giovedì 16 maggio 2013

l'urlo hazara s'è fatto esodo - I parte

la loro storia- frammento
...Karachi, aprile 2013 "...questa potrebbe essere l'ultima volta che vedo il Pakistan", lo sguardo fissa le onde di quel Mare Arabico che bagna la riva pakistana. A parlare è Hussein, ad ascoltare è un inviato del New York Times. 
E s'è fatta luogo di addio quella riva per la gente hazara, la gente di Hussein. E il giorno seguente lui, come altri, attraverserà quelle colonne d'Ercole oltre cui l'inferno e oltre ancora forse la libertà. Una nuova vita. Inch'Allah!
"...si può vivere senza le prime necessità, non si può vivere con la paura...preferirei morire in barca che sotto una bomba. Almeno avrei scelto." Ha venticinque anni Hussein e tutta la fierezza del suo popolo, fatto di silenzi e coraggio. 
Da tempo l'urlo hazara, lo stesso che abbiamo denunciato segnalato evidenziato in molte nostre pagine, l'urlo che mai smetteremo d'accogliere, che mai smetteremo d'urlare, s'è fatto esodo. Esodo verso l'Australia. S'è fatto esodo ancor più per chi, del popolo hazara, risiede o risiedeva a Quetta, Pakistan. S'è fatto esodo per non farsi morte. " ...i terroristi prendono il loro tempo. Selezionano. Poi sparano.", ancora parole di Hussein. E lui era lì. E lui ha visto. E porta i segni su di sé. "...non ricordo l'esplosione solo una sorta d'impulso sonico. Poi nulla.", ancora sue parole. E noi sappiamo chi sono i terroristi, tutti lo sanno. Sappiamo chi sono anche oltre l'apparenza del nome Lashkar-e-Jangvi, per quanto esso sia assoluta realtà. E noi sappiamo che il mondo continua a non vedere, a non voler vedere, a voltare lo sguardo il più possibile lontano dal genocidio degli Hazara. E noi sappiamo quanto sia doloroso assistere al loro sterminio, alla sistematicità. Quella sistematicità che rende tutto prevedibile, identificabile. Se lo si volesse. "Noi non temiamo nè le leggi del Governo né l'esercito pakistanio. Continueremo ad ucciderli nelle loro case". Così Abu Bakar Siddiq portavoce di Lashkar-e-Jangvi. Organizzazione con sede in Punjab dichiarata terroristica da Usa, Gran Bretagna, Pakistan, Australia. Eppure Lashkar-e-Jangvi decide, si muove, agisce, sparisce, come fosse inattaccabile. E lo è. E pubblica minacce sui giornali, stampa, distribuisce volantini, ha un numero di telefono libero a cui chiunque può segnalare la presenza di un hazara, uno qualunque, ovunque, fosse anche un bambino... e vanno ad ucciderlo. Sì, Lashkar-e.Jangvi o chi per o chi con, agisce indisturbata esattamente secondo le parole di Hussein: prendono il loro tempo, selezionano, sparano. E noi sappiamo perchè tutto questo sia possibile. E noi sappiamo che il settarismo religioso non c'entra, che questa pulizia etnica ha un solo scopo; alta finanza, lobby minerarie. Ma anche questo abbiamo più e più volte trattato in questo nostro emisfero occidentale della civiltà, mentre altri fingono di sfiorare temi sui diritti umani e dei popoli senza che nulla avvenga nella realtà dei fatti. Non ci sono diritti umani che si vogliano osservare in alcun luogo che sia scomodo ai profitti internazionali. Solo subumane finzioni di diritti. E non sono diritti.
Sì, s'è fatto esodo l'urlo hazara. S'è fatto il loro Trail of Tears. Parte da Karachi, approda in Malesia poi Indonesia o Thailandia tutto a bordo di barche treni auto qualunque mezzo di trasporto  o senza alcun mezzo, fra trafficanti di qualunque cosa, di esseri umani innanzi tutto. Lì dove la fine può affacciarsi ad ogni passo, attendere dietro ogni angolo, presentarsi sotto ogni aspetto, giovani hazara sono costretti a passare. E, sì, sono giovani e giovanissimi quasi tutti e tutti è questo che devono attraversare. Poi, dopo, quando, se: l'oceano. Aspetto acqueo di quell'inferno prima solido. E miglia e miglia e miglia verso l'Australia. E non c'è alcun ordine di partenza, e non si rispetta alcun turno e il motivo è uno: il turno non esiste, nessuno sa quando partirà, se, come, si può attendere anni. Neppure gli uffici dell'UNHCR  presenti, quando, se, rispettano l'ordine. UNHCR uguale "angeli per i rifugiati". Così ci dicono e vogliamo credere.   
E può accadere, prima di quella terra che s'è fatta promessa per costrizione non per iniziale desiderio, può accadere d'essere trattenuti sulla Christmas Island, l'isola australiana in cui gli hazara dovrebbero chiedere asilo politico. E può accadere d'essere trattenuti agli arresti, galera o campi simili, per il solo fatto d'essere clandestini o simili. e la galera o simile, alle indagini da noi svolte, risulta avere il disumano sapore di Guantanamo. Sì, è a questo che noi dell'emisfero occidentale, come spesso ci accade da tempo, stiamo collaborando voltando altrove lo sguardo oltre il genocidio di questo popolo come se non fosse.
Ma c'è qualcosa che può anche accadere, qualcosa d'imponderabile, qualcosa che può collegarsi alla loro storia, alla storia del popolo hazara, la stessa dei grandi conquistatori mongoli, la stessa di imperi, quella del Gran Moghul. E questo Hussein lo sa, lo porta con sé, era presente nel suo sguardo alle onde come nell'ostinato: "non vedo l'ora" malgrado tutto, nel suo andare avanti. Può accadere qualcosa come lo scorso anno, quando sei giovani hazara hanno acquisito un ruolo ufficiale al Victoria Youth Parliament della città di Victoria, appunto, in Australia, appunto, malgrado tutti i trails of tears. Appunto. 
 E questa si chiama  speranza.
Marika Guerrini
foto: Barat Alì batoor 

