martedì 28 gennaio 2014

una bambina speciale tra ebraismo e cristianità

... certe storie non si raccontano, ancor più se sono state esperienze dell'anima. Abitano l'intimo, perciò non si raccontano, sono storie sottili. Poi capita che passano anni, che ti trovi ad ascoltare cose che ti riportano a quella data storia, quella e non altre, una storia semplice che ai più potrebbe non interessare, che a te ha aperto uno spiraglio di mondo e, se questo coincide con fatti, con cronaca o anche solo con affermazioni che vengono dalla contingenza  a cui quella storia risponde, allora, ti trovi a raccontare, a raccontarla.
 Era il settembre del 1988, forse, e Sarah aveva sei anni, questo è certo. La vedevo per la prima volta, lì, davanti alla mia scrivania, piccina quasi a non sfiorare il ripiano, cicciottella quel che bastava a darle un'aria gioiosa, lì con la sua mamma accanto. Signora direttrice, sono venuta per iscrivere mia figlia, ma voglio prima parlare con lei.  Prego, fu la risposta animata dal gesto della mano che le invitava ad accomodarsi sulle poltroncine oltre la scrivania. Intanto Sarah era già sparita coperta dal mobile e dai libri accatastati. Siamo ebree, fu il continuo all'esordio, poi, dopo qualche frazione di silenzio come d'attesa a scrutare: ma non voglio iscrivere Sarah alla scuola ebraica, non voglio che cresca sentendosi diversa, non voglio che sia educata alla paura e all'avversione. Cosa intende signora..?scusi ma non ho capito il suo nome, dissi. Scusi lei, non mi sono presentata, mi chiamo D... E pronuncia il cognome. Io sorrido, ci diamo la mano. Ripeto la domanda: Cosa intende con educata alla paura e all'avversione? Lei direttrice non lo sa, ma nella nostra scuola ogni giorno i bambini entrano da una porta ed escono da un'altra, ci sono più ingressi che danno sulla strada, dice e: le porte sono sempre decise all'ultimo momento e sui terrazzi  del tetto ci sono, a turno, spesso sono padri dei bambini, uomini di guardia e sono armati. Io ascolto mentre Sarah sfoglia un libro di fiabe che le ho passato, sfoglia intenta, seria, tutta presa dalle immagini del libro, ma so che sta ascoltando. Finché la domanda diretta: in  questa scuola come si insegna la religione? Non c'è l'insegnamento della Religione, ma di Storia delle Religioni, rispondo e: tutte vengono trattate sia alle Elementari che alle Medie, in ambito storico e tutte rispettate anche nelle ricorrenze. La signora D.... si rilassa, sorride, la conversazione continua a lungo. Tre furono i libri di fiabe che Sarah sfogliò. Il giorno dopo sarebbe stato il suo primo giorno di scuola. Era una bambina sorridente, serena, sempre. A lei seguirono molti altri bambini di religione ebraica, fu un via vai, come una piccola corte. 
Un giorno di quello stesso anno scolastico, si era in primavera, era il momento dell'intervallo di metà mattina, i bambini erano in giardino quando l'insegnante della classe di Sarah, mi si precipita davanti alla scrivania senza neppure bussare alla porta: corri Marika, vieni a sentire Sarah e Elisabetta che parlano di religione. Come di religione?, dico, intanto mi ero alzata per seguirla. Le bambine erano sedute ai piedi dell'albero di melograno, noi ci siamo appostate vicine con indifferenza facendo finta di parlare. Elisabetta: ... ma voi ce l'avete gli angeli? Sarah: sì ce l'abbiamo. Elisabetta: e ce l'hanno le ali? Sarah: sì, ce l'hanno come i vostri. Elisabetta: aah... meno male!  Sarah: però c'è una cosa che non abbiamo. Elisabetta: cosa? Sarah: la madonnina, la madonnina non ce l'abbiamo. Elisabetta: e ti dispiace? Sarah: sì mi dispiace. Elisabetta: sei sicura che non ce l'avete? Sarah: sì, sono sicura. Elisabetta: e ti dispiace tanto? Sarah: sì, tanto. Ci siamo allontanate quasi vergognandoci di quelle confessioni rubate a due mondi che s'univano. 
