
Eppure l’India aveva visto in passato altre invasioni, vedi gli
Arii, vedi i Moghul, ma sempre, dopo il primo momento, s’era verificato
incontro, scambio, e imperi “indiani” erano sorti. I britannici invece
comandavano e controllavano il paese con il proprio rāja distante migliaia e migliaia di
chilometri, senza tener in alcun conto quella che era stata ed era la ricca
tradizione culturale, sottovalutandola quando non denigrandola in ogni campo
dal religioso, al politico, al giuridico, all’economico, sostituendo l’intero
assetto sociale del paese con un processo di unificazione e “modernizzazione”
prettamente britannico, diffuso in maniera capillare dai missionari così come
dall’istituzione del sistema scolastico di stampo inglese e dall’apertura al
commercio privato con lo straniero, che, accanto alle già esistenti
diversificazioni di casta, aveva creato ulteriore discriminazione sociale il
cui fine agevolava gli interessi economici britannici accrescendone il
profitto.
Questa situazione, caratterizzata dalla grande capacità inglese
di sublimare interessi e identità personali a leggi “impersonali” atte a
perseguire “più alti” fini di utilità nazionale, intendendo per nazionale
l’isola atlantica ed il suo impero, fece sì che progredisse sempre più la
coscienza nazionale indiana di cui sopra. Gli indiani presero consapevolezza di
quanto distanti fossero i funzionari governativi britannici dalle loro
peculiarità culturali, sociali, economiche e politiche. Così, mentre vicerè
inglesi si avvicendavano senza nulla cambiare al loro governare, il primo
grande Movimento Nazionalista Indiano sorto il secolo precedente, prese a
figliare. I movimenti che originò furono moltissimi, non vi fu regione che non
ne avesse almeno uno. Da principio le espressioni dei movimenti nazionalisti
tentarono di stabilire un dialogo con il governo straniero, puntando come era
stato in passato su un incontro di scambio culturale. Centinaia furono le
riviste di cultura pubblicate in quegli anni atte a sottolineare attraverso istituzioni moderne la loro
diversità tradizionale, molte furono le personalità intellettuali che si adoprarono
a che l’incontro con gli inglesi si verificasse malgrado lo scalpitio giovanile
propendesse per le insurrezioni armate. La politica britannica non solo non
concesse nulla ma, nella paura di perdere il potere acquisito, alle
manifestazioni pacifiche rispose con repressioni e violenze d’ogni tipo, dalla
negazione di diritti sociali, politici, giuridici, alle violenze corporali.
La goccia che fece traboccare il vaso accendendo ancor più
l’animo indiano fu la partizione dell’allora Bengala, vasta regione la cui
pianura sul delta dei due fiumi sacri, la Ganga, per noi Gange, e il
Brahmaputra, costituisce ora il Bangladesh.
Era l’ottobre del 1905 quando il vicerè George N.Curzon, decise
di spartire la provincia del Bengala in due nuove, Bengala orientale e Assam,
senza consultare tanto meno considerare l’opinione indiana. La divisione netta
con una linea che tagliava la strada tra Calcutta e l’Hughli, affluente del
Gange, portò anche ad una separazione tra la maggioranza indù dai sei milioni
di musulmani, entrambi di lingua bengali, questi ultimi vennero raggruppati nell’Assam. L’azione fu commentata da
un eminente esponente del nazionalismo indiano che, con sapienza e
ragionevolezza, si era sempre speso a conquistare il cuore e la mente dei
governanti e dei vicerè inglesi, a favore dei tanti appelli alla giustizia
politica e all’equità, affinché gli indiani riformassero in prima persona le
loro idee sociali e religiose e risolvessero i loro conflitti interni in vista
di una indipendenza. Questo esponente era Gopal Krishna Gokhale (1866-1915), che
così si espresse:
“ Hanno inflitto una crudele ingiustizia ai nostri fratelli del
Bengala, l’intera regione è stata scossa, fin nel profondo, dal dolore e dal
risentimento, come mai era accaduto prima d’ora. Lo schema della partizione
architettato nelle tenebre e realizzato a dispetto di quella fierissima
opposizione che da mezzo secolo a questa parte ha incontrato ogni misura
governativa, rimarrà sempre come immagine esatta delle peggiori fattezze che sa
assumere l’attuale sistema di gestione burocratica: il suo totale spregio per
l’opinione pubblica, le sue arroganti pretese di possedere una saggezza
superiore, il suo sordo disprezzo per i più schietti sentimenti della gente, la
beffa del suo richiamarsi alla giustizia, la sfacciata preferenza accordata alle
necessità del Service
invece che a quelle dei sudditi.”
