore governativo delle antichità in Siria, evoca la possibilità di una catastrofe internazionale, se la furia dei miliziani jihadisti dovesse raggiungere e travolgere l'antica storia. Così, dopo le città irachene di Ninive, Nimrud, Hatra, potrebbe essere la volta di Palmyra.Il sito testimone d'antica grandezza, si apre su una delle vie carovaniere che, relativamente al luogo di provenienza, se da occidente o da oriente, si poteva dire giungere dall'Eufrate, quindi dal Vecchio Continente verso la Persia e l'India per la Cina o giungere dal Golfo Persico, quindi da Cina e India per poi attraversare Iraq, Siria, Palestina, tuffarsi nel Mediterraneo ed approdare sul Vecchio Continente, sempre e comunque con i suoi carichi di  ricchezza e bellezza da condividere. 
La Siria, questa terra ora devastata e fino a poco fa ricca e moderna, che accoglie Palmyra, in antico era ancor più ricca e ancor più moderna, quando, avamporto di un oriente sconfinato, faceva fiorire le sue città fino al Mediterraneo appunto, in quella che, comprendendo anche la Palestina, sarebbe rientrata  per noi nella storica classificazione di Asia Anteriore. 
Il regno di Palmyra, governato da Arabi, benché di popolazione aramea fortemente ellenizzata, sin dal I secolo d.C., raccolte le eredità di Petra,  fu un' eccellenza di fioritura che si protrasse fino alla metà del III secolo, quando, morto il suo re Odennato che Gallieno aveva indicato quale " dux et corrector totius Orientis", ovviamente riferendosi all'oriente con cui Roma aveva rapporti diretti, la sua vedova e regina, con una politica di autonomia ed espansione,  suo malgrado provocò le ire di Roma, tanto che Aureliano, nel 272, procurò la distruzione della capitale Palmyra, con essa la fine del regno. Questo ieri.   
Oggi, ora, in questi nostri giorni, il tragitto del Daesh, su quel fronte, è esattamente lo stesso, lungo l'antica via carovaniera da est, anzi nord-est verso ovest, il che mostra un disegno a tavolino come da libro di storia, anche perché di storia si tratta, storia un tempo costruita ora sbriciolata. C'è da dire però che fino a questo momento, anche se il prossimo attimo non lo conosciamo, altri importanti siti siriani, se pur meno conosciuti, quali Rasafa, Dura Europos e Mari, benché siano stati saccheggiati dai miliziani del Daesh, non sono però stati distrutti.  Il motivo, quello ritenuto possibile, ci muoviamo con i condizionali come spesso in queste faccende, sarebbe da ricercarsi nella presenza, nei siti iracheni, di manufatti raffiguranti idoli e divinità, quindi il motivo sarebbe di iconoclastia, ma la nostra idea è che non si tratti di iconoclastia in senso stretto, bensì dimostrazione di iconoclastia, all'opinione pubblica, più che reale iconoclastia.  L'atteggiamento iconoclasta nei Jiahadisti, evidenzia infatti l'aspetto religioso degli atti sacrileghi quindi facilita l'attribuzione delle azioni belliche e distruttive a guerre interne di religione, deviando sempre più l'opinione pubblica di cui sopra, dalla verità, ovvero guerre procurate, fomentate nonché assemblate e addestrate, in specie all'inizio, dall'estremo occidente e dai suoi complici o alleati, la sostanza non cambia. Motivo che calza molto meglio dell'iconoclastia vera e propria, dato, tra l'altro, che l'80% dei miliziani del Daesh sono europei  indottrinati, eccetera eccetera. 
In contemporanea a questa situazione, Abu Sayyaf capo di uno dei siti petroliferi siriani, viene ucciso e sua moglie Umm, attivista all'interno dell'organizzazione, fatta prigioniera, in un blitz di cui il governo di Damasco era stato inizialmente tenuto all'oscuro, poi espressamente escluso, infatti Bernadette Meehan, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale Usa: " Abbiamo avvertito il regime di Bashar al-Assad di non intervenire con le iniziative atte da parte nostra, contro lo Stato Islamico all'interno del territorio siriano, perché quel regime non può essere nostro alleato nella lotta".
Altra contemporaneità è dell'esercito siriano che, a sua volta in un blitz, uccide Abu al-Taym al-Saudi,  capo di quello che è il più grande sito petrolifero del paese, il campo di Omar, sempre nell'est della Siria.
Scenario a dir poco interessante, non tanto per i blitz attuati come in una competizione  in video game,  quanto per l'evidente approssimarsi di un' ulteriore manovra di defenestrazione di al-Assad e tutto il suo governo, sì da prendere potere sulla Siria, obiettivo nel mirino occidentale dal 2011 al cui raggiungimento è dovuta gran parte della formazione del Dash o Isis. Infatti le teste di cuoio americane elitrasportate fuori dall'Iraq per il blitz di cui sopra, stanno a significare truppe speciali americane ufficialmente su suolo siriano a scopo di attacco ai miliziani. Ma a questo si aggiunge la dichiarazione di Obama, da cui è partito l'ordine del blitz, di qualche ora prima, in cui senza mezzi termini rilancia il sospetto delle armi chimiche probabilmente usate dalle " truppe fedeli a Bashar al- Assad", è così che si esprime parlando dell'esercito siriano, come fossero i ribelli dell'altra sponda e non soldati legittimi di un governo legittimo e di elezione, tra l'altro riconfermato di uno Stato Sovrano che sta agendo per difendere la propria terra in casa propria, volutamente infestata dall'esterno da mercenari stranieri.
Sarebbe davvero una cecità non vedere l'intera manovra, tra l'altro ripetizione di precedenti,  il 2003 non va dimenticato con la menzogna sulle armi chimiche di Saddam Hussain, principio di una seconda strategia dopo la prima, prima bellica non politica strategica, quella dell'ottobre del 2001 in Afghanistan. Oggi, in queste ore è Palmyra ad indicare il passaggio della storia, chissà se la cronaca risparmierà per i posteri i segni della la sua storia. Della nostra. 