Trascorrono tre anni. Nel frattempo si crea un'amicizia di stima tra me e la madre di Sarah. Vengo invitata ad una cerimonia in Sinagoga, mi viene detto che è un'eccezione, sono ancora grata di questo. Comprendo molti passaggi, è un'esperienza interessante, molto. Intanto la terza elementare di Sarah, una mattina, una lezione di storia. L'insegnante di classe, in difficoltà sull'impostazione della lezione che s'è fatta delicata, chiede il mio aiuto.  Stanno trattando di Roma e della Palestina al tempo di Gesù di Nazareth. Racconto di quel tempo, del ruolo di Roma, della Palestina, delle figure storiche di entrambi tra cui la figura del Gesù storico. La sua nascita ebraica si deduce facilmente, i bambini sono svegli, allenati a pensare e molto preparati. Siamo vicini alla Pasqua. Sarah alza la mano, chiede la parola, le viene data, si alza: Gesù non era ebreo! Non lo dice, lo afferma. L'insegnante mi guarda, i bambini tacciono: sì, Sarah, Gesù era di religione ebraica, dico, le sorrido, si capisce che è un brutto colpo per lei. Mi dispiace. No, non era ebreo, era cristiano. Sarah ha quasi le lacrime agli occhi. Non è un momento facile per nessuno, i bambini continuano a tacere, mi avvicino al suo banco: tesoro, il Cristianesimo è venuto poi, allora quando è nato non c'era, è stato dopo di Lui. Sarah mi guarda, abbassa la testa, continua: ma la vostra Pasqua è diversa dalla nostra. E parla di Mosé della cacciata dall'Egitto, della terra promessa, della nuova vita. Le parole: vostra, nostra, hanno fatto male, hanno avuto un suono duro mai sentito dalle sue labbra. No, Sarah, sono la stessa cosa, dico, lo sono solo in maniera diversa, ma entrambi conducono l'uomo verso una nuova vita. Vorrei abbracciarla, non oso, potrei offenderla nella dignità del dolore che sta attraversando, è evidente. E poi c'è il ruolo. Chiede di poter uscire, esce, rientra dopo qualche attimo, intanto i bambini hanno ripreso la conversazione storica, stanno argomentando su Roma. Nessuno commenta nulla né fa domande sull'argomento precedente. 
Sarah non venne a scuola per i tre giorni successivi. Il terzo giorno una telefonata della madre, disperata: cos'è successo, Sarah dice che deve cambiare scuola, deve andare alla scuola ebraica, però piange che non vuole, che è successo? Le racconto dell'episodio, di come s'era svolto, di come la bambina l'aveva vissuto. La madre comprende, comunque non vuole che Sarah cambi scuola, chiede aiuto, ma non posso darglielo, non come vorrebbe, è a Sarah che devo pensare. E' una decisione che va accolta, rispettata ancor più perché sofferta. Va fatto per lei. Sono certa che sia stata una scelta dolorosa e importante, molto più grande della sua età e, coraggiosa, molto. 
Venne a salutare dopo una settimana. Venne in direzione ch'era già stata nella sua classe, aveva salutato i compagni, la sua maestra. Questo titolo di maestra i bambini delle elementari lo davano anche a me, mi si rivolgevano così, quella mattina Sarah mi chiamò signora direttrice, per la prima volta, poi: tu lo sai che sto andando nella scuola della mia gente? Sì, Sarah, lo so, va bene così, sarà bello potrai raccontare tante storie ai tuoi nuovi compagni. Mi abbracciò, ci abbracciamo, e, all'orecchio, solo a bassa voce all'orecchio: maestra Marika posso portare i pennelli e i colori, alla mia scuola non ci sono e anche gli acquerelli che ho fatto? Sì, certo tesoro, certo che puoi. E: posso venire quando c'è il teatro e le mostre? Puoi venire quando vuoi, ogni volta che hai nostalgia Sarah, questa sarà sempre la tua vecchia scuola, ricordalo. Ci fu ancora uno slancio racchiuso in un abbraccio.        
Seppi poi che per oltre un anno aveva segnato le ricorrenze della sua "vecchia" scuola sul calendario, come per ricordare, venire, ma non tornò più. 
Marika Guerrini

