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domenica 9 marzo 2014

Siria: mani di bambini

... tre giorni fa, ore sette del mattino, al telefono una voce in francese chiara come fosse qui: madame Guerrinì? Sì, sono io. Bonjour madame, je suis Faraj, vous souvenez-vous de Damas? Qualche istante per realizzare, uscire dalla sorpresa, ricordare,  poi : oui, oui, Faraj, je me souviens de Damas et je me souviens de vous. E lui: Bon, Madame Guerrinì, avant qu'ils ne prennent la joie, puis le pain, puis encore la vie.   
Un nodo in gola sommato alla recente sorpresa impedisce all'emotività di placarsi, impedisce la parola mentre cerco il fiato per sussurrare: oui, Faraj, je sais...j'ai souvent pensé à vous au cours de ces mois, votre famille...oui Faraj, j'ai sais.
E Damasco alla mente s'è riaffacciata sul mio week-end dell'ottobre 2012, e il volto di Farajallah chino sul fumo del tè dai bicchieri, il volto dell'amico Faraj che s'era fatto lontano. E tornano le sue parole d'allora:"... la religione non c'entra con questa storia... la Siria ha sempre protetto le minoranze...i regimi sono tutti uguali, questo di Assad non è peggiore di altri... la gente non vuole le sue dimissioni, sa che la caduta porterebbe al potere gruppi estremisti ed oltranzisti... Bashar ha sottovalutato le rivolte dove erano presenti infiltrati, spie e mercenari che hanno armato i ribelli...". 
C'era stato un articolo al mio rientro, è segnato sulle pagine di allora, l'articolo con l'intervista a Faraj, la sua analisi, lucida, obiettiva, onnicomprensiva del dramma come della speranza. Ve n'era ancora.   
Non abbiamo capito nulla. Continuiamo a non capire non volere non potere, forse. E tornano  altre pagine, pagine con elenchi di menzogne sulla guerra "civile"siriana, pagine con elementi infiltrati della Cia, dei Servizi israeliani, di quelli turchi, dei reparti speciali Nato. Pagine che sottolineavano la debolezza dell'Europa, la sua assenza. Si ricordava il tempo della Guerra Fredda, in essa l'ipotesi ventilata da Reagan di destabilizzare paesi europei, si ricordava il 1992 e l'opposizione degli Stati Uniti a che l'Europa avesse un proprio Corpo d'Armata. La proibizione. L'obbedienza. Solo lo scorso anno, mese di gennaio 2013, ci si augurava che la Siria non divenisse una novella Libia, usando il condizionale si diceva che le sorti della Siria sono legate all'Europa, che una Libia siriana sarebbe stata una dichiarazione di guerra alla Russia che, in tal caso, l'Europa sarebbe prima o poi divenuta campo di battaglia essa stessa, in una qualche maniera. Una qualche misura. Lo si pensava, lo si diceva, lo si scriveva allora. E si sottolineava come navi da guerra russe giunte senza alcuna ufficialità, in sordina nel Mediterraneo, avessero in realtà scongiurato un attacco più dichiarato a quella terra di antica civiltà, attacco ancor più invasivo. Allora quando si credeva di poter salvare qualcosa, ancora. 
No, la Siria non è divenuta una novella Libia, no, la Siria in tre anni ha solo superato i 150mila morti, numero in difetto, la Siria ha soltanto superato i 2 milioni di profughi in fuga oltre confine, altrettanti entro i confini, profughi dalle loro case. Numeri in difetto. I siriani sono sparpagliati in ogni dove, i bambini sono la metà in queste cifre, oltre. E giocano, quelli vivi giocano tra immondizie e distruzione quando non muoiono di stenti, che sia fame freddo paura. Quando non impazziscono. No, non abbiamo capito niente. Continuiamo a non capire a non volere, del non potere, qui, tra queste righe ce ne infischiamo. Ce ne infischiamo esattamente come di questo stallo, di questa coda della Seconda Guerra Mondiale che non s'è mai spezzata, non è mai finita. Una guerra che continuiamo a perdere 365 giorni l'anno da sessantanove anni nella nostra italiana assenza di dignità di Stato che in questo caso ci accomuna tutti, tutti i così detti alleati. Alleati in cosa, verso cosa. E ancor più: perché.
La Siria è il Mediterraneo, è la nostra storia. E l'Ucraina è Europa dell'est, che sia o non sia dentro quest'etichetta, lo è per geografia. E la Crimea. E la Russia di cui, con fierezza annoveriamo nella Storia della Letteratura i padri Dostoevskij, Tolstoj accanto al francese Hugo al tedesco Goethe, e ancora e ancora. Il provocato aizzato sobillato tragico gioco siriano è gioco nostro. E si sta mostrando in casa nostra, qui, oltre l'uscio.
Faraj questo lo sa, lui che parla correttamente francese e non è un intellettuale. E Faraj ha raccontato di chi è rimasto in Siria, delle scuole chiuse, degli interi quartieri ridotti in macerie, dell'acqua potabile che spesso non esiste più, dell'assenza di energia elettrica in molte zone, delle malattie infettive che si diffondono, dell'emergenza sanitaria di una sanità distrutta in un paese in cui per tradizione l'assistenza è sovvenzionata dal Governo come in molti paesi musulmani, a differenza dagli Usa in cui, nel XXI secolo, si muore ancora per malattia se non hai abbastanza soldi per pagarti le cure. In barba ad ogni parola di civiltà. Ogni menzogna.
Faraj ha parlato dell'intero crollo economico in un paese che aveva fabbriche d'ogni tipo, aziende d'ogni tipo, in cui fioriva l'artigianato accanto al turismo culturale archeologico e non, in cui il lavoro non mancava, in cui la scuola funzionava in ogni grado dall'Infanzia all'Università. Ha raccontato degli stupri quasi sempre di gruppo, perpetrati da uomini armati che non si sa chi fossero, chi siano, violenze tenute nascoste per paura vergogna dignità. Ha raccontato dei bambini, e la sua voce gli si è incrinata: "Ce qui peut tenir sur les mains des enfants?"ha chiesto. Non ho saputo rispondere. Ha detto che, quando va bene, tra loro si manifestano comportamenti aggressivi, violenti altrimenti non mangiano non parlano non dormono spesso si lasciano morire. Faraj ha raccontato l'inimmaginabile o, peggio, quel che possiamo immaginare. Perfettamente. Che abbiamo già sentito ascoltato visto. Che abbiamo visto in Afghanistan, che pensavamo fosse le colonne d' Ercole oltre cui la fine il nulla, no, non era così. Faraj ha raccontato di più, ha raccontato oltre la catastrofe.
Faraj parlava ed io pensavo alla Giordania al Libano alla Turchia all'Iran all'Iraq e a Gaza, sì profughi siriani anche lì. Il piano è riuscito, pensavo, tanti piccioni con una fava. E pensavo al rifiuto della Svezia alla piccolezza italiana, a quanto quest'Europa sia coinvolta e non voglia esserlo. Faraj parlava ed io pensavo alla diabolica manovra  manifestatasi in quella terra all'alba del 2011 e mai ancora finita. E la vedevo riflessa qui, sull'uscio di casa, perché questo è.
Prima hanno tolto la gioia poi il pane poi la vita. Sì, Farajallah, è così che funziona, così funziona l'espandersi della civiltà di quest'occidente al tramonto: avant qu'ils ne prennent la joie, puis le pain, puis encore la vie... ce qui peut tenir sur les mains des enfants? Questo non lo so, non so a cosa s'aggrapperanno le mani dei bambini, proprio non lo so, amico Faraj.
Marika Guerrini
foto dal web

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