Marika Guerrini
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giovedì 14 maggio 2015

Mare Nostrum e Costituzione

... pronto, è la risposta allo squillo. Devo lassare avviso cassetta, al citofono parole stentate in una voce straniera, udibile poco più d'un sussurro, danno la risposta. Se si tratta di pubblicità, la prego di metterla nell'apposito contenitore esterno, vede, alla sua sinistra, c'è scritto PUBBLICITA'. E il tono è secco, molto. Silenzio, poi: va bene sinnora, si rassegna  la voce fattasi ancor più labile. 
E' a questo punto, in meno d'una manciata di secondi che pensi: non gli daranno un centesimo gli pseudo datori di lavoro, pensi: li fanno pedinare da altri poveri come loro, per controllare se  mettono i depliant nelle cassette della posta interne ai portoni o all'esterno, nella PUBBLICITA', sapendo che la gente non apre quasi mai, ha paura, sospetta, e se così, se il povero di turno non è stato abile o furbo o bugiardo annunciando a gran voce: POSTA!, niente compenso monetario, spiccioli. Tu lo sai. Ed è allora che quasi urli: aspetti, apro, li metta dentro, perché non puoi fare altrimenti. E il buon giorno s'è fatto tristezza.
Ed esci da casa, da lì a poco, per alleggerire la tristezza, perché oggi proprio non ti va di scrivere, e vai all'ufficio postale a spedire dei libri, e lì, all'uscita si avvicina un ragazzo con i calzini impacchettati, le tovaglie di plastica colorate e te le porge perché compri qualcosa e tu: no grazie non mi serve nulla, e vai oltre e senti lui che dice: prima non era così, da stamattina non ho venduto niente. E sai che è vero. E ti fermi, ti volti, torni indietro, dici: scusi, aspetti un attimo, e intanto hai preso dal portamonete due euro, no  quattro, no cinque, e porgendoglieli dici: vada a fare colazione, e sai che non è elemosina la tua, non è quello lo spirito, non lo faresti se fosse così. Lui ti guarda e vedi l'Africa nei suoi occhi e il passo delle gazzelle e l'odore del fieno e sconfinati orizzonti e odi suono di tamburi e vedi dignità. E dice: grazie signora, e vedi ancor più dignità e sorridi e t'allontani e l'Africa è ferma lì, nella piazza, senti  lo sguardo.
Il nostro quotidiano è immerso nella storia, no, non nella cronaca che sarà storia, come sarebbe ovvio, nella storia. Una mattina come troppe, mattina come settimana come mese come anno, questo stiamo vivendo, paghi di gesti che non dovrebbero esistere all'indirizzo dato, paghi di un'elemosina o non elemosina fuori luogo, comunque elemosina, e allora, tra l'orrore di alcuni, lo scandalo di altri, l'accusa di altri ancora, accusa alla memoria storica in realtà, tornano in mente delle parole, tornano estrapolate da ogni contesto, persino il loro stesso contesto storico, tornano nella loro attualità parole a sé stanti pregne di significato, di senso in ogni passaggio, tornano con la potenza della parola che attraversa l'etere e crea invisibili forme di suoni e colori, così tornano, libere, scisse da ogni cosa e ogni dove. Parole che suscitano ancora, nei pensieri non liberi, moti di diniego, non tanto per l'intrinseca sostanza, quanto per la voce che ne ha fatto pronuncia, ed ora le ascoltiamo.
Italia, Bari, 1934
L'emittente radiofonica di Bari trasmette in lingua italiana ed araba, la voce è dell'allora capo del Governo: ""Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia e Africa. Di tutte le grandi potenze occidentali d'Europa, la più vicina all'Africa e all'Asia è l'Italia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, ma di un'espansione naturale che deve condurre alla collaborazione fra l'Italia e le nazioni dell'Oriente mediato e immediato. L'Italia sta riprendendo il suo posto nel Mediterraneo, la sua funzione storica di collegamento fra l'Oriente e l'Occidente le dà questo diritto e le impone questo dovere".