domenica 19 gennaio 2014

KABUL

... diciottesimo giorno di questo nuovo anno, due giorni fa. 
La stilo aveva preso a tracciare su un foglio parole per comporre questa pagina, appunti di contenuti da sviluppare poi, digitando sulla tastiera. Parole sull'attentato a Kabul di cui, all'alba, una voce amica, al telefono mi aveva reso partecipe: c'è stato un attentato ieri sera, aveva esordito: qualcuno s'è fatto esplodere nel locale del ristorante libanese, quello a Wazir Akbar Khan, il quartiere residenziale, nella stradina, ricordi? Sì, avevo risposto. 
Poi: s'è fatto esplodere al chek della porta di metallo, due suoi complici sono entrati subito dopo e si sono messi a sparare all'impazzata, poi sono stati uccisi.
La voce aveva continuato indifferente al mio sonno interrotto, alla fatica d'un assurdo risveglio, indifferente alle tre ore e mezza di fuso orario. Aveva continuato col numero delle vittime: 21, col fatto che 13 fossero stranieri, che vi fossero funzionari dell'Onu, che uno di questi fosse un incaricato dell'Unama, la missione Onu a Kabul, Vadim Nazarov, che vi fosse anche Wabel Abdallah, libanese, rappresentante del Fondo monetario. Aveva continuato col ricordare che la zona era sempre sotto stretta sorveglianza proprio per la presenza di ambasciate, abitazioni di diplomatici, uffici. Dopo, la voce era passata al: buon giorno e tu come stai? Stavo meglio prima, quando stavo dormendo, avrei voluto rispondere, invece ho sorriso alla cornetta, a me stessa e: bene, bene... Circa quattro ore più tardi, avevo preso a tradurre in parole su di un foglio la notizia, aggiungendo che l'azione era stata rivendicata dai taliban, ma che questa cosa non ha alcun significato, che il termine taliban altro non è oramai che una sigla, così come al-Qaeda, una sigla di comodo. Ribadendo, per l'ennesima volta che il concetto di taliban ha acquisito da tempo, in Afghanistan, un senso diverso, un diverso significato, per via della sostanza, per il fatto che la maggior parte di quegli uomini sono solo afghani combattenti per la libertà dallo straniero, dall'invasore, dal degrado morale in cui è stato fatto precipitare il Paese. Aggiungendo che è ora di smetterla con la menzogna della guerra al terrorismo, dell'aiuto alla popolazione, della democrazia da esportazione. Ricordando che i combattenti islamici jihadisti legati ad al-Qaeda sono frutto dell'intelligence occidentale, formati negli ultimi tempi della Guerra Fredda, sguinzagliati poi in tutta la regione, rafforzati in seguito all'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq eccetera eccetera, continuando con  cose dette e ridette. Avevo pensato di agganciarmi alla parole di Malalai Joya per non sentirmi Giovanni nel deserto: " Questa guerra vile e disgustosa, sta riducendo il nostro paese in uno Stato di mafia e crimini di guerra...sono 12 anni di barbarie, la soluzione ai nostri problemi non verrà mai dagli eserciti che stanno occupando il Paese. Nel 2014 l'amministrazione Obama ha detto che gli americani lasceranno il Paese, ma è una grande bugia, gli Usa hanno approvato la creazione di basi militari private che resteranno", sì, le parole di quest'ex parlamentare afghana ripudiata per il suo senso di verità e il coraggio d'esprimerlo, Malalai, che ora viaggia per il mondo a raccontare la verità sull'Afghanistan e in patria vive in clandestinità per le continue minacce alla sua vita. Questo stavo scrivendo quando il telefono ha squillato interrompendo il flusso delle parole, dei pensieri, quando ha squillato nuovamente e in linea v'era ancora Kabul. 
Era flebile questa diversa voce, era giovane come di fanciulla. Era Aidha, la sua voce. L'ho riconosciuta al: morning Marika jan...l'ho riconosciuta dopo oltre un anno di silenzio, l'ho riconosciuta subito. Ci siamo salutate, ero felice di sentirla, le ho fatto mille domande in quella nostra lingua mista tra inglese dari e italiano, poi lei:  Ricordi, Marika jan, Jamal? Sì. certo che lo ricordo. Ci siamo sposati l'anno scorso, ma l'altro sabato sono scappata da casa. 
La storia cambia. Lei racconta io ricordo, immagino. L'altro sabato è una settimana fa. Erano stati promessi l'uno all'altra che avevano dieci anni. Ora ne hanno diciassette. Aidha parla di eroina, di violenza, di botte ricevute. Parla di un bambino perduto per le botte ricevute al quarto mese di gravidanza. Aidha parla e il cuore mi si stringe. E' orfana di guerra Aidha, di questa sporca guerra. Ora è tornata da una vecchia zia, di Jamal non sa nulla da una settimana. Ricordo Jamal, era un bambino splendido nel cuore e sul volto. 
In Afghanistan un grammo di eroina costa meno di 7 dollari, circa 5 euro. I tossicodipendenti, ad oggi, sono più di due milioni, un numero enorme dove deserto e montagne diradano gli uomini, un numero in aumento. Di questo numero un terzo sono donne e bambini. Bambini molti assuefatti già a due, tre anni per induzione, dal respiro dei genitori. Nella sola Kabul i tossicodipendenti sono oltre 70.000. L'antico palazzo di Darul Aman, vecchia sede culturale reale, ora forato in ogni dove, di notte è un girone dell'inferno dantesco, lo stesso girone che di giorno è sui prati e sotto i ponti della città, tra fango ed acque gelide in inverno putride in estate. E pensare agli antichi giardini di Kabul, alle sue antiche bellezze. ma questa è un'altra storia. E' storia di ricordo. 
Ora, la peste silenziosa, l'AIDS, s'aggira per la città in aumento anch'essa, mentre dalle raffinerie d'oppio, prima inesistenti così come sconosciuta era l'eroina, piovono sul popolo quantità di questa sostanza e, negli ultimi tempi anche di crack. L'abbiamo detto in altre pagine, ma lo ripetiamo: le raffinerie, tante, sono tutte in zone controllate da Usa e GB. E il traffico parte e si sviluppa al 99% dalle stesse zone. 
E' così che si distruggono i popoli, che si annientano le generazioni, che si frantumano interi mondi. Sono armi micidiali queste, altro che le chimiche della Siria.  Kabul s'è fatto emblema di devastazione, emblema d'un paese annientato, sgretolato non solo nelle sue mura, nelle sue millenarie bellezze naturali, artistiche, storiche, ma nell'anima, nella moralità, nella dignità. E  la droga ha gioco facile, "solleva" dalla disperazione, ottunde le coscienze, annulla il dolore, ogni dolore. Dinanzi a questa devastazione gli estremismi, se ci sono si acuiscono, se non ci sono, si formano. Da una parte e dall'altra, nella criminalità che contribuisce, alimenta, la distruzione, nel fanatismo che ad essa vuol porre fine. Dove far pendere la bilancia? I così detti taliban, non sono nulla o quasi al confronto di questa occidentale vile arma di distruzione di massa, questa strategia di morte. Come potremo sostenere la severità degli sguardi afghani, di coloro che resisteranno alla nostra criminale follia?
Marika Guerrini