Il Bengala esplose. Si formò il movimento Svadēś, nostro paese. Al grido di Svadēśī, del nostro paese, con riferimento ai prodotti indiani,
il boicottaggio alle importazioni inglesi emerse come punto chiave del
programma politico del Congresso galvanizzando l’intera nazione. Falò di
protesta illuminarono il cielo di Calcutta e il sacro rituale ario del
sacrificio ad Agni, il Fuoco, prese a bruciare i sari fabbricati in Inghilterra e tutte le
stoffe che provenissero dal Lancashire. E mentre i fuochi ardevano i prodotti
inglesi, e lo sdegno cresceva, gli studenti delle università dal sistema di
stampo inglese, con programmi corrispondenti, perseguitati e oppressi nelle
loro tradizioni culturali, presero a concretizzare i sottili insegnamenti
stranieri e quelli tra loro più esaltati si diedero al culto della bomba,
cercando di ottenere con il terrore quel che era stato loro sottilmente negato
attraverso l’istruzione e la formazione.
Arabinda Ghosh, più tardi conosciuto come śri Aurobindo, che
da sempre considerava il suolo
dell’India alla stregua della Dea Madre che bisognava amare e difendere,
colui che con la sua opera avrebbe onorato la propria terra e che allora le diede la poesia poi musicata
da Rabindranath Tagore, che sarebbe divenuta il primo inno del nazionalismo
indiano, ritenuto un terrorista, per salvarsi, fu costretto a fuggire dal suo
Bengala. Era il 1910. Rifugiatosi
in Francia, śri Aurobindo, a Pondichéry avrebbe fondato poi il suo āśram ch’era il 1914.
Al grido di Svadēśī, argomenti un tempo moderati si trasformarono in manifestazioni
di rabbia, in proteste furibonde in cui tutti si trovarono uniti, gli zamindār, proprietari terreni spesso
appartenenti a famiglie reali, si unirono agli insegnanti, agli avvocati, ai
negozianti, agli spremitori di olio, oltre ogni casta, indù e musulmani uniti
nel movimento per l’indipendenza dal dominio straniero ivi compreso lo
sfruttamento economico.
Si potrebbe continuare, raccontare aneddoti su aneddoti,
continuare a chiarificare la tenebra di qualsivoglia indubbia atrocità, al di
là di qualsivoglia sigla vera, falsa o opportunistica che sia. Si potrebbe
raccontare anche un aneddoto recente come quello di Dāccā nell’aprile del 2013, quello del
palazzo di otto piani che si incendia, che si sbriciola per assenza di adeguate
misure di sicurezza, che uccide 381 lavoratori bangladeshi, che producevano
capi di abbigliamento per multinazionali occidentali. Potremmo raccontare che
l’italiana United Colors of Benetton, ne faceva parte benché abbia negato
l’evidenza, ma ci fermiamo qui.
Quella narrata in questa pagina è solo una breve scomoda pagina
di storia che sposa un’attualità altrettanto scomoda in cui il Bangladesh
cresce del 6% all’anno senza che oltre il 90% dei bangladeshi se ne accorga continuando pertanto ad emigrare. E li vediamo qui a venderci rose, a volte farcene
omaggio, a pulire i finestrini delle nostre auto, a ....
Quel che accadeva nell’India coloniale accade ancora in Bangladesh,
e non solo, la selvaggia economia internazionale, con la sua selvaggia globalizzazione, con le sue selvagge regole internazionali anch'esse, procura danni che fanno esplodere la violenza il cui nome non
ha importanza, mentre il terrorismo così detto islamico continua ad essere un’arma usata con
competenza dopo aver disintegrato gli stati laici, regionali più o meno, che
non avrebbero permesso la sua ascesa forse neppure la sua formazione.
Marika Guerrini
Nessun commento:
Posta un commento