martedì 6 maggio 2014

Ucraina: con parole altrui


... avremmo preferito evitare l'argomento dato l'esaurirsi delle parole in merito, più nulla v'è da esprimere se non il già espresso, ma la complessità del conflitto che continua a svolgersi alle porte d'Europa, entro, impone una ripresa, non fosse altro che per quel repetita iuvant che ha affollato la nostra adolescenza intellettuale. Ripresa sì, ma con parole altrui, anche.
" Non abbiamo moscoviti, qui, ho abbastanza esperienza", siamo a Slovyansk, è Yuri a parlare, un veterano militare, era stato a Kandahar, in Afghanistan, dal 1980 per quattro anni. I combattenti filorussi si sono imposti una ferrea disciplina che include astensione assoluta dall'alcool e  meticolosa pulizia delle armi. "Se fossimo aiutati dai servizi segreti russi, avremmo armi nuove, non come queste" dice mostrando la propria datata anni '80. E' Dimitrij a parlare, un combattente. Armi datate le loro, è vero, tra cui anche fucili da caccia, vecchi Kalashnikov, qualche granata, qualche razzo anticarro portatile o piccola mitragliatrice, tutte risalenti agli anni '80 con qualcosa del '90, e, quando non datate, risultano le stesse dell'esercito ucraino e delle forze speciali del ministero dell'Interno.
I ciliegi stanno per fiorire a Slovyansk. 
Ad aiutare i combattenti è la gente comune, bambini compresi. Fanno da spola, da sentinella, da informatori. Avvertono l'avvicinarsi delle truppe governative. Quali truppe governative, in realtà Kiev non dispone quasi più di un esercito regolare, gran parte dei militari regolari si sono rifiutati, nei giorni scorsi, e si rifiutano, di usare la forza sui civili filorussi, su connazionali. Quindi Arsen Akanov, ministro dell'interno, sta rastrellando volontari che, tra l'altro, per farsi arruolare, devono firmare d' uccidere anche donne e bambini. Chi siano questi volontari, non si sa.  
E non si parla di ammissione alla Russia, ma la bandiera russa sventola accanto all'ucraina. 
E non si parla di divisione della nazione: " l'Ucraina deve rimanere una nazione", c'è chi dice e chi propone in francese: "une rive Gauche et une rive Droit ", una frontiera lungo il fiume che attraversa Kiev. 
I ciliegi stanno fiorendo a Slovyansk. 
E i combattenti hanno liberato i 12 ostaggi dell'Osce, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
E Putin incontrerà il 7 p.v. a Mosca, Didier Burkhalter, presidente di turno dell'Osce, per avviare un dialogo tra Kiev e i filorussi, un dialogo nazionale pacificatore.  
E la Merkel mentre chiede all'UE di essere unita su eventuali ulteriori sanzioni alla Russia,  supplica Putin per un secondo vertice a Ginevra visto il fallimento dello scorso 17  aprile per il venir meno di Kiev. 
E Federica Mogherini, attuale ministro Esteri italiano, non comprende quest'ultimo punto, infatti,  a Vienna, un giorno fa,  anziché rivolgersi ad Andreij Deshchytsia, capo della diplomazia di Kiev, sollecitando l'interruzione degli scontri e il rispetto degli accodi di Ginevra, si è rivolta a Sergheij Lavrov.
E due giorni fa, Sergheij Lavrov e John Kerry, sono giunti alla stessa conclusione della Merkel ed altri: coinvolgere di più l'Osce. Che poi, sulla validità delle parole con accento yanchee, sia d'uopo tener presente Giano bifronte, lo si sa.
E Sergheij Narshkin, presidente della Duma, dichiara: " E' in atto un genocidio del popolo russo ed ucraino, è tutta colpa di un piccolo gruppo di avventurieri che ha preso il potere a Kiev... lo stesso popolo ucraino gli si rivolterà contro.
E la Nato, continua ad ammassare truppe e mezzi e puntare missili in Polonia. 
E 40.000 soldati russi sono sul confine orientale.
E non dimentichiamo le linee rosse, quelle che gli Usa stabiliscono sui confini altrui, dopo di che accusano i legittimi di oltrepassarle. Dejà vu.
E non dimentichiamo il principio: il colpo di Stato.
E non dimentichiamo i personaggi che l'hanno realizzato.
E non dimentichiamo  i cosacchi, soprattutto, quelli vivi e quelli morti nel rogo di Odessa. "Noi abbiamo Dio nel nostro cuore. Loro, nella testa gli scarafaggi", è Tuffatore a parlare, si chiama o lo chiamano, chissà. I "loro" sono le milizie di quell'accozzaglia d'esercito ucraino di cui sopra, l'esercito che per l'80% regolare non è più. E' un cosacco, Tuffatore, molti suoi amici sono arsi nel rogo. Non è un caso fossero cosacchi.  
I ciliegi sono fioriti a Slovyansk... i fuochi ovunque.
Marika Guerrini

