venerdì 4 aprile 2014

attualità e malvagità

... è nel silenzio delle pagine che si formulano i pensieri, perché si traducano in parole,  sì che si formino attimi di consapevolezza da tradursi in coscienza. Ed è nel silenzio che lo sguardo d'insieme sugli accadimenti drammatici, quando non tragici, che continuano ad imperversare in ogni dove in questi nostri tempi, questi nostri spazi, sono andati a sintetizzarsi in una singola quanto mai complessa parola: malvagità.
Il Sapere contemporaneo è fondato su strutture mentali dominate dalla malvagità, questo il motivo per cui l'avversione, ma si potrebbe chiamare odio, pur se spesso inconsapevole, non  può essere debellato, di conseguenza i conflitti umani non possono essere superati. Il rimedio però non è nell'eliminare il Sapere, né sarebbe possibile, bensì nell'andare alla sua scaturigine, muoversi lungo un sottile cammino alla ricerca di un pensiero capace di liberarsi dall'odio di profondità, alla ricerca di un pensiero-forza che possa condurre oltre se stessi verso l'altro. Questo contempla anche fare i conti con la dialettica, perché è mediante la dialettica che l'odio organizza se stesso quale potere nel mondo, la dialettica è il suo strumento primario, dialettica-potere che attimo dopo attimo ci troviamo di fronte in varie lingue, gesti, atteggiamenti, che ci troviamo di fronte riflessa anche in noi stessi. Potere-dialettica non dissimile dal potere che organizza conferenze per la Pace, anzi, lo stesso potere. Stesso potere che, declamando valori, agisce usufruendo della loro parvenza, dei loro gusci vuoti, in realtà per avversare, attaccare quando non distruggere il Principio di verità di quegli stessi valori declamati, la loro reale sostanza. In realtà l'uomo non vuol perdere la sua "maialità", come nell'aneddoto di Indra e degli asceti vedici trasformati in maiali da un incantesimo, che, allorché il dio Indra manifesta la volontà di farli tornare uomini sì che possano avvertire l'abiezione della smarrita umanità, reagiscono per il terrore di rinunciare alla "beatitudine" della "maialità". 
E noi vediamo farsi avanti la natura anti-fraterna dell'uomo che, attraverso l'indebolimento del pensiero-forza, s'impossessa del tema della fraternità come di quello della socialità, rendendoli strumento di vanità e di orgoglio indagante fattisi azione dominata dalla natura che nell'uomo oggi, ora, è divenuta natura malvagia, natura volta ad impedire l'effettiva evoluzione dell'umanità a favore del subumano. E' questo il tema che l'umanità sta attraversando, il tema di  questi nostri tempi, questi nostri spazi. Il tema che nel silenzio si è mostrato al nostro sguardo.
Marika Guerrini   
foto dal web

venerdì 21 marzo 2014

Russia: immagine



... sarà forse per quello spirito russo amato tra le pagine di Dostoevskij da ancor prima dell'adolescenza, sarà per il melanconico candore delle pagine di Pasternak e del suo Zivago, sarà per quel "maestro e Margherita" di Mickail Bulgakov, o forse per quei cosacchi che hanno popolato le nostre fantasie di libertà, ma, oltre la coltre di nubi che offusca quest'attualità tesa sulla corda del confine europeo d'oriente, ci pare d'udire echeggiare lo spirito russo di vecchia memoria. Quello indomito, antico e futuro al contempo. Echeggiare come fosse improbabile campanello d'allarme per un'Europa pavida d'esser tale. Di divenire. E vediamo venirci incontro un sentimento patrio ormai in disuso tra noi, se non che in forma di retorica espressione, in forma vuota di senso come quella mostrataci dall'estremo occidente.
Chissà, forse, la grigia cenere del Soviet, non è riuscito a soffocare in quel popolo, ieri, spirito e sentimento, né vi sta riuscendo la quotidiana eroina "infiltrata" copiosa oggi dall'occidente. In realtà medesimo attacco solo in apparenza diverso: distruzione dell'animo per la distruzione del pensiero per la distruzione dell'uomo, per il controllo dei popoli.
Ma noi lo intravediamo quell'antico futuro spirito russo, comunque, ne intravediamo il bagliore, tenue sì, ma vivo. E questo va oltre i fatti, gli interessi, le menzogne, le verità, oltre le genti che soffrono e quelle che gioiscono, quelle che temono e quelle che sperano. Va oltre questo vis-a-vis oriente occidente. Va oltre noi stessi, la nostra volontà. Va e scorge quest'oriente oltre l'uscio di casa, sottovalutato dall'arroganza di quest'occidente d'oltreoceano. Dall'ignoranza di chi non ha avuto un Dostoevskij se non per via d'emigrazione. 
Ma l'immagine sta svanendo, noi, riprendiamo lo sguardo sul farsi di questa storia di popoli, di questa vita attuale, in fondo, sempre "oggetto della storia è la vita dei popoli e dell'umanità" per dirla con Tolstoj.
Marika Guerrini

