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lunedì 1 giugno 2015

Australia: fuori da ogni Diritto Umano

... poiché la Storia lascia la propria impronta a prescindere dai corsi e dai ricorsi e con lo scorrere del tempo nel tempo fa sì che l'impronta si manifesti, si distingua e distingua i paesi, i popoli, non ci ha meravigliato lo scorso anno il "No Wai" pronunciato dal Generale Campbell, Comandante dell'Operazione "Sovereign borders", circa l'immigrazione clandestina in Australia. Né ci ha meravigliato il suo " You will not make Australia home" che nega ogni speranza di futuro a chi non ha null'altro che questo. E non ci ha meravigliato neppure il  presente suggerimento all'Europa dato da Andrew James Molan, ideatore del "Sovereign borders", che,  in accordo con il Primo Ministro Tony Abbott, si è espresso: " Se l'Europa vuole invertire questo status quo mortifero e disastroso, ritengo sarebbe bene studiare la lezione australiana" e ancora: " abbiamo salvato migliaia di vite umane e dato scacco matto agli scafisti trafficanti di uomini". Le parole indurrebbero ad un: che bravi, se non fosse per la realtà australiana sull'immigrazione non solo clandestina, realtà da sempre regolata secondo una mentalità di restrizione, schiavismo e razzismo che cozzano con  il favoleggiare su quella terra quale Paese "aperto a tutti" mentre è ben lungi dall'esserlo. Che l'Australia si erga ad esempio comportamentale, che si proponga  per una collaborazione con l'Europa, quando i suoi metodi hanno da sempre disatteso, ancor più ora fattisi manu militari, ad ogni Dichiarazione Onu sui Diritti Umani, ci induce a parlare di una grande fetta della realtà australiana di contesto. Parlarne perché sia  da esempio, sì, e storico anche,  ma a conferma di quanto detto, che la storia lascia sempre la sua impronta, in questo caso criminale, per cui scorriamo in sintesi l'intera faccenda immigrazione comprese le motivazioni storiche della politica migratoria di quel Paese, partendo da recenti dati ufficiali. 
2013, il flusso migratorio in Australia è di circa 20mila ingressi;  
2014, il flusso migratorio in Australia si è ridotto a 157 ingressi; 
2015, il flusso migratorio in Australia  si è quasi azzerato. 
Questo è un fatto. Una indubbia vittoria. Ma dove finiscono ora i migranti che non possono attraccare sulla costa del mini continente, dove vengono mandati a morire che non sia l'oceano, questo è da vedersi.
Dalla legge "Immigration Act", ottobre 1958, fino al 1975, in Australia si è seguita la dottrina della "White Australia", vale a dire: ingresso permesso solo ad europei, con preferenza e precedenza a britannici, nordamericani e neozelandesi.
Dopo il 1975, per motivi di scarsa popolazione, quindi inerenti lo sviluppo dell'economia del Paese, l'Australia inizia a permettere l'ingresso anche ai provenienti da altre aree geografiche, per di più asiatiche.
Punti cardine della dottrina australiana per ottenere il visto, lì non esiste e non è mai esistito il permesso di soggiorno è il visto a fungere da, sono le verifiche selettive che precedono l'ingresso:  controllo fedina penale e malattie infettive immediate, ma anche stato di salute fisica generale, il che rievoca antiche immagini di controllo della dentatura per gli schiavi tradotti dall'Africa ai mercati d'occidente. Ma qui c'è anche il turista o fac-simile, nel qual caso viene effettuata la verifica delle singole risorse economiche per valutare l'opportunità d'ingresso e si applicano poi, sempre in base alla possibilità economica, più o meno varie clausole temporali e formali, quali pacchetti per studenti, studenti-lavoratori, soggiorni datati etc. Altro fatto è che malgrado tutto questo sia noto, il favoleggiare sul novello "dream" che da "american" s'è fatto "australian", si è moltiplicato e si moltiplica, testimoniato anche da innumerevoli spot pubblicitari che affollano il web, con tanto di interviste che cantano, decantano, etc.