lunedì 6 maggio 2013

il gatto e la volpe

... nessuna sorpresa circa i raid su Damasco, sorprendersi sarebbe mentire. Due in quarantotto ore, le incursioni aeree israeliane effettuate un giorno fa domenica 5 maggio, altro non sono state che l'attuarsi di un accordo. Accordo israelo statunitense, accordo fissato lo scorso mese di aprile nel corso della prima "missione" all'estero di Obama al suo secondo mandato. Missione definita "di charme" dalla stampa israeliana. Accordo sulla temporalità dell'azione non certo sulla sua fattibilità, essendo questa già stabilita, da tempo. Accordo su cui non abbiamo alcun dubbio benché si continui a negare la sua costituzione dichiarando solo l'appoggio della Casa Bianca per via di quel "principio di difesa" per cui da sempre le bombe Nato sono "per la pace" le altrui contro civiltà e democrazia.
Così, mentre Israele dichiara "difensivo" l'attacco contro convogli mobili, a suo avviso diretti in Libano carichi di missili iraniani per gli Hezbollah, convogli che, dinanzi all'evidenza delle immagini, vengono dichiarati poi, sempre da Israele, siti depositi fissi di missili con stessa provenienza e per identico utilizzo, Usa e Regno Unito continuano ad insinuare sospetti circa l'uso del sarin su civili siriani da parte delle truppe governative, uso di quel gas nervino venti volte più letale del cianuro il cui contatto con una sola goccia può uccidere un essere umano. 
Eppure stavolta qualcosa è accaduto, qualcosa di insolito, una dichiarazione che, benché con clausola di ulteriore indagine se pur già per risultato di indagine, attribuisce l'uso del sarin ai ribelli. E' Carla del Ponte a fare la dichiarazione, è un magistrato svizzero, ex procuratore del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, ora membro della Commissione Internazionale e Indipendente d'Inchiesta dell'Onu, costituitasi per la Siria e i Diritti Umani ch'era l'agosto del 2011. Dichiarazione non estranea ad occiriente che l'afferma da mesi in molte sue pagine sulla tragica situazione siriana, dichiarazione che sta creando non poco imbarazzo lì dove c'è chi agisce sobillando, alimentando, ribellioni e guerre civili. E questo ci fa riflettere. Non vorremmo fosse un'ulteriore verità dichiarata per essere opportunamente smentita con tanto di prove addotte, non vorremmo fosse fatta passare come una prima affrettata ipotesi, non vorremmo che il tiro fosse riportato all'accusa delle forze governative siriane. Riportato alla menzogna. Ma tutto è aperto, tutto e il suo contrario. 
Ora, nel tempo di questa pagina, la Siria, nella persona del presidente Assad e nella sua compagine governativa, non ha risposto all'attacco, mostrando di saper resistere alla provocazione in nome d'uno Stato che continua a dichiarare al mondo la propria inviolabile Sovranità.  Malgrado tutto.
Ora, al tempo di questa pagina, una calma apparente aleggia sulle alture del Golan, su quella sottile linea di congiunzione e distinzione che si dipana tra Siria, Libano, Israele, pur se truppe e carri armati si sono moltiplicati e batterie di missili sono pronte all'azione. Ma per ora tutto tace. Per ora.
Marika Guerrini    

