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venerdì 22 luglio 2011

sul Mediterraneo

da taccuino di viaggio: 
quindicesimo giorno di luglio del 2011, ore 03 e 10 minuti primi. Il risveglio è stato improvviso. Improvviso il sobbalzo. E sordo come di corpo che cade. E' stato l'orologio sul comodino che delimita il letto a cadere, il tonfo ha sonorizzato il risveglio. L'oblò è nero come la pece ma si rischiara a tratti. A tratti investito dalla spuma delle onde. Rischiarate a loro volta a tratti dalla luna visibile anch'essa a tratti tra le nubi. Nubi intuite più che viste. Sì, il mare è grosso stanotte. Molto grosso in queste prime ore di navigazione.
Ho acceso la luce per annullare la fluorescenza della spuma sul cristallo dell'oblò. Ho acceso la luce da notte, fioca, qui, dietro il cuscino. E la poltrona, piccola, rossa, prima incassata sotto la mensola dello specchio, scivola avanti e indietro. Sulle rotelle segue il moto delle onde. Il moto della nave. Il moto di tutto. Respiro, stomaco, battito cardiaco compresi. E un senso di impotenza, di fragilità, di caducità si fa spazio nell'anima. E respiro, stomaco, battito cardiaco sono le uniche parti sensibili del corpo. E la precarietà della vita può affacciarsi alla mente. Malgrado l'assurdità, l'inopportunità dell'idea. Ma il pensiero va. Incontrollato, come il moto delle acque, s'allarga, si restringe. E in esso una domanda, due, tre, più. Domanda su argomenti già trattati, immagini ripetute: se questo accade su una nave ammiraglia, nella certezza della traversata, cosa  sarà mai su di un barcone all'assoluta mercé dei flutti. E cosa mai potrà sperimentarsi nell'animo. E quale sarà mai la potenza della morsa della paura. E cosa scorrerà dinanzi agli occhi fisici e non. E...
Ma non vogliamo risponderci o, forse, non vogliamo sapere.   
Marika Guerrini

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