martedì 30 agosto 2011

un flash nel mito

Eneide, Libro Sesto versi 336-383
Enea con la sacerdotessa Sibilla nella palude Stigia, scorge le anime insepolte.



 "...s'arrestò il figlio di Anchise e fermò i passi pensando e commiserando in cuor suo l'iniqua sorte. Ma ecco che si fa avanti Palinuro, il nocchiero da poco caduto da poppa tra le onde, mentre durante la navigazione libica, guardava le stelle. Quando (Enea) nella nera ombra a stento lo riconobbe, per primo così gli parlò: -O Palinuro, quale dio ti ha strappato a noi e ti sommerse nel profondo del mare? Orsù, parla. Apollo, che mai prima d'ora ho trovato bugiardo, col suo responso ha deluso il mio animo, quando ha profetizzato che saresti scampato al mare e saresti giunto sulle terre di Ausonia. E' questa forse la fede promessa? E Palinuro rispose: - Né il tripode di Apollo ti ingannò, o duce figlio di Anchise, né un dio mi sommerse nel mare. Allora, strappato con forza il timone a cui ero aggrappato, che mi era stato dato da custodire e con cui governavo la navigazione, lo trascinai con me. Giuro sui mari tempestosi di non aver mai provato un così grande spavento, tanto per me quanto per la tua nave, che, spogliata degli strumenti e privata del nocchiero avrebbe potuto naufragare allo scatenarsi di così grandi marosi. Noto, il violento, per tre tempestose notti mi trascinò sulle acque degli immensi mari, poi, al primo sorgere della quarta alba, sollevato in cima ad un'onda, scorsi l'Italia. M'avvicinavo lentamente a nuoto alla terra, in salvo l'avevo già raggiunta se col ferro una gente crudele non mi avesse assalito e, ignara non mi avesse giudicato facile preda, gravato com'ero dalla veste bagnata mentre cercavo di afferrare con le mani adunche le aspre sporgenze d' una rupe. Ora mi tiene l'onda e sul lido mi rivoltano i venti. Quindi ti prego, per lo splendore giocondo del cielo e per le brezze, per il genitore e per le speranze di Iulo che cresce, ti invito, strappami da questi mali, ricoprimi di terra e cerca i porti di Velia. Oppure, giacché non credo che ti prepari a traversare così grandi fiumi e la palude Stigia senza la volontà degli dei, segui quel che la divina tua madre ti suggerisce e porgi la destra a un infelice e conducimi con te sulle onde affinché almeno nella morte io possa riposare in una dimora tranquilla.
Aveva detto queste parole, quando la veggente così gli rispose:
- Da dove ti giunge, o Palinuro, un così empio desiderio? Come puoi pensare di vedere, insepolto, le acque Stigie, il crudele fiume delle Eumenidi e di raggiungere la riva senza aver ricevuto l'ordine di Caronte? Smettila di sperare che i decreti degli dei si possano mutare pregando. Piuttosto, riconoscente ascolta queste parole a conforto della tua dura sorte. I popoli vicini, infatti, spinti in lungo e in largo per le città da prodigi celesti, cercheranno di placare le tue ossa e innalzeranno un tumulo e sulla tua tomba condurranno vittime sacre e il luogo avrà in eterno il nome di Palinuro.
Rimuovono queste parole gli affanni e scacciano per un po' la tristezza dal cuore. Si rallegra Palinuro per il nome dato alla terra..." 
Un attimo d'immersione nei miti degli dei. Qui, al fragore dei marosi rapidi ad imbiancare l'alta costa. Dei marosi forieri del prossimo autunno. Qui dove i delfini ancora s'incurvano nelle acque. E l'eco delle guerre si fa lontano. Un attimo. Un lungo eterno attimo d'immersione. Soltanto. 
Marika Guerrini
versi in traduzione originale

