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venerdì 11 dicembre 2015

Afghanistan: un aggiornamento


… “ Siamo consapevoli della presenza di militanti affiliati all’Isis in Afghanistan e stiamo monitorando da vicino la situazione per vedere se la loro avanzata avrà un impatto significativo sull’instabilità della regione”, così un portavoce del Pentagono qualche giorno fa. Accettabile se non si trattasse di Afghanistan, se non si parlasse di Daesh.
Gli uomini di Abu Bahr al-Baghdadi stanno avanzando nella zona orientale del paese lungo il confine tribale del Pakistan, con l’obiettivo di creare una nuova provincia: Wilayat.  Questo quel che si dice. Quel che non si dice è che in quella stessa area orientale, nella provincia di Khost, la Cia sta agendo a favore degli uomini del Daesh o Isis come dir si voglia. In che modo, perché?
Il modo è molto semplice: la forza di sicurezza KPF, Khost Protection Force, forza locale creata a protezione della zona di confine che, secondo l’ufficialità, opererebbe sotto il comando della Direzione Nazionale per la Sicurezza, ovvero i servizi segreti afghani, in realtà opera sotto comando Cia che agisce dalla base americana di Camp Chapman presente anch’essa nella provincia di Khost.  La Cia quindi dirige le operazioni, paga gli stipendi, addestra, fornisce equipaggiamenti. Non solo, ma l’agenzia di Langley, Virginia, la Central Intelligence Agency, conosciuta con l’acronimo Cia, non è tenuta a rispettare la Legge Leahy che obbliga gli Usa al rispetto dei diritti umani, almeno sulla carta, e non  è tenuta neppure a rispettare l’Accordo Bilaterale stilato tra Kabul e Washington, accordo che, tra i vari punti, contiene la proibizione per le forze Usa di compiere raid notturni, ovvero irrompere nelle civili case private afghane, ma questo non si dice. Non si dice che tutto accade, tutto si consuma, si fanno irruzioni, maltrattamenti, torture, uccisioni di civili, violenze d’ogni tipo, che siano uomini, donne, bambini, vecchi, colpevoli o innocenti non fa alcuna differenza: si entra si agisce, quasi sempre si spara, si controlla, questa la sequenza. Le rare volte in cui si ammette l’errore, si offre denaro, in dollari ovviamente, ai sopravvissi familiari. Si compra così anche la morte.
Chiedere di fare giustizia è impossibile, inutile anche, motivo: gli uomini del KPF sono protetti dal governo di Kabul perché uomini della Cia a tutti gli effetti e, non di rado, neppure afghani, bensì americani, il che li rende ancor più intoccabili. Ed anche questo non si dice. 
In simultanea a queste azioni vi sono quelle di rifornimento, gli uomini del Daesh vengono “rifocillati” continuamente di armamenti, automezzi Toyota e danaro. Anche a questo torna utile il commercio del petrolio in Siria e Iraq in cui, con il focalizzarsi dello sguardo mondiale, costretti a bombardare obiettivi sensibili del Daesh quali ad esempio camion cisterna contenenti greggio, gli Stati Uniti, 15 minuti prima dei raid, avvertono i conducenti dell’imminente attacco, sì che lascino la cabina di guida e si mettano in salvo. Alla domanda: ma sono uomini del Daesh, la risposta è stata: potrebbero non esserlo. Sottolineando l’attenzione ai danni collaterali. Ma che strano, con il Daesh sì, con ospedali, bambini, matrimoni, carovane, di tutto e di più, no, lì da quattordici lunghi anni si presentano sentite scuse.
In tutto questo mosaico di crudeltà e follia: i Taliban. Di loro si parla solo e quando fanno saltare in aria qualcosa come ambasciate, hotel frequentati da occidentali, zone aeroportuali, come ieri a Kandahar, procurando decine di morti. Certo da condannare senza dubbio, ma anche qui è solo quel che si dice o meglio si dice solo in parte. Quel che non si dice, ma che noi diciamo da tempo, è che da tempo tra le fila dei Taliban sono presenti molti mujaheddin, ovvero combattenti per la libertà, dato che la presenza straniera è risultata e continua a risultare ben più malefica di quella dei Taliban. E cosa fanno gli Usa al riguardo?, gli Usa ovviamente combattono i Taliban che combattono il Daesh.  Così mentre gli Usa fanno il gioco sporco come sempre e ovunque, gli afghani non governativi, essendo il Governo venduto agli Usa e alla Cia, fanno di tutto per trovare un accordo con i Taliban unici a difendere il paese dal Daesh, ma poiché questo viene loro impedito anche con i metodi di cui sopra, ben oltre la negazione d’ogni rispetto e diritto umano,  gli afghani non possono salvare la nazione, infatti, ora, senza l’aiuto dei Taliban gli afghani, per quanto assurdo possa risultare, non possono salvare la nazione.
No, questo non è neppure il vecchio Grande Gioco Afghano, non più, è molto più, molto peggio, ma è quel che sta accadendo, è cronaca, e cronaca continuerà ad essere in Afghanistan.
E questo c’è dietro le proteste contro l’occupazione straniera, ma anche questo è quel che non si dice, o si dice al contrario, ma è questa l’ottica con cui vanno letti gli attacchi contro ambasciate, hotel frequentati da occidentali, zone aeroportuali e ancora e ancora, è questo a spingere molti afghani ad aiutare il ritorno dei Taliban malgrado il loro oscurantismo. E un sano motivo nazionalista si mescola ad azioni estreme e il legittimo desiderio di vivere la propria storia, la propria vita assume aspetto di violenza e fa il gioco dello straniero, del nemico e questi lo usa a suo favore.
“ E’ necessario rendere inumani i nostri nemici prima di fare ciò che facciamo, ma qualcosa dentro di noi ci diceva che erano esseri umani con il nostro intrinseco valore della vita, non era lecito bruciare le loro case, le loro stalle, uccidere il bestiame, per questo era necessario spogliarli della loro essenza umana, per consentirci anche di puntare l’artiglieria in direzione del pianto d’un bambino…”. Sono parole di Stan Goff, soldato dell’esercito degli Stati Uniti d’America ora in pensione.
 L’occidente preferisce dimenticare la tragedia di quella terra, distrarsi da essa, perchè è la propria tragedia, l’evidenziarsi della tragedia della propria civiltà.
E i figli d’Afghanistan, prime vittime di tutte queste ignobili guerre che sono venute, sono e saranno, continuano a spargersi per il mondo e a morire nel corpo e nell’anima
Marika Guerrini
scatto: Barat Alì Batoor

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