martedì 9 settembre 2014

Afghanistan 1996-2014 la storia in una lettera

  ... riportiamo  qui la lettera integrale di Ahmad Shah Massoud agli Stati Uniti d'America perché la riteniamo ancora emblematica dell'attuale situazione internazionale.

"8 ottobre 1998- da Ahmad Shah Massoud Ministro della difesa stato Islamico dell'Afghanistan
per mezzo del
Comitato del senato degli Stati Uniti sugli Affari esteri
A riguardo degli eventi in Afghanistan
Nel nome di dio
Signor Presidente, onorati rappresentanti del popolo degli Stati Uniti d'America. vi mando oggi questo messaggio in nome della libertà e del pacifico popolo dell'Afghanistan, dei Mujaheddin che lottano per la libertà e che hanno combattuto e vinto il comunismo sovietico, degli uomini e delle donne che stanno ancora resistento all'oppressione e all'egemonia straniera e nel nome di più di un milione e mezzo di martiri afghani che hanno sacrificato le loro vite per aver sostenuto alcuni degli stessi valori e ideali ugualmente condivisi dagli Americani e dagli Afghani. Questo è un momento unico e cruciale nella storia dell'Afghanistan e in quella del mondo, un tempo in cui l'Afghanistan ha oltrepassato ancora un altro limite e sta entrando in un nuovo periodo di lotta e di resistenza per la propria sopravvivenza come nazione libera e stato indipendente.   
Ho trascorso gli ultimi venti anni, la maggior parte della mia giovinezza e maturità, insieme ai miei compatrioti, al servizio della nazione afghana, combattendo un'ardua battaglia per conservare la nostra libertà, l'indipendenza, il diritto all'autodeterminazione e la dignità. Gli Afghani hanno combattuto per dio e per la patria, a volte da soli, altre volte con il supporto della comunità internazionale. Contro tutte le aspettative noi, ossia i popoli liberi e gli Afghani, abbiamo arrestato e dato scacco matto all'espansionismo sovietico dieci anni fa. Ma il vigoroso popolo del mio paese non ha saputo conservare i frutti della vittoria. al contrario è stato spinto in un vortice di intrighi internazionali, inganni, strapotere dei grandi e lotte intestine. Il nostro paese e il nostro nobile popolo è stato brutalizzato, vittima di avidità mal riposta, disegni di egemonia e ignoranza. anche noi afghani abbiamo sbagliato. La nostra povertà è il risultato di innocenza politica, inesperienza, vulnerabilità, vittimismo, liti e personalità boriose. Ma in nessun caso questo giustifica ciò che alcuni dei nostri, così detti alleati nella Guerra Fredda, hanno fatto per minare proprio questa vittoria e scatenare i loro diabolici piani per distruggere e soggiogare l'Afghanistan. Oggi il mondo vede chiaramente i risultati di azioni così scellerate e malvagie. Il centro-sud dell'Asia è in tumulto. Alcuni paesi sono sull'orlo della guerra. Produzione illegale di droga, attività e piani terroristici stanno nascendo. Stanno avvenendo omicidi di massa etnici motivati religiosamente, migrazioni forzate e i basilari diritti degli uomini e delle donne, vengono impunemente violati.
Il paese è stato gradatamente occupato da fanatici, estremisti, terroristi, mercenari, trafficanti di droga e assassini professionisti. Una fazione, i Taliban (che non rappresentano in alcun modo l'Islam, né l'Afghanistan, né il nostro patrimonio culturale antico di secoli), ha inasprito questa situazione esplosiva, con la diretta assistenza straniera. Non cercano né desiderano discutere né vogliono raggiungere un accordo con nessuna delle altre fazioni afghane. Sfortunatamente questi oscuri avvenimenti non si sarebbero potuti verificare senza il diretto supporto di circoli governativi e non governativi del Pakistan. i nostri servizi segreti ci indicano che, oltre a ricevere appoggio e logistica militare, carburante e armi, incluso personale paramilitare e consiglieri militari, 28mila pakistani fanno parte delle forze di occupazione in varie parti dell'Afghanistan, al momento deteniamo più di 500 pakistani, che fanno parte del personale militare, nei nostri campi POW.
Tre grandi preoccupazioni: terrorismo, droga e diritti umani, nascono dalle aree conquistate dai taliban, ma sono istigate dal Pakistan, andando così a formare gli angoli interconnessi di un triangolo di crudeltà. Per molti Afghani, senza distinzione di etnia o religione, l'Afghanistan è un paese di nuovo occupato. Permettetemi di correggere alcune notizie fallaci che vengono diffuse dai seguaci dei Taliban e dai loro sostenitori in tutto il mondo. Anche nel caso di controllo dei Taliban nel breve e nel lungo termine, questa situazione non sarà favorevole a nessuno. Non porterà stabilità né pace né propsperità nella regione. Il popolo dell'Afghanistan non accetterà un regime così repressivo. Le varie regioni non si sentiranno più sicure, né al riparo. La resistenza non si fermerà in Afghanistan, prenderà dimensione internazionale passando per tutte le etnie afghane e per tutti gli stati sociali. L'obiettivo è chiaro. Gli Afghani vogliono riguadagnare il loro diritto all'autodeterminazione, attraverso un meccanismo democratico o tradizionale accettato dal nostro popolo. Nessun gruppo, fazione o individuo ha il diritto di dettare o imporre il proprio volere con la forza o procurare che siano altri a farlo. Ma innanzi tutto devono essere superati gli ostacoli, la guerra deve finire, solo dopo aver stabilizzata la pace e creato un governo di transizione ci potremo muovere verso un governo rappresentativo.
Vogliamo puntare a questo nobile obiettivo. Lo consideriamo come parte del nostro dovere, dovere di difendere l'umanità dal flagello dell'intolleranza, dal fanatismo e dalla violenza. Ma la comunità internazionale e le democrazie del mondo non dovrebbero perdere tempo, dovrebbero invece cercare, grazie al loro ruolo critico, di aiutare in ogni modo il valoroso popolo dell'Afghanistan a superare le difficoltà che vi sono verso la libertà, la pace, la stabilità e la prosperità. Dovrebbe essere esercitata grande pressione su quei paesi che si oppongono alle aspirazioni del popolo afghano. Vi esorto ad intraprendere discussioni costruttive e sostanziali con i vostri rappresentanti e con tutti gli Afghani che possono e vogliono far parte di un ampio consenso per la pace e la libertà dell'Afghanistan.
Con tutto il dovuto rispetto e i miei più sentiti auguri per il governo e il popolo degli Stati Uniti. 
Ahmad Shah Massoud"