scatto di Barat Alì Batoor

lunedì 13 gennaio 2014

tre piccoli eroi

... Italia, Custoza, luglio 1848, battaglia di Custoza: 
l'ufficiale è sugli attenti, ritto, mano destra alla fronte, ha dichiarato: "Io non sono che un capitano. Tu sei un eroe". Lui che mai aveva rivolto a un suo sottoposto, parola che non fosse di comando, ora al capezzale di quel ragazzino, non riusciva a distogliere sguardo e dolore dal corpicino inerme, abbandonato e monco di una gamba su di un materasso in terra fra tanti, in quella chiesa ospedale da campo. Non riusciva a proferire altre parole dopo il flebile richiamo che aveva attirato la sua attenzione. Il piccolo eroe di De Amicis, quello passato alla storia, la nostra, come "il tamburino sardo", quello della Prima Guerra d'Indipendenza, quello a cui poche ore prima aveva affidato un dispaccio da consegnare, era lì. Aveva messo a repentaglio la propria vita, il tamburino, aveva corso lungo la collina, e colpito s'era rialzato, e colpito ancora s'era rialzato ancora per correre ancora e ancora fino al massacro della gamba, al compimento della missione: consegnare allo squadrone dei carabinieri a cavallo il foglietto segnato a matita dal suo capitano, il foglietto con la richiesta d'aiuto, di rinforzi contro gli austriaci, il foglietto custodito, ripiegato sul cuore. 
E' episodio del passato, questo, quando l'Italia, non ancora una, aveva preso a combattere per la libertà. E allora, malgrado i rinforzi giunti, la battaglia non era stata vinta dai piemontesi, ma un intero battaglione era stato salvato dal fuoco nemico e quel tamburino di quattordici anni ne era stato artefice.

Italia, Campoferro, maggio 1859, battaglia di Montebello: 
un bambino di dodici anni, Giovanni Minoli, un grande albero, un drappello di soldati piemontesi e francesi seguiti da sodati austriaci. Il pericolo era grande. A Giovanni viene chiesto di salire sull'albero per scorgere il nemico, gli austriaci, calcolare la distanza. Giovanni sale, li scorge, avverte. Gli viene detto di scendere, la missione era compiuta, ma Giovanni vuole essere sicuro della distanza, di più, si sporge dalle fronde, viene scorto dal nemico, colpito ad un polmone, cade. La "piccola vedetta lombarda" come De amicis lo chiamerà nel suo libro "Cuore", non morirà sul colpo, prima attraverserà sei mesi di atroci sofferenze vegliato giorno e notte da soldati piemontesi e francesi, come angeli custodi a cui aveva salvato la vita in cambio della propria. Anche quella battaglia non fu vinta, si era nella Seconda Guerra d'Indipendenza, ma lui aveva vinto la propria.

