sabato 22 giugno 2013

"Alpini in Afghanistan" una recensione


... conosce la severità di occiriente chi frequenta le sue pagine. Quella severità pronta a notare chiunque o qualunque cosa intacchi, abbia intaccato o intaccherà principi come lealtà, verità, coraggio ancor più se inerenti a quella terra afghana, a quelle genti che da molto più di quanto si faccia trapelare, popola i nostri pensieri. Ed è con questa stessa severità, che abbiamo sfogliato, letto, immaginato "Alpini in Afghanistan", un breve, caldo diario, affidato dapprima al web, poi fissato su carta, da esponenti dell'ultima missione della "Taurinense", sezione di originaria memoria all'interno del Corpo degli Alpini, di stanza laggiù.
Caldo, sì, non aggettivo a caso, ché calore è ciò che emana dalle pagine, gli scritti, le foto. Calore che ancor più emana dai racconti, la loro linearità, la modalità tradotta in parole che si fanno immagini. E si entra in Afghanistan. Si entra attraverso la vita della Brigata alpini "Taurinense". E le pagine si snodano narrando quel che i media tacciono perché non fa notizia, non dà forte sensazione, non colpisce. Tutto quel positivo dietro a lato, oltre il negativo. 
" 27 sabato ottobre 2012, ventisette a uno è la partita che dallo scorso mese si gioca quotidianamente tra le bombe rudimentali... ventisette disinneschi contro una sola esplosione a terra, che ha soltanto danneggiato uno dei blindati...". E "Ventisette a uno" si fa pagina emblematica di quotidiane situazioni laggiù. Situazioni in cui l'uno, viene rilevato dai media, il ventisette no. L'uno, l'esplosione, così come feriti, caduti etc., fa notizia e le ventisette bombe disinnescate, che rese tali, hanno salvato ventisette, minimo, vite umane, non fanno notizia.  
Molti sono gli episodi di non-notizia che si mostrano in queste pagine di diario, episodi tenuti sotto silenzio, voluti sotto silenzio, perché si formino opinioni unilaterali, di comodo, di opportunità. Tenuti, voluti, da politica, diplomazia, ignoranza, nazionale, internazionale, non fa differenza.
E c'è la bella storia di Yacki e del suo amico Caporal Maggiore del genio, in " Binomio K9" Lì dove Yacki è una femmina di pastore tedesco, pronta a dare la vita per fedeltà. Lì dove Yachi viene premiata ad ogni ritrovamento, ogni segnalazione di ordigno esplosivo e non viene rimproverata tanto meno punita, per un mancato avvertimento, nel qual caso è come non fosse accaduto nulla. E' storia d'un amore su campo di battaglia, in realtà.
E ci sono passaggi come in "Cartolina da Kabul", in cui. " Mancavo da Kabul da quattro anni... lo spazio che non è occupato dalle macchine...è riempito da gente che trascina carretti pieni di rami secchissimi, ragazzini a cavalcioni di asini magri, donne con prole al seguito ( le bimbe con un bel velo bianco sul capo che le rende eleganti)..." E qui l'immagine delle bimbe incorniciate dal velo bianco sprigiona un sapore di poesia che, quando presente in un individuo, dispone gli uomini alla comprensione di terre lontane e sconosciute, mettendo in luce quello spirito italiano che si pone oltre i ruoli richiesti dalla vita. 
E passaggi come in "Herat, Seshhanbeh, 12 Jaddi 1391" in cui la diversità dei mondi s'incontra in un reciproco ampliamento di conoscenza che, se lasciato libero di esprimersi, se ascoltato, può farsi possibilità di saggezza che dall'antico fluisce nell'oggi, in questo nostro mondo d'occidente fattosi arido, spesso, troppo spesso, così: "... le differenze con il nostro calendario non mancano... ma la più grande riguarda non tanto il conteggio dei giorni quanto la percezione del tempo. Il rito del thè bollente servito agli ospiti prima di ogni incontro pubblico, gli uomini accovacciati nelle strade a chiacchierare, la lentezza con cui gli anziani salutano chiunque passi loro davanti, tutto fa pensare a un non detto: Voi avete gli orologi. Noi il tempo." Ed è così.  E' uno dei loro grandi segreti nei confronti della vita, quello di possedere il tempo. Tempo misurabile, il nostro. Immisurabile tempo senza tempo, il loro. E suggerisce una tecnica di trasformazione e conoscenza di sé e di sé nell'universo, da noi dimenticato. Perché è a quell'immensità che, se pur inconsapevolmente, loro attingono. Ancora. Malgrado tutto.
Sì, è bello l'acquarello di pagine e immagini che ci si mostra in " Alpini in Afghanistan", in cui si palesa qualcosa che occiriente da sempre tenta di mostrare: le "guerre" possono condursi sì che trasformino le loro caratteristiche in ausilio, dipende dall'uomo che le attraversa, a lui la possibilità di portare luce nelle tenebre. La capacità. "Alpini in Afghanistan" mostra questa grande facoltà dell'uomo. Questa facoltà innata, presente nello spirito italiano, anche qui quando lo si lascia esprimere. Semplicemente.
Occiriente  ha quindi il piacere di segnalare questo diario acquarellato che dà la possibilità di affacciarsi su alcune atmosfere di quella terra che continua a restare ai più sconosciuta. Terra che avrebbe tanto da donare di ben più importante delle sue risorse materiali. Da donare attraverso lo scorrere dei suoi antichi silenzi, delle sue nascoste bellezze. 
Marika Guerrini
foto- copertina di 
"Alpini in Afghanistan", Edizioni Susalibri, Torino 2013