Massoud attese invano una risposta che non giunse. Tutto gli risultò sempre più chiaro. Gli Usa continuarono a rifornire di armi non solo i mujaheddin ma molto più il Pakistan, a favorire qui i gruppi fondamentalisti, molti stranieri, attraverso i servizi segreti americani e pakistani. I Taliban, quello stesso anno, presero il controllo di Kabul.  La storia andò come andò. Massoud  a Strasburgo nel 2000: " Come potete non capire che se io lotto per fermare l'integralismo talebano lotto anche per voi e per l'avvenire di tutti". Molti lo derisero. Ma tutto questo l'abbiamo già detto in altre pagine. Ora lo ricordiamo.
Fu assassinato in un attentato compiuto da falsi giornalisti  macrebini suicidi due giorni prima delle Twin Towers. 
Era il 9 di settembre del 2001, a Khavajeh Baha od Din, nord dell'Afghanistan. Gli elicotteri non potevano decollare. C'era tanta polvere quel giorno. Ma anche questo è ricordo.
Marika Guerrini  
foto di copertina,  M. Guerrini "Massoud l'afghano il tulipano dell'Hindukush" Roma 2005



sabato 6 settembre 2014

promemoria d'una guerra di menzogna e malìa

... è qualcosa di più che il sonno delle coscienze, è una sorta di malìa che perfetta si sposa a quest'estate non estate trascorsa nel desiderio d'un tepore arso, senz'acqua, sì da poter liberare i pensieri, lasciarli andare per vie diverse che non siano quelle tracciate dalla storia di questi nostri giorni. Una sorta di malìa che fluttua nell'aria a spegnere le menti, far percorrere immagini obbligate, ripetere parole consumate. Le stesse, sempre le stesse, tutto sempre lo stesso. In verità non c'è nulla che ci interessi, non più, non a questo punto, di tutto quel che accade in relazione alla guerra frammentata che stiamo attraversando, nulla che ci interessi di questa guerra mai dichiarata nel suo insieme né nei frammenti, ideata da tempo, esplosa lontano, apparentemente lontano. E da tempo noi la seguiamo, da che, insospettata e insospettabile, invisibile, procurò la fine della potenza allora emergente nel cuore dell'Asia, la fine della sua espansione, la fine dell'Impero di Reza Pahlavi, lo Shah. Così da non incontrare ostacoli sulla via della futura regionale conquista. E da allora abbiamo visto serpeggiare ciò che al tempo era futuro, tracciato su volantini che passavano di mano in mano  nei corridoi e negli spazi esterni alle sedi universitarie, ora era Teheràn ora Mashàd. E l'abbiamo vista entrare ad Héràt e a Kabul l'abbiamo vista. E ancor più sfacciata l'abbiamo vista nella fine di quella sua sorella detta "fredda", molto molto di più l'abbiamo vista proprio lì dove s'era fatto credere che le tensioni fossero finite, crollate con il muro, a Berlino. No, serpeggiava in altra forma, libera ormai d'ampliare i suoi confini. E s'è affacciata nel Golfo, nelle armi procurate a Saddam Hussayn, in tutte quelle procurate a tutti i capi di Stato che sarebbero stati accusati, poi, dall'Asia all'Africa. Finché il volto non s'è mostrato dietro la maschera delle Twin Towers. E il bubbone di questa guerra bugiarda ha preso a frammentarsi e il nostro Afghanistan ha subìto tutte le sue menzogne, le sue torture, le sue atrocità, le sue malattie, la sua povertà, la sua distruzione fisica e morale, il proliferare di tutte quelle cellule del "terrore" che si sarebbero dovute spegnere, ma la cui proliferazione serviva e avrebbe servito questa guerra, sì che lo schiavo il suo padrone. E lo schiavo va alimentato perché possa servire il padrone, va addestrato, ammaestrato, armato perché possa attaccare sì che possa essere attaccato, distruggere sì che possa essere distrutto, accusare sì che possa essere accusato e più sono atroci le sue atrocità più il terrore ha motivo d'essere, più dilaga la paura. E più dilaga la paura più l'uomo si indebolisce, e la malìa dilaga con la paura che prende corpo sempre più, offende sempre più, lo sguardo, il cuore, l'animo, e l'uomo s'indebolisce sempre più e s'addormenta sempre più e si corrompe sempre più ed è manovrabile sempre più. E' questo il potere della malìa che avvolge questa guerra in quest'estate senza estate. 
Dalle pendici delle vette più alte del mondo, lì dove la terra scompare per unirsi al cielo, nel fragore delle vili armi velenose il bubbone s'è frammentato verso l'Iraq, verso il nord Africa con le false Primavere, verso la Siria, a sgretolare l'antica storia, quella delle origini, al suo passaggio, la Siria che si è vista rifiutare la collaborazione per liberare la propria terra dopo che chi ora la bombarda per "liberarla" dal terrore, ha armato, arma e controlla il terrore. Non v'è stata sovranità di alcuno Stato che abbia potuto fermare questa guerra, nulla, questa guerra  ha bisogno di Stati vassalli e di schiavi per essere ed agire. Ogni qualvolta qualcuno abbia provato a farlo è stato smentito, a torto o a procurata ragione, addizionata, moltiplicata, demonizzata. Oppure ha visto annientare il proprio popolo con l'uso di infiltrati, mercenari, assassini, o, accusato, è stato assassinato o fatto assassinare da schiavi. La guerra della liberazione, la chiamano, della protezione dai tiranni, la guerra della democrazia. Così la chiamano. Noi, come Platone, abbiamo un'altra idea di democrazia, e sappiamo di ripeterci. Ora, come volevasi dimostrare, questa guerra è qui ad abbracciare con la sua "sicurezza" l'Europa. Un'Europa, quella in qualche modo con un qualche valore, un'Europa che non vorrebbe essere abbracciata, ma non ha coraggio e lascia che l'abbraccio l'avvinghi, s'espanda con la sua morsa. Sempre più. Lascia che si attenti, circondandolo, ad un altro Stato sovrano, la Russia, accusato della stessa accusa nei confronti dell'Ucraina, lascia che in merito si diffondano un cumulo di menzogne smentite persino da agenti del Veteran Intelligence Professional for Sanity, in una lettera aperta alla Merkel, un'Europa che lascia sia la sovranità di questa guerra a regnare sulla sua "libertà". Eppure nulla ci dovrebbe interessare di questa guerra che siano accordi, disaccordi, vertici d'ogni tipo, non cambiando la matrice, come in un'equazione matematica, il risultato non può cambiare. Gli accordi di oggi saranno fatti tradire domani, i plausi di oggi saranno fatti zittire domani, qualunque sia il volere dei diretti interessati, qualcosa sarà provocato perché si spezzino o volgano comunque a favore degli interessi di questa guerra.
Da nulla dovremmo farci sfiorare, non più, non ci dovrebbe interessare neppure il parere della gente sulle nostre parole, i nostri intenti, il parere della gente dormiente,  ammaliata, sognante, incosciente, che sia per incapacità, assenza di obiettività o scelta d'inconsapevolezza per non vivere un incubo. 
Ma ora ci fermiamo qui. Era solo un promemoria che volevamo tracciare, un promemoria di superficie, mantenendo ben salda l'unica cosa che ci interessa di questa guerra intrisa, traboccante di menzogna persino nelle immagini dei più crudi orrori, l'unica cosa che vogliamo ci tocchi: il sacrificio di migliaia e migliaia di vittime innocenti e i bambini quelli morti e quelli vivi e il dolore di questo. Questo immenso dolore. E' l'unica cosa che vogliamo ci tocchi. Che vogliamo ci interessi. Che vogliamo custodire.
Marika Guerrini