martedì 30 aprile 2013

Virgo Fidelis

..." Dolcissima e Gloriosissima Madre di Dio e nostro,
     noi Carabinieri d'Italia a Te leviamo reverente il pensiero, 
     fiduciosa la preghiera e fervido il cuore.
     Tu che le nostre legioni invocano confortatrice e protettrice col nome di Virgo Fidelis,
     Tu che accogli ogni nostro proposito di bene, fanne vigore e luce per la patria nostra.
     Tu accompagna la nostra vigilanza,
     Tu consiglia il nostro dire,
     Tu anima la nostra azione,
     Tu sostenta il nostro sacrificio,
     Tu infiamma la devozione nostra!
     E suscita in ognuno di noi, da un capo all'altro d'Italia, l'entusiasmo di testimoniare,
     con fedeltà fino alla morte, l'amore a Dio e ai fratelli italiani.
     Così sia."
E si ha voglia di tacere.
Tacere alla semplicità della parola, dell'immagine, alla potenza di tale semplicità.
E' la "Preghiera del Carabiniere", questa. E si fa inno. Inno a quell'immagine-pensiero che il credo cristiano rappresenta quale Vergine Maria. Ma non è questione di credo, non atteggiamento fideistico, non religioso abbandono, è anelito, richiesta, appello. Appello a quella sottile, nascosta forza dell'anima che alberga in ogni individuo, che muove dietro ogni suo pensiero, ogni suo sentimento, ogni sua azione. Che muove inconsapevole, quasi sempre, malgrado tutto, sempre. Si attua malgrado se stessi, malgrado l'immanenza d'ogni singola individualità. Qui, nelle parole di questa particolare preghiera, l'inconsapevole anela alla consapevolezza...e si fa giuramento.
Giuramento dell'anima individuale all'anima universale, tale, infatti, il significato di Maria: anima. E, nel caso della Virgo Fidelis, è Anima Universale.
Così il carabiniere, qualunque sia la singola individualità, suggella la propria appartenenza all'Arma. Suggella la propria vita.
Così, con questo appello, questo richiamo alle forze superiori che albergano in ogni uomo. Le stesse forze che, richiamate alla coscienza, non importa quanto singolarmente consapevoli, agiscono. E permettono l'attuarsi di fedeltà, lealtà, coraggio e, ancora. Permettono quel distacco dall'istinto, quell'autocontrollo che t'impedisce di giustiziare all'istante chi impugna una pistola fumante appena scaricata sul corpo d'un tuo amico.
Questo è accaduto due giorni fa a Roma. Questo o fac-simile accade quando è l'Arma ad agire. Non è la prima né sarà l'ultima volta. E' modus agendi che origina da quel senso di umanità con anelito a superarsi espletato nell'appello, nel giuramento  di cui sappiamo.

Era il 1949, quando la "Preghiera del Carabiniere" diede forma verbale a quei contenuti ideali presenti nell'Arma sin dalle sue origini. E fu scelta la data della ricorrenza: 21 novembre, la stessa in cui ricorre la Presentazione di Maria Vergine al Tempio, la stessa della battaglia finale di Culqualber. Quella battaglia combattuta in Africa Orientale, in quella ch'era al tempo l'Abissinia che ora è l'Etiopia. Quella battaglia combattuta lungo circa quattro mesi, da quel 6 agosto a quel 21 di novembre ch'era il 1941. Lì dove il 1° Gruppo Mobilitato dei Carabinieri si immolò per la patria Italia cadendo, quasi al completo, dopo strenuo coraggio e allo stremo delle forze nonché privi ormai d'ogni supporto militare, sotto il nemico ferro britannico a cui non mancavano armi ed aerei. Ma ci fu il tributo dell'onore delle armi, poi, dopo, dal nemico dinanzi al coraggio. E la medaglia d'oro alla Bandiera dell'Arma. Poi, dopo.       
Sì, il giuramento che la preghiera dell'Arma ci mostra va incontrato, accolto, pensato. Andrebbe custodito in silenzio in ogni cuore, in ogni essere umano. Andrebbe ancor più ora, adesso, qui, in quest'Italia dal clima insurrezionale. In bilico tra disperazione e speranza.
 Marika Guerrini
 