foto, www.optimagazine.com 

giovedì 24 aprile 2014

Resistenza: una pagina italiana

... pour ainsi dire...
... ci si domanda per quanto ancora si debba assistere alla kermesse della Liberazione che si svolge da circa settant'anni. Ci si domanda perché si continui ad inneggiare ad una "liberazione" malgrado ci si trovi, più che mai, al cospetto dell'erroneità dei suoi metodi. Ci si domanda perché si continui a formulare pensieri scollegati che non tengano conto di quanto, a partorire la Resistenza, sia stato lo stesso pensiero materialista fattosi nel tempo vincolante ad un ristagno della decadenza di questo popolo. Decadenza partorita da decadenza del pensiero, appunto. Ci si domanda come si possa insistere nel non utilizzo di uno sguardo storico che sia dall'alto, lontano, oggettivo, che possa, a trecento sessanta gradi, guardare alle azioni passate con distacco, anziché indugiare nell'elogio, senza reticenze, di giorni che dal settembre '43 alla primavera '45, hanno segnato non "una delle pagine più belle della storia italiana", ma una delle pagine più luttuose e fratricide della sua storia. Perché non dissociarsi da ogni questione politica, da ogni pensare ideologico e portarsi verso una libera etica storica. 
Ci si chiede infatti come si possa dichiarare ora: "non era così che s'intendeva" aggiungendo a questo l'insoddisfazione "del paese in cui viviamo".  Ci si interroga sul come si sia potuto ritenere che un coleottero potesse generare una farfalla, nel momento in cui i padri della Repubblica, questa nostra Repubblica, sono stati uomini che permisero oltraggio e strazio su quei cadaveri su cui poi premettero il grilletto.  Piazzale Loreto non andrebbe taciuto per paura d'essere tacciati di, non andrebbe taciuto e non perché possa alimentare odio o avversione, il che sarebbe capovolgere l'antico stato d'animo della Resistenza, restando nell'errore simile e contrario, ma perché ci si renda consapevoli di quanta e quale carica di odio albergasse in quegli uomini  che il popolo ha poi eletto a propria guida, per questo responsabile di se stesso e delle proprie condizioni. Non andrebbe taciuto perché sia lecito interrogarsi  circa il senso etico su cui poggiava quella resistenza, circa il suo senso democratico, il suo senso di libertà. Un pensiero basato esclusivamente sull'esperienza dei sensi, su di un agire d'istinto, asservito esclusivamente alla visione materiale del reale che, nell'esperienza del conoscere, ignora il proprio moto superiore indipendente dall'oggetto conosciuto, questo è da ricercare alla base della nostra Resistenza storica, e, la sua modalità, artefice della "conquistata" liberazione, ha generato una grave menzogna storica, provocando così una sorta di deviazione nel destino di questo popolo. Oh, sì, certo, sempre fornendo una visione eroica, perché il servaggio alla menzogna sempre dispone di codificazioni che assumono nome di Cultura, Civiltà e più di tutto Libertà, in realtà servaggio alla natura istintiva ed affettiva che fornisce all'uomo pertinenti ideologie ed una forte recitazione moralistica da cui tutto può scaturire tranne che Libertà. No, Machiavelli con la sua speculazione non ha mai soggiornato nell'Olimpo della nostra e il mezzo iniquo inficia anche il fine più giusto e la Resistenza, atto primo di un mezzo iniquo manifestatosi nel tempo, come avrebbe potuto far vibrare le corde di una reale Libertà. Non sapeva leggere la partitura, non ne aveva conoscenza.
Marika Guerrini  
foto dal web