E' cosa questa da non sottovalutare perché il "dream" è una della cause che induce i disperati d'ogni recente distruzione, che non possono chiedere il visto in quanto non possono attendere, che non possono chiedere il rifugio politico perché l'Australia lo contempla sulla carta ma non nei fatti, a farsi clandestini, clandestini anche se, come nell'80 % dei casi, sono vittime di azioni armate, vedi bombardamenti, rivolte, genocidi, etc., o distruzione ambientale, vedi deforestazione, acidificazione dei fiumi quindi dei mari con seguente distruzione dell'ecosistema, esasperazione di fenomeni atmosferici già intensi ma... e via dicendo, situazioni, tutte, di cui l'Australia è   responsabile come altri e di più nel caso dell'inquinamento, ad esempio, con il più alto tasso di emissione di CO2, tutto questo comunque porta all'emigrazione dei disperati colpiti da questo o da quel fenomeno distruttivo,  vale a dire distruzione della possibilità di vita in vaste aree del pianeta per cui il "sogno" si fa speranza, la speranza si fa clandestinità, la clandestinità spesso si fa morte. Ma procediamo. 
La sconfinata Australia che ora spara a vista, ha già mandato negli scorsi anni, ora manda ancor più, a morire altrove, ovvero nelle carceri a cielo aperto dell'australiana Christmas Island, prima, Nauru e Manos Papua Nuova Guinea poi ed ora, ivi comprese decine di piccole isole disseminate nel Pacifico, e fattesi da paradiso, inferno. Luoghi tutti a bassissimo reddito, che l'Australia sovvenziona sì che facciano entrare i clandestini, bambini compresi, e ne facciano quel che vogliono. Poveri tra poveri. Non è un caso che questi luoghi, da miseria precedente la Rivoluzione Industriale in Inghilterra, questi luoghi degni dei "Miserabili" di V.Hugo, in cui ogni degrado è costante presenza nella vita dei "detenuti" i cui confini di deambulazione sono reti conficcate nel terreno, siano fuori da controlli internazionali, fuori da ogni sottoscrizione di rispetto dei Diritti Umani, luoghi in cui è negato l'accesso a tutte le  Organizzazioni Internazionali da Save the Children a Amnesty International, dall'Unesco a Human Rights a UNHCR, affiliate o non affiliate all'Onu i cui rappresentanti diretti sottostanno allo stesso trattamento: non possono entrare. Ma benché tutti lamentino la situazione, nulla si muove, nulla cambia. 
E non è un caso che questa regola sia stata chiamata " Pacific Solution", soluzione infatti che ha evitato all'Australia di fornire assistenza ed ospitalità salvando in apparenza la faccia,  anche se, prima dell'agosto 2014 con il suo "No Wai" seguito dal controllo militare dei confini, erano le navi della Marina Militare australiana a trasportare i disperati su queste isole dove ora giungono a suon di armi. La durata della detenzione isolana, allora, poteva essere di anni ed anni, anche dieci ed anche più, come poteva essere di mesi, alcuna regola in merito. Ora, dallo scorso anno, non v'è alcun tempo, ora non si sa, quel che si sa è che i "detenuti" disperati non metteranno mai piede in Australia, unica certezza sulla loro vita. 
E' questo che l'Europa dovrebbe imitare su consiglio del generale A. J. Molan, che ci riporta ad una diretta discendenza di quella feccia umana che l'Inghilterra rifiutava persino di tenere rinchiusa e giustiziare sul proprio suolo.
Ma cosa ne è di coloro che nonostante tutto, prima di questo giro di vite dell'agosto 2014, sono riusciti a mettere piede in Australia, sempre previo detenzione in qualche isola di cui sopra. L'organizzazione preventiva del Paese, mentre smistava nelle isole i disperati, faceva costruire una miriade di appositi centri di detenzione disseminati su territorio. Qui il periodo di detenzione poteva e può superare i quattro cinque anni, ma anche qui la durata   è  indefinita, quest'ulteriore soluzione ha nome "Mandatory Detention", e "Detenzione Obbligatoria" è. Con l'attuazione del "Mandatory Detention" l'Australia contravviene all'articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che sanziona le discriminazioni nei confronti di chi si rifugia in altro paese fuggendo da persecuzioni.