 

mercoledì 24 aprile 2013

Boston:caccia alla volpe


...c'è la caccia alla volpe e c'è la caccia all'uomo. Se ne fa uso tra gente barbara, ancora. E si applaude quando la volpe viene cacciata.  E si applaude quando l'uomo. E se le volpi sono due una si uccide subito: può far comodo  la pelliccia. E se gli uomini sono due uno si uccide subito: può far comodo il silenzio. E della carogna della volpe si fa trofeo. E del cadavere dell'uomo non si sa nulla. Finito. E del vivo cacciato si sa quel che si vuole si sappia. Questa la sintesi, la sintesi del fatto di Boston. Tamerlan Tsarnaev doveva morire. Dzokhar Tsarnaev doveva vivere. Male ma vivere. 
Tamerlan Tsarnaev, vecchia conoscenza dell'FBI. La stessa FBI che ha chiesto collaborazione ai bostoniani perché aiutassero "l'identificazione dei terroristi", come non l'avessero mai visti prima. Bostoniani sotto shock, immobilizzati dalla paura, inebetiti dalla violenza sull'animo. Governativa violenza, mediatica, di costume oramai. Poi, dopo, in una città soggiogata dal terrore, in assetto di guerra: ah, sì, è lui, viene detto, è Tamerlan Tsarnaev, lo conosciamo. E viene fuori la storia.  
La storia della segnalazione russa di cinque anni addietro: è pericoloso, avrebbero detto i russi. E' una testa calda, avevano detto gli americani. E viene fuori la perquisizione, i pedinamenti, l'interrogatorio, la sorveglianza. Viene fuori la prassi per un cittadino sotto sospetto. E sappiamo cosa voglia dire negli States. E viene fuori che esiste un intero dossier a nome Tamerlan Tsarnaev, ceceno.E viene fuori il tutto degli ultimi cinque anni.
Tamerlan Tsarnaev è noto all'FBI, più che noto. Non sapremo mai perché noto, se per sua militanza pseudo islamica o islamica, come si vuol far credere, o se perché giovane affiliato all'Intelligence americana. Ingannato per essere usato, come a molti accade in quel loro "usa e getta" che da anni s'è fatto prassi.
Aveva ventuno anni Tamerlan quando il suo destino ha preso a galoppare verso la fine.
E mentre l'FBI controllava, seguiva, sorvegliava, lui, il controllato, seguito, sorvegliato Tamerlan se ne andava a spasso per il mondo. Oh, no, non un qualunque mondo, no, capitava proprio lì dove si "formano" i terroristi, come Mohammad Merah, per ricordare Tolosa lo scorso anno. Lì dove molti, tanti, giovani tedeschi, inglesi, o comunque nati in queste terre d'occidente, giovani di origine musulmana o semplici convertiti, capitano: tra le fila dell'IMU, Movimento Islamico dell'Uzbekistan come pure tra le fila dell'Unione del Jihad Islamico, fazione scissionista dell'IMU. Lì, Tamerlan, si dice, estremizzi il suo credo e si addestri. Lì dov'è banale che fosse: nelle zone tribali dell'Afghanistan e in quelle del Waziristan. E siamo sulla soglia del Pakistan.
 Del resto, secondo certe menti, è tutto più che logico, ovvio, Tamerlan Tsarnaev ed il suo giovane fratello Dzokhar sono "solo" da dieci anni negli States e non si sono integrati, dicono, mentre gli amici dei due fratelli affermano il contrario. Del resto i due ragazzi vengono da Makhachkala e Makhachkala è capitale del Daghestan e il Daghestan è repubblica caucasica e fa parte dell'IMU di cui sopra e quel Movimento è stato fondato da Juma Namagani e Juma Namagani era un ex paracadutista dell'esercito sovietico e, secondo la follia americana, viene associato in certo qual modo allo storico 11 settembre, visto che subito dopo quella data si era rifugiato in Waziristan, appunto, per poi morire in Afghanistan a fianco dei talebani, appunto. E il Waziristan presente nella breve tragica vita di Tamerlan Tsarnaev, è presente anche nella biografia della sua infanzia visto che i suoi genitori, i loro, erano giunti a Makhachkala proprio dal Waziristan. Quella ex Repubblica Sovietica in cui Stalin aveva fatto deportare i ceceni.
Così, Tamerlan, controllato, seguito, sorvegliato dall'FBI come "sospetto probabile terrorista", dopo sei mesi di villeggiatura in quelle terre fucìna di terrorismo, rientra tranquillo negli States. Come fosse di rientro dalle Maldive.
Ancora qualche anno, poi...L'epilogo lo conosciamo.
Questi i flash sulla giovane vita di Tamerlan Tsarnaev: ceceno, "sospetto probabile terrorista", "testa calda" affiliato all'estremismo islamico, in certo qual modo. Elementi, tutti, in linea per un soggetto cinematografico. Elementi, tutti, credibili. Senza dubbio alcuno. Elementi tutti fuorvianti. Senza dubbio alcuno.
Quel che il giovane Dzokhar Tsarnaev, il cacciato vivo, dirà o scriverà o non dirà nell'ultima scena, non potrà sfiorare in alcun modo la realtà storica. La verità. 
Ora, adesso, a quest'ulteriore film, clone di altri, passati e futuri, non resta che il the end. 
Si rimanda il pubblico alla prossima hollywoodiana programmazione. Grazie.
Marika Guerrini