foto dal web

domenica 9 marzo 2014

Siria: mani di bambini

... tre giorni fa, ore sette del mattino, al telefono una voce in francese chiara come fosse qui: madame Guerrinì? Sì, sono io. Bonjour madame, je suis Faraj, vous souvenez-vous de Damas? Qualche istante per realizzare, uscire dalla sorpresa, ricordare,  poi : oui, oui, Faraj, je me souviens de Damas et je me souviens de vous. E lui: Bon, Madame Guerrinì, avant qu'ils ne prennent la joie, puis le pain, puis encore la vie.   
Un nodo in gola sommato alla recente sorpresa impedisce all'emotività di placarsi, impedisce la parola mentre cerco il fiato per sussurrare: oui, Faraj, je sais...j'ai souvent pensé à vous au cours de ces mois, votre famille...oui Faraj, j'ai sais.
E Damasco alla mente s'è riaffacciata sul mio week-end dell'ottobre 2012, e il volto di Farajallah chino sul fumo del tè dai bicchieri, il volto dell'amico Faraj che s'era fatto lontano. E tornano le sue parole d'allora:"... la religione non c'entra con questa storia... la Siria ha sempre protetto le minoranze...i regimi sono tutti uguali, questo di Assad non è peggiore di altri... la gente non vuole le sue dimissioni, sa che la caduta porterebbe al potere gruppi estremisti ed oltranzisti... Bashar ha sottovalutato le rivolte dove erano presenti infiltrati, spie e mercenari che hanno armato i ribelli...". 
C'era stato un articolo al mio rientro, è segnato sulle pagine di allora, l'articolo con l'intervista a Faraj, la sua analisi, lucida, obiettiva, onnicomprensiva del dramma come della speranza. Ve n'era ancora.   
Non abbiamo capito nulla. Continuiamo a non capire non volere non potere, forse. E tornano  altre pagine, pagine con elenchi di menzogne sulla guerra "civile"siriana, pagine con elementi infiltrati della Cia, dei Servizi israeliani, di quelli turchi, dei reparti speciali Nato. Pagine che sottolineavano la debolezza dell'Europa, la sua assenza. Si ricordava il tempo della Guerra Fredda, in essa l'ipotesi ventilata da Reagan di destabilizzare paesi europei, si ricordava il 1992 e l'opposizione degli Stati Uniti a che l'Europa avesse un proprio Corpo d'Armata. La proibizione. L'obbedienza. Solo lo scorso anno, mese di gennaio 2013, ci si augurava che la Siria non divenisse una novella Libia, usando il condizionale si diceva che le sorti della Siria sono legate all'Europa, che una Libia siriana sarebbe stata una dichiarazione di guerra alla Russia che, in tal caso, l'Europa sarebbe prima o poi divenuta campo di battaglia essa stessa, in una qualche maniera. Una qualche misura. Lo si pensava, lo si diceva, lo si scriveva allora. E si sottolineava come navi da guerra russe giunte senza alcuna ufficialità, in sordina nel Mediterraneo, avessero in realtà scongiurato un attacco più dichiarato a quella terra di antica civiltà, attacco ancor più invasivo. Allora quando si credeva di poter salvare qualcosa, ancora. 
No, la Siria non è divenuta una novella Libia, no, la Siria in tre anni ha solo superato i 150mila morti, numero in difetto, la Siria ha soltanto superato i 2 milioni di profughi in fuga oltre confine, altrettanti entro i confini, profughi dalle loro case. Numeri in difetto. I siriani sono sparpagliati in ogni dove, i bambini sono la metà in queste cifre, oltre. E giocano, quelli vivi giocano tra immondizie e distruzione quando non muoiono di stenti, che sia fame freddo paura. Quando non impazziscono. No, non abbiamo capito niente. Continuiamo a non capire a non volere, del non potere, qui, tra queste righe ce ne infischiamo. Ce ne infischiamo esattamente come di questo stallo, di questa coda della Seconda Guerra Mondiale che non s'è mai spezzata, non è mai finita. Una guerra che continuiamo a perdere 365 giorni l'anno da sessantanove anni nella nostra italiana assenza di dignità di Stato che in questo caso ci accomuna tutti, tutti i così detti alleati. Alleati in cosa, verso cosa. E ancor più: perché.