giovedì 13 giugno 2013

Afghanistan... in quattro giorni

...8 giugno, Farah
esplode un ordigno lanciato contro un Lince italiano. Un morto, Giuseppe La Rosa, 31 anni, capitano dei Bersaglieri. Tre feriti non gravi. Azione attribuita a:
I versione - uomo in divisa dell'esercito afghano
II      "      - bambino di 11 anni
III     "      - un taleb
IV     "      - Walick Ahmad, 20 anni quasi, reo confesso quattro giorni dopo.

8 giugno Paktika
un attentato provoca tre morti Usa, due soldati, un civile. Dinamica ad oggi non resa nota, dichiarata soltanto alla base dell'Isaf, pare. Unico elemento noto: l'attentatore indossava la divisa dell'esercito afghano.

9 giugno, Kandahar
rapiti Khan, 10 anni, e Aminullah, 16 anni. Stavano procurando cibo (scaduto) per le rispettive famiglie nei bidoni dei rifiuti esterni alla sede della Questura e a quella dell'Isaf.

10 giugno, distretto di Zhari, presso Kandahar
ritrovati i resti (teste) del piccolo Khan e di Aminullah. Accusati della decapitazione i taliban. Qari Yousef Ahmadi, portavoce dei taliban, asserisce con forza l'estraneità al fatto e dichiara alla BBC: i taliban ritengono questo atto un'atrocità.

10 giugno, Kabul, aeroporto internazionale
4,30 ora locale, sette miliziani attaccano il settore militare dell'aerostazione. Vi è una sede Nato ed altre basi straniere. Morti i sette miliziani. Cinque nel conflitto a fuoco con le forze dell'ordine locali mentre due si sono fatti esplodere.  

11 giugno, Kabul -centro città-
parcheggio esterno alla Corte Suprema e nei pressi dell'Ambasciata Americana, un'auto bomba esplode contro un autobus. 17 morti, personale del tribunale compresi alcuni giudici, e 40 feriti (da vetri e metalli in frantumi) per lo più residenti nel quartiere residenziale adiacente. Azione rivendicata dai taliban. Motivo: la Corte Suprema è il braccio del Governo venduto allo straniero.
Durante il recupero dei feriti un soldato dei soccorsi ad un giornalista straniero che voleva porgli domande: vattene, gli ha detto, è tutta colpa degli stranieri.

11 giugno, Farah
ordigno lanciato contro Lince italiano esplode all'esterno. Illesi gli alpini a bordo, feriti civili afghani, numero non pervenuto né richiesto (non interessa). 