mercoledì 17 aprile 2013

parole su...Boston Bagdad

...è per il piccolo Martin, otto anni, che spendiamo alcune parole su Boston, la maratona, le due esplosioni, i tre morti, i centoquaranta feriti. Per la piccola vittima d'un sistema malato. Ma non da solo il piccolo Martin ha messo le ali, altri bambini erano con lui, a fargli compagnia. Bambini come lui, bambini d'un mondo diverso. Un numero imprecisato di bambini, un numero alto. Un numero tra Bagdad e Nassiriya, Kirkuk e Falluja, Samarra e Salaheddin, Tuz Khurmatu e Dohuq, bambini che hanno spiegato le ali con lui e come lui per esplosioni causate, volute. Per eplosioni di decine di ordigni disseminati, di quattordici autobombe, di spari. Cinquanta sono stati i morti, laggiù, duecentosettantatre i feriti, laggiù. Stesso giorno 15 aprile di questo 2013 dell'inizio.
E il mondo ha visto fumo su Boston, e volti sfigurati nella disperazione. E ha udito sirene su Boston. e immagini su immagini su immagini. "L'America colpita ancora" si è urlato, scritto, digitato, enfatizzato. E quell'11 di settembre del 2001 è tornato alle menti americane, è tornato con lo sgomento, la paura. E paura americana si è sommata a paura americana, ha preso spazio, corpo, si è fatta terrore. Terrore, elemento base, lo stesso che tiene a bada i popoli, li tiene sotto il giogo.
Ma il mondo non ha visto nulla di Bagdad, Falluja, Nassiriya e ancora, nulla o quasi. Il mondo d'occidente non ha visto nulla di quella stessa data benché irachena. E il giorno seguente non ha visto nulla, quando Bagdad ha continuato ad esplodere, a partorire vittime innocenti: otto morti, diciassette feriti. Il mondo non ha urlato per Bagdad, non urla, tace o glissa, mentre s'adopra per Boston alla ricerca dei responsabili di turno. Sì, certo, Bagdad, Falluja, Nassiriya, Kirkuk, Samarra, Salaheddin, Dohuq, Tuz non hanno bisogno di indagini: è a causa delle imminenti elezioni, s'è detto, le prime dopo il ritiro delle truppe Usa, s'è detto. Le truppe Usa. Quelle che, con le parole di Luigi XV, dovrebbero cantilenare Après moi le déluge! Dovrebbero farlo lungo il ritiro, sulla via di casa. Dovrebbero farlo per quell'Ancien Regime, quella tenebra, che lasciano quale scia ove s'assenta  ogni libertà, fraternità, uguaglianza. Che lasciano al loro passaggio. Dopo.
Così, mentre Obama, furbescamente, non ipotizza su perché, su cosa, su chi, qualcuno insinua: matrice straniera, qualcuno suggerisce: matrice interna. Sull'interna lo fa il documentarista Alex Jones:  l'FBI è dietro ogni complotto terroristico americano, dice e: potrebbe essere stata un'azione per porre, in futuro, ogni evento sportivo sotto il controllo della Transportation Security Administration.   
Lo fa il giornalista radiofonico Dan Bidondi, parla di false flag, lo stesso giornalista che si è chiesto, ha chiesto, perchè in situazione di assoluta tranquillità, qualche minuto prima della prima esplosione, dagli altoparlanti una voce ha invitato i partecipanti alla calma.
Lo fa il Pravda.ru, che si domanda se l'azione non possa servire ad accusare la Siria o l'Iran per poi attaccare.
Lo fanno in molti mentre il presidente degli States non si pronuncia. Noi pensiamo che sì, l'America debba guardare in casa propria, guardare a se stessa, a quel che provoca tra i suoi propri figli, anche. Potrebbe iniziare dagli Hata Group, per dirne uno,  o fac simili, che da anni predicano odio nel paese, che hanno causato centinaia di vittime all'insaputa o quasi del mondo. Che guardi in casa l'America. Che inizi a pensare a se stessa, alla propria gente, allo stato d'assedio, di paura, in cui costringe "democraticamente" il proprio popolo. Che guardi in casa l'America e non infanghi, non dissacri con ulteriori falsità il sacrificale volo dei propri e degli altrui bambini verso una Libertà ben lungi dalla sua menzogna.
Marika Guerrini