La memoria che riportiamo non vuol farsi apologia ai tempi di Gabriele D'Annunzio, di Giovanni Gentile, di Giuseppe Tucci, e si potrebbe continuare, la cui ampia cultura storica ed oltre, nazionale e internazionale, nonché consapevolezza delle capacità di popolo, aveva creato ponti tra e con "l'Oriente mediato e immediato", vuole essere proprio questo,  memoria dell'esistenza di un popolo, ingovernabile sì, come sempre da sempre, ma  esistente, comunque esistente, ché se non vi fosse stata esistenza, non si sarebbe potuto tradirlo, poi, deviarlo, poi, corromperlo, poi, venderlo, poi, checché se ne sia raccontato, se ne racconti o se ne voglia raccontare, falsando ogni memoria storica e dato attuale.
Il fatto è che il popolo non c'è, quel che c'è è l'immagine riflessa, il popolo italiano ha smarrito il suo esserci. Il nostro. L'ha smarrito quando ha smarrito la consapevolezza di sé, della propria dignità, delle proprie capacità più profonde e vere, l'ha smarrito in seguito all'assassinio, da parte di indegni governanti, della propria Sovranità. Sovranità di Popolo, ci piace pensare e dire, ancor più che di Stato.
Sovranità che darebbe il coraggio quanto meno di rispettare, costi quel che costi, la Costituzione che da se stesso si è data, di cui l'articolo 11 che tutti nominiamo, a cui pochi si appellano, che nessuno osserva e che dice: 
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Marika Guerrini

lunedì 4 maggio 2015

Droni: a Niscemi stazione americana di Back Up?