Sì, non c'è molto da aggiungere a questi giorni sommati a giorni di questi eterni dodici anni di guerra laggiù. Dodici e un po'. Escalation di Primavera, narra la leggenda secondo cui i taliban si attivano ancor più con lo scioglimento delle nevi perché lasciano i rifugi dell'Hindu Kush. Ci sarebbe di che regolare gli orologi: lo scioglimento delle nevi dell'Hindu Kush e la recrudescenza dell'offensiva talebana, se non fosse che i taliban non dimorano né scendono dall'Hindu Kush. Non solo non sempre non è detto. Ma questo la coltivata ignoranza d'occidente non lo sa, come non sa o non s'avvede di quanto siano interessanti le divise indossate dagli attentatori, per il solo fatto d'essere indossate, per il solo fatto d'essere dell'esercito o della sicurezza afghana. Sono esplicite d'un movimento intrinseco al popolo anche solo per questo. Molto per questo.
Taliban, mujaheddin, comuni civili, soldati regolari, irregolari, ardua è la distinzione, impossibile ora, oggi, in questi giorni, da tempo.
L'Afghanistan è stanco. Stanco di distruzione, di violenze di ogni tipo, carnali anche, su minori anche, specialità inglese, questa, come la Corte Marziale londinese ci ha mostrato la scorsa settimana, limitandosi a multare un soldato del contingente britannico per abuso su un bambino afghano. Il termine pedofilia non è stato menzionato, ovviamente. 
L'Afghanistan è stanco del subumano che striscia sul suo suolo, che lo calpesta da tanto, troppo. E' stanco di contare i propri morti ogni giorno, 24% in più rispetto al 2012, e sale al 27% se si tratta di bambini, in questo anno a metà del suo corso. Stanco di vittime innocenti per di più offese dalla menzogna, che si fa blasfemia, di chi neppure riconosce il crimine, neppure lo ammette, sì che in episodi come questo:
... immaginate un campo di cereali e otto bambini chini nel cogliere spighe, chicchi. Immaginate un rombo, un aereo, un bombardamento a tappeto. Immaginate l'erba, i cereali, i bambini. Immaginate odore di bruciato e... silenzio. Il più grande aveva 9 anni. Immaginate il villaggio non distante dal campo di cereali. Immaginate l'accorrere dei genitori al tuono delle bombe. Immaginate otto piccole salme tra le braccia dei genitori e un cammino, breve, e una base della coalizione. E' francese in questo caso lo straniero, ma nulla cambia.  
Guardate cosa avete fatto, è lo strazio materno ad urlare mostrando i piccoli corpi dilaniati. No, è stata la risposta straniera, noi abbiamo bombardato i talebani. 
E allora portateci i corpi dei talebani, hanno urlato le voci della strazio e del coraggio riconoscendo la menzogna, portateceli! 
Gli stranieri in divida di "pace" hanno allontanato genitori straziati con i loro piccoli corpi addormentati. Quelli dei talebani, i corpi, non sono stati mai mostrati. Non c'erano. 
Tutto può farsi liberazione. Tutto purché non pronunci parlata straniera. 
Marika Guerrini      
foto di Barat Alì Batoor

domenica 2 giugno 2013

Istanbul e la miccia turca

... cresce con il persistere della rivolta la preoccupazione per la Turchia. Non vogliamo dare spazio a timori né adito ad analogie tra Taxim Meydani e Piazza Tahrir. Altra terra, altre condizioni, altro popolo. Ma resta indubbio che tutto si presenti alla mente, ritorni agli occhi con forze dell'ordine in assetto da sommossa, lacrimogeni, cannoni ad acqua, arresti (ad oggi 40 pare), feriti (ad oggi una decina, pare). Istanbul non si tocca, verrebbe da urlare, ma quel che la cronaca ci ha mostrato, ci mostra, parla una lingua diversa.