martedì 16 agosto 2011

Troia brucia

...da inedito, lo stesso di cui in occiriente ad aprile. " Che civiltà è quella che escogita piani per uccidere bambini? Domanda Cassandra. E il dolore la riporta a Troia..." dice un frammento dell'inedito. Frammento da noi già citato, forse. Frammento che dopo qualche riga:" ...E Troia brucia, Oriana. La nostra Troia brucia..." ancora dice. Parole segnate ch'è più d'un anno. Suggerite da osservazione attualità contemporaneità. Dedotte dalla contingenza, l'esistenza. Attuali alla lettera. Parole in azione. 
Sì, Troia brucia. La nostra Troia. E brucia per mano di bambini. Poco più che bambini. 
Se ne stanno così, nascosti dentro le felpe. Se ne vanno così, le mani in tasca, i passi lunghi, sicuri, a calcare la terra. Se ne vanno chini come per un peso che grava sulle spalle. Come d'una croce. E cappucci occultano capo occhi sguardi. A farceli supporre immaginare. Che ognuno immagini secondo se stesso. Che faccia pure. Sembrano suggerire come in un novello così è se vi pare. Ha sapore di sfida tutto questo. Lo ha per il pellegrino. Quello della vita. Quello che non si ferma a pensare. Non può. Non sa. Non vuole. Ha sapore di sfida tutto questo. E' dolore. Represso. Nascosto. Incompreso. Antico dolore. Come dell'infanzia. La prima la seconda la terza. Quella che è stata loro rubata. Perché è questo che abbiamo fatto che continuiamo a fare. Siamo ladri d'infanzia. Abbiamo lasciato loro l'adolescenza con tutte le sue evolutive caratteristiche di accanita ricerca di sé, dopo averli defraudati dell'infanzia. Tutta.  E la ricerca s'è fatta disperata. In automatico ha seguito solo una parte della propria natura costituente. Con essa l'anelito alla scoperta, l'embrione della loro stessa vita. Disperato. Tutto.
Proviamo a immaginarli nei loro due tre quattro anni. Gli anni dei perché come cos'è dove. Gli anni della scoperta del mondo della vita. Per nostro tramite, obbligato. E' allora, in quel tempo ed anche prima e ancora poi che abbiamo inculcato loro l'idea della ricerca della felicità. La vita ha da essere la ricerca della felicità. Lì dove felicità è appendice della materia. Soltanto. Dovuta alla materia, basata sulla materia. Comunque produttiva. Che sia di cose o di sentimenti. Mentre violenza faceva mostra di sé dagli schermi, a riempire i loro giovani anni. E' allora che hanno perso il vero senso della vita. In quegli anni hanno iniziato a perdere il vero senso della vita. E noi eravamo lì quando c'eravamo. Sì, fa male. Questo fa male. 
Non v'è stato motivo poi, non v'è motivo ora, per cui dovrebbero amare rispettare accogliere comprendere questa vita senza vita in cui abbiamo imprigionato la loro infanzia dopo avergliela rubata. E il dolore ha camminato. Il dolore cammina. Ancor più quando si è infanti o giovani molto. E forma mondi ancor più. E se malsano, gratuito, incompreso, illegittimo e ancora e ancora, forma mondi malsani.
Ma, ora basta con questi contenuti, prendono troppo spazio in questa pagina.   Inadatti.Torneremo poi, in altra pagina, a breve. Occiriente  tornerà su questi pensieri per comprendere. E' una promessa. Intanto in questa pagina c'è il fuoco della disperazione di questi bambini o poco più. Sì, hanno dato fuoco. Danno fuoco.       
E le fiamme dei roghi sono state evidenti. E si sono innalzate. E c'era fumo a stordire, soffocare. Ad annebbiare. Occhi, cuore, animo. Londra a ferro e fuoco, è stato detto. Scritto. Prima pagina. Testata. E Liverpool, Manchester, Birmingham, Brixton. Oltre. Tutto qualche giorno fa. Ora si tace nell'odore di bruciato. Acre. Non avremmo voluto vedere. Non vorremmo parlarne. Ma non siamo pellegrini. No, noi non siamo pellegrini e non vogliamo esserlo. E il rogo non è spento. E non v'è pompiere che possa spegnere le sue fiamme. Né forze dell'ordine d'alcun tipo, d'alcun ordine. E le galere non sono altro che cenere a proteggere il fuoco. Quello della notte. Il fuoco arde comunque. Visibile e non. E non è anglosassone. Non solo. Anglosassone è l'origine di quel fuoco espatriato negli States. Da tempo ormai. Da lì dilagato. Come sempre le mode. Quelle d'un certo tipo. Ora, adesso, in questi ultimi tempi, giorni, il fuoco appartiene ad ogni nazione, ogni stato, ogni paese di quest' emisfero del tramonto. Europa compresa. Compresa Italia. Lo chiamano baby's gang, il fenomeno e, sì, dicono sia una moda. Il che quasi legittima l'esistenza. A noi sembra che stanzi ed emigri al contempo. E in ogni luogo assuma caratteristiche identità diversità. Ma la sostanza non muta. E' come nella formula: cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. E' ovunque ora la "gang del bambino". Questo per noi il suo nome. Potenza della lingua. Porta con sé la consapevolezza della realtà. A lei non ci si può nascondere o esser pellegrini. Sì, Troia brucia.
Marika Guerrini