lunedì 18 agosto 2014

verità in Parlamento e analisi storica

Bruegel, Torre di Babele
... da quel mefistofelico 11 di settembre del 2001, le nostre pagine altro non hanno fatto che dichiarare, ricordare, sottolineare, evidenziare in incontri verbali e scritti quel che oggi, il deputato Di Battista, componente alla commissione Esteri della Camera, ha espresso, e non è la prima volta, a proposito della contingenza bellica. Qui non si tratta di 5 stelle, di partiti, di movimenti, di prese di posizione eccetera, qui si tratta di verità o menzogna. Sempre la stessa verità, sempre la stessa menzogna. 
Quando il deputato si esprime dicendo: " Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato io ho una sola strada per difendermi... caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana", afferma un'umana verità, verità che non appoggia né sottoscrive l'azione in sé, ma ne constata la realtà, la procurata ineluttabilità, negare questa verità è ipocrisia. Quando tocca, e notiamo la delicatezza, la questione dei confini "imposti" dall'Occidente sia in Medio Oriente che in Europa, per cui, per quell'imposizione, si rende necessario e inarrestabile un assetto su basi etniche, afferma un'assoluta verità, negarla è ignoranza. Quando si appella ad una presa di posizione dell'Unione Europea che sia scissa dal mortale gioco espansionistico statunitense, per di più in totale fallimento, Di Battista esprime un desiderio di verità consapevole di una irrealtà che auspica divenga realtà. Quando accenna all'Eni e alla responsabilità italiana della "corruzione" in ogni dove si muova, dall'Africa al Medio Oriente, ed oltre aggiungiamo noi, corruzione che provoca, alimenta, accompagna la povertà dei paesi che dice di aiutare e invece sfrutta,  provocando così estremismi, ancora evidenzia un'assoluta verità. Ed ancora verità esprime quando parla di "follia" di "armare i curdi per fermare la guerra", alla parola follia addizioniamo ancora una volta la parola ignoranza, culturale, etnica, storica, da parte d'Occidente, ministro degli Esteri Mogherini compresa, follia anche nel proseguire il nostro servilismo allo zio Sam ivi compresa la furbizia britannica a cui zio Sam si abbevera. Ed anche quando suggerisce la similitudine tra un attivista dell'Isis e Colin Powell e definisce "panacea" per "il grande capitale nordamericano" la tragedia delle Twin Towers, uno dei motivi per cui chi scrive ha sempre affermato il made in Usa dell'evento, dice una verità. Quando con parole chiare afferma: "l'avanzata dell'Isis è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti..." eccetera eccetera, anche in questo caso dice il vero. E così fa nella consapevolezza dell'importanza del ruolo della Russia per l'Europa, non a caso, vedi crisi bellica ucraina, si sta facendo l'impossibile per affondare la potenza orientale europea, attaccarla, metterla in cattiva luce, accusarla e via dicendo. Qui non si tratta di parteggiare, si tratta di vagliare argomenti storici, si tratta di obiettivare, e noi che da tempo trattiamo questi argomenti, quel che abbiamo notato, che ci ha spinti ad accompagnare le parole del giovane deputato con questa pagina, è stato oltre alle verità proprio il senso storico, il garbo e l'equanimità della sua trattazione. Sì, perché tutto si può dire, ma il modo è di grande importanza, è il modo a cambiare la sostanza delle parole, spesso, molto spesso, è il modo a lasciar trasparire la presenza o l'assenza di avversione, di faziosità e, nel caso di assenza, a rendere la cosa pulita, lasciando libero il lettore, l'uditore o chicchessia. Questo fa la differenza. Una grande differenza che rivela le intenzioni di chi parla o scrive, rivela se sono dirette ad un senso di reale verità, di opportunismo politico o altro. In Di Battista il senso di verità è presente, questo ci è piaciuto, anche se, tornando alle parole del deputato, e precisamente al desiderio-proposta di incontro con i così detti terroristi, cosa che appoggiamo senza esitazione né remora, è evento che, purtroppo, sappiamo non realizzabile, almeno per ora, dato che il 90% del "terrorismo" è stato costruito dall'occidente a tavolino. Afghanistan insegna, Iraq insegna, Siria insegna, Primavera Araba insegna, e via dicendo. Ma questo Di Battista lo sa, sa di certo che la grande antica tattica del divide et impera, ora in attuazione a 360°, tra l'altro con uomini ben diversi dagli antichi cittadini di Roma, il che peggiora, non esclude mezzi tanto meno strumenti.  