La Siria è il Mediterraneo, è la nostra storia. E l'Ucraina è Europa dell'est, che sia o non sia dentro quest'etichetta, lo è per geografia. E la Crimea. E la Russia di cui, con fierezza annoveriamo nella Storia della Letteratura i padri Dostoevskij, Tolstoj accanto al francese Hugo al tedesco Goethe, e ancora e ancora. Il provocato aizzato sobillato tragico gioco siriano è gioco nostro. E si sta mostrando in casa nostra, qui, oltre l'uscio.
Faraj questo lo sa, lui che parla correttamente francese e non è un intellettuale. E Faraj ha raccontato di chi è rimasto in Siria, delle scuole chiuse, degli interi quartieri ridotti in macerie, dell'acqua potabile che spesso non esiste più, dell'assenza di energia elettrica in molte zone, delle malattie infettive che si diffondono, dell'emergenza sanitaria di una sanità distrutta in un paese in cui per tradizione l'assistenza è sovvenzionata dal Governo come in molti paesi musulmani, a differenza dagli Usa in cui, nel XXI secolo, si muore ancora per malattia se non hai abbastanza soldi per pagarti le cure. In barba ad ogni parola di civiltà. Ogni menzogna.
Faraj ha parlato dell'intero crollo economico in un paese che aveva fabbriche d'ogni tipo, aziende d'ogni tipo, in cui fioriva l'artigianato accanto al turismo culturale archeologico e non, in cui il lavoro non mancava, in cui la scuola funzionava in ogni grado dall'Infanzia all'Università. Ha raccontato degli stupri quasi sempre di gruppo, perpetrati da uomini armati che non si sa chi fossero, chi siano, violenze tenute nascoste per paura vergogna dignità. Ha raccontato dei bambini, e la sua voce gli si è incrinata: "Ce qui peut tenir sur les mains des enfants?"ha chiesto. Non ho saputo rispondere. Ha detto che, quando va bene, tra loro si manifestano comportamenti aggressivi, violenti altrimenti non mangiano non parlano non dormono spesso si lasciano morire. Faraj ha raccontato l'inimmaginabile o, peggio, quel che possiamo immaginare. Perfettamente. Che abbiamo già sentito ascoltato visto. Che abbiamo visto in Afghanistan, che pensavamo fosse le colonne d' Ercole oltre cui la fine il nulla, no, non era così. Faraj ha raccontato di più, ha raccontato oltre la catastrofe.
Faraj parlava ed io pensavo alla Giordania al Libano alla Turchia all'Iran all'Iraq e a Gaza, sì profughi siriani anche lì. Il piano è riuscito, pensavo, tanti piccioni con una fava. E pensavo al rifiuto della Svezia alla piccolezza italiana, a quanto quest'Europa sia coinvolta e non voglia esserlo. Faraj parlava ed io pensavo alla diabolica manovra  manifestatasi in quella terra all'alba del 2011 e mai ancora finita. E la vedevo riflessa qui, sull'uscio di casa, perché questo è.
Prima hanno tolto la gioia poi il pane poi la vita. Sì, Farajallah, è così che funziona, così funziona l'espandersi della civiltà di quest'occidente al tramonto: avant qu'ils ne prennent la joie, puis le pain, puis encore la vie... ce qui peut tenir sur les mains des enfants? Questo non lo so, non so a cosa s'aggrapperanno le mani dei bambini, proprio non lo so, amico Faraj.
Marika Guerrini
foto dal web