martedì 9 agosto 2011

in Europa: riflessioni

...e l'uomo divenne un civis, un civis romanus. E il concetto di civiltà, di civilizzazione e derivati prese a farsi avanti. E l'idea di "uomo" venne sostituita dall'idea di civis. E con essa assunse carattere giuridico-politico. E pensare che Aristotele aveva attribuito la qualifica di "politico" all'animale. Politiko' zo'-πολιτικό ζώο- animale politico, diceva. Ma la romanità attribuì la qualifica di "politico" all'uomo. E l'uomo dimenticò parte di sé. Dimenticò quanto la libertà di pensiero dell' uomo filosofo fosse universo. Quanto avesse equilibrato le forze dell'evoluzione. Quanto le avesse armonizzate con la terra. Dimenticò l'aristotelica entelécheia -εντελέχεια-. Quel particolare stato di completezza a cui aspira ogni essere umano. Che ne sia  consapevole o non. Dimenticò la potenza delle immagini che avevano permesso quest'azione conoscitiva. Sì, l'uomo ora civis, dimenticò la luminosità ellenica che l'aveva accompagnato fino ad allora.  
Così, da allora, l'elemento concettuale chiamato da civis civiltà, civilizzazione e derivati, portò con sé tutta la mentalità politico-giuridica romana. L'espanse ovunque. Tra genti al tempo conosciute e quelle del poi. L'impresse nei pensieri del tempo e in quelli a venire. 
Arroganza, assenza di creatività, colonialismo e ancora e ancora. Questi alcuni elementi portanti del mondo romano. Ma quel che allora scaturì dall'aspetto materiale del pensiero romano, si fece grande. Fu poi, ma si fece grande. Fu poi, ma diede vita ad un equilibrio. Diverso dalla Grecia. Comunque equilibrio. Allora. Non ora. 
E invece è qui. Ancora. Oggi. La romanità è ancora qui. Nel nostro mondo europeo. E' qui. Non è mai finita. Quel ch'è finito è il tempo. Il suo tempo. Con esso il senso. Il suo storico motivo d'essere.
La grecità andrebbe ricercata. Quella delle origini. Ora. Adesso. Qui. In questo nostro tempo. Andrebbe ricercata quell'idea di "uomo" che non è civis. Non soltanto. L'uomo andrebbe ricercato. Lo stesso la cui assenza o coscienza di sonno, è dietro i fatti. Tutti gli infausti, difficili fatti di questo nostro tempo. Andrebbe ricercato perché si debelli il pericolo che da civis egli si  faccia homunculus. Arretri al subumano.
E' per questo che un intimo quasi recondito orrore accompagna l'ascolto del suono: civiltà e derivati, la pronuncia. E un brivido serpeggia. E' la memoria di chi scorge  il suo essere suono foriero di lutti e distruzioni lungo la storia. Di esserlo per diritto. Giuridico. Politico. Perché suono di civis.  Fuori tempo. Ora. Adesso. Qui. In questo nostro attuale tempo.
 Marika Guerrini

