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sabato 5 settembre 2015

il ritorno di Palinuro


... La notte si stende placida sul mare, il vento favorevole accompagna la flotta di Enea proveniente dalla Sicilia e diretta verso i tanto desiderati italici lidi. E' stato lo stesso Nettuno dominatore del mare profondo a promettere a Venere che placherà le acque a custodia di suo figlio Enea, perché abbia una navigazione tranquilla

"...Cadono i flutti, sotto l'asse sonoro si stende il gonfio mare, fuggon pel vasto cielo le nuvole".  

Ma questo richiede un sacrificio  a placare l'indomita ira di Giunone

"...uno solo sarà che in mare perduto dovrai lamentare, una testa darete per molti".

La vittima destinata è Palinuro, fedele nocchiero a cui Enea s'è sempre affidato 

"...Allora davanti a tutti, la fitta schiera guidava Palinuro, dietro a lui gli altri han comando d'andare. E già il mezzo del cielo l'umida notte toccava, in placida quiete abbandonavano i corpi, sotto i remi o pei duri sedili distesi, le ciurme. 
Ed ecco leggero dagli astri celesti scendendo agitò l'aria oscura e dissipò l'ombre, te, Palinuro, cercando, a te portando il mal sogno, o innocente.

Così prendendo le sembianze di Enea:

 "...Iaside Palinuro, il mare porta le navi da solo, uguale spira la brezza, ecco un'ora pel sonno. Posa il capo, strappa gli occhi stanchi al tormento, io posso, per poco, sostenere la tua parte.
E a lui Palinuro, levando a stento le palpebre: E vuoi che la faccia del mare tranquillo, che l'onde sopite io non conosca? E che d'un simile mostro mi fidi?
Enea, ma sei pazzo, lasciarlo alle brezze bugiarde proprio io, tante volte ingannato dal cielo sereno?
Queste parole diceva, e fisso attaccato al timone, non lo lasciava un momento, gli occhi tesi alle stelle.
Ma un ramo stillante acqua di Lete, veleno di stigia potenza, gli scuote il dio sulle tempie, e mentre invano resiste gli occhi oscillanti gli chiude.
Quel sonno imprevisto gli ebbe appena sciolto le membra, volandogli addosso, strappato un pezzo di poppa, giù col timone lo gettò il dio, a capofitto nell'acqua che invano chiamava e richiamava i compagni.
Poi come uccello in volo s'alzò sparendo nell'aria....
E sentì Enea che, perso il nocchiero, la nave sbandava, allora lui stesso nell'acque notturne la tese, molto gemendo, sconvolto in cuor per l'amico caduto: O troppo fidente nel mare e nel cielo sereno! Nudo su ignota spiaggia giacerai, Palinuro".

Raggiunta Cuma Enea si reca con la Sibilla a visitare il regno dei morti, lì, tra le prime ombre incontra Palinuro:

"... Per tre gelide notti mi sospinse sull'immensa distesa di quel mare Noto violento, ed alla quarta aurora, sulla cresta di un'onda sollevato, vidi l'Italia. A terra allor nuotando m'avvicinavo a stento. E già dal mare ero al sicuro, quando fiera gente, ancor gravato dalla veste molle, che ancor ghermivo con adunche mani l'aspre sporgenze del roccioso lido, con l'armi m'assalì, in me pensando, stolta, una preda!
Ed ora il corpo mio tengono i flutti e i venti in lor balìa! Ond'io, Enea, per la gioconda luce, per il vitale spirito dei vivi, pel padre tuo, per la speranza certa del tuo fiorente Jiulio, deh!, ti prego, strappami invitto a questi mali! Gettami sul corpo un po' di terra...sì che almen riposi nella placida sede della morte! 
Ciò disse appena e subito la vergine...No non sperar che il Fato degli dei si pieghi mai alle umane preghiere! Ma memore i miei detti odi...il tuo nome, o Palinuro, il luogo terrà per sempre".

Ma la pietà di Enea gli dà sepoltura: 

"un miglio ad Occidente delle Saline ed appunto sull'imboccatura del porto, trovasi il sepolcro di Palinuro, rizzatovi dalla superstizione di quei vicini antichi popoli, per placare i Mani del medesimo. Vedendolo vi si scorge un'antichissima semplicità... l'opera è quadrata e massiccia di minute pietre, la maggior parte delle quali sono arrossite, perché prima state al fuoco... tiene ad Oriente un picciol vallone... la parte esteriore volge ad Occidente... al di dentro, a guisa d'un picciol porto era, e due porte, una a Mezzogiorno, e l'altra a Tramontana gli davano l'ingresso ". 

Così Giuseppe Antonini, barone di San Biase, nel 1795 ci racconta il cenotafio del virgiliano nocchiero di Enea, ed è così che il tempo più che remoto, ancora s'affaccia, portando con sé l'origine della nostra storia in parte troiana, storia che il nome Palinuro  non smette di evocare. Ma molte altre sono le storie che Palinuro, poi Capo Palinuro,  avrebbe accolto in grembo lungo lo scorrere del tempostorie sommatesi all'antichissimo insediamento lucano, di cui la prima traccia precede il VI secolo a.C., quando la regione fu ellenizzata. Storie a raccontare una storia che ha sempre visto il tragitto farsi da oriente ad occidente tra scuole di filosofia e naufragi, come quello all'epoca delle ostilità tra Roma e Cartagine, quando i marosi scaraventarono sulle rocce e sugli scogli la flotta romana formata da 260 unità, di ritorno dall'Africa carica di bottino ch'era il 253 a.C., lasciando 150 unità in fondo al mare. Dal tempo del nocchiero, secondo la memoria storica, non è trascorso anno, come anche questo in corso, senza che in quel mare, Noto violento, si rinnovi il sacrificio di Palinuro
Ora, ma da alcuni anni, in quel luogo suggestivo in cui la natura continua a riflettere toni selvaggi conservatisi quasi allo stato primordiale, Abdul, Alì, Mohammad, Selim, Shapur, e ancora e ancora, ignari percorrono la spiaggia su cui Palinuro posò il suo corpo, la spiaggia del Porto. La percorrono con il peso della loro vita manifesto in mercanzia che tappezza il  corpo trasportatore, in tal guisa come fosse messo in vendita. Ed è così che Abdul mi racconta la sua storia. Penzolante dal collo, a stento ma non senza dignità, porta ancorato un grande pannello di legno scintillante di piccoli bijoux colorati dall'evidente fattura cinese, mentre lo shalwar kameez che sotto il pannello copre il suo corpo, denuncia la sua terra d'origine, il Pakistan. E mi racconta la sua storia fotocopia di migliaia di altre storie, storie in cui cambiano i nomi, e neppure tanto, cambia la provenienza, e neppure tanto, cambia il tragitto, e neppure tanto, storie che conosciamo tutti. E gli offro un attimo di riposo un po' d'ombra e una bibita fresca a fermare il suo passo affondato nella sabbia del nocchiero.  
Ora ancor più di qualche anno fa, la sua. la loro, presenza si fa significante d'una storia di transito, di vita e di morte, una storia verso lidi lontani fattisi nel tragitto agognate irraggiungibili utopie, storia  sorta in lidi altrettanto lontani da cui provengono, lidi distrutti dalla voracità d'occidente come Troia dagli Achei.   
Marika Guerrini
immagine: scatto originale

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