Innumerevoli sono i suicidi, i tentati suicidi, gli scioperi della fame, tra questa gente,  afghani  iracheni, pakistani, ma non solo, in gran numero presenti nel paese, tutti senza colpa, tutti trattenuti in stato detentivo  anche quando il Dipartimento dell'Immigrazione decide, alla fine dei lunghi controlli, di conferire ad alcuni di loro lo status di rifugiato, che in realtà resterà sulla carta senza alcuna effettiva applicazione.  A questo punto, colui che altrove sarebbe rifugiato politico, spesso con passaporto attestante la particolarità, libero anche di lasciare il paese che lo ospita nonché di lavorare e avvalersi di tutti i suoi diritti, in Australia non può che attendere come quando e se, e se se fino a quando, lo Stato gli conceda un qualche visto, con un qualche permesso di lavoro etc.etc. Intanto la vita trascorre e spesso, quasi sempre è la vita giovanile, quella della costruzione del futuro, della proiezione, della speranza, infatti, malgrado tutto, ci si può anche sentir dire: io devo sperare. 
Il Governo australiano che con il conservatore Tony Abbott è ulteriormente peggiorato rispetto al precedente laburista, corrisponde al rifugiato fattosi clandestino una somma quindicinale per le spese di sopravvivenza in un paese dove i beni primari quale acqua, elettricità, gas, hanno prezzi altissimi, ancor più vivendo nei sobborghi, perché è lì che andrà a vivere colui che altrove sarebbe un richiedente asilo, e i suoi vicini di casa saranno suoi connazionali nelle stesse sue condizioni. E la sua vita è comunque incerta e breve in quella terra dall'apparente magnanimità, infatti, in ulteriore contravvenzione alle norme internazionali, se e quando il rifugiato clandestino potrà beneficiare di un visto, questo sarà a breve scadenza, dai tre ai cinque anni, dopo di che espulsione. Questa regola altamente illegale e come sempre fuori da ogni norma internazionale, si chiama " Temporary Protection Visas". Il possesso di questa parodia di visto è inoltre soggetto a rinnovo periodico, sempre all'interno del tempo di scadenza e può essere ritirato da un momento all'altro a discrezione del Ministro. In questa perenne prigione al rifugiato sarà negata anche la libertà di poter tornare a casa con un foglio di via, a questa ulteriore e incomprensibile negazione di ultima libertà, sono legati gli innumerevoli suicidi di cui sopra mentre l'età si aggira quasi sempre sotto i trent'anni.
E la domanda nasce spontanea: perché prima di portare degli esseri umani per di più non colpevoli se non che di obbligata clandestinità, alle richieste di tornare nel paese d'origine, centinaia di richieste, il Governo, lo Stato non li lascia andare. Questo per lo Stato e questo Governo in particolare che ha basato la sua elezione proprio sulla rigidità delle regole sull'immigrazione clandestina, sarebbe un'ammissione di colpa, di fallimento. Accanto a questo c'è da aggiungere che, affinché fosse possibile qualcosa che ora come ora è impossibile, la libertà di rientro in patria, il disperato, che campa con gli spiccioli che gli vengono assegnati e senza possibilità di lavoro previo finire dietro le sbarre, dovrebbe, prima di lasciare il Paese, rimborsare allo Stato il denaro che lo Stato ha speso per lui da che ha messo piede sul suolo australiano.
Nel dicembre scorso in seguito al "No Wai" e al " You will not make australian home"  "L'Australia non sarà mai la tua casa", dopo l'approvazione al Senato con 34 voti favorevoli e 32 contrari, nel passaggio alla Camera con il sospetto di una forte pressione sui Deputati perché la legge passasse, Sarah Hanson-Young, deputato dei Verdi: "Sono sconvolta, il popolo australiano è sconvolto, usare i bambini come ostaggio è qualcosa che può fare solo uno psicopatico...". Non c'è altro da aggiungere.
Marika Guerrini

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