... era il luglio del 2011 quando per la prima volta abbiamo parlato di droni, di questi aerei un tempo solo spia, vedi Vietnam e confini della passata Unione Sovietica, mentre la diretta esperienza su terra afghana e pakistana, osservata da un'ottica politica di espansionismo  a mezzo bellico, quindi con droni armati, fugava ogni dubbio circa la loro imminente proliferazione, ben presto tradottasi in centinaia di attacchi e migliaia di vittime civili e innocenti. In Pakistan, ad esempio, la terra più colpita con la motivazione delle cellule terroristiche da distruggere che come altrove anche lì si moltiplicano, nell'arco di un decennio, (2004-2015)  sono stati effettuati 415 attacchi, strikes per dirla in lingua, di cui 51 sotto la presidenza di G.W.Bush e 364 sotto la presidenza di Barack Obama. Le vittime ad oggi, si aggirano intorno alla cifra di 3.949, di cui migliaia di civili adulti innocenti e centinaia di bambini. Si va poi a scalare con Yemen, Somalia, Afghanistan, anche se per quanto riguarda quest'ultimo, malgrado l'informazione diretta, non siamo riusciti a quantificare con esattezza le azioni dei droni, confuse nel caos di quella terra tra attentati e attacchi aerei spesso non ben identificati. Si pensi che in una serie di attacchi destinati ad eliminare 41 terroristi sono morti 1.147 civili oltre ovviamente i 41 di cui sopra ( The Guardian, novembre 2014). 
 Queste macchine da guerra coperte dai protocolli d'azione della Cia, il cui nome, lo ricordiamo, significa "ronzio", altrimenti chiamate Apr, Aeromobili a Pilotaggio Remoto,  azionate appunto a distanza e giustamente definite "di precisione", registrano, segnalano, trasmettono dove, cosa, chi, quando e quanto accade in un determinato momento e luogo, in tempo quasi reale, con variazioni di pochi secondi. Ma l'effetto chirurgico sparisce nei collaterali, ovvero nel campo d'azione dell'ordigno sganciato che risulta incalcolabile. Questo ci dice non solo che è impossibile che non si sappia chi e cosa sia e cosa avvenga in quel determinato luogo in quel dato tempo, ma che l'azione, ben lungi dall'essere  un'azione bellica, è una consapevole azione omicida, per cui le scuse sugli avvenuti "errori", vedi il recente caso Giovanni Lo Porto, ci indignano e ci indigna anche la diplomazia  usata nel credere ad esse e nel diffonderle, tra l'altro, cosa non detta, il Waziristan, luogo in cui Lo Porto operava ed è stato ucciso, è fuori dal circuito consentito dall'Onu ai droni, ovvero le Apr hanno bombardato un luogo fuori confine permesso, illegalmente, se mai di legalità si possa parlare.
In realtà l'uso dei droni, con l'assenza del pilota, toglie dignità persino alla guerra proprio per l'assenza dell'uomo pilota, se fosse presente all'azione, comunque assumerebbe su di sé la responsabilità di distruggere e uccidere, se non altro perché, vicino o lontano, assisterebbe al risultato del proprio gesto di sganciare l'ordigno letale direttamente su chi, cosa, dove e quando. L'esclusiva azione della macchina volante comandata a migliaia di kilometri da un agente segreto che segreto resta, forse anche a se stesso, toglie persino la possibilità di una sorta di coraggio, che, paradossalmente, frutto comunque d'una volontà umana resta nell'ambito dell'umano. Questo ci ricorda l'umanità sperata da Vittorio Arrigoni, il giovane giornalista ucciso a Gaza nell'aprile del 2011 e della sua richiesta "restiamo umani", perché questa è la china verso cui ci si sta indirizzando: la perdita dell'umano.
Ed è su questa china che l'Italia, non solo continua a contribuire alla guerra di Obama in Afghanistan, ma ha risposto e potrebbe continuare a rispondere alla richiesta statunitense di installare la seconda antenna in Europa per la trasmissione dei dati ai droni al confine tra Afghanistan e Pakistan. Non è un caso la recente visita del Presidente del Consiglio Renzi a Washington, dove, oltre a farsi burlare sul caso Lo Porto, ha ricevuto pressione sulla già avvenuta richiesta di permesso all'aeronautica statunitense per la costruzione della base, che poi ci sia stata o ci sia consapevolezza da parte di Renzi, questo proprio non ci interessa. Ma scorriamo i fatti.
Le basi americane, Creech in Nevada, Fort Gordon in Georgia, Cannon in New Mexico e così via, pare siano nove, da cui partono i comandi per le operazioni dei droni che, attraversando l'Atlantico, si rendono effettive in Afghanistan, Pakistan, etc., si appoggiano, per la trasmissione dei dati, alla base di Ramstein in Germania, da cui vengono proiettati ai teatri di guerra, senza la base in Germania, la guerra dei droni non sarebbe possibile. 
Con l'incremento delle varie guerre, diversamente da quanto assicurato circa l'azione debellatrice dei droni che secondo le parole avrebbero dovuto annientare ogni conflitto, una sola base d'appoggio e trasmissione in Europa si è resa insufficiente, bisogna ce ne sia un'altra. Il governo italiano, già nel 2011, ha sottoscritto, con gli Usa, un accordo per la partenza dei droni per il Nord Africa, dalla base americana di Sigonella, per cui la richiesta statunitense sull'installazione di un'antenna di trasmissione dati è stata più che logica. Per motivi territoriali, si è scelta la località Niscemi a 60 km. da Sigonella, malgrado i lavori iniziati, nel 2013 il Comune di Niscemi, però ha bloccato il tutto causa area protetta. Da qui il ricorso al Tar da parte governativa, ma il Tar ha convalidato il blocco, mentre il Ministero della Difesa, non contento, presentava ricorso all'amministrazione del Consiglio di Giustizia di Palermo, affinché sospendesse il blocco del Tar. Il fatto è che proprio il 17 aprile scorso, mentre Renzi era a Washington da Obama, il Consiglio di Giustizia di Palermo ha dato ragione al Comune di Niscemi, quindi il blocco continua. 
Potrebbe bastarci se non sospettassimo che la cosa potrebbe non finire qui, il motivo è semplice: in realtà l'insistenza del Pentagono va oltre la realizzazione a Niscemi del sistema di comunicazione satellitare a scopo militare più moderno sul pianeta, Niscemi sarebbe la valvola di sicurezza della guerra americana, quella che loro chiamano stazione di Back Up, vale a dire la postazione che impedirebbe di perdere le connessioni e far fallire le loro missioni militari. L'interrogativo resta.
Marika Guerrini