I fatti li conosciamo. Sappiamo che, domani una settimana, una manciata di ambientalisti, dicono dieci, fermi in un pacifico sit-in, attendatiti al Gezi Park, dopo quattro giorni si è trasformata in rivolta. Lì nelle adiacenze di Taxim Meydani, piazza, cuore moderno, pulsante, europeo di Istanbul. Luogo d'incontro d'intellettuali, studenti, artisti, luogo di musei, pub, hotel, ristoranti: quando la città dorme Taxim vive, ricorda un detto locale. Lì, il pacifico silenzio, s'è fatto protesta di migliaia, diecimila più o meno, di manifestanti contro il Governo. E s'è creato un Movimento, improvviso anch'esso, anch'esso come sorto dal nulla, denominato "Occupy Gezi". E non ci piace. Questa faccenda dall'acre sapore di sobillazione, infiltrazione, costruzione... non ci piace. Non ci piace che la protesta, in un batti baleno, si sia fatta d'ogni  tipo, dagli scioperanti della Turkish Airlines a sindacalisti della Confederazione Disk, dai gay d'ambo i sessi, loro malgrado, a parlamentari dell'opposizione, da esponenti del Partito Curdo (ferito Sirri Sureya Onder-deputato curdo) ad attivisti del Movimento Light, da amanti e o consumatori di alcool ( ci sono state recenti misure costrittive governative su pubblicità e vendita di alcolici) a militanti per i beni comuni e ancora e ancora, tutti lì a rinfoltire la manciata di iniziali ambientalisti. Tutti in un batti baleno. Tutti sappiamo quanto il tutto celi una manovra...e non ci piace. 
Ora, prescindiamo per un attimo, anche solo per un attimo, dall'arroganza di Erdogan, dal suo centralismo, dalla rigidità e l'attitudine al comando, prescindiamo dalle accuse del popolo: osserviamo dall'alto, con distaccato occhio storico. Ci si presenta anche qualcos'altro che non ci piace: il "preoccupato" commento statunitense sulla faccenda. "Siamo convinti che  a lungo termine, la Turchia, stabile, sicura e prospera, darà maggiore possibilità di espressione, riunione e associazione, che è quel che sembra chiedere la gente.", così Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato. Portavoce d'una voce dimentica dei fatti americani dell'ottobre 2011, dei fatti occorsi tra Wall Street e il ponte di Brooklyn, dei circa 700 arresti di giovani pacifici, dimostranti  contro l'iniquo assetto economico etc. Voce dimentica delle violenze perpetrate dalle forze dell'ordine, ben più che manganellate, lacrimogeni ed acqua pressata. Oltremodo dimentica che questa è prassi nei "democratici" States. Ma quest'ipocrisia della voce dimentica ci fa comodo: ci mostra la zampa, quella che, fingendo una preoccupazione per l' "amico" Erdogan, lo silura e aderisce alla rivolta di comodo. No, nulla va tolto alla rivolta, nulla va tolto alle legittime richieste, ma perché non si dice che i manifestanti hanno già ottenuto soddisfazione, che il Tribunale di Istanbul, malgrado l'ostinazione di Erdogan, non solo ha accolto il ricorso, ma ha annullato il permesso di demolizione degli alberi dando quindi impedimento alla costruzione. Perché non si dice che dieci imprese, facenti parte del progetto, l'hanno abbandonato  aderendo alle richieste dei manifestanti. Perché non si dice.
Sì, certo, ora la rivolta ha assunto altra forma per via dell'agglomerato di manifestanti per un po' di tutto, ma questo non basta. Quale il fine ultimo: la deposizione di Erdogan, le sue dimissioni? Malgrado le carenze governative, la legittimità delle accuse mosse dal popolo, malgrado la base Nato, l'"amicizia" americana, le strette di mano, gli accordi, malgrado l'Europa, è forse Erdogan troppo poco burattino per soddisfare appieno il movimento della zampa sulla regione? Non va dimenticato questo, né la Siria, né la precedente amicizia fra Erdogan e Assad. Non va dimenticata Israele con le sue inarrestabili  paturnie tarantolari. Non va...  ma non ci va di ricalcare il noioso già detto.         
La speranza è che, nel tempo di questa pagina, la rivolta si sia chetata o stia per. E' che nessuno osi fare di Istanbul una miccia per la sua terra ed oltre. E' che non sia scritto che si svegli un mattino tra i fumi d'una primavera assassina come già in altri lidi. La speranza è che Istanbul possa continuare a tuffare le sue splendide rive nel Bosforo, in quell'estremo lembo d'Europa, lì, tra passato presente e futuro, occidente ed oriente. Ma questa, come spesso accade in queste pagine, è desiderio di scrittore, utopia, forse. Null'altro.
Marika Guerrini. 