lunedì 3 marzo 2014

Ucraina: venti di guerra?


... potremmo far partire lo sguardo di ricognizione sul nuovo Great Game che si sta svolgendo nel nostro vicino oriente quasi europeo, da vari episodi e situazioni, ad esempio il colpo di Stato contro Viktor Yanukovic che nel bene o nel male era legittimo presidente per via d'elezione, o dalla Crimea con la sua maggioranza russofona che all'avanzare qualche ora fa, senza sparare un colpo, dei soldati russi, non ha opposto alcuna resistenza anzi, o potremmo partire dal fatto che, da recente indagine governativa americana (Usaid), solo il 40% degli ucraini vuole l'annessione all'Europa, o dal fatto che noi, democrazie europee, plaudiamo alla scarcerazione d'un colpevole fino a prova contraria e alla nomina a presidente ad interim della sua persona di fiducia infischiandocene del potere legislativo di un paese altro, o anche dai 40mila kilometri di gasdotti che coprono l'Ucraina e da cui incassa 3miliardi di dollari l'anno grazie alle tasse di transito Russia-Europa. Si potrebbe andare avanti e dimostrare anche per piazza Maidan, come in passato per piazza Tahrir ed altre, che i ribelli siano stati sobillati, ma siamo noi ora ad infischiarcene di tutte queste cose e cosucce venute a noia, quindi ci limitiamo ad evidenziare due o tre fatti trascurati e lo facciamo a cominciare da una carta geografica, quella del Mar Glaciale Artico. Su questa carta  focalizziamo gli attori, i rispettivi spazi, le distanze, mentre teniamo presente l'Unione Sovietica, il suo tempo, in esso l'importanza strategica, a dir poco fondamentale, dello scenario artico da cui l'ingresso all'Atlantico. 
Era sull'Artico che si attuavano in volo i corsi programmati dei bombardieri strategici, dei missili intercontinentali. Era sull'Artico la Flotta del Nord, la base dei sottomarini missilistici. E le azioni della Flotta, non di rado ritenute attacchi alla Nato durante la Guerra Fredda, erano sull'Artico. E la ventilata, più d'una volta, guerra nucleare aveva lo stesso scenario artico. Poi, riguardanti anche l'Artico, si sono avuti dei cambiamenti con il nuovo assetto internazionale: l'OSK (comandi strategici unificati), il West (distretto militare occidentale) e ovviamente la fine dell'URSS per giungere, distanti dall'Artico ma solo geograficamente, ai recenti teatri di guerra, con i motivi che sappiamo falsi, con le occasioni che sappiamo costruite, con le alleanze più o meno confessate, le simpatie più o meno dichiarate, eccetera eccetera. 
Tenendo presente tutto questo, portiamo ora lo sguardo alla Russia odierna, lì troviamo   un interessante progetto, il progetto di un nuovo USC ( Comando Strategico Unito) basato sulla Flotta del Nord: ricreare una protezione russa nell'Artico. Vale a dire ripristinare le infrastrutture militari quindi rafforzare la Marina Militare nella sua flotta e l'Aeronautica Militare, ovvero fare dell'Artico, come in passato, un efficace organo di controllo che assolva ai compiti militari di allerta, copertura, protezione di basi navali, missilistiche etc., contemporaneamente stando a difesa di eventuali attacchi terroristici contro le infrastrutture petrolifere. Sottintendendo così anche un ruolo di controllo e difesa dell'economia russa nella regione e su chi l'attraversa. Questo progetto, ora nell'intenzione in quanto privo di corpo formale ovvero non ancora fissato su di un documento ufficiale, risulta però assolutamente determinato per una sua imminente attuazione.
Poi lo sguardo viene attratto dall'India, da Nuova Delhi, sede lo scorso febbraio di Defexpo-2014, la fiera degli armamenti di Terra, armamenti Navali militari e dei Sistemi di Sicurezza bellica del territorio. Lì risultano due ambiziosi progetti russo-indiani, uno prevede la costruzione di un FGFA, un caccia della quinta generazione e l'altro la costruzione di un MTA, aereo da trasporto multiruolo. L'interessante è nell'essere i due progetti, assolutamente congiunti sia nella costruzione come nell'effettuarsi della fabbricazione che interesserebbero sia la Russia che l'India e congiunte sarebbero persino le azioni dell'azienda al 50%, con quartier generale a Nuova Delhi. La realizzazione dei progetti avanzerebbe di gran lunga l'Aeronautica Militare dell'India e alzerebbe di gran lunga il livello tecnologico della Russia nonché la competenza dei suoi progettisti. Questo preoccupa chi, nel nostro emisfero,  è malato di espansionismo, per di più ipocrita, infatti non sono tanto i progetti in sé  a preoccupare, quanto lo stretto accordo, quindi rapporto, quindi possibile futura alleanza, che da tempo sta silenziosamente conformandosi, tra due potenze che singolarmente sono militarmente gestibili e unite non lo sarebbero. Chi segue le nostre pagine sa che più d'una volta abbiamo accennato, conoscendo quei popoli, ad un probabile possibile non lontano asse orientale.
Tra l'altro, Vladimir Putin, poco tempo fa ha annunciato la formazione di un'unione doganale con Kazakistan e Bielorussia, due repubbliche ex Unione Sovietica. Questo da attuarsi entro il 2015. A questo va aggiunto che lo scorso novembre, al vertice di Vilnius, l'Ucraina come l'Armenia, aveva deciso di non entrare nell'orbita europea bensì aderire anch'essa all'unione doganale russa, del resto la fornitura di gas russo a prezzi scontati del 30% era già in atto da tempo e lo scorso dicembre, Putin, oltre allo sconto sul gas, aveva sostenuto l'economia ucraina con 15miliardi di dollari in aiuti finanziari. E non dimentichiamo che la Nato ha fatto sua forza di accerchiamento, ché questo è, proprio le ex repubbliche sovietiche indebolite dal passato regime, per questo ancor più sensibili al vecchio bluff del "sogno americano" che hanno così permesso d'essere infestate da basi militari Usa. Non ne siamo forse stracolmi anche noi non ex sovietici? 
E' ben strano che in un mondo fatto di economia, in un paese quale l'Ucraina, non certo incorrotto, vedi la Tymoshenko, il popolo abbia rinunciato spontaneamente a tutto questo per un'illusoria "libertà" europea segnata da un'economia in miseria con un mercato in cui l'agricoltura e l'industria ucraine sarebbero non competitive. Ma ora ci fermiamo qui, attendiamo come tutti lo svolgersi delle azioni, vedremo se si tratterà di venti di guerra. Solo, per non dimenticare, c'è chi invade, occupa distrugge rade al suolo sottoscrive migliaia e migliaia di morti innocenti in nome della "giustizia" della "libertà" del "rispetto dei diritti umani" per non parlare poi della "democrazia" e chi occupa dichiarando "lo faccio per difendere i miei interessi nazionali". E con una chiusa di cui ringraziamo Franco Battiato, mentre ricomponiamo nella mente la melodia, fermiamo le parole:  
"...e il maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire...".
Marika Guerrini