sabato 25 aprile 2015

25 aprile: trafiletto

... " ...una mattina mi son svegliato ed ho trovato l'invasor..." la conosciamo tutti, è stato infarcito di "Bella ciao" anche chi non avrebbe voluto, lo è stato suo malgrado.  Peccato che dopo 70 anni non si sia ancora capito chi fosse l'invasore a lungo termine, se quello passato, accusato e sconfitto o quello acclamato, inneggiato e presente, allora sotto mentite spoglie ora non più mentite. Forse un errore interpretativo linguistico, evidentemente la parola "liberazione" è sinonimo di "colonizzazione", così come la parola "alleati" è sinonimo di "coloni", bisognerebbe comunicarlo all'Accademia della Crusca, solo questo spiegherebbe l'invasione di basi Nato sul nostro territorio, spiegherebbe tutti gli appostamenti strategici lungo l'intera penisola, a cominciare da quello della Cia sul lago di Como e finendo in Sicilia, l'assenza di Sovranità di Stato, eccetera eccetera.
Perché anziché cantare "... partigiano portami via..." non si prova a chiedere agli afghani che muoiono, anche da partigiani ma si chiamano mujaheddin, o vedono morire i loro cari, di fuoco, di droga, di stenti o di acque che siano oceani o mari, perché non si prova a chiedere loro cosa sono, non chi sono, i nostri "liberatori", eh, sì, perché qualcosa ne sanno, visto che sono andati a "liberare" anche loro ed in maniera ancor più subdola, senza neppure la pseudo legittimazione d'una dichiarazione di guerra, benché zeppa di tradimenti? 
Perché non si domanda loro quando giungono, se giungono, sulle nostre coste con molti altri che fuggono dallo stesso "liberatore" se pur in questo caso sì, sotto mentite spoglie, perché non si domanda loro come "liberano" questi "liberatori", anziché festeggiare la nostra  "liberazione"? Quando smetterà l'Italia di credere che le vignette alla Charlie Hebdo, i fast food, i reality show sono la libertà come al tempo della "liberazione" furono la cioccolata,  il foxtrot e il boogie woogie? 
Nel frattempo il popolo italiano, come sempre, ha subito da parte dei media, per giorni, invasione mentale e visiva di falsa verità e falsa libertà, benché stavolta attutita, purtroppo,  dal dolore per il frutto di quelle internazionali azioni "liberatorie" di cui sopra che, sotto tragica forma  umana, si è abbattuto sulle nostre coste e continuerà ad abbattersi finché saranno le armi a parlare e non l'intelligenza, basterebbe quella della mente ché quella del cuore sarebbe chiedere troppo.
Marika Guerrini
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mercoledì 22 aprile 2015

