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mercoledì 13 agosto 2014

il deserto di Kabir

... mentre venti di guerra nuovamente e ancora ci giungono al di là dal mare e sul deserto s'espandono in scure nubi ed echi, da quest'angolo appartato dei Campi Flegrei, all'ombra delle colonne di Apollo che dal tempio s'allungano al calare del sole dietro la collina, azzittiamo questo perenne rombo di guerra nel racconto della fiaba di Kabir. Del suo deserto. Lo stesso che sarebbe ora se un tempo vicino non si fosse fatto incredibilmente lontano.
"... ai confini del mondo conosciuto, dove solo giunge chi cerca, luminoso scialle, stelle ammantavano l'oasi in cui viveva Kabir. Cammelliere dal colorito ambrato e grandi occhi scuri. Quella notte, nella sua casa di fango e paglia, Kabir se ne stava accovacciato accanto al fuoco, avvolto in una coperta blu come il cielo che guardava il deserto. Cullato dal fruscio del vento sulle dune, altro non faceva che pensare alla vita, a cosa volesse farne della propria.
Molto tempo era passato, forse troppo, da che il deserto con i suoi infiniti spazi sembrava essersi ristretto, limitargli la libertà. Perenne desiderio di andare. La mente di Kabir vagava alla ricerca di una risposta, la solitudine prendeva spazio in lui. Ne occupò così tanto, da allontanare ogni desiderio, ogni speranza. 
Kabir, cosa mai accadutagli, la vide, proprio dinanzi a sé. La vide starsene immobile a guardarlo, indifferente, fredda, buia, come un masso di roccia nella notte. Nel vederla così presente, così vicina, si scoprì ad immaginare che fosse qualcuno, chiunque, qualcuno a cui poter confidare dubbi, incertezze, i più segreti pensieri, quelli mai confidati, quelli che raramente confidava persino a sé stesso. Desiderava chi potesse scaldargli il cuore come il tepore della coperta, del fuoco, stavano scaldando il suoi corpo.
Ma questo non lo sapeva.
Mentre la mente vagava alla ricerca d'un possibile amico, di tanto in tanto lo sguardo andava alla parete, oltre l'apertura che in essa, senza vetri e senza imposte, gli permetteva di guardare le stelle.
Fu lì, in uno di quegli sguardi, che s'accorse del repentino nascondersi di esse. Strane nubi s'erano poste tra cielo e terra, nubi che memoria d'uomo non ricordava in quel luogo, da mai. Nubi gonfie sì da sfiorare il suolo, dense, bianche.
Kabir, a cui non mancava coraggio, quasi si spaventò, alla vista di quel cielo che pesava sul deserto come per uno strano presagio. Quasi si spaventò dell'improvviso annullarsi dei suoni.
Distolto dai pensieri stava cercando di capire quando un leggero colpo alla porta interruppe quello strano silenzio che pareva avesse immobilizzato ogni cosa, ogni essere vivente. Sobbalzò. Ma l'indietreggiare non gli apparteneva. Si alzò, socchiuse la porta, si sporse all'esterno.
Allo strano chiarore di quel bianco cielo, sull'uscio, rannicchiata al suolo, una giovane donna giaceva tremante.
L'abito dello stesso celeste candore, lembo di nube posato sul suo corpo. Kabir non notò questo particolare, senza perder tempo né proferir parola alzò la fanciulla, l'accompagnò in casa, si tolse la coperta di dosso, gliela porse.
La fanciulla sorrise al suo gesto, prese la coperta, vi si avvolse, poi si accovacciò accanto al fuoco. Passarono pochi momenti ma bastarono perché lei si riprendesse, il tremore sparisse, benché il colorito restasse immutato, pallido come le nubi. Spinto dalla curiosità le chiese da dove venisse, dove stesse andando. La fanciulla disse che veniva da molto lontano aveva camminato giorni senza mai fermarsi. Tacque sulla futura meta. Chinò il capo in un sorriso. Kabir non chiese altro. In fondo cosa importava, bastava che fosse lì.
Quella notte Kabir raccontò alla fanciulla sconosciuta tutti i suoi pensieri, i desideri, le speranze, tornati all'improvviso come se non avessero mai smesso di vivere in lui.
Kabir raccontava.
Man mano che raccontava lo sguardo di lei s'illuminava di mille soli. Soli luce che scaldarono il cuore di Kabir ed egli non seppe più perché, per così lungo tempo, non avesse avuto speranze né desideri. Si vergognò di quella solitudine che tante volte gli aveva stretto il cuore. Disperdendoli. Quella notte Kabir s'innamorò.
Si addormentarono l'uno accanto all'altra, accovacciati all'estremo espandersi del fuoco. Lui non s'accorse che larghe falde di candida silenziosa neve avevano ammantato ogni cosa, lasciando scoperta solo la piccola oasi verde e rigogliosa con i suoi alberi di champak.
La notte si consumò in attesa dell'alba.
Quando essa giunse, quando il primo raggio di sole sfiorò il volto di Kabir, lui si svegliò. 
Ancor prima di schiudere gli occhi cercò con la mano la fanciulla accanto a sé, ma non la trovò. Non c'era. Ritrasse la mano, sollevò le palpebre, lentamente. Lentamente guardò. Nessuno. Il fuoco era diventato cenere. In un angolo la coperta blu come il cielo notturno non avvolgeva nessuno. Non v'era nessuno.
La  piccola casa di fango e paglia era deserta. Come una ninfea sull'acqua d'uno stagno, leggera, immateriale, posava la veste bianca della fanciulla... in una piccola pozza d'acqua.
Kabir non fece nulla, avvertì solo un tenue calore nascergli dentro. Riscaldarlo. 
Dorato il deserto scompose le dune in giochi di luci, in colori. Immenso lo vide Kabir. Piccoli uccelli salutavano il giorno volando tra i verdi rami dei champak".
Marika Guerrini

tratto da "Massoud l'afghano il tulipano dell'Hindu Kush" dello stesso autore, Venexia 2004

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