venerdì 14 febbraio 2014

Gandhi: ascoltiamo

... "Per me il potere politico non è una meta, bensì uno dei mezzi per permettere agli uomini di migliorare le loro condizioni di vita su tutti i piani. Il potere politico è ciò che permette di dirigere gli affari del paese tramite i delegati della nazione. Se gli ingranaggi della vita nazionale raggiungessero quel grado di perfezione che permettesse loro di funzionare automaticamente, non sarebbe più necessario avere dei delegati. Vi sarebbe allora uno stato di anarchia illimitata. In un paese del genere, ognuno sarebbe il proprio padrone. Si guiderebbe da sé in modo da non nuocere al proprio vicino. Di conseguenza, lo Stato ideale è quello  in cui non v'è alcun potere politico, data la scomparsa dello Stato stesso. Ma nella vita non si realizza mai completamente l'ideale. Da ciò, la notissima affermazione di Thoreau per cui il miglior governo è quello che governa meno." 
Selection from Gandhi, p.41

" Un democratico nato è un uomo nato per la disciplina. La democrazia viene naturalmente in mente a colui che è abituato ad obbedire spontaneamente ad ogni legge, umana o divina. Quelli che hanno l'ambizione di servire la democrazia diano anzitutto buona prova superando con successo questo difficile test. Inoltre, un democratico deve essere assolutamente disinteressato. Deve compiacersi nel pensare e sognare non in termini di interesse personale o di parte, ma unicamente in termini di democrazia.
Un individualismo sfrenato può soltanto far regnare la legge della giungla. Noi abbiamo imparato a trovare il giusto mezzo fra la nostra libertà individuale e la costrizione sociale. Piegarsi di buon grado alle costrizioni sociali per assicurare il benessere pubblico, significa servire ad un tempo il proprio personale interesse e quello della società di cui si fa parte."
Selection from Gandhi p.150

 "La maggior parte della gente non capisce nulla in merito al meccanismo complicato di un governo, non capiscono che ogni cittadino in modo silenzioso ma non meno certo, sostiene il governo al potere secondo un procedimento che non conosce affatto. Ogni cittadino si rende dunque responsabile di tutto ciò che il suo governo fa."
Selection from Gandhi p.191

"Le mie esperienze in campo politico non sono più un segreto, non soltanto per l'India ma in certo grado per il mondo così detto civile. Ai miei occhi non hanno gran valore ed il titolo di  Mahàtmà, che ne ho guadagnato, ne ha quindi ancor meno. Questo titolo spesso mi ha fatto molto penare, e non ricordo un solo istante in cui la mia vanità ne sia stata piacevolmente stuzzicata. Ma... le mie esperienze in campo spirituale io solo le conosco e da quelle ho misura dell'influsso di cui dispongo in campo politico... Più rifletto e volgo il mio sguardo al passato, più vivamente sento i miei limiti."
An Autobiography