A questo punto, per una sintesi storica possiamo dire che ad oggi, nell'attuale mondo civile, dall'inizio del XX secolo, con basi precedenti, ci si è mossi e ci si sta muovendo in base a tre esigenze, tre correnti, la prima  si mostra in una conquista della supremazia mondiale da parte delle potenze anglo-americane, cosa che ci dovrebbe far volgere indietro lo sguardo ai Nativi Americani e alla loro distruzione, vale a dire alla modalità tutta britannica, poi americana, circa la disintegrazione di quei popoli. 
La seconda è nell'aspirazione ad una Società delle Nazioni di vecchio sapore (1919-1945), in realtà mai realmente attuata, una unione tra i popoli, che, si può dire, suggerisca agli idealisti, pochi superstiti, un umanesimo goethiano mentre in realtà, si scontra con un esasperato egoismo di popolo per cui ci si trova, esattamente come nella Bibbia, a costruire una torre di Babele in cui si vogliono unire i popoli in realtà separandoli. Basti guardare, con occhio storico, la falsità della politica di Woodrow Wilson (1856-1924) che volle la Società, e, con lo stesso sguardo  guardare al ruolo dell'Onu (1945) erede della Società, strutturato allo stesso modo della Società e, come la Società, nato all'interno di accordi di pace in un conflitto mondiale, ma entrambi poco più che parvenza, allora ed ora. A volte neppure, vedi  Onu in Afghanistan, Iraq, Siria, nei recenti eventi su Gaza, eccetera. 
La terza è l'anelito ad una struttura sociale dei problemi mondiali, ovvero le  aspirazioni che denominiamo sociali, per attuare le quali però, si tiene conto solo dell'economia, vedi globalizzazione, massimo simbolo della materia, che sì, avrebbe la sua importanza se non fosse ritenuta fulcro, partenza e arrivo per un benessere sociale che, con queste premesse non potrà mai realizzarsi, privo, come si vuole sia, di una serie di valori, princìpi eccetera eccetera, che riguardano l'umanità, la sua evoluzione. E' come dire: formiamo un paradiso in terra escludendo tutto quanto possa fare ordine in paradiso, ovvero escludendo il paradiso.
Ed è nella consapevolezza  di queste tre correnti in sé contraddittorie che si fa sempre più necessario chiamare la menzogna menzogna, anche quando e se appaia in un luogo in cui si dice vi si cerchi o si porti la verità, e si fa sempre più necessario coltivare nel modo più rigido, sì, più rigido, il senso della verità e dichiararla. Altresì dovrebbe essere naturale, come accennato, considerare tutti i fatti di cui sopra e loro simili, quali fenomeni storici il che  solleciterebbe un'effettiva libertà di pensiero. Si eviterebbero così commenti sui fatti reali, commenti, come sempre accade, di chi si barcamena tra ignoranza, ipocrisia, arrivismo, partitismo, campanilismo, falso nazionalismo, in sintesi gente che vuole vivere nella menzogna, non vuole si smascheri, o gente troppo stupida per comprendere le verità o riuscire a scorgerle lì dove sono. E' una tipologia umana questa, una folta troppo folta tipologia umana che vive di questo genere di ismi e il più delle volte occupa posti decisionali e di comando. Ecco perché notiamo ed apprezziamo le eccezioni quando da esse traspare non arida polemica o partitismo ma un reale senso di verità per la verità. 
Marika Guerrini
p.s.  
si consiglia su Woodrow Wilson "Europa-Usa" del 25 ottobre 2013 








