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lunedì 4 maggio 2015

Droni: a Niscemi stazione americana di Back Up?

... era il luglio del 2011 quando per la prima volta abbiamo parlato di droni, di questi aerei un tempo solo spia, vedi Vietnam e confini della passata Unione Sovietica, mentre la diretta esperienza su terra afghana e pakistana, osservata da un'ottica politica di espansionismo  a mezzo bellico, quindi con droni armati, fugava ogni dubbio circa la loro imminente proliferazione, ben presto tradottasi in centinaia di attacchi e migliaia di vittime civili e innocenti. In Pakistan, ad esempio, la terra più colpita con la motivazione delle cellule terroristiche da distruggere che come altrove anche lì si moltiplicano, nell'arco di un decennio, (2004-2015)  sono stati effettuati 415 attacchi, strikes per dirla in lingua, di cui 51 sotto la presidenza di G.W.Bush e 364 sotto la presidenza di Barack Obama. Le vittime ad oggi, si aggirano intorno alla cifra di 3.949, di cui migliaia di civili adulti innocenti e centinaia di bambini. Si va poi a scalare con Yemen, Somalia, Afghanistan, anche se per quanto riguarda quest'ultimo, malgrado l'informazione diretta, non siamo riusciti a quantificare con esattezza le azioni dei droni, confuse nel caos di quella terra tra attentati e attacchi aerei spesso non ben identificati. Si pensi che in una serie di attacchi destinati ad eliminare 41 terroristi sono morti 1.147 civili oltre ovviamente i 41 di cui sopra ( The Guardian, novembre 2014). 
 Queste macchine da guerra coperte dai protocolli d'azione della Cia, il cui nome, lo ricordiamo, significa "ronzio", altrimenti chiamate Apr, Aeromobili a Pilotaggio Remoto,  azionate appunto a distanza e giustamente definite "di precisione", registrano, segnalano, trasmettono dove, cosa, chi, quando e quanto accade in un determinato momento e luogo, in tempo quasi reale, con variazioni di pochi secondi. Ma l'effetto chirurgico sparisce nei collaterali, ovvero nel campo d'azione dell'ordigno sganciato che risulta incalcolabile. Questo ci dice non solo che è impossibile che non si sappia chi e cosa sia e cosa avvenga in quel determinato luogo in quel dato tempo, ma che l'azione, ben lungi dall'essere  un'azione bellica, è una consapevole azione omicida, per cui le scuse sugli avvenuti "errori", vedi il recente caso Giovanni Lo Porto, ci indignano e ci indigna anche la diplomazia  usata nel credere ad esse e nel diffonderle, tra l'altro, cosa non detta, il Waziristan, luogo in cui Lo Porto operava ed è stato ucciso, è fuori dal circuito consentito dall'Onu ai droni, ovvero le Apr hanno bombardato un luogo fuori confine permesso, illegalmente, se mai di legalità si possa parlare.
In realtà l'uso dei droni, con l'assenza del pilota, toglie dignità persino alla guerra proprio per l'assenza dell'uomo pilota, se fosse presente all'azione, comunque assumerebbe su di sé la responsabilità di distruggere e uccidere, se non altro perché, vicino o lontano, assisterebbe al risultato del proprio gesto di sganciare l'ordigno letale direttamente su chi, cosa, dove e quando. L'esclusiva azione della macchina volante comandata a migliaia di kilometri da un agente segreto che segreto resta, forse anche a se stesso, toglie persino la possibilità di una sorta di coraggio, che, paradossalmente, frutto comunque d'una volontà umana resta nell'ambito dell'umano. Questo ci ricorda l'umanità sperata da Vittorio Arrigoni, il giovane giornalista ucciso a Gaza nell'aprile del 2011 e della sua richiesta "restiamo umani", perché questa è la china verso cui ci si sta indirizzando: la perdita dell'umano.
Ed è su questa china che l'Italia, non solo continua a contribuire alla guerra di Obama in Afghanistan, ma ha risposto e potrebbe continuare a rispondere alla richiesta statunitense di installare la seconda antenna in Europa per la trasmissione dei dati ai droni al confine tra Afghanistan e Pakistan. Non è un caso la recente visita del Presidente del Consiglio Renzi a Washington, dove, oltre a farsi burlare sul caso Lo Porto, ha ricevuto pressione sulla già avvenuta richiesta di permesso all'aeronautica statunitense per la costruzione della base, che poi ci sia stata o ci sia consapevolezza da parte di Renzi, questo proprio non ci interessa. Ma scorriamo i fatti.
Le basi americane, Creech in Nevada, Fort Gordon in Georgia, Cannon in New Mexico e così via, pare siano nove, da cui partono i comandi per le operazioni dei droni che, attraversando l'Atlantico, si rendono effettive in Afghanistan, Pakistan, etc., si appoggiano, per la trasmissione dei dati, alla base di Ramstein in Germania, da cui vengono proiettati ai teatri di guerra, senza la base in Germania, la guerra dei droni non sarebbe possibile. 
Con l'incremento delle varie guerre, diversamente da quanto assicurato circa l'azione debellatrice dei droni che secondo le parole avrebbero dovuto annientare ogni conflitto, una sola base d'appoggio e trasmissione in Europa si è resa insufficiente, bisogna ce ne sia un'altra. Il governo italiano, già nel 2011, ha sottoscritto, con gli Usa, un accordo per la partenza dei droni per il Nord Africa, dalla base americana di Sigonella, per cui la richiesta statunitense sull'installazione di un'antenna di trasmissione dati è stata più che logica. Per motivi territoriali, si è scelta la località Niscemi a 60 km. da Sigonella, malgrado i lavori iniziati, nel 2013 il Comune di Niscemi, però ha bloccato il tutto causa area protetta. Da qui il ricorso al Tar da parte governativa, ma il Tar ha convalidato il blocco, mentre il Ministero della Difesa, non contento, presentava ricorso all'amministrazione del Consiglio di Giustizia di Palermo, affinché sospendesse il blocco del Tar. Il fatto è che proprio il 17 aprile scorso, mentre Renzi era a Washington da Obama, il Consiglio di Giustizia di Palermo ha dato ragione al Comune di Niscemi, quindi il blocco continua. 
Potrebbe bastarci se non sospettassimo che la cosa potrebbe non finire qui, il motivo è semplice: in realtà l'insistenza del Pentagono va oltre la realizzazione a Niscemi del sistema di comunicazione satellitare a scopo militare più moderno sul pianeta, Niscemi sarebbe la valvola di sicurezza della guerra americana, quella che loro chiamano stazione di Back Up, vale a dire la postazione che impedirebbe di perdere le connessioni e far fallire le loro missioni militari. L'interrogativo resta.
Marika Guerrini






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