martedì 28 maggio 2013

l'urlo hazara s'è fatto esodo - II parte












... abbiamo atteso a segnare questa seconda parte, atteso che giungessero nuove da quei mari che s'allargano tra l'Indonesia e l'Australia. E sono giunte luci da chi ha trovato l'approdo sui lidi di quella terra promessa per costrizione...e sono giunte ombre. Delle luci abbiamo ringraziato lo Spirito dei popoli. Le ombre le abbiamo accolte. 
Ombre di chi le acque hanno inghiottito a farsi culla. E bambini sono tra le ombre, molti, e giovani madri e padri che da mesi risultano risucchiati nel vortice del nulla. E' terribile questo   trail of tears della gente hazara. Terribile ancor più perché silenzioso. Estremamente. Silenzioso perché il silenzio è nella natura di quella gente e perché il mondo dinanzi al loro trail of tears  continua a voltare lo sguardo altrove. E noi non possiamo raccontare ché le parole sono ben poca cosa, sono nulla anch'esse. Molti sono pakistani tra loro, altri afghani, tutti sono hazara questi uomini del silenzio. Assordante ancor più in questo mondo di tam tam mediatico continuo, che trasmette anche ogni infinitesimale idiozia, ma non di loro. Mai.
Pakistan, Afghanistan ridotti in brandelli, se pur in diversa forma, da noi. Noi che ci nascondiamo dietro "loro" fondamentalismi, settarismi religiosi, tradizioni, costumi, tutto sempre loro. Che ci nascondiamo nella tana della nostra sporca ipocrisia. Tana  dalle pareti che trasudano ignoranza voluta, istintiva, asseconda dei casi. E lì dove l'ignoranza si coltiva non per inconsapevole semplicità d'intento ma per bieco opportunismo, e alla "civiltà" d'occidente associamo le forze deviate d'oriente, lì, prendono a sfilare, come in macabro corteo, sacrifici umani. La storia insegna a chi la conosce. E varie sono le forme, varie le sembianze mostrate nei sacrifici, e... non hanno confini. Così a Londra si uccidono soldati in nome di quelle morti provocate in luoghi solo apparentemente lontani mentre le insanguinate macerie afghane producono insanguinate macerie. E sacrifici sono su sacrifici. E le primavere arabe sobillate, procurate, sostenute non fioriscono né sbocciano in calde estati. E Siria e Gaza e...il Pakistan. 
A solo una manciata di giorni, il Pakistan s'affaccia con le sue elezioni governative. Con i suoi brogli. Nulla o poco di diverso dall'Afghanistan prima di esso al tempo delle elezioni Karzai. E la storia continua immutata, il suo deviato corso. E Nawaz Sharif, il neo leader pakistano, che di "neo" ha solo, in altro senso, l'oscurità poiché è il riciclo d'un passato da leader ( 1990-'93 e '97-'99), dichiara di voler intrecciare novelli rapporti con l'India, creare intese arabe, ritessere la trama statunitense mentre tiene al caldo i rapporti con la Cina e strizza l'occhio alla Russia. Poi, sicuro nella danza, chiede agli States la sospensione dei bombardamenti dei droni. A questo Obama, Giano bifronte, dopo le congratulazioni di prassi per la vittoria,  dice "si" mentre con l'International Crises Group di Bruxelles, che aveva avanzato la stessa richiesta, si esprime: " i bombardamenti con i droni sono necessari alla lotta al terrorismo".  
Il fatto è che siamo saturi di questa fandonia della guerra al terrore. E' che ancora non si capisce a cosa vada riferito il termine "terrore". E sì che sono anni che diciamo cosa da noi detta e ridetta: quale terrore? E la filastrocca, stessa, solita si sciorina: quello che invade paesi, bombarda, distrugge, addestra gente locale puntando su fanatismo e povertà. per farne macchine da guerra a proprio uso e consumo. Quello che occupa terre sguinzagliando le proprie multinazionali avvezze ad ogni campo che sia profiquo, sfruttamento del suolo e disboscamento, innanzi tutto, per desertificare, distruggere, succhiare energie fisiche e morali, indi abbandonare al macello di se stessi i locali come poveri cani ammaestrati al combattimento per uccidere. O forse il terrore specificamente detto islamico ma che prende vari nomi, quel terrore costituito da una miscellanea di individui tra cui gli addestrati di cui sopra, la delinquenza indigena, gli agenti dei servizi segreti d'ogni dove, ma anche mujaheddin ovvero coloro che nel nostro emisfero della "civiltà" verrebbero denominati nazionalisti o partigiani, asseconda delle politiche, quelli che, a sacrosanto diritto-dovere, difendono la propria terra, la propria patria dalle orde barbariche.  Quale terrore?
Ci siamo cacciati in una logica perversa. Questo è. E' davvero una logica contro l'uomo che altro non può fare che partorire perversione. E non è un J'accuse, questo, è semplicemente constatazione di fatti.     
Ma qualcos'altro vogliamo ancora mostrare a proposito di questo tutto, qualcosa che le elezioni pakistane,  manovrate dalle multinazionali di cui sopra, ci hanno mostrato: una macchinazione a sfondo disumano, qualcosa che vede vittime ancora la gente hazara, il loro urlo, il loro esodo.
Un nuovo partito politico s'è fatto avanti in Pakistan. Un partito, prima organizzazione religiosa della zona di nord-ovest, costituitosi partito ora, lo scorso marzo e lo scorso marzo riconosciuto tale dal Governo Centrale: il Majlis-e-Wahdat-ul-Muslimeen. Caratteristica: ortodossa rappresentanza sciita filo iraniana. All' MWM è stato permesso di presentarsi alle elezioni per uno scopo, ovviamente nascosto, sottrarre voti all'HDP, quell'Hazara Democratic Party, costituitosi nel 2003, unica voce politica della comunità hazara che sappiamo essere da sempre sciiti non ortodossi. Voce libera. Voce dai reali principi democratici, di integrazione politica, armonia sociale, reale tolleranza religiosa, fedeltà allo Stato (è risaputa la storica presenza hazara anche in alte cariche dell'esercito).
Ora, con la presenza dell' MWM che parla parole simili ma esaspera la libertà del paese "contro" lo straniero, esaspera la difesa puntando sulle armi nucleari, che punta sulla ricostruzione dello stato basandosi sulla Magistratura quindi sulla ricostruzione giudiziaria e giurisdizionale  basate sulle leggi islamiche prescritte nel Corano, ecco che gli hazara, che nulla hanno a che vedere con tutto questo, ma sono in maggior numero sciiti, verranno accomunati a quest'ortodossia. Vale a dire renderli ancor più bersaglio di morte per i vari " terroristi" di parte fondamentalista sunnita. Ecco l'infame macchinazione. E al mondo si continuerà a giustificare così il loro genocidio, la loro  fine. E si "libereranno" così quelle terre baluchi che servono alla finanza internazionale.
Ma ora basta. Ora ci fermiamo chiedendo scusa per la dimensione, inusitata per occiriente, di questa pagina. Ci fermiamo sul silenzio del Popolo Hazara. Sulla sua decimazione. Ci fermiamo sul silenzio di chi tra loro s'è addormentato tra i flutti di un mare straniero per l'infrangersi d'una speranza di lidi raggiunti solo da alcuni. Per volere di Dio.
Marika Guerrini 
immagine dal web