Jalalabad e la bufala del Daesh

... non ho mai avuto certezza del suo nome, è un amico, un amico fattosi caro per comunione di vedute, opinioni, idee. Un amico rifugiato, un uomo di cultura e informazione, incontrato per caso in un mercato romano dieci anni fa, al tempo del mio primo libro su quella sua terra d'Afghanistan, libro complice d'amicizia. Ma una cosa è sempre stata certa, la sua città natale: Jalalabad. Ora, qualcuno via etere ha comunicato che lui, l'amico, è tra i feriti di Jalalabad, dell'attentato di quattro giorni fa e qui si prega che sia guarigione. Inch Allah!
Ma a Jalalabad si è già accennato in altra pagina, a Jalalabad come alla città delle cascate, era il 2012, ed anche allora a proposito di un attentato, ed anche allora si è tracciato un profilo, suggerendo di Jalalabad l'immagine solare, come di un angolo dell'antica India afghana. Ma l'aria vacanziera che fino a qualche anno fa caratterizzava Jalalabad, è evaporata tutta, s'è addensata sulla frontiera afghano-pakistana, questo non va dimenticato. E non va dimenticato che basi Nato con droni al seguito, sono presenti nelle zone limitrofe, e non va dimenticato che è da qui che s'involano per raggiungere luoghi più o meno vicini, più o meno lontani asseconda della strategia del momento. Ancora, ora. Eppure, chissà come e chissà perché, con tutte le forze militari Nato, immaginabili e inimmaginabili che s'aggirano in zona, il Daesh, acronimo arabo di Isis, è riuscito ad infiltrarsi, agire, colpire senza che nessuno, ma proprio nessuno, se ne accorgesse. E, sì, perché dopo la  presa di distanza dei Taliban afghani, secondo le notizie ufficiali, Shabibullah Shahid, portavoce di un indefinito gruppo staccatosi dal Tehrek-i-Taliban Pakistan per unirsi al Daesh, il certo Abu Mohammad che si è fatto esplodere davanti all'agenzia della Kabul Bank, tra la gente in attesa d'entrare, uccidendo 38 persone d'ogni età e ferendone 125, sarebbe un loro uomo: " è uno dei nostri"  questa l'espressione di Shahid. Ad avvalorare il tutto, oltre alla parola del presidente Ashraf Ghani, che non ha alcun valore dato il suo palese interesse a trattenere le forze militari straniere nel paese, per cui fa gioco l'idea della presenza del Daesh, o comunque di una probabile formazione, ci sarebbe anche una dichiarazione rilasciata sempre dal Daesh ma in gennaio, circa una propria costituzione nella "Provincia del Khorasan a cavallo tra Afghanistan e Pakistan" così pare sia stato detto, per cui due sono i punti, o l'ignoranza storico geografica è totalmente nei media d'occidente, il che non meraviglierebbe, o è nel Daesh o Isis, come si suol dire, ed anche qui con due interrogativi: o chiamano Khorasan l'intero Afghanistan, usando l'antico nome di una parte del paese che comunque mai ha confinato con il Pakistan bensì con l'Iran, o costoro proprio non sanno dove sono né dove stanno andando. In entrambi i casi anche qui nessuna meraviglia. 
Quel che continua a meravigliare invece è come si possa perseverare nel credere alle quotidiane fandonie quando si sa, per esempio, della presenza di ex galeotti di Guantanamo appropriatamente liberati per essere a capo del Daesh o Isis, quando si sa... ma l'elenco proprio non va di farlo, va solo ridire che continua a meravigliare come si possa continuare ad avere dubbi sulla sostanza di questo Daesh o Isis, quando tutto indica la verità, basta osservare, riflettere e pensare senza bere le notizie, da qualunque parte giungano, comprese queste pagine, perché no, anziché muoversi secondo quel vecchio proverbio cinese che dice: quando il dito indica la luna, l'imbecille guarda il dito. 
Marika Guerrini