venerdì 18 aprile 2014

Usa Europa Russia: il punto

... mentre Jay Carney, portavoce della Casa Bianca dichiara l'uso della forza non opportuna, contemporaneamente sprona Kiev a rispondere agli insorti filo-russi dell'Ucraina dell'Est,  poi, nello stesso comunicato loda l'atteggiamento "misurato" del Governo, tralasciando  le vittime procurate dall'esercito governativo tra gli ucraini filo-russi, come non fossero state. Ma non è il solo nell'ipocrisia perché la Timoshenko, che ha costruito la sua carriera sul ladrocinio ed ora è ritenuta dall'occidente la patriota pasionaria, mentre si candida alla guida del popolo, le elezioni si terranno il 25 maggio, in una conversazione, intercettata, chiama izgoi, ovvero banditi, gli 8 milioni di ucraini filo-russi di cui sopra, dicendo che vorrebbe "sterminarli con la bomba atomica". E mentre l'intero paese filo-russi e non, è tenuto nella paura dalla propaganda televisiva che bombarda la gente con false notizie di dichiarazioni di guerra da parte russa, la gente si dispera per il semplice motivo che in stragrande maggioranza si sente parte della nazione russa. Intanto il Nobel per la Pace è rientrato dal tour europeo lasciando i segni del suo abbraccio ferale. Eppure l'Europa, che potrebbe dire di se stessa: Somebody Up There Likes Me, ovvero, Lassù qualcuno mi ama, come in quel vecchio film con Paul Newman, ha ancora una possibilità, forse l'ultima, per salvarsi,la possibilità di scelta: se, malgrado la massiccia presenza Nato e tutte le fandonie sul siamo alleati, aderire all'ultima trovata obamiana della Tap, zona di "libero" scambio Trans-Atlantic, così come per il Pacifico c'è la Tpp, Trans-Pacific, e restare quindi fedele esecutrice dei piani di Washington, affondando sempre più per mai costituirsi in reale Unione, oppure scegliere di aderire liberamente alla Federazione Russa che porterebbe con sé l'intera regione euroasiatica con Caucaso ed Asia Centrale. Cosa che le si confà storicamente per via dei passati scambi di civiltà, diversamente dalla scelta altra con altro paese, con cui il legame, a parte il fascino del "sogno americano", in altro non consiste che in un passato migratorio e una storia recente caratterizzata da una guerra persa per tradimenti e menzogne. Ma questo è un doloroso capitolo irrisolto, con cui ora, da allora, Italia in testa, sta facendo i conti. Sempre più difficili, più corrotti. Sta di fatto che sarebbe una follia aderire alla Tap, un suicidio, ma forse è quel che vogliono, non solo oltre oceano, ma anche nella sua Bruxelles chiaramente venduta a lobby e multinazionali, come molti esponenti dei suoi Stati.
Ed è stata una morsa la recente presenza di Obama per l' Europa, è stato un abbraccio ferale. Le ipocrisie del portavoce della Casa Bianca e quelle della Timoshenko o di chiunque altro sia implicato in questa ulteriore faccenda di guerra camuffata, non sono nulla dinanzi a questo Nobel per la Pace interventista come fin'ora nessuno ivi compreso W Bush. Sotto la sua  amministrazione si sono centuplicate le azioni di intelligence clandestine, le azioni che portano ad attaccare subdolamente anche popolazioni dichiarate amiche, operazioni che la Cia definisce blowbacks, quelle che devastano intere regioni o  le fanno devastare, lasciando poi che i paesi implodano su loro stessi. E i casi d'implosione non mancano, dall'Iraq a tutte le "primavere arabe", alla Libia, alla diaspora del terrore in tutta la regione dopo di essa, alla destabilizzazione del Mali, l'indebolendo dell'Algeria. Implodono anche come il Sud Sudan e i suoi bambini soldato, sostenuto dagli Usa per le "special Operations", missioni-ombra. Implodono come si vuole sia per la Siria di cui si sta aspettando il dissanguamento, e ancora e ancora. Certo è che al Nobel per la Pace non si può dire di no, vedi il Venezuela con i suoi subbugli provocati, ha detto no al Tpp, il Venezuela si è rifiutato di aderire alla zona del "libero" scambio, il Venezuela vuole rinsaldare sempre più i rapporti con la Cina, vuole che il paese asiatico sia il suo primo partner commerciale, in sintesi vuole scalzare gli States ed inoltre ha buoni rapporti con Mosca per via delle armi, quindi il Nobel per la Pace, al presidente Maduro non gliela fa trovare la pace. E' tutto talmente pacchiano e puerile che ci rifiutiamo di continuare su questa linea, ci rifiutiamo perché tutto questo è un'offesa all'intelligenza umana. 
Ma prima di chiudere la pagina riportiamo degli stralci circa il vertice di ieri tenutosi a Ginevra sull'argomento. Presenti: il ministro degli Esteri russo Sergiej Lavrov, l'ucraino Andrij Deschytzia, John Kerry, il rappresentante Esteri per l'Europa Catherine Ashton, e una lunga diretta con Putin da Mosca. Per l'occasione il presidente dell'UE, José Manuel Barroso, così si è espresso: "...l'Unione Europea è d'accordo sulla proposta di avviare consultazioni con la Federazione Russa e l'Ucraina in riferimento alla sicurezza della fornitura di gas e al suo transito". E questo ci fa sperare. Così come ci fanno sperare le veritiere parole di Putin nella diretta:" Se non avessimo fatto nulla, a un certo punto la Nato si sarebbe presa l'Ucraina dicendoci: non ha niente a che fare con voi" e  poi " Spero tanto di non dover usare il diritto concessomi dal Parlamento di impiegare la forza in Ucraina e che la situazione possa risolversi con mezzi politico-diplomatici " e ancora" il nuovo governo (ucraino) sta conducendo il paese verso l'abisso". Non v'è dubbio, aggiungiamo noi, è tutto un déjà vu, peccato che, di contro, il solito Nobel, ligio al monopolio della disinformazione, come da copione, sottintendendo il "giogo" di Mosca, dalla Cbs News ha tuonato: " Ogni volta che la Russia compie questo tipo di passi pesanti per destabilizzare l'Ucraina e violare la sua sovranità, ci saranno conseguenze. Le decisioni di Putin non saranno solo negative per l'Ucraina, a lungo termine lo saranno anche per la Russia". Suonerebbero comiche le sue parole se l'argomento non fosse drammatico. Quanti sono i passi pesanti con deflagrazione di bombe che abbiamo visto e vediamo made in Usa dal 1945 a partire da Hiroshima e prima, in questa terra italiana, ad esempio. E quanti Stati Sovrani propriamente detti e non imposti fantocci, abbiamo visto, vediamo, calpestati da marce made in Usa. Quanti? Abbiamo perso il conto. 
Marika Guerrini
foto ansa.it 