giovedì 16 maggio 2013

l'urlo hazara s'è fatto esodo - I parte

la loro storia- frammento
...Karachi, aprile 2013 "...questa potrebbe essere l'ultima volta che vedo il Pakistan", lo sguardo fissa le onde di quel Mare Arabico che bagna la riva pakistana. A parlare è Hussein, ad ascoltare è un inviato del New York Times. 
E s'è fatta luogo di addio quella riva per la gente hazara, la gente di Hussein. E il giorno seguente lui, come altri, attraverserà quelle colonne d'Ercole oltre cui l'inferno e oltre ancora forse la libertà. Una nuova vita. Inch'Allah!
"...si può vivere senza le prime necessità, non si può vivere con la paura...preferirei morire in barca che sotto una bomba. Almeno avrei scelto." Ha venticinque anni Hussein e tutta la fierezza del suo popolo, fatto di silenzi e coraggio. 
Da tempo l'urlo hazara, lo stesso che abbiamo denunciato segnalato evidenziato in molte nostre pagine, l'urlo che mai smetteremo d'accogliere, che mai smetteremo d'urlare, s'è fatto esodo. Esodo verso l'Australia. S'è fatto esodo ancor più per chi, del popolo hazara, risiede o risiedeva a Quetta, Pakistan. S'è fatto esodo per non farsi morte. " ...i terroristi prendono il loro tempo. Selezionano. Poi sparano.", ancora parole di Hussein. E lui era lì. E lui ha visto. E porta i segni su di sé. "...non ricordo l'esplosione solo una sorta d'impulso sonico. Poi nulla.", ancora sue parole. E noi sappiamo chi sono i terroristi, tutti lo sanno. Sappiamo chi sono anche oltre l'apparenza del nome Lashkar-e-Jangvi, per quanto esso sia assoluta realtà. E noi sappiamo che il mondo continua a non vedere, a non voler vedere, a voltare lo sguardo il più possibile lontano dal genocidio degli Hazara. E noi sappiamo quanto sia doloroso assistere al loro sterminio, alla sistematicità. Quella sistematicità che rende tutto prevedibile, identificabile. Se lo si volesse. "Noi non temiamo nè le leggi del Governo né l'esercito pakistanio. Continueremo ad ucciderli nelle loro case". Così Abu Bakar Siddiq portavoce di Lashkar-e-Jangvi. Organizzazione con sede in Punjab dichiarata terroristica da Usa, Gran Bretagna, Pakistan, Australia. Eppure Lashkar-e-Jangvi decide, si muove, agisce, sparisce, come fosse inattaccabile. E lo è. E pubblica minacce sui giornali, stampa, distribuisce volantini, ha un numero di telefono libero a cui chiunque può segnalare la presenza di un hazara, uno qualunque, ovunque, fosse anche un bambino... e vanno ad ucciderlo. Sì, Lashkar-e.Jangvi o chi per o chi con, agisce indisturbata esattamente secondo le parole di Hussein: prendono il loro tempo, selezionano, sparano. E noi sappiamo perchè tutto questo sia possibile. E noi sappiamo che il settarismo religioso non c'entra, che questa pulizia etnica ha un solo scopo; alta finanza, lobby minerarie. Ma anche questo abbiamo più e più volte trattato in questo nostro emisfero occidentale della civiltà, mentre altri fingono di sfiorare temi sui diritti umani e dei popoli senza che nulla avvenga nella realtà dei fatti. Non ci sono diritti umani che si vogliano osservare in alcun luogo che sia scomodo ai profitti internazionali. Solo subumane finzioni di diritti. E non sono diritti.
Sì, s'è fatto esodo l'urlo hazara. S'è fatto il loro Trail of Tears. Parte da Karachi, approda in Malesia poi Indonesia o Thailandia tutto a bordo di barche treni auto qualunque mezzo di trasporto  o senza alcun mezzo, fra trafficanti di qualunque cosa, di esseri umani innanzi tutto. Lì dove la fine può affacciarsi ad ogni passo, attendere dietro ogni angolo, presentarsi sotto ogni aspetto, giovani hazara sono costretti a passare. E, sì, sono giovani e giovanissimi quasi tutti e tutti è questo che devono attraversare. Poi, dopo, quando, se: l'oceano. Aspetto acqueo di quell'inferno prima solido. E miglia e miglia e miglia verso l'Australia. E non c'è alcun ordine di partenza, e non si rispetta alcun turno e il motivo è uno: il turno non esiste, nessuno sa quando partirà, se, come, si può attendere anni. Neppure gli uffici dell'UNHCR  presenti, quando, se, rispettano l'ordine. UNHCR uguale "angeli per i rifugiati". Così ci dicono e vogliamo credere.   
E può accadere, prima di quella terra che s'è fatta promessa per costrizione non per iniziale desiderio, può accadere d'essere trattenuti sulla Christmas Island, l'isola australiana in cui gli hazara dovrebbero chiedere asilo politico. E può accadere d'essere trattenuti agli arresti, galera o campi simili, per il solo fatto d'essere clandestini o simili. e la galera o simile, alle indagini da noi svolte, risulta avere il disumano sapore di Guantanamo. Sì, è a questo che noi dell'emisfero occidentale, come spesso ci accade da tempo, stiamo collaborando voltando altrove lo sguardo oltre il genocidio di questo popolo come se non fosse.
Ma c'è qualcosa che può anche accadere, qualcosa d'imponderabile, qualcosa che può collegarsi alla loro storia, alla storia del popolo hazara, la stessa dei grandi conquistatori mongoli, la stessa di imperi, quella del Gran Moghul. E questo Hussein lo sa, lo porta con sé, era presente nel suo sguardo alle onde come nell'ostinato: "non vedo l'ora" malgrado tutto, nel suo andare avanti. Può accadere qualcosa come lo scorso anno, quando sei giovani hazara hanno acquisito un ruolo ufficiale al Victoria Youth Parliament della città di Victoria, appunto, in Australia, appunto, malgrado tutti i trails of tears. Appunto
 E questa si chiama  speranza.
Marika Guerrini
foto: Barat Alì batoor 