Marika Guerrini


martedì 28 gennaio 2014

una bambina speciale tra ebraismo e cristianità

... certe storie non si raccontano, ancor più se sono state esperienze dell'anima. Abitano l'intimo, perciò non si raccontano, sono storie sottili. Poi capita che passano anni, che ti trovi ad ascoltare cose che ti riportano a quella data storia, quella e non altre, una storia semplice che ai più potrebbe non interessare, che a te ha aperto uno spiraglio di mondo e, se questo coincide con fatti, con cronaca o anche solo con affermazioni che vengono dalla contingenza  a cui quella storia risponde, allora, ti trovi a raccontare, a raccontarla.
 Era il settembre del 1988, forse, e Sarah aveva sei anni, questo è certo. La vedevo per la prima volta, lì, davanti alla mia scrivania, piccina quasi a non sfiorare il ripiano, cicciottella quel che bastava a darle un'aria gioiosa, lì con la sua mamma accanto. Signora direttrice, sono venuta per iscrivere mia figlia, ma voglio prima parlare con lei.  Prego, fu la risposta animata dal gesto della mano che le invitava ad accomodarsi sulle poltroncine oltre la scrivania. Intanto Sarah era già sparita coperta dal mobile e dai libri accatastati. Siamo ebree, fu il continuo all'esordio, poi, dopo qualche frazione di silenzio come d'attesa a scrutare: ma non voglio iscrivere Sarah alla scuola ebraica, non voglio che cresca sentendosi diversa, non voglio che sia educata alla paura e all'avversione. Cosa intende signora..?scusi ma non ho capito il suo nome, dissi. Scusi lei, non mi sono presentata, mi chiamo D... E pronuncia il cognome. Io sorrido, ci diamo la mano. Ripeto la domanda: Cosa intende con educata alla paura e all'avversione? Lei direttrice non lo sa, ma nella nostra scuola ogni giorno i bambini entrano da una porta ed escono da un'altra, ci sono più ingressi che danno sulla strada, dice e: le porte sono sempre decise all'ultimo momento e sui terrazzi  del tetto ci sono, a turno, spesso sono padri dei bambini, uomini di guardia e sono armati. Io ascolto mentre Sarah sfoglia un libro di fiabe che le ho passato, sfoglia intenta, seria, tutta presa dalle immagini del libro, ma so che sta ascoltando. Finché la domanda diretta: in  questa scuola come si insegna la religione? Non c'è l'insegnamento della Religione, ma di Storia delle Religioni, rispondo e: tutte vengono trattate sia alle Elementari che alle Medie, in ambito storico e tutte rispettate anche nelle ricorrenze. La signora D.... si rilassa, sorride, la conversazione continua a lungo. Tre furono i libri di fiabe che Sarah sfogliò. Il giorno dopo sarebbe stato il suo primo giorno di scuola. Era una bambina sorridente, serena, sempre. A lei seguirono molti altri bambini di religione ebraica, fu un via vai, come una piccola corte. 
Un giorno di quello stesso anno scolastico, si era in primavera, era il momento dell'intervallo di metà mattina, i bambini erano in giardino quando l'insegnante della classe di Sarah, mi si precipita davanti alla scrivania senza neppure bussare alla porta: corri Marika, vieni a sentire Sarah e Elisabetta che parlano di religione. Come di religione?, dico, intanto mi ero alzata per seguirla. Le bambine erano sedute ai piedi dell'albero di melograno, noi ci siamo appostate vicine con indifferenza facendo finta di parlare. Elisabetta: ... ma voi ce l'avete gli angeli? Sarah: sì ce l'abbiamo. Elisabetta: e ce l'hanno le ali? Sarah: sì, ce l'hanno come i vostri. Elisabetta: aah... meno male!  Sarah: però c'è una cosa che non abbiamo. Elisabetta: cosa? Sarah: la madonnina, la madonnina non ce l'abbiamo. Elisabetta: e ti dispiace? Sarah: sì mi dispiace. Elisabetta: sei sicura che non ce l'avete? Sarah: sì, sono sicura. Elisabetta: e ti dispiace tanto? Sarah: sì, tanto. Ci siamo allontanate quasi vergognandoci di quelle confessioni rubate a due mondi che s'univano. 