venerdì 4 aprile 2014

attualità e malvagità

... è nel silenzio delle pagine che si formulano i pensieri, perché si traducano in parole,  sì che si formino attimi di consapevolezza da tradursi in coscienza. Ed è nel silenzio che lo sguardo d'insieme sugli accadimenti drammatici, quando non tragici, che continuano ad imperversare in ogni dove in questi nostri tempi, questi nostri spazi, sono andati a sintetizzarsi in una singola quanto mai complessa parola: malvagità.
Il Sapere contemporaneo è fondato su strutture mentali dominate dalla malvagità, questo il motivo per cui l'avversione, ma si potrebbe chiamare odio, pur se spesso inconsapevole, non  può essere debellato, di conseguenza i conflitti umani non possono essere superati. Il rimedio però non è nell'eliminare il Sapere, né sarebbe possibile, bensì nell'andare alla sua scaturigine, muoversi lungo un sottile cammino alla ricerca di un pensiero capace di liberarsi dall'odio di profondità, alla ricerca di un pensiero-forza che possa condurre oltre se stessi verso l'altro. Questo contempla anche fare i conti con la dialettica, perché è mediante la dialettica che l'odio organizza se stesso quale potere nel mondo, la dialettica è il suo strumento primario, dialettica-potere che attimo dopo attimo ci troviamo di fronte in varie lingue, gesti, atteggiamenti, che ci troviamo di fronte riflessa anche in noi stessi. Potere-dialettica non dissimile dal potere che organizza conferenze per la Pace, anzi, lo stesso potere. Stesso potere che, declamando valori, agisce usufruendo della loro parvenza, dei loro gusci vuoti, in realtà per avversare, attaccare quando non distruggere il Principio di verità di quegli stessi valori declamati, la loro reale sostanza. In realtà l'uomo non vuol perdere la sua "maialità", come nell'aneddoto di Indra e degli asceti vedici trasformati in maiali da un incantesimo, che, allorché il dio Indra manifesta la volontà di farli tornare uomini sì che possano avvertire l'abiezione della smarrita umanità, reagiscono per il terrore di rinunciare alla "beatitudine" della "maialità". 
E noi vediamo farsi avanti la natura anti-fraterna dell'uomo che, attraverso l'indebolimento del pensiero-forza, s'impossessa del tema della fraternità come di quello della socialità, rendendoli strumento di vanità e di orgoglio indagante fattisi azione dominata dalla natura che nell'uomo oggi, ora, è divenuta natura malvagia, natura volta ad impedire l'effettiva evoluzione dell'umanità a favore del subumano. E' questo il tema che l'umanità sta attraversando, il tema di  questi nostri tempi, questi nostri spazi. Il tema che nel silenzio si è mostrato al nostro sguardo.
Marika Guerrini   
foto dal web