lunedì 6 maggio 2013

il gatto e la volpe

... nessuna sorpresa circa i raid su Damasco, sorprendersi sarebbe mentire. Due in quarantotto ore, le incursioni aeree israeliane effettuate un giorno fa domenica 5 maggio, altro non sono state che l'attuarsi di un accordo. Accordo israelo statunitense, accordo fissato lo scorso mese di aprile nel corso della prima "missione" all'estero di Obama al suo secondo mandato. Missione definita "di charme" dalla stampa israeliana. Accordo sulla temporalità dell'azione non certo sulla sua fattibilità, essendo questa già stabilita, da tempo. Accordo su cui non abbiamo alcun dubbio benché si continui a negare la sua costituzione dichiarando solo l'appoggio della Casa Bianca per via di quel "principio di difesa" per cui da sempre le bombe Nato sono "per la pace" le altrui contro civiltà e democrazia.
Così, mentre Israele dichiara "difensivo" l'attacco contro convogli mobili, a suo avviso diretti in Libano carichi di missili iraniani per gli Hezbollah, convogli che, dinanzi all'evidenza delle immagini, vengono dichiarati poi, sempre da Israele, siti depositi fissi di missili con stessa provenienza e per identico utilizzo, Usa e Regno Unito continuano ad insinuare sospetti circa l'uso del sarin su civili siriani da parte delle truppe governative, uso di quel gas nervino venti volte più letale del cianuro il cui contatto con una sola goccia può uccidere un essere umano. 
Eppure stavolta qualcosa è accaduto, qualcosa di insolito, una dichiarazione che, benché con clausola di ulteriore indagine se pur già per risultato di indagine, attribuisce l'uso del sarin ai ribelli. E' Carla del Ponte a fare la dichiarazione, è un magistrato svizzero, ex procuratore del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, ora membro della Commissione Internazionale e Indipendente d'Inchiesta dell'Onu, costituitasi per la Siria e i Diritti Umani ch'era l'agosto del 2011. Dichiarazione non estranea ad occiriente che l'afferma da mesi in molte sue pagine sulla tragica situazione siriana, dichiarazione che sta creando non poco imbarazzo lì dove c'è chi agisce sobillando, alimentando, ribellioni e guerre civili. E questo ci fa riflettere. Non vorremmo fosse un'ulteriore verità dichiarata per essere opportunamente smentita con tanto di prove addotte, non vorremmo fosse fatta passare come una prima affrettata ipotesi, non vorremmo che il tiro fosse riportato all'accusa delle forze governative siriane. Riportato alla menzogna. Ma tutto è aperto, tutto e il suo contrario. 
Ora, nel tempo di questa pagina, la Siria, nella persona del presidente Assad e nella sua compagine governativa, non ha risposto all'attacco, mostrando di saper resistere alla provocazione in nome d'uno Stato che continua a dichiarare al mondo la propria inviolabile Sovranità.  Malgrado tutto.
Ora, al tempo di questa pagina, una calma apparente aleggia sulle alture del Golan, su quella sottile linea di congiunzione e distinzione che si dipana tra Siria, Libano, Israele, pur se truppe e carri armati si sono moltiplicati e batterie di missili sono pronte all'azione. Ma per ora tutto tace. Per ora.
Marika Guerrini    