Pakistan, Ibrahimzai, gennaio 2014, distretto di Hangu, Provincia di Khyber Pakhtunkhwa:
quattro giorni fa, una scuola con più di mille allievi, la Boys High School di Ibrahimzai, un'assemblea, tre allievi in ritardo nel cortile della scuola, si affrettano. Uno di loro è Aitzaz Hasan, poco più di quattordici anni. Un giovane con la loro stessa divisa scolastica chiede informazioni. E' uno sconosciuto. Aitzaz si insospettisce, intuisce il pericolo, lo affronta. Lo sconosciuto si divincola, prova a continuare l'azione, Aitzaz  è deciso a fermarlo. Lo sconosciuto si fa esplodere. Aitzaz è con lui.
Zahidullah Bengash, uno dei tre ritardatari, cugino e coetaneo di Aitzaz, rimasto lievemente ferito, in un'intervista telefonica dice: " mio cugino ha avuto un sospetto, ha chiesto la sua identità e come mai non l'avesse mai visto prima. Lo straniero ha cercato di scappare e Aitzaz lo ha affrontato. Nella lotta l'attentatore si è fatto esplodere..." e ancora:" Aitzaz era molto vivace e cordiale, amava il suo paese e i suoi amici. Ha sacrificato la sua vita per loro."  
Centinaia erano gli studenti presenti all'assemblea quella mattina, centinaia sarebbero saltati in aria, Aitzaz ha salvato loro la vita. Ora riposa in quel luogo ultimo e ricolmo di fiori come i cimiteri sono in quelle terre. L'azione bellica, ché tali sono queste, rientra negli attentati settari contro gli sciiti. Il nemico era un militante del gruppo estremista sunnita Lashkar-e-Jhangvi, da noi citato più e più volte a proposito del genocidio del popolo Hazara. Ma non di questo vogliamo parlare, non ora, non stavolta, non di quel che andiamo ripetendo da un tempo che s'è fatto troppo. Né vogliamo sottolineare quel che si cela dietro queste azioni criminali, quel che le muove, non vogliamo ripeterci, no. Stavolta vogliamo ricordare tre piccoli eroi, soltanto, tre piccoli eroi apparentemente distanti nel tempo e nello spazio, eppure così vicini da annullare la dimensione spazio temporale, da confermarne l'illusione. Così vicini da sottolineare quanto in alcuni paesi, che non sono più quelli del nostro occidente, la forza degli ideali viva ancora nei ragazzi o poco più che bambini, fino al sacrificio della vita. Malgrado tutto. Di null'altro vogliamo trattare, ora, di null'altro. 
Marika Guerrini
foto dal web

lunedì 23 dicembre 2013

quella lontana notte di Natale

da taccuino
... "... una manciata di tempo e il melograno ha lasciato alle spire del vento le sue foglie tutte. Ora, nudo e intirizzito, altro non mostra che il rubino dei suoi frutti spaccati, gravidi di piccole gemme rubino anch'esse. Sulla parete il termometro segna venti gradi sotto lo zero. Li intuisco questi gradi, più che vederne il tratto segnato, così come intuisco la data sul calendario, nel bagliore luminoso del quarto di luna che entra dalla vetrata di questa casa di fango e paglia che s'affaccia sul piccolo giardino. Un alto muro di cinta abbraccia questa casa, come a proteggerla dal mondo esterno, dal mondo estraneo alla sua vita. E' stato il gelo improvviso ad interrompere il mio sonno, ora, avvolta in strati e strati di indumenti, coperte, scialli, guardo oltre la vetrata il giardino e, le stelle. 
La fontana che nel giardino accompagna, con la sua rotondità, l'abbraccio del muro di cinta, tace il chiacchierio quotidiano, ha congelato il suo zampillio e mostra piccole sculture in trasparenti stalattiti e stalagmiti di ghiaccio che la luna trasforma in argento. Intorno è  assoluto silenzio. Il villaggio dorme. Dormono i suoi abitanti, i cani randagi, dormono anche i gatti di questa casa, i gatti che chiunque alloggi tra queste mura, che sia momentaneo o prolungato il soggiorno, che sia straniero o locale la persona, eredita. Sì, dormono gli stessi gatti che solo qualche ora fa, voraci e indomabili, dall'abbaino che s'apre sulla cucina, saltavano nei piatti colmi di chelo-kebab. E guardo le stelle.
Sono sempre così tante le stelle in quest'emisfero del pianeta. Ogni notte è un manto luminoso che t'avvolge, riscalda, coccola, ma questa notte sono ancor più vicine. Come  a voler ancor più accogliere i desideri degli uomini, i pensieri, come se ancor più volessero unire il mondo celeste all'umano. Ed io le guardo brillare in miriadi di luci intermittenti, presenti quasi a toccarle, come se un immenso albero di Natale fosse illuminato da milioni di piccole luci. E' la notte del 25 dicembre. E' la notte di Natale. E' il mio primo Natale in terra musulmana. E' così incredibilmente Natale!"                
Quel villaggio non esiste più. E' stato raso al suolo una notte di dicembre del 2011. Non sappiamo se fosse la notte di Natale. Il villaggio non era segnato sulle carte geografiche prima, ancor più dopo, non è mai stato segnato sulle carte, ha vissuto la sua vita invisibile al mondo. Allora, nel 2011, dopo il bombardamento da droni, i pochi sopravvissuti, per lo più uomini assenti quella notte dalle loro case, lo abbandonarono. Ora frammenti di mura, di case, briciole di fango e polvere, lamentano il passato come bocche sdentate sotto le stelle. Quelle stelle così vicine agli uomini.  E noi ci chiediamo se quel villaggio, la sua vita, le sue notti, quella lontana notte di Natale, non siano stati che elementi di fantasia nella nostra vita. Soltanto.
Marika Guerrini

