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mercoledì 4 maggio 2011

Non parleremo di... -prima parte-

... in questi giorni, in cui abbiamo scelto il silenzio di occiriente, restando a guardare, ad ascoltare, dalle pagine dei quotidiani sono emerse e continuano ad emergere due correnti, come sempre in caso di nebulosità. Due correnti in merito all'avvenuta esecuzione di Osama-ben-Laden. Due correnti, quella che chiameremo dei realveritieri  e l'altra che chiamano dei complottisti. Ovvero la corrente di chi, in una sorta di fideismo laico, crede fermamente nel credere o nel voler credere e di chi, nella stessa sorta di fideismo, crede fermamente nel non credere o nel non voler credere. Il fatto è che non bisognerebbe né  credere etc., né non credere etc., entrambi gli atteggiamenti  ponendosi rispetto ai fatti o ai fatti dei fatti, con un preconcetto, che se ne sia consapevoli o meno. Bisognerebbe pensare. Liberamente pensare. Ma la difficoltà è nel, liberamente.
La pura osservazione è all'inizio del liberamente. Osservare come lo scienziato osserva un fenomeno mai incontrato prima, nel silenzio di sé, d'ogni propria reazione. Osservare scevri d'ogni tutto, prima che l'oggetto, il dato, il fatto osservato sprigioni il proprio insito significato. Questo è un modo per far sì che il fatto  parli. Poi sta a noi entrare nella vita del fatto spogliati d'ogni idea precostituita e con il bagaglio storico corrispondente ad esso. Bagaglio   formato non solo dall'immediato in cui il fatto o i suoi cenni sono facilmente ravvisabili, ma anche dal passato di cui nell'immediato il fatto è espressione o una delle espressioni. E il passato ha, appunto, un' accezione storica ben più ampia di quanto la cronaca ricordi o possa ricordare o voglia. Ben più complessa.       
Ma ora, qui, in questo contesto, non saremo né realveritieri né complottisti. Ora, qui non ci soffermeremo su tutte quelle analisi riguardo l'azione dell'esecuzione, il come, il perché, il se, il chi. Non tratteremo dell'avanzato stato di declino degli Usa, del loro astronomico debito con la Cina, delle scadenze incalzanti. Né  tratteremo della situazione in bilico in Medio Oriente, da tempo sotto sorveglianza e fomento mediatico come tutti i paesi del Nord Africa e le immense ricchezze che ancora custodiscono, ad esempio l'acqua fossile del sottosuolo di cui si parla quasi mai.   Non ci soffermeremo sulla situazione dell'America Latina, non vogliamo toccare la potenza dell'India né il desiderio che da qualche tempo condivide con il Pakistan per un riavvicinamento e che sistematicamente viene impedito con strategie che hanno perso anche la dignità d'essere tali e che riguardano il solito spirito anglosassone, etnicamente parlando. Quelle strategie messe in atto proprio nelle zone sub himalayane, kashmire e non e lungo tutto il confine afghano-pakistano. Tanto meno ci soffermeremo sull'Afghanistan di cui conosciamo ogni violenza perpetrata, ogni sottomissione imposta, ogni morte per fuoco amico, ogni morte e malattia per uranio arricchito, impoverito o come si chiami, ogni esplosione di quelle maledette bombe a grappolo di cui di recente il "Washington Post"  ha accusato Gheddafi in Libia, chiamandole armi proibite. Scimmiottando così la parabola della pagliuzza e della trave. No, non parleremo di quella terra di cui parliamo nei libri pubblicati e in attesa di, quella terra di cui conosciamo, amiamo ogni sussurro e pianto. Non parleremo di tutto questo e del di più, parleremo di Geronimo. Vogliamo parlare di Geronimo. 
Geronimo, nome in codice dato dai servizi segreti statunitensi ad Osama-ben-Laden: Geronimo.  
Marika Guerrini 

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