venerdì 21 marzo 2014

Russia: immagine



... sarà forse per quello spirito russo amato tra le pagine di Dostoevskij da ancor prima dell'adolescenza, sarà per il melanconico candore delle pagine di Pasternak e del suo Zivago, sarà per quel "maestro e Margherita" di Mickail Bulgakov, o forse per quei cosacchi che hanno popolato le nostre fantasie di libertà, ma, oltre la coltre di nubi che offusca quest'attualità tesa sulla corda del confine europeo d'oriente, ci pare d'udire echeggiare lo spirito russo di vecchia memoria. Quello indomito, antico e futuro al contempo. Echeggiare come fosse improbabile campanello d'allarme per un'Europa pavida d'esser tale. Di divenire. E vediamo venirci incontro un sentimento patrio ormai in disuso tra noi, se non che in forma di retorica espressione, in forma vuota di senso come quella mostrataci dall'estremo occidente.
Chissà, forse, la grigia cenere del Soviet, non è riuscito a soffocare in quel popolo, ieri, spirito e sentimento, né vi sta riuscendo la quotidiana eroina "infiltrata" copiosa oggi dall'occidente. In realtà medesimo attacco solo in apparenza diverso: distruzione dell'animo per la distruzione del pensiero per la distruzione dell'uomo, per il controllo dei popoli.
Ma noi lo intravediamo quell'antico futuro spirito russo, comunque, ne intravediamo il bagliore, tenue sì, ma vivo. E questo va oltre i fatti, gli interessi, le menzogne, le verità, oltre le genti che soffrono e quelle che gioiscono, quelle che temono e quelle che sperano. Va oltre questo vis-a-vis oriente occidente. Va oltre noi stessi, la nostra volontà. Va e scorge quest'oriente oltre l'uscio di casa, sottovalutato dall'arroganza di quest'occidente d'oltreoceano. Dall'ignoranza di chi non ha avuto un Dostoevskij se non per via d'emigrazione. 
Ma l'immagine sta svanendo, noi, riprendiamo lo sguardo sul farsi di questa storia di popoli, di questa vita attuale, in fondo, sempre "oggetto della storia è la vita dei popoli e dell'umanità" per dirla con Tolstoj.
Marika Guerrini