mercoledì 11 dicembre 2013

"All'Italia" un melanconico sguardo

... nulla v'è d'imprevisto, non v'è stupore meraviglia sorpresa. Pagine d'ogni tipo d'allerta sono state segnate da tempo. Ma nulla. E non v'è nulla che si possa dire, ora, nulla che non sia stato detto, che non sia stantio, nulla. Resta la poesia dei suoi figli. E non si sa per quanto ancora. Episodi occorsi ieri, oggi, ora, fanno disperare. Episodi come in Sicilia, lì dove liceali hanno fatto irruzione, arrabbiati, in uno di questi supermercati del libro, questi che vanno di moda, questi in cui, sostituito da ogni tipo d'orpello da mercato, l'odore della carta della polvere dell'inchiostro è sparito con il silenzio. Hanno fatto irruzione urlando: bruciate i libri e chiudete le saracinesche! Non il: chiudete le saracinesche, dato il motivo di rivolta, ma il: bruciate i libri. Questo fa male. Questa logica conseguenza della nostra protratta ignoranza che negli anni altro non ha partorito, e continua a partorire, se non ignoranza o pseudo intellettualismi sotto spoglie di pseudo cultura, ché di conoscenza non v'è ombra. Questo fa male.
..." O patria mia, vedo le mura e gli archi 
e i simulacri e l'erme 
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme, 
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: dite dite;
chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
che di catene ha carche ambo le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.
    Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive, mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov'è la forza antica,
dove l'armi e il valore e la costanza?
chi ti discinse il brando?
chi ti tradì? qual'arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
da tanta altezza in così basso loco?
nessun pugna per te? non ti difende
nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl' italici petti il sangue mio.
    Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranee contrade pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
l'itala gioventude? o numi, o numi:
pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia
consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui
per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo...." Giacomo Leopardi
... altro non v'è da dire.
Marika Guerrini


venerdì 29 novembre 2013

Afghanistan: una lunga pagina


ritirata sovietica febbraio-marzo 1989
... i passi stranieri avevano preso a calpestare per l'ultima volta la bianca terra afghana. Sotto il nostro sguardo sfilavano soldati dell'Armata Rossa, giovani, molto giovani. A tracolla vecchi fucili vuoti di tutto, abbandonati sulle gambe stanche, penzolavano con esse da porta pacchi a traino di polverose camionette dell'esercito sovietico. E la frontiera lì, a pochi passi, quella che separa la Valle del Panjshir dal resto del mondo. Le parole che Robert Gates, Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d'allora, poi direttore della CIA, aveva scritto al presidente Jimmy Carter, si stavano attuando. Daremo ai sovietici il loro Vietnam, aveva segnato in una lettera mentre carri armati dell'Armata Rossa entravano a Kabul dando inizio all'occupazione, mentre l'Unione Sovietica prendeva a tracciare la propria fine, mentre l'occidente viveva quel Natale del 1979, il 26 di dicembre. Lui sapeva della direttiva firmata da Carter il 3 luglio dello stesso anno, quella ufficiosa, la direttiva per incrementare gli aiuti agli oppositori del regime filo sovietico di Kabul. Ora gli aiuti segreti di allora stavano maturando i primi frutti.
Valle del Panjshir
A seguire, nove anni d'occupazione da quel '79, anni di lotta, di resistenza, di coraggio e tragedie infine gli accordi, l'armistizio. L'Unione Sovietica nella rappresentanza di Anatoly Tkachyov, ufficiale dell'Armata Rossa, che più volte aveva incontrato Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord, ormai leggenda, s'arrendeva al coraggio afghano, a quel popolo guerriero, popolo da sempre separato in frazioni interne, da sempre unito in un solo corpo di fronte allo straniero. Così tanto indomito, così tanto unito da far elaborare ai britannici, XIX sec., la strategia del Great Game, il Grande Gioco, un'infida slealtà fatta assurgere a strategia per la conquista di quella terra. A nove anni da quel '79, dall'armistizio, il febbraio del 1989 e la ritirata dello straniero dall'Afghanistan. Carcasse di carri armati lasciati lungo la via, campi minati a procurare mutilazioni passate presenti e  future, centinaia di esuli in Pakistan, cicatrici di guerra nelle città, ma lo straniero era fuori. Completamente fuori. Lo straniero sovietico, così, come, per paradosso, si conviene ad una guerra umana. L'altro no, l'altro s'era intrufolato, s'intrufolava sotto mentite spoglie. Lentamente. Astutamente.  
Da allora 25 anni circa. Quel daremo ai sovietici il loro Vietnam, era implicito di altri significati, molti altri. Il Great Game si sarebbe fatto più nascosto, più capillare, più arguto.  La sua espansione più ampia. Si sarebbe fatto degno figlio dei nuovi tempi. Le verità si sarebbero nascoste dietro l'apparenza dei fatti, spesso, quasi sempre. L'episodio delle Twin Towers, preceduto di due giorni dall'assassinio di Ahmad Shah Massoud, che l'ufficialità ha voluto scollegato in realtà azioni di unica matrice, non sarebbe stato che la punta visibile di un iceberg  sommerso. E allora l'Afghanistan fatto passare per soggetto d'azione, in verità architettato oggetto di conquista.
E allora bombe Blu-82, ad iniziare una guerra ignobile e menzognera. Armi micidiali di distruzione di massa usate in Vietnam per disboscare la giungla. Ma la giungla in Afghanistan non c'era. E allora, a seguire, le proibite, per gli altri, bombe a grappolo e l'uso di uranio impoverito e irruzioni nelle case private con violazione d'ogni dignità e violenze d'ogni tipo, quelle svelate e quelle tenute nascoste al mondo e a se stessi. E fiumi di esuli e migliaia e migliaia di morti civili, ancor più bambini e vili droni a volare sulle procurate miserie, quelle che si sanno e che non si sanno. Così per dodici anni. Dodici anni di guerra subumana.
Ora, alla vigilia del ritiro delle truppe statunitensi fissato per il 2014, in cartellone un patto bilaterale politico e militare, un patto da firmare per la Security and Defense Cooperation agreement between the United States of America and the Islamic Republic of Afghanistan, questa la definizione ufficiale dell'accordo di cooperazione. Questo porterebbe la presenza Usa a stanziare in quella terra per altri dieci anni ed oltre. Porterebbe quella terra a diventare   colonia Usa nel cuore dell'Asia e noi faremmo da spalla, ci accoderemmo, è quel che ci riesce, in compagnia di Germania e Regno Unito. Questo, tutto questo porterebbe alla fine dell'Afghanistan. Fine. Questo se l'accordo dovesse essere firmato da Hamid Karzai.
E allora l'assemblea, la Loya Jirga convocata da Karzai, fantoccio in mani straniere,  privo di qualsivoglia capacità di principio di costruzione della nazione. E i 2500 partecipanti tra notabli, anziani, rappresentanti d'ogni professione, parlamentari, tutti distribuiti in seggi di cui un quarto riservato alle donne. E allora i quattro giorni di tradizione e la chiusura lo scorso 24 c.m., cinque giorni fa con un nulla di fatto.
Loya Jirga 2013- seggi delle donne