mercoledì 13 agosto 2014

il deserto di Kabir

... mentre venti di guerra nuovamente e ancora ci giungono al di là dal mare e sul deserto s'espandono in scure nubi ed echi, da quest'angolo appartato dei Campi Flegrei, all'ombra delle colonne di Apollo che dal tempio s'allungano al calare del sole dietro la collina, azzittiamo questo perenne rombo di guerra nel racconto della fiaba di Kabir. Del suo deserto. Lo stesso che sarebbe ora se un tempo vicino non si fosse fatto incredibilmente lontano.
"... ai confini del mondo conosciuto, dove solo giunge chi cerca, luminoso scialle, stelle ammantavano l'oasi in cui viveva Kabir. Cammelliere dal colorito ambrato e grandi occhi scuri. Quella notte, nella sua casa di fango e paglia, Kabir se ne stava accovacciato accanto al fuoco, avvolto in una coperta blu come il cielo che guardava il deserto. Cullato dal fruscio del vento sulle dune, altro non faceva che pensare alla vita, a cosa volesse farne della propria.
Molto tempo era passato, forse troppo, da che il deserto con i suoi infiniti spazi sembrava essersi ristretto, limitargli la libertà. Perenne desiderio di andare. La mente di Kabir vagava alla ricerca di una risposta, la solitudine prendeva spazio in lui. Ne occupò così tanto, da allontanare ogni desiderio, ogni speranza. 
Kabir, cosa mai accadutagli, la vide, proprio dinanzi a sé. La vide starsene immobile a guardarlo, indifferente, fredda, buia, come un masso di roccia nella notte. Nel vederla così presente, così vicina, si scoprì ad immaginare che fosse qualcuno, chiunque, qualcuno a cui poter confidare dubbi, incertezze, i più segreti pensieri, quelli mai confidati, quelli che raramente confidava persino a sé stesso. Desiderava chi potesse scaldargli il cuore come il tepore della coperta, del fuoco, stavano scaldando il suoi corpo.
Ma questo non lo sapeva.
Mentre la mente vagava alla ricerca d'un possibile amico, di tanto in tanto lo sguardo andava alla parete, oltre l'apertura che in essa, senza vetri e senza imposte, gli permetteva di guardare le stelle.
Fu lì, in uno di quegli sguardi, che s'accorse del repentino nascondersi di esse. Strane nubi s'erano poste tra cielo e terra, nubi che memoria d'uomo non ricordava in quel luogo, da mai. Nubi gonfie sì da sfiorare il suolo, dense, bianche.
Kabir, a cui non mancava coraggio, quasi si spaventò, alla vista di quel cielo che pesava sul deserto come per uno strano presagio. Quasi si spaventò dell'improvviso annullarsi dei suoni.
Distolto dai pensieri stava cercando di capire quando un leggero colpo alla porta interruppe quello strano silenzio che pareva avesse immobilizzato ogni cosa, ogni essere vivente. Sobbalzò. Ma l'indietreggiare non gli apparteneva. Si alzò, socchiuse la porta, si sporse all'esterno.
Allo strano chiarore di quel bianco cielo, sull'uscio, rannicchiata al suolo, una giovane donna giaceva tremante.
L'abito dello stesso celeste candore, lembo di nube posato sul suo corpo. Kabir non notò questo particolare, senza perder tempo né proferir parola alzò la fanciulla, l'accompagnò in casa, si tolse la coperta di dosso, gliela porse.
La fanciulla sorrise al suo gesto, prese la coperta, vi si avvolse, poi si accovacciò accanto al fuoco. Passarono pochi momenti ma bastarono perché lei si riprendesse, il tremore sparisse, benché il colorito restasse immutato, pallido come le nubi. Spinto dalla curiosità le chiese da dove venisse, dove stesse andando. La fanciulla disse che veniva da molto lontano aveva camminato giorni senza mai fermarsi. Tacque sulla futura meta. Chinò il capo in un sorriso. Kabir non chiese altro. In fondo cosa importava, bastava che fosse lì.
Quella notte Kabir raccontò alla fanciulla sconosciuta tutti i suoi pensieri, i desideri, le speranze, tornati all'improvviso come se non avessero mai smesso di vivere in lui.
Kabir raccontava.
Man mano che raccontava lo sguardo di lei s'illuminava di mille soli. Soli luce che scaldarono il cuore di Kabir ed egli non seppe più perché, per così lungo tempo, non avesse avuto speranze né desideri. Si vergognò di quella solitudine che tante volte gli aveva stretto il cuore. Disperdendoli. Quella notte Kabir s'innamorò.
Si addormentarono l'uno accanto all'altra, accovacciati all'estremo espandersi del fuoco. Lui non s'accorse che larghe falde di candida silenziosa neve avevano ammantato ogni cosa, lasciando scoperta solo la piccola oasi verde e rigogliosa con i suoi alberi di champak.
La notte si consumò in attesa dell'alba.
Quando essa giunse, quando il primo raggio di sole sfiorò il volto di Kabir, lui si svegliò. 
Ancor prima di schiudere gli occhi cercò con la mano la fanciulla accanto a sé, ma non la trovò. Non c'era. Ritrasse la mano, sollevò le palpebre, lentamente. Lentamente guardò. Nessuno. Il fuoco era diventato cenere. In un angolo la coperta blu come il cielo notturno non avvolgeva nessuno. Non v'era nessuno.
La  piccola casa di fango e paglia era deserta. Come una ninfea sull'acqua d'uno stagno, leggera, immateriale, posava la veste bianca della fanciulla... in una piccola pozza d'acqua.
Kabir non fece nulla, avvertì solo un tenue calore nascergli dentro. Riscaldarlo. 
Dorato il deserto scompose le dune in giochi di luci, in colori. Immenso lo vide Kabir. Piccoli uccelli salutavano il giorno volando tra i verdi rami dei champak".
Marika Guerrini

tratto da "Massoud l'afghano il tulipano dell'Hindu Kush" dello stesso autore, Venexia 2004