foto dal web

domenica 9 marzo 2014

Siria: mani di bambini

... tre giorni fa, ore sette del mattino, al telefono una voce in francese chiara come fosse qui: madame Guerrinì? Sì, sono io. Bonjour madame, je suis Faraj, vous souvenez-vous de Damas? Qualche istante per realizzare, uscire dalla sorpresa, ricordare,  poi : oui, oui, Faraj, je me souviens de Damas et je me souviens de vous. E lui: Bon, Madame Guerrinì, avant qu'ils ne prennent la joie, puis le pain, puis encore la vie.   
Un nodo in gola sommato alla recente sorpresa impedisce all'emotività di placarsi, impedisce la parola mentre cerco il fiato per sussurrare: oui, Faraj, je sais...j'ai souvent pensé à vous au cours de ces mois, votre famille...oui Faraj, j'ai sais.
E Damasco alla mente s'è riaffacciata sul mio week-end dell'ottobre 2012, e il volto di Farajallah chino sul fumo del tè dai bicchieri, il volto dell'amico Faraj che s'era fatto lontano. E tornano le sue parole d'allora:"... la religione non c'entra con questa storia... la Siria ha sempre protetto le minoranze...i regimi sono tutti uguali, questo di Assad non è peggiore di altri... la gente non vuole le sue dimissioni, sa che la caduta porterebbe al potere gruppi estremisti ed oltranzisti... Bashar ha sottovalutato le rivolte dove erano presenti infiltrati, spie e mercenari che hanno armato i ribelli...". 
C'era stato un articolo al mio rientro, è segnato sulle pagine di allora, l'articolo con l'intervista a Faraj, la sua analisi, lucida, obiettiva, onnicomprensiva del dramma come della speranza. Ve n'era ancora.   
Non abbiamo capito nulla. Continuiamo a non capire non volere non potere, forse. E tornano  altre pagine, pagine con elenchi di menzogne sulla guerra "civile"siriana, pagine con elementi infiltrati della Cia, dei Servizi israeliani, di quelli turchi, dei reparti speciali Nato. Pagine che sottolineavano la debolezza dell'Europa, la sua assenza. Si ricordava il tempo della Guerra Fredda, in essa l'ipotesi ventilata da Reagan di destabilizzare paesi europei, si ricordava il 1992 e l'opposizione degli Stati Uniti a che l'Europa avesse un proprio Corpo d'Armata. La proibizione. L'obbedienza. Solo lo scorso anno, mese di gennaio 2013, ci si augurava che la Siria non divenisse una novella Libia, usando il condizionale si diceva che le sorti della Siria sono legate all'Europa, che una Libia siriana sarebbe stata una dichiarazione di guerra alla Russia che, in tal caso, l'Europa sarebbe prima o poi divenuta campo di battaglia essa stessa, in una qualche maniera. Una qualche misura. Lo si pensava, lo si diceva, lo si scriveva allora. E si sottolineava come navi da guerra russe giunte senza alcuna ufficialità, in sordina nel Mediterraneo, avessero in realtà scongiurato un attacco più dichiarato a quella terra di antica civiltà, attacco ancor più invasivo. Allora quando si credeva di poter salvare qualcosa, ancora. 
No, la Siria non è divenuta una novella Libia, no, la Siria in tre anni ha solo superato i 150mila morti, numero in difetto, la Siria ha soltanto superato i 2 milioni di profughi in fuga oltre confine, altrettanti entro i confini, profughi dalle loro case. Numeri in difetto. I siriani sono sparpagliati in ogni dove, i bambini sono la metà in queste cifre, oltre. E giocano, quelli vivi giocano tra immondizie e distruzione quando non muoiono di stenti, che sia fame freddo paura. Quando non impazziscono. No, non abbiamo capito niente. Continuiamo a non capire a non volere, del non potere, qui, tra queste righe ce ne infischiamo. Ce ne infischiamo esattamente come di questo stallo, di questa coda della Seconda Guerra Mondiale che non s'è mai spezzata, non è mai finita. Una guerra che continuiamo a perdere 365 giorni l'anno da sessantanove anni nella nostra italiana assenza di dignità di Stato che in questo caso ci accomuna tutti, tutti i così detti alleati. Alleati in cosa, verso cosa. E ancor più: perché.