Gli afghani avevano messo delle condizioni all'approvazione dell'accordo, 31 articoli, consideriamone sette tra gli indicativi: 
1) rispetto della Sovranità del paese; 2) rispetto dell'integrità territoriale inclusa la salvaguardia dei siti storici, delle tradizioni e delle religioni; 3) divieto di irruzione per i soldati americani in case afghane; 4) perseguimento, presso la base di Bagram, delle truppe straniere coinvolte in reati e crimini in terra afghana; 5) proibizione di uso e o stoccaggio di armi chimiche nel paese; 6) trasferimento alle autorità afghane dei prigionieri afghani presenti a Guantanamo Bay; 7) l'accordo serve a rafforzare pace e stabilità nel paese, riguarda solo la lotta al terrorismo. 
Ci fermiamo qui. Si può immaginare quali tra questi articoli siano stati negati dagli Usa a-priori, come quello del perseguimento dei reati a Bagram, ma sappiamo anche che i non negati non verrebbero ugualmente  rispettati. Tra abusi, dimenticanze, errori, scuse, escamotage di vario tipo, tutto filerebbe secondo i piani. Come da prassi americana.
Dulcis in fundo, Karzai dopo aver sottolineato con gli Usa alcuni punti, vedi l'irruzione nelle case il cui  punto venendo meno farebbe saltare ogni accordo, ha dichiarato che pur se rettificato dalla Loya Jirga e approvato dal Parlamento, la firma, propria, sull'accordo non ci sarebbe stata che dopo le elezioni del 4 aprile 2014. Non c'è dubbio il pro domo sua, ma così ha detto. Reazione immediata di John Kerry al telefono: telefonata interrotta.
Il film continua con un nulla di fatto. Per ora.
Marika Guerrini
p.s.
per la foto della ritirata si ringrazia “La Voce della Russia”, hyperlink, post_it@ruvr.ru.