Trascorrono tre anni. Nel frattempo si crea un'amicizia di stima tra me e la madre di Sarah. Vengo invitata ad una cerimonia in Sinagoga, mi viene detto che è un'eccezione, sono ancora grata di questo. Comprendo molti passaggi, è un'esperienza interessante, molto. Intanto la terza elementare di Sarah, una mattina, una lezione di storia. L'insegnante di classe, in difficoltà sull'impostazione della lezione che s'è fatta delicata, chiede il mio aiuto.  Stanno trattando di Roma e della Palestina al tempo di Gesù di Nazareth. Racconto di quel tempo, del ruolo di Roma, della Palestina, delle figure storiche di entrambi tra cui la figura del Gesù storico. La sua nascita ebraica si deduce facilmente, i bambini sono svegli, allenati a pensare e molto preparati. Siamo vicini alla Pasqua. Sarah alza la mano, chiede la parola, le viene data, si alza: Gesù non era ebreo! Non lo dice, lo afferma. L'insegnante mi guarda, i bambini tacciono: sì, Sarah, Gesù era di religione ebraica, dico, le sorrido, si capisce che è un brutto colpo per lei. Mi dispiace. No, non era ebreo, era cristiano. Sarah ha quasi le lacrime agli occhi. Non è un momento facile per nessuno, i bambini continuano a tacere, mi avvicino al suo banco: tesoro, il Cristianesimo è venuto poi, allora quando è nato non c'era, è stato dopo di Lui. Sarah mi guarda, abbassa la testa, continua: ma la vostra Pasqua è diversa dalla nostra. E parla di Mosé della cacciata dall'Egitto, della terra promessa, della nuova vita. Le parole: vostra, nostra, hanno fatto male, hanno avuto un suono duro mai sentito dalle sue labbra. No, Sarah, sono la stessa cosa, dico, lo sono solo in maniera diversa, ma entrambi conducono l'uomo verso una nuova vita. Vorrei abbracciarla, non oso, potrei offenderla nella dignità del dolore che sta attraversando, è evidente. E poi c'è il ruolo. Chiede di poter uscire, esce, rientra dopo qualche attimo, intanto i bambini hanno ripreso la conversazione storica, stanno argomentando su Roma. Nessuno commenta nulla né fa domande sull'argomento precedente. 
Sarah non venne a scuola per i tre giorni successivi. Il terzo giorno una telefonata della madre, disperata: cos'è successo, Sarah dice che deve cambiare scuola, deve andare alla scuola ebraica, però piange che non vuole, che è successo? Le racconto dell'episodio, di come s'era svolto, di come la bambina l'aveva vissuto. La madre comprende, comunque non vuole che Sarah cambi scuola, chiede aiuto, ma non posso darglielo, non come vorrebbe, è a Sarah che devo pensare. E' una decisione che va accolta, rispettata ancor più perché sofferta. Va fatto per lei. Sono certa che sia stata una scelta dolorosa e importante, molto più grande della sua età e, coraggiosa, molto. 
Venne a salutare dopo una settimana. Venne in direzione ch'era già stata nella sua classe, aveva salutato i compagni, la sua maestra. Questo titolo di maestra i bambini delle elementari lo davano anche a me, mi si rivolgevano così, quella mattina Sarah mi chiamò signora direttrice, per la prima volta, poi: tu lo sai che sto andando nella scuola della mia gente? Sì, Sarah, lo so, va bene così, sarà bello potrai raccontare tante storie ai tuoi nuovi compagni. Mi abbracciò, ci abbracciamo, e, all'orecchio, solo a bassa voce all'orecchio: maestra Marika posso portare i pennelli e i colori, alla mia scuola non ci sono e anche gli acquerelli che ho fatto? Sì, certo tesoro, certo che puoi. E: posso venire quando c'è il teatro e le mostre? Puoi venire quando vuoi, ogni volta che hai nostalgia Sarah, questa sarà sempre la tua vecchia scuola, ricordalo. Ci fu ancora uno slancio racchiuso in un abbraccio.        
Seppi poi che per oltre un anno aveva segnato le ricorrenze della sua "vecchia" scuola sul calendario, come per ricordare, venire, ma non tornò più. 
Marika Guerrini