La Siria è il Mediterraneo, è la nostra storia. E l'Ucraina è Europa dell'est, che sia o non sia dentro quest'etichetta, lo è per geografia. E la Crimea. E la Russia di cui, con fierezza annoveriamo nella Storia della Letteratura i padri Dostoevskij, Tolstoj accanto al francese Hugo al tedesco Goethe, e ancora e ancora. Il provocato aizzato sobillato tragico gioco siriano è gioco nostro. E si sta mostrando in casa nostra, qui, oltre l'uscio.
Faraj questo lo sa, lui che parla correttamente francese e non è un intellettuale. E Faraj ha raccontato di chi è rimasto in Siria, delle scuole chiuse, degli interi quartieri ridotti in macerie, dell'acqua potabile che spesso non esiste più, dell'assenza di energia elettrica in molte zone, delle malattie infettive che si diffondono, dell'emergenza sanitaria di una sanità distrutta in un paese in cui per tradizione l'assistenza è sovvenzionata dal Governo come in molti paesi musulmani, a differenza dagli Usa in cui, nel XXI secolo, si muore ancora per malattia se non hai abbastanza soldi per pagarti le cure. In barba ad ogni parola di civiltà. Ogni menzogna.
Faraj ha parlato dell'intero crollo economico in un paese che aveva fabbriche d'ogni tipo, aziende d'ogni tipo, in cui fioriva l'artigianato accanto al turismo culturale archeologico e non, in cui il lavoro non mancava, in cui la scuola funzionava in ogni grado dall'Infanzia all'Università. Ha raccontato degli stupri quasi sempre di gruppo, perpetrati da uomini armati che non si sa chi fossero, chi siano, violenze tenute nascoste per paura vergogna dignità. Ha raccontato dei bambini, e la sua voce gli si è incrinata: "Ce qui peut tenir sur les mains des enfants?"ha chiesto. Non ho saputo rispondere. Ha detto che, quando va bene, tra loro si manifestano comportamenti aggressivi, violenti altrimenti non mangiano non parlano non dormono spesso si lasciano morire. Faraj ha raccontato l'inimmaginabile o, peggio, quel che possiamo immaginare. Perfettamente. Che abbiamo già sentito ascoltato visto. Che abbiamo visto in Afghanistan, che pensavamo fosse le colonne d' Ercole oltre cui la fine il nulla, no, non era così. Faraj ha raccontato di più, ha raccontato oltre la catastrofe.
Faraj parlava ed io pensavo alla Giordania al Libano alla Turchia all'Iran all'Iraq e a Gaza, sì profughi siriani anche lì. Il piano è riuscito, pensavo, tanti piccioni con una fava. E pensavo al rifiuto della Svezia alla piccolezza italiana, a quanto quest'Europa sia coinvolta e non voglia esserlo. Faraj parlava ed io pensavo alla diabolica manovra  manifestatasi in quella terra all'alba del 2011 e mai ancora finita. E la vedevo riflessa qui, sull'uscio di casa, perché questo è.
Prima hanno tolto la gioia poi il pane poi la vita. Sì, Farajallah, è così che funziona, così funziona l'espandersi della civiltà di quest'occidente al tramonto: avant qu'ils ne prennent la joie, puis le pain, puis encore la vie... ce qui peut tenir sur les mains des enfants? Questo non lo so, non so a cosa s'aggrapperanno le mani dei bambini, proprio non lo so, amico Faraj.
Marika Guerrini
foto dal web

