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mercoledì 14 novembre 2012

election day

...sì, occiriente ha taciuto, per giorni. Non è la prima volta che si rifiuta di scrivere, di tracciare con solite parole solite cose, contenuti, avvenimenti, notizie. E questa volta non è stato neppure a guardare, si è disinteressato al mondo. Alla ripresa dello sguardo, a giorni di distanza, di decantazione, tutto era andato come previsto, pensato, segnato, tutto scontato, tutto un déjà vu: notizie, interviste, relazioni, commenti. Sì, commenti, originali, riportati, fatti propri, quelli divulgati dai media. Del resto cos'altro ci si potrebbe aspettare da giornalisti e simili, Rai e non Rai, talk show d'informazione e similari con tutto quel che ora fa "cultura" o, peggio " video cultura" e che in accenno alle prossime elezioni italiane usa l'espressione "Election Day" o si augura che al più presto questa distrutta "Italia prenda esempio dalla Grande Democrazia degli States"? Nulla. Ancor meno il funzionamento della facoltà pensante o, per meglio dire, libera cosciente facoltà pensante. Libera. Cosciente. Ma tutto è in relazione, idiozia compresa  E tutto risulterebbe ridicolo se non fosse privo d'ogni senso, innanzi tutto privo di dignità. Così si è parlato, si parla, si parlerà dell'attuale farsa americana. Così le si è dato, le si dà, le si darà credito. Quella farsa iniziata prima durante e dopo l'Election Day, detto tale a linguistica ragion veduta non per stupida, inopportuna emulazione. E allora lì tutti a seguire il conteggio negli Stati degli States, con occhio attento ai determinanti, a seguire il "testa a testa" finale, momento rafforzante la credibilità della farsa, a seguire l'obamiana vittoria che già traballa, a seguire la pacchianata del tradimento di David Petraeus, direttore della Cia, a seguire il tradimento o fac- simile, non s'è ancora capito, di John Allen generale in capo dell' Isaf, che ha servito in Iraq ed ora è, sarebbe, a capo di 68.000 soldati in Afghanistan. E allora lì a sprecare parole, spazio, tempo dietro quest'ulteriore film in cinemascope. 
Il fatto è che la rielezione di Obama non è mai stata in discussione tanto più in pericolo. Il fatto è che Obama è stato "creato" apposito per incarnare l'American Dream, l'I Can, a partire dal frantumarsi dell'ostacolo dovuto al colore della pelle, fondamentale ostacolo in una terra che conosce il razzismo. Per chi lo vuol vedere e chi non. Tutto in lui ha rappresentato il superamento del bigottismo americano, la via verso uno spregiudicato patriottico futuro. Sempre da sempre, da quel suo primo Election Day di quattro anni fa. Tutto in lui arricchito dall'armonia familiare, dall'amore, rispetto, ammirazione per sua moglie, ideale della donna americana, arricchito dalla sincerità del sorriso, dall'espressione mutevole del volto ora preoccupato ora amorevole ora accigliato, ovvero umano, persino l'ampia volitiva falcata nell'eleganza del passo disinvolto, è parte integrante l'American Dream. Ma, sopra ogni cosa, arricchito dall'aggettivo "democratico". E noi sappiamo quanto gli States tengano a questo termine, o dovremmo dire alla sua parvenza? Quanto lo rappresentino, lo applichino,. divulghino, esportino. 
In questa storica messa in scena, dall'inizio, e ancor prima, alla fine, e ancor dopo,  Mitt Romney, bigotto, conservatore, tradizionalista, guerrafondaio, amico di Nethanyahu, eccetera,  ha coperto, copre, il ruolo di figurante, ma un figurante opportunamente selezionato per continuare la scena, poter essere usato all'uopo. E allora, il giorno dopo, the after day, ecco che la "vittoria" prende a vacillare, con lo smembramento del'obamiano circuito, i tasselli umani a lui fedeli, o tali in apparenza. E allora Cia, Fbi, esercito, la Clinton in uscita sì, no, chissà e...stiamo a vedere dove ci porta lo spettacolo. 
Bisognerebbe istituire un "David alla Parvenza" no, non "di Donatello", potrebbe essere "di Petraeus", data la combinazione del nome. Gli States lo vincerebbero senza dubbio alcuno. Tanto più che la serietà della messa in scena sarebbe, come è, a cura  di Leon Panetta, il Segretario alla Difesa. Vittoria certa, sì. 
C'è però un fatto, in questa farsa, un fatto triste, vero, sofferto, il fatto che mentre noi eravamo, siamo, a seguire la farsa americana, sessanta campioni di uomini e donne, afghani e pakistani, trenta e trenta, intervistati sull'argomento si sono espressi: non ci interessa,  per noi non cambia, la nostra storia non cambia, la nostra terra è segnata... Queste le risposte. Risposte di cinquantanove su sessanta, risposte in due lingue diverse, risposte in rete, risposte reali, sincere. Quell'uno che ha taciuto, che ha detto: non so, ha avuto paura. Uno su sessanta. Mentre la Grande Democrazia, o la Più Grande, a detta di nostri giornalisti e politici, continua a falciarli sotto le sue bombe, dirette o programmate perché altri le facciano esplodere.   
Marika Guerrini

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