martedì 14 aprile 2015

il Tempo e la Menzogna

... il bell'articolo di Pietro Acquistapace "Siamo tutti crociati? Il fondamentalismo islamico e l'identità perduta" di alcuni giorni fa, il cui link riportiamo di seguito per un invito a leggerlo, si chiude con "riprendere in mano le redini della nostra vita", espressione che non poteva non sollecitare in noi la stesura di questa pagina, il cui fulcro, presente altre volte nel nostro contesto dato il suo quotidiano manifestarsi, richiede il rinnovarsi periodico nella memoria, sì da poterlo scorgere nei suoi molteplici aspetti, si sta parlando dello Spirito della Menzogna.
In realtà compito dell'uomo attuale è proprio quello di imbrigliare la propria vita, ma perché questo possa attuarsi, bisognerebbe afferrare la causalità trascendente dei fatti, così come la Fisica afferra la causalità dei fenomeni sensibili. In questo modo, e forse solo in questo, si farebbe evolvere la situazione umana, si arresterebbe l'azione dell'autentico nemico dell'uomo, qui chiamato Spirito della Menzogna e in altra pagina con Dostoevskij: "il signore distinto", che non è identificabile in un uomo, in una corrente politica, in una religione, in un popolo e così via, ma si può ritenere una sorta di entità avversa all'uomo e alla sua evoluzione. Non sempre esso è facilmente individuabile, poiché spesso, molto spesso, non dimentichiamolo, alberga anche lì dove si mente "a fin di bene", perché anche in tal caso ci si pone contro quel che si anela raggiungere o per cui si crede lottare.
Lo Spirito della Menzogna, così come nei grandi scrittori del passato, come si diceva, va ricordato periodicamente perché è dominatore di questa nostra epoca, è rifornitore di forze degradanti l'umanità, è quell'elemento che impedisce all'uomo  la possibilità di spiegare a se stesso le ragioni del dolore, personale o collettivo che sia, secondo verità. 
E' lo Spirito della Menzogna che priva l'uomo della possibilità di avere idee autonome e quindi identificare le cause invisibili della quotidiana vicenda umana per divenirne consapevole. E' lo Spirito della Menzogna a favorire esclusivamente la spiegazione materialistica d'ogni cosa, d'ogni evento, poiché questa spiegazione coglie sempre e solo la parvenza, non la verità, in tal modo fomentando odio e accusa verso l'altro, e sottolineando così la mancanza di autocoscienza.  
L'uomo, imprigionato in questa condizione, continua a roteare nella spirale dell'ignoranza che a sua volta crea la spirale delle azioni errate, da cui gli eventi errati che a loro volta colpiscono le menti, ancor più se giovani, quindi desiderose di luminosità, trovandosi esse a dibattersi in tenebre elargite loro dalla quotidianità dei tempi. Non solo, ma così roteando, si alimentano quei destini, già di per sé complessi, quando non difficili, che spesso, molto spesso, si esplicano singolarmente nella violenza su se stessi, qualunque forma venga assunta, e sugli altri, chiunque essi siano, espandendosi a macchia d'olio in una collettiva follia, che poi si palesi in un attentatore suicida, omicida o suicida-omicida, si palesi in un parricida o in un matricida, si palesi in una madre o in un padre che uccida il proprio figlio, in un pilota suicida-omicida come di recente, la lista è lunghissima e quotidiana, non fa molta differenza, unica differenza essendo relativa al dolore, alla perdita, al sacrificio, ma non al riconoscimento della matrice perché la matrice invisibile è sempre  la stessa.
Sì, l'uomo ha mollato davvero le redini della propria vita, nella maggior parte dei casi non s'avvede d'essere sotto il sottile dominio della sua parte inferiore, la parte "malata", il pericolo è che potrebbe non riprenderle queste redini, senza che avvenga una individuale presa di coscienza di sé, vale a dire un individuale lavoro opposto all'azione di quello Spirito dominatore di cui sopra, di quella parte "malata" che alberga in ognuno accanto a quella "sana", allo Spirito della Luce, e, albergando, lavora per alimentare l'assenza di coscienza di sé da cui sta scaturendo il processo involutivo, il subumano a cui stiamo assistendo. 
Se questa presa di coscienza di sé si rendesse possibile, così come la follia, essa s'allargherebbe a macchia d'olio facendosi collettiva, così portandoci a riafferrare le redini della nostra vita. E l'uomo, forse, riprenderebbe ad armonizzarsi con i ritmi dell'Universo, riscontrabili nel proprio corpo nel ritmo cardiaco. Ma questa pagina, come spesso ci accade, è forse ancora una volta solo desiderio di scrittore. Null'altro.
Marika Guerrini 