domenica 19 gennaio 2014

KABUL

... diciottesimo giorno di questo nuovo anno, due giorni fa. 
La stilo aveva preso a tracciare su un foglio parole per comporre questa pagina, appunti di contenuti da sviluppare poi, digitando sulla tastiera. Parole sull'attentato a Kabul di cui, all'alba, una voce amica, al telefono mi aveva reso partecipe: c'è stato un attentato ieri sera, aveva esordito: qualcuno s'è fatto esplodere nel locale del ristorante libanese, quello a Wazir Akbar Khan, il quartiere residenziale, nella stradina, ricordi? Sì, avevo risposto. 
Poi: s'è fatto esplodere al chek della porta di metallo, due suoi complici sono entrati subito dopo e si sono messi a sparare all'impazzata, poi sono stati uccisi.
La voce aveva continuato indifferente al mio sonno interrotto, alla fatica d'un assurdo risveglio, indifferente alle tre ore e mezza di fuso orario. Aveva continuato col numero delle vittime: 21, col fatto che 13 fossero stranieri, che vi fossero funzionari dell'Onu, che uno di questi fosse un incaricato dell'Unama, la missione Onu a Kabul, Vadim Nazarov, che vi fosse anche Wabel Abdallah, libanese, rappresentante del Fondo monetario. Aveva continuato col ricordare che la zona era sempre sotto stretta sorveglianza proprio per la presenza di ambasciate, abitazioni di diplomatici, uffici. Dopo, la voce era passata al: buon giorno e tu come stai? Stavo meglio prima, quando stavo dormendo, avrei voluto rispondere, invece ho sorriso alla cornetta, a me stessa e: bene, bene... Circa quattro ore più tardi, avevo preso a tradurre in parole su di un foglio la notizia, aggiungendo che l'azione era stata rivendicata dai taliban, ma che questa cosa non ha alcun significato, che il termine taliban altro non è oramai che una sigla, così come al-Qaeda, una sigla di comodo. Ribadendo, per l'ennesima volta che il concetto di taliban ha acquisito da tempo, in Afghanistan, un senso diverso, un diverso significato, per via della sostanza, per il fatto che la maggior parte di quegli uomini sono solo afghani combattenti per la libertà dallo straniero, dall'invasore, dal degrado morale in cui è stato fatto precipitare il Paese. Aggiungendo che è ora di smetterla con la menzogna della guerra al terrorismo, dell'aiuto alla popolazione, della democrazia da esportazione. Ricordando che i combattenti islamici jihadisti legati ad al-Qaeda sono frutto dell'intelligence occidentale, formati negli ultimi tempi della Guerra Fredda, sguinzagliati poi in tutta la regione, rafforzati in seguito all'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq eccetera eccetera, continuando con  cose dette e ridette. Avevo pensato di agganciarmi alla parole di Malalai Joya per non sentirmi Giovanni nel deserto: " Questa guerra vile e disgustosa, sta riducendo il nostro paese in uno Stato di mafia e crimini di guerra...sono 12 anni di barbarie, la soluzione ai nostri problemi non verrà mai dagli eserciti che stanno occupando il Paese. Nel 2014 l'amministrazione Obama ha detto che gli americani lasceranno il Paese, ma è una grande bugia, gli Usa hanno approvato la creazione di basi militari private che resteranno", sì, le parole di quest'ex parlamentare afghana ripudiata per il suo senso di verità e il coraggio d'esprimerlo, Malalai, che ora viaggia per il mondo a raccontare la verità sull'Afghanistan e in patria vive in clandestinità per le continue minacce alla sua vita. Questo stavo scrivendo quando il telefono ha squillato interrompendo il flusso delle parole, dei pensieri, quando ha squillato nuovamente e in linea v'era ancora Kabul. 
Era flebile questa diversa voce, era giovane come di fanciulla. Era Aidha, la sua voce. L'ho riconosciuta al: morning Marika jan...l'ho riconosciuta dopo oltre un anno di silenzio, l'ho riconosciuta subito. Ci siamo salutate, ero felice di sentirla, le ho fatto mille domande in quella nostra lingua mista tra inglese dari e italiano, poi lei:  Ricordi, Marika jan, Jamal? Sì. certo che lo ricordo. Ci siamo sposati l'anno scorso, ma l'altro sabato sono scappata da casa. 
La storia cambia. Lei racconta io ricordo, immagino. L'altro sabato è una settimana fa. Erano stati promessi l'uno all'altra che avevano dieci anni. Ora ne hanno diciassette. Aidha parla di eroina, di violenza, di botte ricevute. Parla di un bambino perduto per le botte ricevute al quarto mese di gravidanza. Aidha parla e il cuore mi si stringe. E' orfana di guerra Aidha, di questa sporca guerra. Ora è tornata da una vecchia zia, di Jamal non sa nulla da una settimana. Ricordo Jamal, era un bambino splendido nel cuore e sul volto. 
In Afghanistan un grammo di eroina costa meno di 7 dollari, circa 5 euro. I tossicodipendenti, ad oggi, sono più di due milioni, un numero enorme dove deserto e montagne diradano gli uomini, un numero in aumento. Di questo numero un terzo sono donne e bambini. Bambini molti assuefatti già a due, tre anni per induzione, dal respiro dei genitori. Nella sola Kabul i tossicodipendenti sono oltre 70.000. L'antico palazzo di Darul Aman, vecchia sede culturale reale, ora forato in ogni dove, di notte è un girone dell'inferno dantesco, lo stesso girone che di giorno è sui prati e sotto i ponti della città, tra fango ed acque gelide in inverno putride in estate. E pensare agli antichi giardini di Kabul, alle sue antiche bellezze. ma questa è un'altra storia. E' storia di ricordo. 
Ora, la peste silenziosa, l'AIDS, s'aggira per la città in aumento anch'essa, mentre dalle raffinerie d'oppio, prima inesistenti così come sconosciuta era l'eroina, piovono sul popolo quantità di questa sostanza e, negli ultimi tempi anche di crack. L'abbiamo detto in altre pagine, ma lo ripetiamo: le raffinerie, tante, sono tutte in zone controllate da Usa e GB. E il traffico parte e si sviluppa al 99% dalle stesse zone. 
E' così che si distruggono i popoli, che si annientano le generazioni, che si frantumano interi mondi. Sono armi micidiali queste, altro che le chimiche della Siria.  Kabul s'è fatto emblema di devastazione, emblema d'un paese annientato, sgretolato non solo nelle sue mura, nelle sue millenarie bellezze naturali, artistiche, storiche, ma nell'anima, nella moralità, nella dignità. E  la droga ha gioco facile, "solleva" dalla disperazione, ottunde le coscienze, annulla il dolore, ogni dolore. Dinanzi a questa devastazione gli estremismi, se ci sono si acuiscono, se non ci sono, si formano. Da una parte e dall'altra, nella criminalità che contribuisce, alimenta, la distruzione, nel fanatismo che ad essa vuol porre fine. Dove far pendere la bilancia? I così detti taliban, non sono nulla o quasi al confronto di questa occidentale vile arma di distruzione di massa, questa strategia di morte. Come potremo sostenere la severità degli sguardi afghani, di coloro che resisteranno alla nostra criminale follia?
Marika Guerrini

scatto di Barat Alì Batoor