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martedì 15 settembre 2015

migranti, sunglasses, cocaina, eroina tra gli azulejos di Lisbona

... nell'intermittenza del respiro m'inerpico sulla via scoscesa. E immagini mi vengono incontro dalle mura dei palazzi, lì, sotto forma di azulejos, raccontano, mentre antichi regnanti si mescolano a spirali a fiori a cerchi a stelle a rosoni di colore azzurro tutti, o quasi. E più in là, ma solo un po' più in là, persino Vasco da Gama s'affaccia a ricordare conquiste mai pacifiche, che fossero ad occidente o ad oriente, poco importa ormai, è stato molto ma molto tempo fa. 
Così, inerpicandomi tra un respiro e un mezzo respiro, incrocio lo sguardo di un giovane uomo dalla provenienza sub sahariana, a dirla di primo acchito. E mi si accosta e: sunglasses, cocaina, eroina, è quel che dice, che mi dice, mentre il punto interrogativo sottolinea nella voce la domanda, l'offerta. Poi un altro e un altro ancora e ancora un altro, la provenienza sembrerebbe la stessa, dai tratti del volto, la corporatura, dal colore della pelle, tutti lì, distanziati da pochi passi soltanto, e al nào obrigado, al rifiuto, una nota di delusione attraversa lo sguardo dell'uno e dell'altro, di tutti, come fosse risposta d'eccezione la mia, mentre continua la nenia dopo di me: sunglasses, cocaina, eroina, mentre continuo la scalata.
Sono in cima ora, in una piazzetta, lì un punto di ristoro richiama la mia attenzione e mi siedo ad un tavolino. Neanche ho fatto in tempo a sedermi che: sunglasses, cocaina, eroina, s'avvicina un altro di loro, quelli di prima, uno come tutti, ed anche qui la delusione nello sguardo al ripetuto nào obrigado. 
C'è un belga al tavolino accanto, mi guarda e in francese commenta: incroyable! Oui, incroyable! rispondo. Da queste battute nasce l'incontro con Albert, dall'incontro la parte seguente di questa pagina che, con il suo permesso, pubblico. Eccola.

Mangiamo i nostri hamburger al fast-food  e la sera usciamo per andare a cinema o a teatro. Mettiamo i nostri soldi da parte e facciamo le nostre vacanze annuali. Ci muoviamo come ordinate formiche nelle nostre belle metropoli antiche e moderne. Lavoro, shopping, accompagnare i figli i in piscina. Sempre più spesso l'uomo medio occidentale incontra nel suo tran tran quotidiano facce nuove, occhi di chi ha viaggiato per stare lì dove lui è, occhi che anelano ad un eldorado, promesso, che non c'è e non ci sarà. Era tutta un'illusione, un sogno infranto e non è più il mare a dividerci, ma una casta informale. Il più delle volte l'occidentale medio non vuole incrociare lo sguardo con il loro, e quando lo fa  spesso il pensiero inespresso, è "ho bisogno che tu stia male perché io stia bene..... Ho bisogno che tu muoia nella povertà e nella fame perché io viva sazio e nel lusso".
Oggi l'Europa ed il resto del "primo" mondo fanno finta di svegliarsi, rimangono sorpresi  al terribile afflusso di migranti che migranti non sono ma profughi, profughi vomitati dal Mediterraneo sulle nostre terre, un afflusso in verità antico, ma che ora c'è bisogno di moltiplicare, addizionare, pubblicizzare. E l'Europa, qui, ora, è come un bambino che rompe il vaso e nasconde i pezzi sotto il tappeto sperando che non si veda il bozzo. 
I popoli migrano, lo fanno da sempre però qualcosa è cambiato dopo gli anni '50 dello scorso secolo, l'Europa ha messo la parola fine al suo periodo coloniale o forse ha solo trasformato una pratica stigmatizzata da molti che comunque  aveva un risvolto positivo nel portare ricchezza al terzo mondo, se pur derubandolo di troppo, ma altresì dotandolo di modernità, di leggi, di cultura. Portava in quei luoghi quel che oggi loro vengono a cercare qui. Con la dismissione delle colonie è partito un meccanismo di deterioramento di questi paesi, lento ed inesorabile, che si conclude puntualmente con una guerra, una rivoluzione, una carestia, anche di pensiero. E quel poco di buono che noi si esportava in quei luoghi, ora loro vengono a cercarlo come fosse saldo per una promessa mancata. E l'Europa si interroga se sia stato giusto o  meno decidere di intervenire militarmente per cambiare le sorti di questo o quello Stato  anziché interrogarsi sul perché ha dato inizio a tutto questo.

Si aprano le frontiere, si facciano entrare i disperati, gridano gli europei benpensanti, senza capire che il benessere al quale sono attaccati e i lussi che ora si permettono verranno meno,  e allora si torna al punto: ho bisogno che tu stia male perché io stia bene. In una terra che oramai non offre abbastanza cibo ed acqua per tutti, il sacrificio di alcuni sembra inevitabile. Ma tra loro a quanto pare c'è chi non ci sta, così hanno iniziato a dire :"io non pesco il cerino più corto, ora crepa tu!" e allora: sunglasses, cocaina, eroina.
Sono passati quasi cento anni senza guerre... beh, non illudiamoci, non ce ne saranno altri 100, siamo già in guerra e, a breve, un'altra guerra si sommerà a questa, la guerra per la sopravvivenza. E non ci saranno fronti su cui combattere, il nemico sarà seduto accanto a noi nel ristorante dove consumiamo, godendo, il nostro pasto. 
Ho bisogno che tu muoia perché io viva.
Le parole dell'amico belga sono state lasciate alla spontaneità, senza alcuna trasformazione, le ho  tradotte dal francese, soltanto.
Marika Guerrini

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