articolo di Acquistapace
Siamo tutti crociati? Il fondamentalismo islamico e l’identità perduta 23 MAR 2015 

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sabato 4 aprile 2015

in cronaca: "non è un credo a porre differenza..."

Herat -cittadella-
... alla tristezza degli accadimenti in cronaca  partecipiamo riprendendo una pagina della nostra vita.
" ... Il sole è giunto sulla linea dell'orizzonte, al tramonto. Perfetto. Perfetto incendia i cristalli di sabbia, un incendio che non brucia, di luce. Ovunque. Hèràt, in lontananza, ondeggia quale miraggio al riverbero della luce. Sembra una scultura cubista, o meglio, un'istallazione di forme cubiste. Chissà come sarà viverci. Immaginando Hèràt non mi sono accorta che la corriera s'è arrestata. Vociante, s'è zittita. Persino le pernici tacciono. E' frazione di qualche secondo, il tempo per realizzare il motivo dell'arresto, i passeggeri scendono, uno ad uno. La corriera s'è svuotata. Sono rimasta sola, All'interno.
Ognuno ha con sé un piccolo racconto intrecciato con fili di lana. Un racconto preghiera. E' preghiera. Li dispongono sulla polvere, verso il sole. Verso il tramonto. Assoluto silenzio.
Verso la divina nostalgia. La mecca. E' nostalgia quella che respiro. Incredibile nostalgia. Sono immobile, nella corriera, contro il vento, verso il tramonto. Anch'io. Guardo. La mente affollata da domande, da pensieri.
Si chinano, l'abluzione. Con la sabbia in assenza di acqua. Poi le loro fronti toccano il suolo, l'eco della preghiera dà voce alla nostalgia. Il tempo scorre. Scorre dilatato, senza argini. E' sospeso. Nella mente non più domande né pensieri, silenzio. Anche lì. Non conosco la loro preghiera, vengo da oltre il tramonto. Credevo di conoscere la mia. Non era così. La sto incontrando ora tra uomini immersi nel divino. Dove non c'è confine. 
Con loro prego la nostra preghiera. E' la stessa.

Non è un credo a porre differenza, sono burattinai e burattini a spargere la voce. Qualunque geografia abbiano. Da occidente a oriente. Adorazione. Venerazione. Umiltà. Guidare i propri sentimenti, dirigerli verso il divino. Consacrarli. Questo spinse quegli uomini nel deserto a toccare con la fronte il suolo. Aiutarono il laccio che quotidiano costringe l'uomo, a sciogliersi, perché questo si verificasse. Anche se per pochi istanti. 
Quanti di noi, cristiani uomini d'occidente, possono dire di fare ogni giorno lo stesso interiore movimento. Provare. Provare ad aprire la finestra al flusso delle stelle, immanente e trascendente. Al divino. 
Non è un credo a porre differenze, è l'uomo quando non comprende il proprio credo. Quando non s'immerge in esso. Quando solo lo proclama.
Qui s'insinua la differenza, nel proclamarlo senza reale comprensione. I gesti estremi in cui l'uomo si muove qualunque geografia abbia, qualunque sia il credo proclamato, hanno un unico comune denominatore: l'oblio dell'origine. Dimenticanza. 
Così, burattini dimentichi, si va per il mondo, burattinai ancor più dimentichi, lo sanno. Spargono la voce della differenza. L'umanità rinchiusa tra sbarre di un'incredibile menzogna, menzogna che si fa credibile, giuoco d'apparenza si vive quale credo." *
Marika Guerrini

* dello stesso autore, tratto da "Massoud l'Afghano il tulipano dell'Hindu Kush", Roma 2005