lunedì 3 marzo 2014

Ucraina: venti di guerra?


... potremmo far partire lo sguardo di ricognizione sul nuovo Great Game che si sta svolgendo nel nostro vicino oriente quasi europeo, da vari episodi e situazioni, ad esempio il colpo di Stato contro Viktor Yanukovic che nel bene o nel male era legittimo presidente per via d'elezione, o dalla Crimea con la sua maggioranza russofona che all'avanzare qualche ora fa, senza sparare un colpo, dei soldati russi, non ha opposto alcuna resistenza anzi, o potremmo partire dal fatto che, da recente indagine governativa americana (Usaid), solo il 40% degli ucraini vuole l'annessione all'Europa, o dal fatto che noi, democrazie europee, plaudiamo alla scarcerazione d'un colpevole fino a prova contraria e alla nomina a presidente ad interim della sua persona di fiducia infischiandocene del potere legislativo di un paese altro, o anche dai 40mila kilometri di gasdotti che coprono l'Ucraina e da cui incassa 3miliardi di dollari l'anno grazie alle tasse di transito Russia-Europa. Si potrebbe andare avanti e dimostrare anche per piazza Maidan, come in passato per piazza Tahrir ed altre, che i ribelli siano stati sobillati, ma siamo noi ora ad infischiarcene di tutte queste cose e cosucce venute a noia, quindi ci limitiamo ad evidenziare due o tre fatti trascurati e lo facciamo a cominciare da una carta geografica, quella del Mar Glaciale Artico. Su questa carta  focalizziamo gli attori, i rispettivi spazi, le distanze, mentre teniamo presente l'Unione Sovietica, il suo tempo, in esso l'importanza strategica, a dir poco fondamentale, dello scenario artico da cui l'ingresso all'Atlantico. 
Era sull'Artico che si attuavano in volo i corsi programmati dei bombardieri strategici, dei missili intercontinentali. Era sull'Artico la Flotta del Nord, la base dei sottomarini missilistici. E le azioni della Flotta, non di rado ritenute attacchi alla Nato durante la Guerra Fredda, erano sull'Artico. E la ventilata, più d'una volta, guerra nucleare aveva lo stesso scenario artico. Poi, riguardanti anche l'Artico, si sono avuti dei cambiamenti con il nuovo assetto internazionale: l'OSK (comandi strategici unificati), il West (distretto militare occidentale) e ovviamente la fine dell'URSS per giungere, distanti dall'Artico ma solo geograficamente, ai recenti teatri di guerra, con i motivi che sappiamo falsi, con le occasioni che sappiamo costruite, con le alleanze più o meno confessate, le simpatie più o meno dichiarate, eccetera eccetera. 
Tenendo presente tutto questo, portiamo ora lo sguardo alla Russia odierna, lì troviamo   un interessante progetto, il progetto di un nuovo USC ( Comando Strategico Unito) basato sulla Flotta del Nord: ricreare una protezione russa nell'Artico. Vale a dire ripristinare le infrastrutture militari quindi rafforzare la Marina Militare nella sua flotta e l'Aeronautica Militare, ovvero fare dell'Artico, come in passato, un efficace organo di controllo che assolva ai compiti militari di allerta, copertura, protezione di basi navali, missilistiche etc., contemporaneamente stando a difesa di eventuali attacchi terroristici contro le infrastrutture petrolifere. Sottintendendo così anche un ruolo di controllo e difesa dell'economia russa nella regione e su chi l'attraversa. Questo progetto, ora nell'intenzione in quanto privo di corpo formale ovvero non ancora fissato su di un documento ufficiale, risulta però assolutamente determinato per una sua imminente attuazione.
Poi lo sguardo viene attratto dall'India, da Nuova Delhi, sede lo scorso febbraio di Defexpo-2014, la fiera degli armamenti di Terra, armamenti Navali militari e dei Sistemi di Sicurezza bellica del territorio. Lì risultano due ambiziosi progetti russo-indiani, uno prevede la costruzione di un FGFA, un caccia della quinta generazione e l'altro la costruzione di un MTA, aereo da trasporto multiruolo. L'interessante è nell'essere i due progetti, assolutamente congiunti sia nella costruzione come nell'effettuarsi della fabbricazione che interesserebbero sia la Russia che l'India e congiunte sarebbero persino le azioni dell'azienda al 50%, con quartier generale a Nuova Delhi. La realizzazione dei progetti avanzerebbe di gran lunga l'Aeronautica Militare dell'India e alzerebbe di gran lunga il livello tecnologico della Russia nonché la competenza dei suoi progettisti. Questo preoccupa chi, nel nostro emisfero,  è malato di espansionismo, per di più ipocrita, infatti non sono tanto i progetti in sé  a preoccupare, quanto lo stretto accordo, quindi rapporto, quindi possibile futura alleanza, che da tempo sta silenziosamente conformandosi, tra due potenze che singolarmente sono militarmente gestibili e unite non lo sarebbero. Chi segue le nostre pagine sa che più d'una volta abbiamo accennato, conoscendo quei popoli, ad un probabile possibile non lontano asse orientale.
Tra l'altro, Vladimir Putin, poco tempo fa ha annunciato la formazione di un'unione doganale con Kazakistan e Bielorussia, due repubbliche ex Unione Sovietica. Questo da attuarsi entro il 2015. A questo va aggiunto che lo scorso novembre, al vertice di Vilnius, l'Ucraina come l'Armenia, aveva deciso di non entrare nell'orbita europea bensì aderire anch'essa all'unione doganale russa, del resto la fornitura di gas russo a prezzi scontati del 30% era già in atto da tempo e lo scorso dicembre, Putin, oltre allo sconto sul gas, aveva sostenuto l'economia ucraina con 15miliardi di dollari in aiuti finanziari. E non dimentichiamo che la Nato ha fatto sua forza di accerchiamento, ché questo è, proprio le ex repubbliche sovietiche indebolite dal passato regime, per questo ancor più sensibili al vecchio bluff del "sogno americano" che hanno così permesso d'essere infestate da basi militari Usa. Non ne siamo forse stracolmi anche noi non ex sovietici? 
E' ben strano che in un mondo fatto di economia, in un paese quale l'Ucraina, non certo incorrotto, vedi la Tymoshenko, il popolo abbia rinunciato spontaneamente a tutto questo per un'illusoria "libertà" europea segnata da un'economia in miseria con un mercato in cui l'agricoltura e l'industria ucraine sarebbero non competitive. Ma ora ci fermiamo qui, attendiamo come tutti lo svolgersi delle azioni, vedremo se si tratterà di venti di guerra. Solo, per non dimenticare, c'è chi invade, occupa distrugge rade al suolo sottoscrive migliaia e migliaia di morti innocenti in nome della "giustizia" della "libertà" del "rispetto dei diritti umani" per non parlare poi della "democrazia" e chi occupa dichiarando "lo faccio per difendere i miei interessi nazionali". E con una chiusa di cui ringraziamo Franco Battiato, mentre ricomponiamo nella mente la melodia, fermiamo le parole:  
"...e il maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire...".
Marika Guerrini