venerdì 29 luglio 2011

cronaca da Barcellona

...è stato percorrendo La Rambla del Mar, la via alberata che porta alla piazza del porto, quella in cui Cristoforo Colombo con l'indice punta l'estremo occidente, il Nuovo Mondo. Lì, dall'alto d'una colonna vigilata da leoni. E' stato su quella via che gente si snodava come distratta nella calura domenicale. E snodandosi sfilava in abiti d'occidente e d'Africa e d'oriente. E una bandiera si ripeteva, distratta anch'essa, tra le mani, sulle spalle. Una bandiera non spagnola, una bandiera nazionale d'una repubblica altra, la Repubblica Araba Saharawi. 
Al-Jamhuriya al 'Arabiya as-Saharawi. La repubblica nata dalle lotte del Fronte Popolare per la Liberazione dal colonialismo spagnolo nel Saguia el Hamza e nel Rio de Oro. 1976 è datata la Repubblica Araba Saharawi. 1976 è datata la sua bandiera. Quella bandiera figlia d'una sofferta indipendenza. La bandiera che ora, scortata, sfilava. A Barcellona.
Ma altro sfilava con essa. Altro sorretto da bambini. Altro che portava la bozza d'una carta geografica, d'una terra. Che portava una scritta di libertà per i popoli del Sahara. Ora. 
E voci cantavano in lingua araba e catalano: via l'occidente dalle nostre terre d'Africa. Il Sahara ai suoi popoli. Sahara libero tutto. 
Questo sulla Rambla del Mar. Sotto le guglie gotiche dal sapore di fiaba. Una bandiera e uno striscione. Hanno sfilato distratti. Ora. Dieci giorni fa. Circa. In Europa.
Marika Guerrini

sabato 23 luglio 2011

Oslo...ma come si può...

...è incredibile come, quanto si continui a raccontare fandonie, come, quanto si perseveri nella menzogna mentre viene accertata, senza dubbio alcuno, l'estraneità jihadista alla strage di Oslo. Prima ci si inventa un fantomatico gruppo islamico, certo Ansar Jihad al-Alami che rivendica l'attentato, poi lo stesso gruppo smentisce, prende le distanze dal fatto. Ma l'ipotesi non arretra. Intanto si cerca un altro eventuale gruppo anch'esso islamico. Si continua la caccia per un'ulteriore ipotesi che il mondo possa bere. Intanto Anders Behring Breivik viene arrestato. L'autore dell'accaduto, degli accaduti. Questo non basta ai media e al grande politologo, tale Stale Ulriksen che, intervistato, si dice: scioccato ma non sorpreso, e continua sulla baggianata della pista islamica vaticinando attacchi futuri detti, ridetti e bla, bla, bla... L'opinione pubblica che segue la pista norvegese dell'attentatore, viene tenuta sempre sottilmente nel dubbio. L'elemento islamico non viene mai zittito se pur reso presente solo psicologicamente. Il forse, anche se sottile, vacillante viene lasciato attivo. Sottofondo. Sempre. 
Ma come si può non rendersi conto che non esiste, non è mai esistita alcuna pista fondamentalista islamica reale, che abbia attaccato o attacchi l'occidente senza che sia stata pensata, voluta, architettata direttamente o indirettamente dall'occidente stesso a proprio uso e consumo. E' tempo di dire basta alle menzogne mediatiche. E' tempo di svalutare la loro voce. Di rendersi indipendenti. E' tempo di prendere consapevolezza di quanto l'infezione che si sta vivendo sia endemica alla società occidentale. E' qui. Ci basti guardare la violenza che sprigiona dagli schermi piccoli o grandi che siano. Ci basti ascoltare il rumore chiamato musica con cui si stordiscono i nostri figli, quando non sia droga o alcool o sessualità estrema o deviata. O tutto questo insieme. Basti guardare la funzione subumana di alcuni loro beniamini   nel campo. Al cui confronto i Beatles sono stati Chopin. 
E' con quest'assenza d'umanità che sono cresciuti, stanno crescendo, crescono i nostri ragazzi. Siamo noi ad averla esportata oltre i nostri confini. Da questa angolatura Anders Behring Breivik, quest'uomo poco più che ragazzo, ancora nel suo trentatreesimo anno non compiuto, dallo sguardo chiaro, costui denominato dai norvegesi fondamentalista cristiano, ci suscita una reale profonda piétas. Quel che proviamo è una reale profonda compassione per la sua sofferenza straripata in tragedia omicida. La sua è responsabilità umana e sociale non etica. A sua volta ed in primis è stato, è vittima. Come lo sono quei poco più che bambini caduti sotto i suoi colpi. Come lo sono gli attentatori suicidi islamici. 
E ancora sono poco più che bambini a pagare. Stavolta qui. Vicino. Nel nostro mondo. In uno dei nostri tranquilli paesi. Bambini. Ancora.
Marika Guerrini

si noti bene:
la voce corretta è: gruppo islamico, gente islamica etc. e non islamista, come pronunciano i nostri media e i così detti esperti, per noi pseudo, confondendo il termine islamista ovvero studioso, esperto di Islamistica (insieme di scienze islamiche) con il termine islamico ovvero appartenente al mondo dell'Islam ( per nascita e o  religione etc.). A dimostrare la nostra arrogante ignoranza.
M.G.