sabato 2 agosto 2014

Gaza: trasmutazione in odio fuso

.... può accadere ad alcuni metalli che un processo alchemico tramuti la loro forma, la sostanza. E antiche mitologie e filosofie e leggende danno racconto del loro subire trasformazione, ancor più quando la sostanza materiale sia duttile, malleabile. E raccontano del fisico e del metafisico, di luoghi non luoghi, di laboratori tra alambicchi e ampolle e criptici testi in cui formule altrettanto segrete attendevano la comprensione, l'attuazione. Ed era allora che il vile metallo si trasformava in oro e il cinabro assurgeva a pozione di lunga vita e la pietra filosofale e... "Arte profonda" veniva anche chiamata un tempo e tuttora l'alchimia. E giungeva dall'oriente che fosse  arabo, fenicio, indiano, greco, egizio, e ancora fino a qui, al nostro medioevale occidente e ancora, da allora, nel tempo. Ma da ovunque fosse il suo giungere, ovunque fosse il suo tempo, il suo senso era un omnia ab uno et in unum omnia, e in questo tutto, in quest'uno il senso della trasmutazione dal vile al prezioso. E' quel che è accaduto al piombo israeliano del 2008, forse, così tanto fuso da perdere, nel tempo, la propria materialità ed assumere l'immateriale aspetto di un sentimento, in questo caso l'odio. Dunque, quel che accade in questi giorni e continuerà ad accadere a Gaza da parte di Israele, che continuerà ovunque in quella zona, altro non è che azione di una materia fattasi immateriale  per via di metamorfosi, motivo per cui, nel momento in cui l'immateriale sentimento tocca la materia, una qualsiasi materia che sia uomo o cosa, torna all'origine della propria sostanza e, essendo stato piombo, uccide. Tutto qui. In realtà Israele non sta colpendo i palestinesi e tutta la loro vita con delle armi, bensì con un sentimento che toccando la materia torna all'origine di sé, alla propria sostanza, questo prescinde dalla volontà di Israele, è solo questione alchemica di un metallo, che manifesta la propria natura, nel caso, plumbea, con essa agisce per contatto, per contatto si manifesta. E' così che Israele ha superato qualsivoglia Trimegisto, così, ha  superato qualsivoglia materia persino quella aurea, così ha tramutato il piombo in elemento che va anche oltre il volatile, elemento assolutamente immateriale, sentimento, a cui va dato nome: odio. Nulla meno nulla più.

Follia, la nostra? Peut être, direbbero i francesi.
Marika Guerrini  

sabato 26 luglio 2014

Afghanistan una guerra d'abitudine

...il 20 Cha' bân, per noi 19 giugno, è iniziato il mese di Ramadan, mese di digiuno, d'autodisciplina, di sacrificio, e lunedì 30 Ramadan, per noi lunedì 28 luglio, sarà lo Shawwal, festa di Eid al Fitr, a concludere il Ramadan. E sarà anche in  Afghanistan, paese  un tempo di luce che ora si spegne ogni giorno, da anni, tanti, troppi. Non è sorta alba né s'è spento tramonto nel Ramadan di quest'anno 1435 Hegiri, la cui progressione di numeri suscita in noi rinascimentali ricordi, senza che lunghe scie di dolore abbiano macchiato le vie di questa terra, scie di dolore in ogni dove di questa guerra dimenticata come  fosse abitudine, oramai.

Giorno 2 del mese, Kabul, 7 del mattino ora locale, un quartiere nella zona occidentale della città, un autobus dell'aviazione militare afghana: 8 ufficiali militari morti e 13 feriti " A seguito di un attentato suicida di un uomo in motocicletta che si è lanciato contro l'autobus dell'esercito".
Giorno 7 del mese, si capovolge la situazione elettorale, il vincitore del primo turno, Abdullah Abdullah, ai risultati del ballottaggio perde in favore di Ashraf Ghani, ma ci sarà il riconteggio. Pericolo di nuovi attentati come nel precedente momento elettorale.
Giorno 8 del mese, Abdullah Abdullah non riconosce il risultato elettorale, lo ritiene fraudolento. Si dichiara vincitore: " Non vogliamo una divisione dell'Afghanistan, né una guerra civile, vogliamo preservare la sua unità nazionale, la sua dignità...". Ma questo potrebbe essere appiglio per fomentare una guerra civile.
Giorno 8 del mese, Parwan, città ad oriente: "Questa mattina un combattente per la libertà, ha colpito un gruppo di soldati stranieri, sono morti 4 soldati della Nato, 2 poliziotti afghani, 10 civili", a comunicarlo Waheed Sediqqi, portavoce del governatore. Azione rivendicata dai Taliban.
Giorno 8 del mese, Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, dopo aver dichiarato che i sospetti brogli elettorali provocano inquietudine, ammonisce il paese sottolineando che il futuro presidente "dovrà" firmare, entro l'inizio di settembre p.v. e prima del vertice Nato nel Galles, l'intesa di sicurezza che autorizza gli Usa alla presenza in terra afghana oltre questo 2014.
Giorno 11 del mese, John Kerry a Kabul incontra entrambi i candidati presidenziali, dichiara d'essere favorevole alla revisione dei voti elettorali proposta dall'Onu, e d'essere preoccupato per la probabilità d'una guerra civile nel paese: "Sono qui perché il presidente Obama e gli Stati Uniti vogliono un Afghanistan unito, democratico e stabile".
Giorno 15 del mese, Paktika, zona orientale del paese, confine afghano-pakistano, un mercato: " In base alle nostre informazioni per ora, almeno 43 persone hanno perso la vita e circa 80 sono rimaste ferite. Molti bambini e donne tra le vittime". Un "combattente per la libertà" si è fatto esplodere al mercato a bordo di un'auto.
Giorno 17 del mese, Kabul, aeroporto, 4,30 del mattino ora locale, un gruppo di taliban ha aperto il fuoco contro lo scalo, con armi automatiche e lanciarazzi. L'attacco è durato circa cinque ore. I ribelli asserragliatisi in alcuni edifici in costruzione, sono stati uccisi dalla polizia afghana. Tutti.
Giorno 22 del mese, Kabul all'alba: 4 stranieri hanno perso la vita, almeno 6 sono stati feriti, stranieri anche loro. Un motociclista si è fatto esplodere. Taliban hanno rivendicato l'azione.
Giorno 24 del mese, Herat, nell'ovest dell'Afghanistan, ore 11,39 locali: "tre uomini armati hanno aperto il fuoco contro due straniere a bordo di un taxi, le donne sono state uccise", a parlare è Sediq Sediqqi, portavoce del ministero degli Interni. Uno degli attentatori è stato catturato. Le due donne erano esponenti dell'Iam, International Assistance Mission. Alcuna rivendicazione è stata fatta.
Giorno 25 del mese, Ghor, provincia omonima, zona centrale del paese, commando armato attacca due auto di villeggianti, almeno 15 le vittime tra cui tre donne e un bambino. Dinamica: il commando ferma le auto, fa scendere i passeggeri, li fa mettere in fila, fa fuoco su di loro, uno alla volta. Soltanto un superstite, è riuscito a fuggire. L'ha comunicato Abdul Hai Khatibi, portavoce del governatore. Alcuna rivendicazione. I media occidentali parlano di taliban, dando per scontato.
Giorno 26 del mese, Kabul, il tribunale distrettuale emette condanna a morte in primo grado, per Najibullah, ex ufficiale di polizia. Motivo: colpevole di aver ucciso il 3 aprile a Khost, Anja Niedringhaus, fotografa tedesca, e ferito Kathy Gannon, giornalista canadese, entrambi lì per via delle elezioni del giorno seguente. Dinamica: improvvisamente attaccate da Najibullah che, prima di colpire con il kalashnikov d'ordinanza, ha urlato "Allah u akbar!".