sabato 6 aprile 2013

la Siria va salvata!


Aleppo -cittadella
...la Siria va salvata. Va salvata dall'escalation che sta delineando la sua fine. La Siria va salvata ora che è ancora soltanto ferita benché gravemente. La Siria va salvata perché la Siria siamo noi. Nostra è la storia di quella terra. Nostre le sue antiche vestigia, suo l'impulso della nostra civiltà. La Siria va salvata perchè la sua storia alberga tra le pagine della nostra storia. perché senza la sua storia la nostra non avrebbe avuto inizio. La Siria va salvata perché ora, oggi, da quasi mille ininterotti giorni, è lì che si sta consumando la partita bellica mondiale, complice l'inesistente Europa. E nostre sono le quasi 90.000 vittime innocenti. Nostri sono i profughi. Gli stessi che intervistiamo, di cui usiamo la disperazione, la tragedia ai fini della nostra ipocrisia d'occidente. Che ci sia in noi Europa, Italia ancor più, consapevolezza o non ci sia, non ha alcuna importanza. La Siria va salvata e va salvata nella figura del presidente Assad, anche, legittimo presidente, perché la decapitazione d'un popolo è la sua fine. La Siria va salvata dal Libero Esercito Siriano, che di libero non ha nulla e di siriano molto poco. Quell'agglomerato di ribelli traditori vendutisi allo straniero per danaro e ignoranza, reale artefice dell'80% di vittime civili siriane. Che lo si voglia o meno vedere, ammettere, sottolineare. La Siria va salvata perché è tempo di privare del nostro fianco chi aiuta da prima del principio di questa sporca guerra, l'agglomerato di cui sopra che ha il suo quartier generale proprio nel nord, lì, tra siti di inestimabile valore storico che l'Unesco aveva posto sotto protezione. Quale? Da chi?
E' tempo di prendere le distanze perchè chi aiuta la guerra siriana è la stessa entità, ché di questo si tratta, che ha distrutto l'Afghanistan, ha distrutto l'iraq, bombarda quotidianamente il Pakistan, minaccia l'Iran, ha puntato missili contro la Russia, agisce silenziosa in sud Africa, è stata tra le quinte della Tunisia, dell'Egitto, ha operato con noi, fingendo l'ingresso nel secondo momento, nella tragedia libica. Che ora danza tra venti di guerra nel Pacifico: Corea Nord, Sud e..., che circonda la Cina, circuisce l'India o ci prova. La stessa entità che soffre di sindrome israeliana, una patologia secondo cui "se non esiste pericolo esterno lo si deve fabbricare", iniziando da quell'11 di settembre 2001. Seguendo il pensiero malato di quel Leo Strauss, maestro del Neoconservatorismo in voga da alcuni anni negli States, per cui la pace rammollisce i popoli, la guerra li fortifica. Per cui Washington ha diviso il mondo in "Unità di Combattimento" Europa inclusa, controllandolo con oltre 730 basi militari in oltre 156 paesi Australia compresa. Ma questo lo sappiamo. Sì, Europa inclusa, che in ancor più vile forma finanziaria, sta vivendo la stessa partita bellica nei suoi Stati. Vedi Grecia, Cipro, Spagna, a breve Francia, Italia con i suoi suicidi. Ma anche questo sappiamo.
La Siria va salvata per tutto quel che sappiamo e ancora e ancora. E l'Europa è chiamata a farlo. Deve. I suoi paesi sono chiamati. La Siria va salvata perché s'è fatta ago della bilancia dell'attuale umanità tra civiltà e barbarie. La Siria va salvata. E basta.
Marika Guerrini     