venerdì 22 luglio 2011

sul Mediterraneo

da taccuino di viaggio: 
quindicesimo giorno di luglio del 2011, ore 03 e 10 minuti primi. Il risveglio è stato improvviso. Improvviso il sobbalzo. E sordo come di corpo che cade. E' stato l'orologio sul comodino che delimita il letto a cadere, il tonfo ha sonorizzato il risveglio. L'oblò è nero come la pece ma si rischiara a tratti. A tratti investito dalla spuma delle onde. Rischiarate a loro volta a tratti dalla luna visibile anch'essa a tratti tra le nubi. Nubi intuite più che viste. Sì, il mare è grosso stanotte. Molto grosso in queste prime ore di navigazione.
Ho acceso la luce per annullare la fluorescenza della spuma sul cristallo dell'oblò. Ho acceso la luce da notte, fioca, qui, dietro il cuscino. E la poltrona, piccola, rossa, prima incassata sotto la mensola dello specchio, scivola avanti e indietro. Sulle rotelle segue il moto delle onde. Il moto della nave. Il moto di tutto. Respiro, stomaco, battito cardiaco compresi. E un senso di impotenza, di fragilità, di caducità si fa spazio nell'anima. E respiro, stomaco, battito cardiaco sono le uniche parti sensibili del corpo. E la precarietà della vita può affacciarsi alla mente. Malgrado l'assurdità, l'inopportunità dell'idea. Ma il pensiero va. Incontrollato, come il moto delle acque, s'allarga, si restringe. E in esso una domanda, due, tre, più. Domanda su argomenti già trattati, immagini ripetute: se questo accade su una nave ammiraglia, nella certezza della traversata, cosa  sarà mai su di un barcone all'assoluta mercé dei flutti. E cosa mai potrà sperimentarsi nell'animo. E quale sarà mai la potenza della morsa della paura. E cosa scorrerà dinanzi agli occhi fisici e non. E...
Ma non vogliamo risponderci o, forse, non vogliamo sapere.   
Marika Guerrini

giovedì 14 luglio 2011

accenti diversi

...occiriente si manterrà in silenzio qualche giorno. Si sposterà dal luogo d'origine, sarà ad ascoltare accenti diversi. Sarà ad ascoltare il risuonare  dell'eco di vicende di guerra in pronunce diverse, in pronunce europee. Quelle ad occidente del suo stesso occidente. Sarà a scrutare su altri volti, altri sguardi, altri moti, quest'attualità uguale a se stessa da un tempo così lungo che s'è fatto sempre. 
E attraverserà quel mare sempre meno nostrum ogni giorno di più. E approderà su un'altra costa e poi ancora. Creerà un filtro, piccolo, breve, inesistente quasi, una leggera lontananza tra le quotidiane menzogne dei media italiani e l'ascolto di altre altrove. Perché è così che l'Europa s'accorda con se stessa. E' così che l'Europa coopera ai misfatti di guerra, tiene gioco agli alleati. Continua a mentire. E non s'avvede o non vuole o non può, o entrambe, che le proprie menzogne o l'avallo delle altrui, indeboliscono se stessa sempre più, allargano la faglia. Non s'avvede che squarciano sempre più la ferita nel suo stesso fianco, come per Amfortas trafitto da Klingsor con la Sacra Lancia che avrebbe dovuto custodire. Se fosse rimasto desto.
Occiriente, rifletterà su quest'episodio racchiuso nelle Leggende del Graal. Rifletterà sul significato, sul senso, sulle immagini. Sulla chiave della sua attualità. Lo farà in questi giorni. Altrove. E...lo suggerisce.   
Marika Guerrini