Un rombo muto, l'eco d'un boato senza suono, continua a creare il sottofondo su cui poggia l'intera vita afghana. Che lo si voglia udire o no, è questo che accompagna quella terra da ben 13 lunghi anni. Tredici vuol dire generazione. Nulla si è risolto, nulla si risolve, nulla si risolverà. Nulla si vuole venga risolto, persino il risultato d'elezione di un presidente continua a ballottarsi tra voti effettivi e brogli, brogli e voti effettivi. E questo giova, malgrado le false parole, le false preoccupazioni straniere, i falsi consigli circa l'attuazione di una calma, la buffonata di una democrazia, la buffonata di una giustizia, questo giova in maniera ambivalente: dimostrare al mondo e agli afghani la necessità della presenza armata starniera, ovvero a stelle e strisce, quindi continuare a combattere i ribelli, che, chissà come mai, vengono sempre uccisi ma si moltiplicano come girini, continuare a combatterli sì che si possa continuare a fare i propri comodi in una terra sempre più somigliante alla Colombia degli anni  ottanta: narcotraffico.
Il fatto è che il 90% degli afghani al potere, è corrotto e venduto. In questi anni il sostrato sociale che conta è stato volutamente alimentato sì che ne facessero parte signori della guerra o fintisi ex, così come elementi già corrotti, o tendenti a, o ricattabili, o formati per. Tutto comunque e sempre contro ogni etica favorevole alla morale, al reale sviluppo indipendente del paese. Che i candidati alla futura, chissà quando, presidenza siano nel coro di cui sopra, non sta a noi dirlo, quel che riteniamo opportuno fare è tracciare un brevissimo profilo di entrambi.
 Abdullah Abdullah, che risulterebbe perdente al ballottaggio con un milione di voti di differenza dal rivale Ashraf Ghani Ahmadzai, è lo stesso politico afghano che, candidato alle presidenziali del 2009, quasi pareggiando l'altro candidato, a causa di brogli, e di questo siamo certi, fu sorpassato da Hamid Karzai, l'altro candidato, che riaffermò così la sua presidenza e che ora  appoggia Abdullah. Ma queste contraddizioni sono tipiche di Karzai. Abdullah Abdullah appartiene a due etnie, pashtun per linea paterna, tajiko per linea materna, cosa che gioverebbe al paese ormai da secoli governato da un'unica ottica pashtun. Abdullah è di formazione culturale afghana, ha compiuto i suoi studi a Kabul, è un medico, è stato il medico di A.S. Massoud, elemento che volgere a suo favore. Ha 53 anni.
 Ashraf Ghani Ahmadzai, classe 1949, di etnia pashtun, ha studiato in Libano prima, negli Stati Uniti poi, alla Columbia University, facoltà di Antropologia, è quindi di formazione culturale americana. Quel che lo caratterizza non è la ricerca in campo antropologico, bensì il suo incarico presso la Banca Mondiale, sezione Progetti internazionali allo Sviluppo. Nel 2006 risultava tra i papabili alla Segreteria generale delle Nazioni Uniti, ovvero quale successore di Kofi Annan, ma noi ricordiamo quanto e come l'Onu non sia intervenuto in tutta l'iniziale vicenda bellica afghana, sappiamo, senza dubbio alcuno, quanto sia stata richiesta la presenza Onu e quanto la risposta sia rimasta muta. 
L'importante curriculum di Ashraf Ghani che si è associato, per prendere voti, con Abdul Rashid Dostum signore  della guerra e artefice di varie crudeltà, alla cui sincerità espressa in recenti scuse sui fatti andati, non crediamo, ci fa molto pensare, e ci fa pensare anche circa gli attuali brogli  denunciati da Abdullah Abdullah. Staremo a vedere se verrà fuori una verità o si procederà verso l'opposto, sta di fatto che entrambi, ma forse con diverso peso, hanno annunciato che firmeranno l'intesa con gli Usa sul permesso di presenza. Cosa, a nostro avviso, di pura formalità. Siamo ben consapevoli che non sono certo i permessi firmati o non firmati a delineare la storia. Ma anche in questo caso staremo a vedere, nel frattempo, con la mediazione di John Kerry, è stato affidato alle forze multinazionali dell'Isaf  il trasporto di tutti i voti espressi dal paese, a Kabul, quindi ci sarà la verifica scheda per scheda il che avverrà sotto vigilanza Onu e in presenza dei delegati di Abdullah Abdullah e  di Ashraf Ghani. Si è già comunnque deciso, sempre in accordo con John Kerry, quindi gli Usa hanno deciso, che chiunque risulti eletto, guiderà un governo di unità nazionale.
Certo i complimenti vanno agli invasori e ai loro accoliti, ottima infiltrazione tra le forme già deviate o fatte deviare, della società afghana, il Grande Gioco Afghano, assunto aspetto di modernità, è stato davvero molto, ma molto efficace, così tanto che generazioni stanno crescendo in questa guerra che s'è fatta abitudine. 
Marika Guerrini 
foto da web