domenica 24 marzo 2013

il silenzio di Petra

...è stato il primo attimo, quello del primo sguardo, quello che con moto inconsapevole aveva sottratto a se stesso la vista del primo piano: la figura umana. L'attimo che aveva lasciato a Petra la possibilità di mostrarsi nella luce dorata della sua storia. Quello della gioia, è stato il primo attimo. Poi il primo piano, la figura umana ha rubato a Petra la luce, la voce. E un timore immediato sottile irrazionale. Timore come d'un bambino che teme il furto d'un gioco a lui caro, che teme gli venga portato via, strappato via. Timore infantile, sì, certo. E la ribellione ha sottratto spazio al timore. Infantile anch'essa, anch'essa irrazionale. Ribellione per associazione di idee, sovrapposizione di immagini. Come in un déjà vu d'altro luogo, tempo, antica storia. E reperti frantumati, statue divelte, musei saccheggiati e ancora e ancora.  Questo ha provocato all'animo lo scorrere delle immagini di Obama tra le mura di Petra. Questa nostra irrazionale giustificata reazione. E un sentimento di violazione s'è fatto avanti, di dissacrazione alla vista di soldati in assetto di guerra a protezione del Presidente degli Stati Uniti d'America. Alla vista di quei robot umanizzati che ovunque vadano, qualunque suolo calpestino, sono preceduti e seguiti da sensazione di paura, sapore di morte, come ne fossero forieri, oramai
E' per un'allerta che Obama è andato in Giordania a seguito dell'incontro con Netanyau in Israele. C'è un gasdotto, uno di cui si tace, il "Gasdotto dell'Amicizia". Un gasdotto voluto da Iran, Iraq, Siria. Un gasdotto su progetto iraniano. Un gasdotto che Washington ostegga da mesi, per cui sta minacciando. Senza risultato. Un gasdotto che da Iran, Iraq, Siria, passando per Giordania e Libano, ad ieri consenzienti ad oggi non si sa, dovrebbe raggiungere il Mediterraneo, i confini meridionali d'Europa. Gasdotto che l'Europa, silenziosamente, non disdegna, che Israele avversa e Washington. Gasdotto voluto per unire quelle terre, perciò "dell'Amicizia". Terre che si vogliono separate, controllate, affondate, annientate in guerre fratricide. Da Washington da Israele. E allora il balletto. Obama va in Israele, Israele ricatta Obama: se non lo fate voi, noi attaccheremo l'Iran e voi sarete comunque coinvolti. Obama minacccia di ulteriori sanzioni la Siria, minaccia chiunque appoggi il progetto iraniano. "Avverte" il Libano, si reca in Giordania, da cui la gita "turistica" a Petra. Intanto l'iran va avanti e il primo tratto del gasdotto, Iran -Siria, dovrebbe completarsi entro giugno 2013. In contemporanea ad Obama, John Kerry fa un'improvvisata in Iraq. Parla con il premier iracheno Nouri al-Maliki, velatamente minacciando: gli aerei iraniani che sorvolano l'Iraq sono un "problema", portano armi alla Siria, tutto quel che "soccorre" Assad è "problematico".
Chissà se Kerry si sia recato in gita turistica nella Provincia di Babilonia a respirare tra quelle che furono le antiche mura di Babilonia oggi Al-Hillah. Sarebbe stato comunque inutile. La Storia, quella con la S maiuscola si rifiuta di parlare agli ominidi se pur si mostrino in evoluta sembianza. Anche Petra non ha parlato.
Marika Guerrini