martedì 30 aprile 2013

Virgo Fidelis

..." Dolcissima e Gloriosissima Madre di Dio e nostro,
     noi Carabinieri d'Italia a Te leviamo reverente il pensiero, 
     fiduciosa la preghiera e fervido il cuore.
     Tu che le nostre legioni invocano confortatrice e protettrice col nome di Virgo Fidelis,
     Tu che accogli ogni nostro proposito di bene, fanne vigore e luce per la patria nostra.
     Tu accompagna la nostra vigilanza,
     Tu consiglia il nostro dire,
     Tu anima la nostra azione,
     Tu sostenta il nostro sacrificio,
     Tu infiamma la devozione nostra!
     E suscita in ognuno di noi, da un capo all'altro d'Italia, l'entusiasmo di testimoniare,
     con fedeltà fino alla morte, l'amore a Dio e ai fratelli italiani.
     Così sia."
E si ha voglia di tacere.
Tacere alla semplicità della parola, dell'immagine, alla potenza di tale semplicità.
E' la "Preghiera del Carabiniere", questa. E si fa inno. Inno a quell'immagine-pensiero che il credo cristiano rappresenta quale Vergine Maria. Ma non è questione di credo, non atteggiamento fideistico, non religioso abbandono, è anelito, richiesta, appello. Appello a quella sottile, nascosta forza dell'anima che alberga in ogni individuo, che muove dietro ogni suo pensiero, ogni suo sentimento, ogni sua azione. Che muove inconsapevole, quasi sempre, malgrado tutto, sempre. Si attua malgrado se stessi, malgrado l'immanenza d'ogni singola individualità. Qui, nelle parole di questa particolare preghiera, l'inconsapevole anela alla consapevolezza...e si fa giuramento.
Giuramento dell'anima individuale all'anima universale, tale, infatti, il significato di Maria: anima. E, nel caso della Virgo Fidelis, è Anima Universale.
Così il carabiniere, qualunque sia la singola individualità, suggella la propria appartenenza all'Arma. Suggella la propria vita.
Così, con questo appello, questo richiamo alle forze superiori che albergano in ogni uomo. Le stesse forze che, richiamate alla coscienza, non importa quanto singolarmente consapevoli, agiscono. E permettono l'attuarsi di fedeltà, lealtà, coraggio e, ancora. Permettono quel distacco dall'istinto, quell'autocontrollo che t'impedisce di giustiziare all'istante chi impugna una pistola fumante appena scaricata sul corpo d'un tuo amico.
Questo è accaduto due giorni fa a Roma. Questo o fac-simile accade quando è l'Arma ad agire. Non è la prima né sarà l'ultima volta. E' modus agendi che origina da quel senso di umanità con anelito a superarsi espletato nell'appello, nel giuramento  di cui sappiamo.

Era il 1949, quando la "Preghiera del Carabiniere" diede forma verbale a quei contenuti ideali presenti nell'Arma sin dalle sue origini. E fu scelta la data della ricorrenza: 21 novembre, la stessa in cui ricorre la Presentazione di Maria Vergine al Tempio, la stessa della battaglia finale di Culqualber. Quella battaglia combattuta in Africa Orientale, in quella ch'era al tempo l'Abissinia che ora è l'Etiopia. Quella battaglia combattuta lungo circa quattro mesi, da quel 6 agosto a quel 21 di novembre ch'era il 1941. Lì dove il 1° Gruppo Mobilitato dei Carabinieri si immolò per la patria Italia cadendo, quasi al completo, dopo strenuo coraggio e allo stremo delle forze nonché privi ormai d'ogni supporto militare, sotto il nemico ferro britannico a cui non mancavano armi ed aerei. Ma ci fu il tributo dell'onore delle armi, poi, dopo, dal nemico dinanzi al coraggio. E la medaglia d'oro alla Bandiera dell'Arma. Poi, dopo.       
Sì, il giuramento che la preghiera dell'Arma ci mostra va incontrato, accolto, pensato. Andrebbe custodito in silenzio in ogni cuore, in ogni essere umano. Andrebbe ancor più ora, adesso, qui, in quest'Italia dal clima insurrezionale. In bilico tra disperazione e speranza.
 Marika Guerrini