lunedì 14 luglio 2014

Israele

... "per proteggere il paese dalla minaccia islamica ad oriente"...per chi non l'avesse capito è questo il senso della fortezza che Israele continua a costruire intorno a se stessa. Il prossimo muro da Eliat si congiungerà all'altro in costruzione sul Golan siriano, perché mai Israele rinuncerà alla valle del Giordano, ma non è questo il motivo addotto, bensì il pericolo dei Qaedisti, il pericolo ora di Isis, degli inasprimenti terroristici in Siria, in Iraq che potrebbero estendersi alla Giordania, quindi: muro. 
Muro presidiato lungo tutta la sua linea da "ingenti forze militari" ovviamente israeliane, ovviamente in territorio palestinese, ovviamente contro ogni voce, sussurro, pietra o razzo palestinese. Ogni pianto. Alcun dubbio sulle ingenti forze militari, non sono forse da sempre presenti lungo i quasi 800 kilometri del vecchio muro ormai storico in  Cisgiordania? E non sono forse presenti ad Hebron, lungo la via dove sarebbero stati rapiti i tre seminaristi e trovati poi cadaveri in un boschetto? Non sono forse presenti lì posti di blocco israeliani ogni duecento metri, con attrezzature annesse e connesse? O la vista ci ha ingannati? 
Dilungarci a ripetere quel che tutto il mondo sa, sarebbe sterile e stupido, solo una breve sequenza "per non dimenticare": tre ragazzi israeliani spariti, rapiti non ci sono prove, Netanyahu accusa Hamas, azioni da parte israeliana in case palestinesi con una uccisione e alcuni prelievi di "accusati sospetti" di rapimento, prove assenti, poi, e diciamo poi, razzo palestinese, poco più che fuoco d'artificio, poi quindicenne palestinese arso vivo per il solo fatto d'essere palestinese, era loro sfuggito che fosse cittadino americano, poi raid e razzi, questi senza una vittima israeliana che sia una. Allora, chi ha incominciato signor Peres che continua a dire: gli attacchi sono stati risposta ai razzi di Hamas?, mentre Israele bombarda provocando in sei giorni 171 morti palestinesi, 1260 feriti, 290 case rase al suolo, 9000 evaquate, un orfanotrofio con tre bambini morti, bombarda  anche il Libano e in più 17.000 palestinesi in fuga, lì con poveri fagotti lungo la via, tra pecore che mansuete li seguono tra poche povere masserizie accatastate su poveri piccoli carretti trainati da asini. Tutto per proteggere la pace, la sicurezza, gli attacchi, le invasioni... di chi?
In queste pagine si dubita, per essere equanimi, circa il rapimento scintilla di guerra, ma si ha certezza che Israele si fermerà solo, quando e se avrà cacciato i palestinesi dalla Palestina per farne uno stato unico a bandiera israeliana. Ecco il motivo per cui Hamas ha chiesto ai palestinesi: " restate nelle case" e Netanyahu che  si "dispiace" ha fatto piovere volantini e voci radiofoniche con: "andate via". Andare via vuol dire lasciare campo ancor più libero alle azioni terroristiche israeliane, perché questo sono, al pari, e di più, di quelle che in altri accusano. Ma è quel che c'è a monte il problema: quanto dovrà durare ancora questa continua, sottile, subdola accusa di "colpa" di olocausto, che permette al vittimismo israeliano, al sionismo, di applicare quotidianamente sui palestinesi quel che hanno lamentato, lamentano e lamenteranno su di sé? Quanto? Qui non si sta difendendo Hamas e sappiamo che non per tutti gli israeliani è così, che non tutti gli israeliani appoggiano le azioni d'Israele, conosciamo le differenze interne così come conosciamo quelle interne ad Hamas, sappiamo che esiste il Comitato israeliano contro la demolizione delle case, l'ICAHD, sappiamo che... ma a dire il vero non ci interessa, quel che ci interessa è: a monte, è il ricatto celato dietro al  "per non dimenticare" su cui a suo tempo ci siamo già espressi.
Recept Tayyip Erdogan cinque giorni fa: " Israele dice che Hamas lancia i razzi. Ma qualcuno è morto? Israele, la sua vita si basa sulla menzogna. Israele non è onesto". 

Gerusalemme s'è svegliata stamattina con i suoi canti, come da secoli, come da sempre. Il muezzin cantava dal minareto la preghiera ad Allah, il pope gli faceva eco sotto la luce riflessa delle lampade nell'ortodossa cristianità mentre, cattolico nell'abito, il sacerdote sussurrava Padre Nostro qui est in celis... agli ebraici ricordi che dalla sinagoga s'alzavano in differente eco. Tutto nella bianca luce di Gerusalemme mentre estranei ad ogni canto, ogni  preghiera: rombi  sibili  tuoni... silenzio.
Quante preghiere dovranno ancora congiungere le mani in pianto?
Marika Guerrini
foto dal web