martedì 12 novembre 2013

gli ulivi di 'Amer

... è notte nel villaggio di Kufr Qaddum, una notte di settembre. E nel sonno della notte è immersa la casa di Abd al-Karim Amer. E durante lo stesso sonno, bagliori altalenanti hanno preso a dipingere le mura esterne di rosso arancio come da fiamma, mentre nuvole di fumo s'univano al crepitio di legna arsa. Fumo denso, odoroso di foglie, di frutti. Odoroso di olio caldo, verde, come da frutti a un passo dalla maturazione. Sì, sono alberi a bruciare laggiù, oltre la linea di quel confine confiscato, abusivo, quel confine che 'Amer può attraversare due volte l'anno, solo due, previo permesso concordato con l'esercito di altra gente. Due volte per entrare nella sua terra, due volte, due permessi, due momenti, uno per la concimazione l'altro per la raccolta. Sono ulivi quella notte a bruciare, una trentina di ulivi in buona età di resa, tra i 40 e i 45 anni, sono tanti. E tanti sono i più giovani, quelli di tre anni, una settantina, frantumati, tutti, tutti ridotti a pezzi di tronchi, di rami. " Forse sono stati rotti prima, dice 'Amer, prima dell'incendio di questa notte", ma non può esserne certo. 
E' adiacente all'insediamento di Qedumin, l'appezzamento di 'Amer, quel suo pezzo di terra in cui può entrare due volte l'anno, in cui i coloni possono entrare sempre. Anno dopo anno da anni questo accade, e ogni anno è poco prima del raccolto e ogni anno sono un tot numero di piante. E non accade solo ad 'Amer. E non accade solo nel villaggio di Kufr Qaddum. Accade ovunque i palestinesi vengano a contatto con i coloni israeliani. Ogni giorno ogni notte ogni sempre. Sono storie quotidiane, queste. Storie che tutti conosciamo, di cui sappiamo. Storie che raccontiamo proprio per questo.
Le centinaia di 'Amer hanno rinunciato alla denuncia al reclamo, hanno rinunciato a proteggere le loro cose le loro case, tutto, a volte persino se stessi. La risposta israeliana è la stessa, sempre: negazione della verità, quando va bene, arresto o uccisione quando non va. E spesso non va. I coloni sono armati, tutti, sempre. I coloni hanno il sostegno dell'esercito israeliano, tutti, sempre. Tutti sempre come noi che sappiamo e voltiamo lo sguardo, turiamo le orecchie.
Ma non è, come andiamo dicendo, questione di strisce di Gaza, di linee di confine, di abusivismo legalizzato, di prepotenza arroganza delinquenza, no, non è neppure questione di profitto economico, benché ci sia, e non è questione di coloni, no, è questione di costume. E' il costume d'una fetta dell'umanità che persevera in comportamenti tribali. 
E allora si bruciano gli ulivi, si occupano case, si confiscano terre, si chiudono sorgenti d'acqua quando non si fanno essiccare, si distruggono raccolti, si spara ad altezza d'uomo tra la folla dei mercati palestinesi. E allora si azionano bulldozer a demolire edifici d'ogni tipo, residenziali e non, negozi, abitazioni nel cuore di Gerusalemme, in ogni sua zona, lasciando all'addiaccio intere famiglie, portando via loro tutto. Duecento ordini di demolizione, proprietà palestinesi, tutte, sedicimila cittadini coinvolti, contando solo a Gerusalemme. Contando solo nello scorso mese di ottobre. 
E allora si occupano moschee, come quella di al-Aqsa per costruire al suo interno una sinagoga, secondo un recente piano israeliano e si approvano leggi come fatto dal Ministero per gli Affari Religiosi Israeliani, secondo cui si consente agli ebrei di pregare all'interno della moschea. E allora si fa deviare la costruzione del muro sulla Linea Verde, ricordate, 1948 il concordato, si fa deviare per un giacimento di petrolio scoperto che è poco. Deviare perché giacimento su territorio di entrambi, Israele e Palestina, si fa deviare sì da escludere quest'ultima, questo Stato che esiste senza per il mondo esistere. Il mondo che tace la quotidianità e finge di lavorare per un incontro che non ci sarà perché non si vuole sia. E nel frattempo che il mondo, come avvezzo a fare, finge, laggiù gli ulivi bruciano con il raccolto la speranza la vita mentre si continua ad arrestare bambini e ragazzi per lancio di pietre, come da resoconto mensile, ottobre, del Centro Informazioni di Wadi Hilweh e Silwan: 45 bambini e ragazzini tra i 10 e i 17 anni.  Quando con il fucile non gli si mira al cuore.
Sì, comportamenti da vecchio testamento. Senza luce né speranza di. La vecchia goccia che non s'arresta fin tanto che la roccia non sia resa cava. Come a dire: ogni giorno ti spingo più in là, ti rendo la vita impossibile, finché fiaccato sarai stanco di perdere di piangere di soffrire di morire, sarai stanco persino di vivere e quel che è tuo sarà mio.
Marika Guerrini

dati da "Agenzia stampa Infopal"-www.infopal.it 
foto da blog.yesh-din.org/english